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"Milosevic e' caduto. Che Kostov rifletta..."

Data: 14-10-2000 Fonte: "Sega"
Autore: Georgi Gotev

NOTIZIE EST #358 - BULGARIA
14 ottobre 2000


MILOSEVIC E' CADUTO. CHE KOSTOV RIFLETTA...
di Georgi Gotev - ("Sega", 9 ottobre 2000)


[Seguono più sotto brani di un articolo sul raffreddarsi degli entusiasmi della diplomazia bulgara per la NATO]

Da più di dieci anni ormai i bulgari guardano con apprensione agli avvenimenti in Jugoslavia. Gli attacchi aerei della primavera scorsa hanno scosso la società e hanno segnato per l'intera vita generazioni di bulgari. Abbiamo seguito con il fiato sospeso anche lo svolgersi degli eventi dopo le elezioni del 24 settembre. La rivolta popolare senza spargimenti di sangue, il crollo della dittatura e il passaggio pacifico alla democrazia in Jugoslavia hanno avuto fino a oggi tanto successo che davvero si fa fatica a crederci. Non si sono realizzati i tetri scenari, nonostante non vi sia stato nemmeno un ottimista che avesse previsto una rivoluzione coronata da un tale successo. Indipendentemente da cosa il futuro abbia in serbo per la Jugoslavia, il passo più grande è stato compiuto. Possiamo augurare ai popoli del paese nostro vicino, ai quali ci sentiamo tanto vicini, di cercare di evitare i molti errori della nostra transizione. Di non accettare il clientelismo del modello bipolare, di non consentire la criminalizzazione dello stato, di non smantellare tutto tanto per smantellare, di non trasformarsi in un regime fantoccio. E di non farsi fare fessi dai consulenti politici ed economici occidentali del tipo "Alzheimer & Parkinson", che cercano di determinare il livello dei nostri stipendi minimi. Tutto questo è accaduto a Sofia, a Bucarest, a Skopje e a Tirana, senza portare fino a oggi a nulla di buono.

[...] Si sono già fatte sentire voci secondo cui l'occidente inonderà la Jugoslavia di una pioggia d'oro, e questo a nostro scapito. Non suona come una cosa seria. Quando mai su di noi è caduta una pioggia d'oro? Ma l'Occidente semplicemente ha un debito con la Jugoslavia e dovrà pagare per la ricostruzione dei ponti, nonché per la rimozione delle macerie che bloccano il traffico navale lungo il Danubio. Non vi è alcun dubbio che la cancellazione dell'embargo contro la Jugoslavia sia un'ottima notizia per noi, perché le perdite che ne sono conseguite per la nostra economia non sono certo frutto della fantasia. Non vi è nessun dubbio nemmeno che per gli investitori la regione diventerà meno rischiosa, ma anche che la concorrenza diventerà più forte. Perché se ieri un investitore austriaco tastava il terreno per l'apertura di una produzione in Bulgaria, oggi gli può risultare molto più conveniente realizzare il suo progetto, per esempio, in Vojvodina, a soli 300 km. da Vienna. In teoria anche questa è una buona notizia. Dopo tutto, dobbiamo essere in grado di concorrere con i paesi della regione, visto che per la nostra economia è stato fissato l'obiettivo di diventare capace di reggere la concorrenza con l'UE... [...] Con l'entrata in carica di Vojislav Kostunica quale presidente della Jugoslavia, il pretesto per cui il Patto di Stabilità è rimasto letteralmente fermo per più di un anno è venuto a cadere. Questo ambizioso programma, ideato inizialmente come un "secondo piano Marshall", è stato gradualmente ridotto di dimensioni e ridimensionato all'attribuzione di un denominatore unico a progetti già esistenti, finanziati da istituzioni finanziarie internazionali. Un fatto paradossale: quello che era un vero e proprio manifesto pubblicitario del Patto di Stabilità - il ponte Vidin-Kalafat [il secondo ponte sul Danubio, la cui costruzione è prevista non lontano dal confine con la Serbia e destinato a rappresentare un secondo canale di comunicazione tra Bulgaria e Romania, nonché un "corridoio" tra Balcani meridionali ed Europa Centrale - N.d.T.] in una sola notte ha perso la propria importanza strategica come strumento per aggirare la Serbia sconfitta e si è trasformato in un progetto di limitata importanza regionale. Con ogni probabilità si limiterà a contribuire allo sviluppo dei contatti tra due aree povere - la regione di Vidin, in Bulgaria, e la provincia di Mehedinci in Romania, invece che fare da corridoio verso l'Occidente. Perché la via naturale della Bulgaria verso l'Europa passa attraverso la Jugoslavia e il "nostro" vero ponte sul Danubio è sempre stato quello vicino a Novi Sad.

