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Le elezioni in Serbia viste da Atene

Data: 12-01-2004 Fonte: "Kathimerini"
Autore: Antonio Frate

N.E. BALCANI #739 - GRECIA/SERBIA
12 gennaio 2004


LE ELEZIONI IN SERBIA VISTE DA ATENE
a cura di Antonio Frate

Le elezioni in Serbia sono state oggetto di attenzione anche della stampa greca che, a sua volta, si prepara a seguire le elezioni politiche nazionali della prossima primavera. L’esito era, se non scontato, perlomeno annunciato, tanto che il primo degli articoli, del giorno precedente l’apertura dei seggi, si sofferma su alcune misure cautelari adottate dalla comunità internazionale che paventava un’affermazione delle forze populiste. Il nuovo governo - ammesso che presto se ne formi uno – troverà sul suo percorso problemi da risolvere come mine disseminate in un campo, ma il percorso, ed il conseguente traguardo, dovrà essere necessariamente europeo - a.f.


LA SERBIA AD UN BIVIO VITALE
di Stavros Tzima ("Kathemerinì" [Atene], 28 dicembre 2003)

Il risultato delle elezioni odierne preciserà se la Serbia continuerà il suo percorso europeo o se tornerà all'isolamento

Il 15 dicembre il Commissario delegato ai problemi della politica estera e della difesa dell'UE, Solana, è andato
a Belgrado, dove si è incontrato con i vertici ufficiali del governo e l'ex presidente Vojislav Kostunica.
I messaggi che ha registrato sono stati negativi e, tornando a Bruxelles, non ha nascosto nelle conversazioni
coi suoi stretti collaboratori, le sue preoccupazioni per ciò che accadrà nelle elezioni di oggi in Serbia.
Il pericolo dell'affermazione dei nazionalismi provoca brividi all'Occidente e dinanzi ad una tale prospettiva, molto probabile se verranno confermati i sondaggi che riportano primo nelle preferenze dei votanti il Partito Radicale di Serbia di Vojislav Seselj al 25%, Solana ha messo i serbi dinanzi alle loro responsabilità: o proseguono il percorso europeo oppure torneranno indietro verso il grigio destino dell'isolamento.
Il dilemma è chiaro: o eleggete i partiti filooccidentali che si sono schierati a sostegno dell'accelerazione delle riforme economiche e sociali, e in tale caso l'aiuto degli organismi internazionali continuerà senza problemi, oppure se si imponessero i nazionalisti, si arresterà il flusso dei finanziamenti e gli investimenti stranieri.

Congelati i prestiti
Il capo della Banca Mondiale in Serbia- Montenegro, Rori O' Sullivan, d'altra parte, ha messo sul chi va là i partecipanti alle odierne elezioni sul fatto che i partiti che formeranno il nuovo governo dovranno continuare le riforme, allo scopo di non far perdere alla Serbia gli aiuti economici internazionali in prestiti ed investimenti.
A causa della politica di insicurezza, come ha detto, hanno già congelato prestiti superiori a 70milioni di dollari e rischiano di perderne altri 400 milioni.
Il funzionario della Banca Mondiale è andato oltre, suggerendo anzi anche il programma di governo dell'esecutivo che si andrà a formare: "La priorità del nuovo governo deve consistere nella riforma del settore pubblico e della giustizia e nell'adozione di leggi economiche che miglioreranno il clima imprenditoriale" ha detto.
L'interesse e la preoccupazione dell'esponente internazionale per la odierna competizione elettorale è un
dato di fatto, tuttavia nell'urna elettorale, non si recheranno a votare né Solana né O'Sullivan, ma i delusi dall'incapacità della dirigenza politica del dopo Milosevic nel dare soluzioni ai loro elementari problemi di sopravvivenza, nel limitare la corruzione e nel dare un'immagine alla società. Si recheranno i cittadini serbi, i quali nei momenti difficili si rifugiano nel "balsamo" del nazionalismo patriottico, come esso viene scodellato dai radicali dell'incarcerato per crimini di guerra Seselj, ma anche dai socialisti del suo coimputato Slobodan Milosevic.
Le valutazioni degli osservatori concordano sul fatto che il tunnel politico nel quale si è ritrovata la Serbia continuerà con tutto che le elezioni di oggi vengono svolte precisamente perché ci arrivi.
A meno di imprevisti, non rimane altro che l'urna scelga un governo autonomo o, se ciò accade - cosa difficile, poiché il vigente sistema elettorale esige la percentuale del 45% - allora i candidati a governare saranno i nazionalisti, conseguenza che necessariamente porterà di nuovo le relazioni della Serbia con la comunità internazionale ad un punto zero

