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Una scorta distratta e i docili media imbavagliati

Data: 14-03-2003 Fonte: "Utrinski Vesnik", "Sega"
Autore: Dimitar Culev, Andrea Ferrario

N.E. BALCANI #640 - SERBIA/MONTENEGRO
14 marzo 2003


UNA SCORTA DISTRATTA E I DOCILI MEDIA IMBAVAGLIATI
di Dimitar Culev ("Utrinski Vesnik" [Skopje], 14 marzo 2003)

I sospetti sul comportamento della scorta di Djindjic, la censura imposta ai media serbi e le analogie tra l'attentato a Djindjic e quello al boss più ricco della Bulgaria


BELGRADO - [...] Secondo le informazioni della polizia, sono tre gli esecutori dell'attentato a Djindjic. "Uno di loro aveva un fucile automatico con dispositivo ottico, mentre gli altri due portavano delle pistole", ha dichiarato Milan Obradovic, capo della polizia di Belgrado. Secondo i rilevamenti degli esperti balistici, nemmeno un giubbotto antiproiettile avrebbe salvato il prmier serbo. Gli assassini con ogni probabilità lo hanno colpito utilizzando un fucile automatico di marca "Crvena Zastava M69" con calibro 7,9 mm, un'arma potente che, in considerazione della distanza di 200 m in linea d'aria da cui è stato sparato, è stata sufficiente a liquidare l'obiettivo con un colpo in una parte vitale del corpo.

Il giornale ad alta tiratura "Vecernije Novosti", che è uscito con una tiratura di 265.000 copie, accusa direttamente la scorta del premier, che non ha rispettato il protocollo previsto per la difesa di Djindjic, un fatto grave se si pensa ai precedenti tentativi di attentato e alle segnalazioni che erano giunte. In questo contesto, il direttore dell'istituto di criminalistica, Dobrivoe Radovanovic, ha valutato ieri di fronte ai microfoni di Radio B-92 come catastrofico il comportamento della scorta di Djindjic, la quale non ha previsto che potenziali attentatori avrebbero potuto utilizzare per un loro attacco gli edifici vicini al palazzo del governo. Anche se non vi è una versione ufficiale, o maggiori dettali, sul modo in cui è stato ucciso Zoran Djindjic, la stampa quotidiana l'altroieri e ieri ha pubblicato schemi grafici dai quali si evince che il premier ad un certo punto è stato un bersaglio aperto per un attacco nel centro della città e che nessuno ha impedito che ciò accadesse. Nelle voci su chi sta dietro all'attentato quasi tutti i media stampati che ieri hanno pubblicato una seconda, o addirittura terza, edizione, affermano che si tratta di un gruppo di tre uomini vestiti in abiti scuri, che con tre vetture subito dopo l'attentato alle 12.25 hanno abbandonato l'area. La reazione della polizia e il fatto che la zona sia stata isolata solo 10 minuti dopo vengono considerati come troppo tardivi. Soprattutto se si pensa che, come affermano le autorità serbe, proprio mercoledì 12 marzo avrebbe dovuto cominciare l'operazione per arrestare i membri del gruppo criminale di Zemun. Gli esperti del sottobosco criminale di Belgrado dicono che il fatto che le informazioni sull'inizio dell'azione il 12 siano giunte ai mafiosi di Zemun è uno di tutta una serie di errori che ha avuto come epilogo la liquidazione di Djindjic. Le minacce ricevute da quest'ultimo non sono state prese sul serio, nonostante il fallito attentato del 21 febbraio scorso, così come nessuno probabilmente ha preso sul serio il rischio che i criminali potessero venire a conoscenza di informazioni sulla retata che si stava preparando.

I media locali hanno trasmesso, tra due blocchi di programmi di musica classica, soprattutto le prime informazioni sull'attentato date già ieri, senza aggiungere nuovi dettagli. Tutto questo è in rapporto diretto con le misure speciali che, tra le altre cose, prevedono il divieto di diffondere informazioni sulle cause della proclamazione dello stato di emergenza: è permesso solamente riportare i comunicati ufficiali degli organi ufficiali competenti. Nei blocchi di trasmissione delle emittenti televisive si sente tangibilmente che le fonti di informazione sono chiuse al pubblico, soprattutto nell'interesse delle indagini. Nei telegiornali, in cui praticamente non ci sono altre informazioni dal paese e dal mondo se non quelle relative all'attentato, non viene detto niente di nuovo e che non sia già stato riferito. Non si nota nervosismo nei media, o un loro interesse a esercitare pressioni sugli organi competenti affinchè accelerino le indagini e informino di tutti i relativi dettagli. L'opinione pubblica e i media probabilmente ora si accontentano dell'esclamazione del vicepresidente del Partito Democratico, Zoran Zivkovic, il quale l'altorieri ha detto: "Se gli organi competenti non sono in grado di individuare gli attentatori, vuol dire che sono corresponsabili". Egli ha inoltre aggiunto che il tempo per l'individuazione dei colpevoli deve essere misurato in termini di ore. L'impressione è che l'opinione pubblica sia stanca della serie di omicidi di personalità pubblica e sia disponibile a dare un certo "periodo di grazia" agli organi di sicurezza. Lo si vede anche dall'umore che regna nelle vie di Belgrado, dove nel "giorno dopo" la vita si svolge normalmente.