Ora, tuttavia, il Patto di Stabilità dovrà completamente cambiare, e i suoi progetti fondamentali saranno quelli relativi alla Jugoslavia. Da noi in passato si erano sentite voci molto deboli che affermavano la necessità di prendere in considerazione fin dall'inizio progetti in tale senso. La nostra amministrazione, tuttavia, non è pronta per i nuovi sviluppi. Si è creata una situazione, simile all'ammissione, ripetuta ogni anno, che "l'inverno ci ha sorpresi". Analogamente alla Romania, la Bulgaria conta in misura minore sul Patto di Stabilità, perché i due paesi hanno già uno statuto speciale nei confronti dell'UE - hanno firmato degli accordi europei di associazione e stanno conducendo trattative per l'ingresso nell'Unione. Entrambi questi notevoli successi sono stati conquistati in periodi in cui la Jugoslavia era un grande problema per l'Occidente. L'accordo di associazione è entrato in vigore nel 1993, quando erano in pieno corso le guerre di Milosevic in Croazia e in Bosnia, e l'invito ad avviare trattative è arrivato nel dicembre dell'anno scorso, non tanto quanto premio per avere concesso lo spazio aereo alla NATO, quanto piuttosto per il fatto che l'alleanza atlantica potrà contare di nuovo su una tale concessione se ne avrà bisogno. In un modo o nell'altro, Sofia e Bucarest hanno superato negli anni varie prove lungo la strada che porta verso l'UE, prove che gli altri paesi della regione devono ancora affrontare. Ma nell'UE si sono sentite voci autorevoli affermare che di nuovi membri non si deve parlare, prima che gli attuali candidati entrino a fare parte del club. E' noto che della Bulgaria e della Romania si parla ormai come i due paesi più indietro tra i 12 candidati. Tanto che invece dei "sei di Lussemburgo" e dei "sei di Helsinki" si parla dei 10+2. Che colpe hanno mai Zagabria, Skopje e Belgrado, per essere costretti a attendere almeno dieci anni, fino a quando le porte non si apriranno anche per le arretrate Sofia e Bucarest? Sarebbe una cosa senza logica. Per questo l'idea del presidente francese Jacques Chirac di dare sviluppo ai rapporti regionali, che verrà formulata in maniera più chiara il 24 novembre in occasione dell'incontro euro-balcanico ad alto livello che si svolgerà a Zagabria, non dovrebbe dare tranquillità al governo bulgaro e personalmente al premier Kostov. Il presidente croato Stipe Mesic insiste sull'ampliamento del formato della riunione in modo da includere anche la Bulgaria e la Romania. Evidentemente, dietro a tale insistenza c'è Chirac, il quale in questo momento si sente il crociato di una nuova configurazione balcanica.