Le previsioni dell'Occidente
L'occidente si augura una collaborazione postelettorale del nazionalista moderato V.Kostunica col partito G17+ del riformista M. Labus, e se possibile col Partito Democratico di Z. Djindjic, che governa oggi la Serbia,
anche se i sondaggi lo portano in ribasso nelle preferenze.
A nessuno è gradita in qualsivoglia modo la partecipazione dei partiti nazionalisti, del partito radicale di Seselj del Partito Socialista serbo di Milosevic e del raggruppamento "Insieme per la Serbia" di Draskovic-Ilic, che nonostante si mostrino con un aspetto prelettorale moderato, non smettono di promuovere un rovente clima antioccidentale, nel quale pescano elettori, specialmente nelle campagne dove il corpo elettorale, secondo tradizione, si mantiene conservatore e per lo più al livello del patriottismo serbo.
Il tutto, nonostante ciò, verrà giudicato dal risultato che l'urna sentenzierà per ogni partito.

Visibile il boicottaggio
La percentuale di eventualità che non si associno i tre partiti democratici in grado di consentire la formazione del governo di coalizione è la più probabile, ed in una tale situazione non solo la crisi politica continuerà, ma il pericolo di boicottaggio viene considerato immediato.
L'assenza di Zoran Djindjic dalla scena politica della Serbia ora comincia a divenire sensibile. Questo ambiguo leader aveva la capacità e la forza di imporsi, sebbene più di una volta in modo non tanto democratico e legale, quando formava il pilone del sistema democratico serbo ed era il politico che l'Occidente aveva avallato in ogni propria campagna alla ricerca di un interlocutore. Djindjic era da solo un intero partito, era il potere ed ora che manca, il vuoto nella vita politica del paese appare colossale.
(omissis)

INSTABILITÀ POSTELETTORALE IN SERBIA
di Stavros Tzima ("Kathemerinì" [Atene], 29 dicembre 2003)

Grandi vincitori i detenuti Seseli e Milosevic

Si prevede che il periodo di instabilità politica continuerà in Serbia e lo farà per molto ancora. Le elezioni di domenica non hanno aperto la strada alla rimozione del tunnel, che venne a crearsi nel paese all'indomani della caduta di Milosevic nell'ottobre 2000. Il risultato non ha fatto chiarezza nella scena politica e la più probabile conseguenza che emerge è di dover pensare ad un governo di partiti del cosiddetto blocco democratico, nel quale certamente non avranno spazio gli ultranazionalisti di Seselj ed i socialisti di Milosevic. Ad altre condizioni ed in altre società, un tale risultato postelettorale non sarebbe nemmeno una questione ma costituirebbe una procedura di funzionamento del sistema politico democratico. Tuttavia qui le cose sono diverse.
Il governo che verrà formato dovrà avere la consistenza e la forza di tollerare il peso legato alla soluzione di grandi problemi se non vuole franare già nei primi mesi e portare più vicino al potere lo schieramento nazionalista, che è arrivato primo alle elezioni, ma non ha raggiunto la percentuale che gli avrebbe permesso di governare, sia pure alleandosi col partito di Milosevic. Ci sono le condizioni per una governo simile? In teoria sì, in pratica tuttavia le cose sono difficili, dicono gli osservatori delle elezioni serbe.

