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"La stampa si sta ergendo a giudice?"

Data: 18-06-2000 Fonte: Notizie Est Archive
Autore: Ana Bardhi

NOTIZIE EST #335 - KOSOVO
18 giugno 2000


LA STAMPA SI STA ERGENDO A GIUDICE?
di Ana Bardhi - (AIM Pristina, 9 giugno 2000)


[Seguono più sotto una testimonianza breve, ma efficace, sulla situazione della minoranza serba in Kosovo, e un aggiornamento sulla (non) ricerca delle fosse comuni in Kosovo - a.f.]

La "chiusura simbolica" per otto giorni del quotidiano in lingua albanese "Dita", con una decisione dell'inviato speciale del Segretario generale dell'ONU, Bernard Kouchner, ha suscitato una vera e propria tempesta di reazioni nell'opinione pubblica locale, ma ha aperto anche molte domande riguardo al tema della "libertà di stampa" e della responsabilità dei media nel contesto della situazione che si trova ad attraversare la società kosovara.

Bernarnd Kouchner ha preso tale decisione richiamandosi al diritto di ingerenza che gli viene conferito dalla Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell'ONU riguardo alla instaurazione "dell'ordine e della pace civile, della difesa dei diritti umani, ivi compreso il diritto alla vita", come si afferma nella Delibera escutiva n. 2000/2. In particolare, i funzionari dell'UNMIK ritengono che la pubblicazione di un articolo sotto il titolo "Quando Petar diventa Peter" nel numero del 27 aprile di quest'anno del quotidiano "Dita" (il cui editore è Belul Beqaj), nel quale sono state avanzate accuse secondo cui Petar Topoljski, interprete presso l'UNMIK, sarebbe stato membro di gruppi paramilitari serbi e avrebbe preso parte alla pulizia etnica e ad atti criminali contro albanesi durante la campagna della NATO (e nel quale è stata pubblicata la sua fotografia, sono stati riportati i dati personali suoi e della sua famiglia, oltre al suo luogo di lavoro e agli itinerari che compie regolarmente), sia legata alla sua uccisione, che ha seguito di poco tempo la pubblicazione dell'articolo stesso. Kouchner ha argomentato la sua decisione anche con il fatto che l'editore del giornale, in una lettera pubblica a lui indirizzata, ha insistito che anche in futuro "seguirà tale modello" e pubblicherà tali articoli, cosa che secondo Kouchner minaccerebbe direttamente la vita di tali persone (oggetto di tali accuse e di tali scritti, e delle quali l'editore del giornale afferma che lavorano nell'ambito dell'UNMIK), che si ritroverebbero a essere oggetto di violenze da parte di coloro che hanno preso la giustizia nelle loro mani. "Inoltre, tali minacce mettono in pericolo anche i membri della comunità internazionale", si afferma tra l'altro nella Delibera dell'amministrazione internazionale.

Il corpo di Petar Topoljski è stato ritrovato massacrato due settimane dopo la comparsa dell'articolo su di lui. Le circostanze e gli esecutori dell'assassinio sono finora rimasti ignoti. Tuttavia, l'editore e gli impiegati del giornale "Dita" negano qualsiasi legame con tale uccisione e difendono il loro diritto di riportare la "verità" non solo su di lui, ma anche su altri casi riguardo ai quali affermano di avere "testimoni" e "prove". Essi accusano allo stesso tempo l'UNMIK e i suoi organi di non essere capaci di trovare gli esecutori e di fermare i crimini, cosa che secondo loro si cerca di nascondere "soffocando la libertà di stampa e di parola". Beqaj afferma addirittura che l'amministrazione di Kouchner è diventata un rifugio per i criminali di guerra (!), e che per la decisione della chiusura temporanea dell'ufficio della sua redazione, nonché per "violazione della Risoluzione 1244", sporgerà causa contro Bernard Kouchner presso il Tribunale circondariale di Pristina!