Solo quattro uomini della polizia speciale controllano l'entrata del palazzo del governo e un'altra decina di loro è disposta intorno all'edificio. Sorprendentemente pochi e d'altronde nemmeno nelle vie della città si poteva osservare una presenza delle polizia molto aumentata, così come non la si osservava di fronte all'edificio del parlamento della repubblica, dove ieri sera alle 11 si è tenuta una seduta commemorativa. I deputati sono entrati solennemente nell'edificio attraversando un cordone di 50 fotoreportere e di un numero leggermente inferiore di giornalisti. Alla seduta commemorativa non partecipavano i radicali di Seselj, a causa della nota animosità tra il leader di questo partito e Djindjic, accusato da Seselj di essere egli stesso parte del mondo criminale. Parallelamente all'azione della polizia [gli arresti di ieri] è interessante guardare anche al lato politico. Il vicepresidente del governo della Serbia, Zarko Korac, ha detto che forse Djindjic ha perso la lotta contro la mafia, ma la guerra contro i criminali ora sta cominciando. In che direzione si muoverà questa guerra non è chiaro, visto che la Serbia attualmente non ha un premier, così come non ha un presidente della repubblica. E' un fatto noto a tutti che la stessa mafia che probabilmente ha condannato a morte Djindjic, fa parte del sistema installato ancora dal precedente regime e che fino a oggi ha vissuto in simbiosi con lo stato, la mafia, i servizi segreti e il sistema giuridico. Il professor Kosta Cavoski, nel numero di ieri del quotidiano belgradese "Nacional", ha chiesto che vengano indette nuove elezioni, mentre Vojislav Kostunica, capo del DSS, ha domandato che venga formato un governo di unità nazionale formato da tutti i partiti in parlamento.


ATTENTATO AL BUSINESSMAN BULGARO PAVLOV: ANALOGIE CON L'OMICIDIO DI DJINDJIC?
(a cura di A. Ferrario, da "Sega" [Sofia], 14 marzo 2003)

Esattamente cinque giorni prima dell'uccisione di Djindjic, nei Balcani c'era stato un altro omicidio eccellente. A Sofia, in Bulgaria, è stato infatti ucciso Ilija Pavlov, l'uomo più ricco del paese e proprietario della MG (Multigroup) Corporation, una delle maggiori holding dei Balcani, con ramificazioni anche in Macedonia e Croazia. Pavlov aveva accumulato le sue enormi ricchezze nei primi anni della cosiddetta transizione, riciclando denaro proveniente da attività illegali e stabilendo un vero e proprio monopolio del gas, in collusione con vari governi succedutisi a Sofia e con il sostegno del gigante energetico russo Gazprom. Si trattava insomma di uno degli uomini più potenti della Bulgaria, un uomo dal peso politico oltre che economico, che aveva dato un sostegno esplicito alla candidatura dell'attuale premier Simeon Sakskoburggotski, sostegno che era stato accettato di buon grado da quest'ultimo. Oggi il capo della polizia bulgara, gen. Bojko Borisov, ha improvvisamente annunciato che i suoi uomini stanno verificando la possibile esistenza di una "pista serba" nell'omicidio di Pavlov. "Le ipotesi sono oramai molte", ha detto Borisov, il quale ha aggiunto che sono state rilevate analogie tra il modo in cui è stato ucciso il capo della MG Corporation e l'assassinio del premier serbo Djindjic. "Sono stati uccisi in modo identico, con un fucile automatico, Pavlov con un colpo al cuore, Djindjic allo stomaco e a una spalla. E' il modo di uccidere dei killer serbi. Sparano al cuore, mentre i russi sparano solo alla testa", ha detto Borisov. Immediatamente dopo l'uccisione di Djindjic, la Bulgaria era stata l'unico paese al quale il ministero degli interni serbo aveva chiesto ufficialmente di collaborare nelle indagini. Ieri inoltre è stato comunicato che il Ministero degli Interni serbo ha chiesto alle autorità bulgare, attraverso l'Interpol, di reperire informazioni su circa 300 persone di età compresa tra i 20 e i 30 anni che sono entrate in Bulgaria nel pomeriggio di mercoledì, subito dopo l'uccisione di Djindjic. Aggiungiamo solo un particolare, che ricorda in parte la realtà serba: il capo della polizia bulgara, Borisov, ha gestito per anni, fino alla sua nomina, un'agenzia di guardie del corpo, è stato lui stesso gorilla di importanti personalità, tra i quali l'attuale premier e l'ex segretario del partito comunista Zivkov. Non solo, era anche consocio del capo della SIK, una società di assicurazioni dietro il cui paravento ha agito per anni uno dei principali e più violenti gruppi mafiosi bulgari...


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Data: 14-03-2003 Fonte: "Utrinski Vesnik", "Sega"
Autore: Dimitar Culev, Andrea Ferrario





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