Le percentuali dei partiti
L'urna ha messo in evidenza una nuova DOS, un blocco di partiti democratici con una orientamento filoeuropeo, come anche nelle elezioni dopo la cacciata di Milosevic, blocco nel quale tuttavia manca il leader di partito, il pilone fondamentale che assumerà l'onere di tentare di formare un governo per uscire dalla crisi. Il Partito Democratico della Serbia (DSS) ha raggiunto il 17,5%, il G17 del riformista Mirolib Labus ha preso l'11,4%, il Partito Democratico del defunto Djindjic il 12,7% e la coalizione "Insieme per la Serbia" del filomonarchico Draskovic l'8,2%. Tutti questi partiti, in armonia con lo scenario dominante, saranno chiamati a cooperare per formare un nuovo governo e già da ieri hanno cominciato dietro le quinte le consultazioni, che rimangono da completare, tranne imprevisti, la prossima settimana.
L'Occidente è categorico nell'affermare che eserciterà pressioni insopportabili sui partiti filoeuropei affinché collaborino. Visto che è quel che più gli preme, è da escludere ogni caso di avvento al potere degli ultranazionalisti
(omissis)

Problemi del nuovo governo
Il nuovo governo dovrà, se vuole togliere il paese dalla crisi e prepararlo alla sua integrazione, più tardi, nell'Unione Europea, accelerare le riforme soprattutto in economia e nel sistema economico, prendere misure drastiche contro la corruzione e la criminalità che continuano a regnare in Serbia, andare a cercare un compromesso riguardo alla questione del Kosovo, convincere i cittadini che c'è una visione e soprattutto votare la costituzione, poiché oggi è in vigore la costituzione di Milosevic. Tuttavia per proseguire nei cambiamenti costituzionali occorrerà una votazione di due terzi del Parlamento, votazione cui i 4 partiti non sono intenzionati e pertanto occorrerà l'aiuto dei nazionalisti.
Questa sarà la prima prova poiché il paese non può essere governato senza costituzione se vuole dirsi democratico, con tutto che entro il 2004 seguiranno le prove delle elezioni per il presidente della Repubblica e i pubblici amministratori.
Le urne di domenica hanno portato alla luce una instabilità politica. La Serbia avrà un governo debole, esposto agli obiettivi di ogni associato ed alle ambizioni degli individui che lo compongono, nonché a una minaccia fissa, quella dei nazionalisti che boicotteranno qualsiasi sua azione.
Nelle capitali dell'Europa occidentale il risultato era più o meno atteso e l'Occidente attraverso Solana aveva mandato un messaggio ai serbi, chiamandoli a sostenere i partiti riformatori se vogliono che la Serbia continui il percorso europeo e che non ci sia un dietrofront.

Perché hanno vinto i nazionalisti
L'ammonimento ha influenzato una parte del corpo elettorale, tuttavia non ha intercettato la tendenza al rialzo dei nazionalisti che si sono imposti come la forza politica più forte ed in ascesa. I nazionalisti sono giunti primi facendo del populismo su problemi concreti della collettività, come ad esempio il prezzo del pane, riguardo al quale hanno annunciato che verrà abbassato da 30 dinari a 2 (!), e approfittando chiaramente dell'incapacità dei governanti di incoraggiare i cambiamenti nell'economia e nella società che hanno promesso. In Occidente sembra che non si siano accorti di ciò: come, altrimenti, interpretare la sorpresa che i circoli dell'UE a Bruxelles hanno manifestato per l'ascesa dei nazionalisti?

(Traduzione dal greco moderno di Antonio Frate, che si occupa della realtà socio- giuridica della Grecia in quanto praticante avvocato e praticante giornalista pubblicista)

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Data: 12-01-2004 Fonte: "Kathimerini"
Autore: Antonio Frate





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