Le reazioni dell'opinione pubblica locale sono state per la maggior parte analoghe a quelle espresse dai dirigenti del giornale. Anche l'Unione dei giornalisti del Kosovo e il Comitato per la divesa dei diritti umani e della libertà, così come molti analisti politici, ritengono quasi all'unanimità che la chiusura per otto giorni dei locali di tale giornale presso la Media House di Pristina costituisca "un flagrante attacco contro la libertà di espressione e la libertà di stampa", che la decisione arbitraria sia stata presa senza procedura giuridica e senza la sentenza di un tribunale, e che la comunità internazionale abbia compiti da affrontare molto più importanti per potersi occupare di censurare e chiudere i giornali. E' evidente che per loro non sono state sufficienti nemmeno le affermazioni di Jok Kovey, vice di Kouchner responsabile per la creazione di istituzioni democratiche in Kosovo, che ha argomentato tale decisione con l'inesistenza di istituzioni giuridiche (perché, afferma egli, se tali istituzioni democratiche esistessero, noi non saremmo qui") e con la necessità che, vista la crescente violenza contro le minoranze, vengano adottate misure speciali, che garantiscano a breve termine la giustizia. In tale contesto egli ha annunciato anche l'approvazione di uno speciale codice o decreto, di carattere temporaneo e "restrittivo", che stabilisca delle pene per casi di pubblicazioni inaccettabili uguali a simili a quella in questione, da parte dei media locali. Il precedente decreto di Kouchner sul divieto dei "discorsi d'odio" (hate speech), approvato precedentemente all'apice dei tumulti e della situazione conflittuale a Mitrovica, evidentemente non ha avuto effetto.

Non si può certo contestare il diritto degli attori di questa storia di insistere per la libertà di stampa, e per un giudizio equo. Tuttavia, preoccupa la mancanza di qualsiasi disponibilità a confrontarsi con la responsabilità per tali articoli di stampa, soprattutto nel contesto di una società "nella quale l'assassinio è diventato un fenomeno comune", in particolare quelli di natura politica con motivi etnici, così come l'aperto soffocamento dei diritti umani delle minoranze. Proprio su questa dimensione del problema si è soffermato il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Philip Ricker, il quale ha appoggiato la decisione di chiudere tale giornale, ritenendola una misura necessaria per impedire la pubblicazione di articoli "incendiari" che servono solo a provocare ulteriori violenze, asserendo inoltre che in condizioni di tensioni interetniche di alta intensità e di verificarsi di eventi di violenza, non si possono tollerare pubblicazioni della stampa che mettono in pericolo la vita di persone. "Anche se la libertà di stampa e la libertà di parola sono valori fondamentali americani, gli articoli pubblicati nel giornale "Dita" hanno evidentemente passato l'importante linea divisoria tra la professionalità e l'incitazione alla violenza", afferma Ricker.

La stampa kosovara, comunque, non può ritenersi priva di responsabilità in tutto questo contesto. E questo non vale solo per un suo "settore limitato", come si ama affermare, bensì più o meno per tutta la stampa locale. E non solo essa. Gli esperti kosovari che si occupano di seguire l'evoluzione della società affermano che la struttura di idee preponderante nell'opinione pubblica locale dal punto di vista della costituzione di una società kosovara e dei modelli culturali, si muove principalmente in un contesto di provenienza nazionalista e di discorso dell'esclusività, dove non vi è posto per l'Altro e per le differenza, e non vi è posto per la tolleranza. Sono radicate in modo analogo anche le "idee creatrici di stato" della maggior parte degli attori politici del Kosovo che, sebbene non pubblicamente, insistono per il modello dello "stato nazionale" (intendendo con ciò uno stato etnico). Vi è chi afferma che alcuni dei partiti politici locali forniscono sostegno a tali loro idee anche con "l'agire democratico delle proprie ali armate sul terreno". Naturalmente, il maggiore pilastro per la creazione del discorso che promuove tali "idee democratiche" è proprio la stampa locale. Che sia così lo dimostrano le sue abituali "strategie narrative" nel modo in cui vengono trattati e affrontati i gruppi minoritari e i loro diritti, e in particolare l'atteggiamento dei media nei confronti della comunità serba del Kosovo. Negli scritti della stampa locale domina in particolare l'approccio negativo e la "selezione negativa", soprattutto nei confronti della comunità serba (atteggiamento già noto precedentemente nella stampa di regime serba rispetto agli albanesi, ma anche altrove), con il quale essa viene descritta con attributi generalizzanti e dove l'aggettivo "serbo" viene legato perlopiù a sostantivi del tipo "delinquenti", "criminali" e così via. Le vittime di nazionalità serba, in questo tipo di giornalismo, rimangono vittime "astratte", non diventano oggetti di resoconti giornalistici nel senso della descrizione di destini umani individuali. Nell'ambito di un tale discorso giornalistico, lo stesso non vale per i casi contrari - la descrizione degli atti di violenza compiuti contro appartenenti di "altre" comunità viene effettuata con una "strategia" diversa, vale a dire che i responsabili di tali crimini, fattisi molto frequenti in Kosovo, sono di regola "autori ignoti", "persone non identificate" e così via. Quindi, in tale situazione il crimine viene individualizzato, cosa che non vale assolutamente per il caso opposto. Si tratta solo di uno degli aspetti della "manipolazione dei sentimenti dell'opinione pubblica" che effettua tale tipo di stampa. In tutto ciò si intravede anche il legame "naturale" tra questo o quell'altro discorso giornalistico e pubblico con i "centri di potere politico" e che in armonia con questi ultimi genera una radicalizzazione della società. E proprio per questo, anche la pubblicazione delle svariate dichiarazioni dei leader politici del Kosovo, le loro uscite pubbliche (spesso estorte), nelle quali affermano di impegnarsi per la democrazia e la tolleranza, rimangono solo "parole vuote" prive di significato e lontane dalla verità e dalla realtà effettive, vale a dire svuotate della loro dimensione pragmatica e di ogni effetto sugli eventi nella società.

Il "caso Dita", comunque, rappresenta solo uno dei possibili sintomi del carattere dell'opinione pubblica locale, della natura della stampa del Kosovo, ma anche un indizio che illustra quali difficoltà si trova ad affrontare l'amministrazione internazionale, e non solo essa, nella creazione di una stampa democratica e nell'assicurare un suo ruolo autentico non solo prima delle previste elezioni amministrative, ma anche in una trasformazione democratica a lungo tempo della società kosovara nel suo complesso.


UN ROVESCIAMENTO DI SITUAZIONE PER SERBI E ALBANESI
("Albanian Daily News", 16 giugno 2000)

PRISHTINA - Nebojsa, un serbo di 40 anni, e la sua famiglia vivono nei fatti come prigionieri in un piccolo appartamento in Kosovo, temendo che le proprie vite possano essere messe a repentaglio se si dovessero spingere troppo lontano da casa. Soldati britannici pesantemente armati sorvegliano 24 ore su 24 il tetro edificio dove si trova il loro appartamento, nella capitale provinciale di Prishtina, al fine di prevenire attacchi da parte di albanesi desiderosi di vendetta dopo anni di repressioni serbe. Troppo impaurita per viaggiare senza una scorta militare, la famiglia, composta da due adulti e due bambini, ha passato la maggior parte del tempo chiusa in casa da quando le truppe di pace della KFOR, guidata dalla NATO, e le Nazioni Unite hanno preso il controllo di fatto della travagliata provincia un anno fa. Come altri serbi che non sono fuggiti dal Kosovo dopo la fine della campagna di bombardamenti occidentali durata da marzo a giugno dell'anno scorso e dopo il ritiro delle forze jugoslave, sono isolati e devono affidarsi all'aiuto internazionale per la sopravvivenza. I soldati greci accompagnano durante la settimana i loro bambini a scuola in un villaggio popolato da serbi e la famiglia dipende dall'assistenza umanitaria anche per il cibo. Sono alcuni tra le svariate centinaia di serbi che rimangono a Prishtina, rispetto alle molte migliaia che vi vivevano prima dell'offensiva occidentale. In questo edificio risiedono circa 50-60 famiglie, lungo una strada piena di rifiuti e di buchi nell'asfalto nei pressi del centro della città.

"Viviamo in un ghetto", dice Nebojsa, un economista disoccupato che non vuole rivelare il proprio cognome. "La nostra intera vita si svolge in questo appartamento e intorno a questo edificio". Sua moglie racconta che non vede sua madre da sei mesi, nonostante abiti in un villaggio vicino. "Che tipo di vita è mai quando ho bisogno di un soldato che stia al mio fianco per andare a fare la spesa?" dice. "E anche se un soldato mi protegge, gli albanesi non vogliono vendermi le loro merci perché sono serba". Storie simili si possono sentire raccontare in altre zone del Kosovo, ritenuto dai nazionalisti come la culla della cultura e della religione serba. I serbi locali dicono che solo circa 500 di essi sono rimasti nella città orientale di Gjilan, mentre una volta erano 20.000. La maggior parte di essi vive vicino alla chiesa cristiano-ortodossa in un'area protetta da soldati USA. "E' come una delle riserve in cui gli americani mettono gli indiani", dice Zika, un serbo di 48 anni. Dalla piazza centrale si possono sentire migliaia di albanesi del Kosovo che festeggiano, ascoltando la loro musica tradizionale e pronunciando discorsi per esprimere gratitudine al presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e altri leader occidentali per avere messo fine al duro dominio serbo. "E' ancor peggio che in prigione", dice Slavoljub, un altro uomo serbo, mentre ascolta senza emozione. "Almeno lì ci si sente sicuri".


AGGIORNAMENTO: LA "RICERCA" DELLE FOSSE COMUNI IN KOSOVO

Come insegna l'esperienza bosniaca, il lavoro di ricerca delle fosse comuni dopo le guerre è un'opera lunga e complessa, che può essere compiuta in modo completo solo lungo un periodo di anni, sia a livello di raccolta delle testimonianze e dei dati, sia a livello di ricerca effettiva sul terreno. Lo conferma un dato diffuso nei giorni scorsi dal portavoce del Tribunale dell'Aja, Paul Risley, secondo cui dopo la ripresa delle attività con la primavera, sono state raccolte testimonianze attendibili su altre 144 fosse, che vanno ad aggiungersi alle 300 circa sulle quali si prevedeva che i team coordinati dal tribunale avrebbero dovuto lavorare quest'anno. Si tratta di uno sviluppo che ci si poteva attendere, visto che già nell'autunno scorso, mentre erano in corso gli scavi, il numero di siti da indagare è andato costantemente aumentando. Dalla ripresa delle ricerche in aprile, secondo Risley, sono stati "ritrovati centinaia di corpi" in altre 92 fosse individuate e portate alla luce. Si conferma anche l'assoluto disinteresse della "comunità internazionale" per i lavori di ricerca. Dei paesi che avevano promesso verbalmente di inviare loro team finora nessuno ha mantenuto l'impegno, con l'eccezione dell'Austria, della Gran Bretagna e della Svezia, queste ultime due per un breve periodo. In questo momento i team che lavorano continuano a essere solo tre, rispetto ai 14 prima della pausa invernale: oltre agli austriaci, operano anche un team tedesco e uno britannico, ma questi ultimi due non sono stati inviati dai rispettivi paesi, bensì dall'ONU. Brillano per la loro totale assenza Stati Uniti e Italia, i due paesi in cui i media vicini all'estabilishment, od opportunisticamente schierati con quest'ultimo, erano stati più insistenti nella campagna mediatica di disinformazione negazionista sulle vittime della guerra in Kosovo.

(da "Danas", 15 giugno 2000 e AFP, 14 giugno 2000)

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Data: 18-06-2000 Fonte: Notizie Est Archive
Autore: Ana Bardhi





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