I legittimi timori di Sofia e Bucarest di fronte a tali esperimenti riguardano la possibilità che il vagone bulgaro e quello romeno potrebbero venire staccati dal rapido per Bruxelles, che trascina dietro di sé la Polonia, la Repubblica Ceca, l'Ungheria, la Slovacchia e la Slovenia, per venire attaccati a un treno balcanico a bassa velocità insieme a stati che fino a poco tempo fa facevano la guerra gli uni contro gli altri. La mancata risoluzione della questione dei visti per i bulgari e i romeni è un ulteriore sintomo del fatto che invece di venire accolti nell'Occidente, verremo incapsulati insieme ai nostri fratelli balcanici. Non è chiara nemmeno la posizione di Kostunica nei confronti della ricreazione sotto un'altra forma, più elastica naturalmente, di una nuova Jugoslavia dalla quale dovrebbero essere lasciate fuori alcune delle repubbliche di un tempo, ma nella quale dovrebbero esserne integrate di altre. Oltretutto con capitale Zagabria. Non è assolutamente chiaro come Belgrado possa vedersi sotto lo stesso denominatore comune con Tirana, che gioiva quando sulla Serbia cadevano le bombe. Non è chiaro nemmeno il ruolo della Turchia in questa futura formazione balcanica, visto che Ankara ha prospettive molto lunghe per l'ammissione all'UE e vorrà giocare un ruolo più attivo in questa associazione che prelude a un'unione. Per questo non sono infondati i timori che il nostro ingresso nell'UE si stia allontanando. Probabilmente verremo compensati con promesse di entrata nella NATO, cosa che è impensabile per la Jugoslavia, ma come consolazione è decisamente debole. Quanto abbiamo scritto sopra non è pessimismo. E' piuttosto un avvertimento alla nostra diplomazia - su cosa dovrà aprire gli occhi nei prossimi giorni e nei prossimi mesi. La caduta di Milosevic è una buona notizia per la Bulgaria, se i politici bulgari saranno all'altezza del nuovo momento storico. Complessivamente, la Bulgaria può e deve trarre vantaggio da questo avvenimento importante per l'Europa e per il mondo. Ma ci sarà un perdente. Si chiama Ivan Kostov. Il nostro premier ormai da ben tre anni gioca con l'Occidente un gioco che ormai non può più continuare così. Sul piano interno, ha fatto quello che voleva, ma poiché è stato ubbidiente per quanto riguarda le questioni militari e strategiche è riuscito a ottenere l'appoggio esterno di cui aveva bisogno. Ciò gli ha consentito di scacciare i grandi investitori esteri, di vendere la nostre aziende a società off-shore, di modificare all'ultimo momento le regole delle vendite all'asta e ancora una grande quantità di cose a favore degli "amici di famiglia" e a danno del suo popolo. Deputati, ministri ed eurodeputati lo hanno messo in guardia, ma la carovana ha continuato a marciare. D'ora in avanti, tuttavia, l'Occidente difficilmente tollererà simili umiliazioni per i propri investitori solo per il bel cielo blu [blu è il colore della SDS, il partito di Ivan Kostov al potere - N.d.T.]. Ben presto sullo schermo del computer portatile del Comandante Ivan Kostov comparirà la scritta "Game Over".
[In un altro commento pubblicato sempre il 9 ottobre dal quotidiano bulgaro "Sega", intitolato "Gli schiaffi diplomatici fanno vacillare Kostov", si rileva come ultimamente dagli ambienti diplomatici esteri stiano provenendo segnali non positivi per il premier bulgaro. L'ambasciatore USA a Sofia, Richard Miles, ha convocato questa estate in maniera ostentata i membri di un gruppo di esperti e intellettuali, tutti legati al Partito Socialista all'opposizione, a forze socialdemocratiche o al partito della minoranza turca e, secondo alcuni partecipanti, durante la riunione si è discusso della possibilità di un governo di coalizione dopo le elezioni politiche della primavera prossima. Lo stesso Miles ha nei giorni scorsi attaccato duramente il governo di Sofia in occasione della scarcerazione di un noto mafioso da parte della giustizia bulgara, accusando indirettamente la Bulgaria di tollerare le strutture criminali. L'UE da parte sua ha rimandato la risoluzione del problema dei visti per i cittadini bulgari che desiderano viaggiare nella zona di Schengen - si tratta di un problema molto sentito a livello popolare, viste, tra le altre cose, le umilianti procedure cui viene sottoposto chiunque desideri varcare il "muro di Schengen". Da tempo il governo bulgaro sbandierava l'imminente cancellazione della necessità dei visti come premio per le riforme messe in atto da Sofia. Ora sembra che la Bulgaria dovrà passare un esame lungo ben quattro anni, e senza garanzie di "promozione" finale, affinché i suoi cittadini possano recarsi nell'UE senza visto e subito è stato fatto trapelare un documento riservato dell'Unione in cui si accusa la Bulgaria di enormi insufficienze nel controllo dei confini e nell'operato della polizia. Anche il governo russo ha attaccato di recente due volte il governo bulgaro: in maniera aspra, quando ad alcuni "businessmen" mafiosi russi con importanti interessi economici in Bulgaria è stato negato il permesso di entrare nel paese; in maniera quasi derisoria, e senza motivi precisi, con l'emissione di un comunicato in cui si rimproverava a Sofia l'eccessiva supinità nei confronti dell'Occidente e la scarsa attenzione per la Russia. Infine, si è aperta una crisi anche con un paese tradizionalmente vicino al governo Kostov come la Turchia, che ha reagito decisamente sopra le righe dopo l'espulsione dal paese, con motivazioni poco chiare (probabilmente il motivo è rappresentato dai legami con il DPS, il partito della minoranza turca) del console turco a Burgas - A. Ferrario]


STANCHI DELLA NATO?
di Ilin Stanev - ("Kapital", 22-28 luglio 2000)


[...] Se la politica [della Bulgaria] nei confronti dell'UE si lascia guidare ormai, più o meno, dal principio TINA ("There Is No Alternative", cioè "non c'è alternativa"), il secondo pilastro della diplomazia bulgara, la NATO, si sta facendo sempre più debole. Due anni dopo l'incontro ad alto livello svoltosi a Madrid nel 1998, quando è stata presa la decisione di espandere la NATO a soli tre altri paesi (Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca), la diplomazia bulgara sta cominciando chiaramente a perdere slancio. Oggi, due anni prima della prossima riunione ad alto livello della NATO che si svolgerà nel 2002, le idee che circolano negli ambienti diplomatici dimostrano un'evidente mancanza di concentrazione. Il Consiglio consultativo per la sicurezza nazionale convocato due settimane fa dal presidente Petar Stojanov per dibattere il tema "L'integrazione della Bulgaria nella NATO - risultati e prospettive" non ha fatto che ripetere stancamente come la Bulgaria non debba perdere lo slancio e debba essere pronta a entrare nella NATO nell'ambito della seconda ondata di espansione, non appena il patto farà pervenire i relativi inviti. Nel corso della seduta del consiglio non è stato fatto alcun tentativo di cercare nuove possibilità per attualizzare la candidatura della Bulgaria. Tra gli stessi diplomatici regna l'insicurezza e la mancanza di attività. All'inizio dell'anno, in una delle rare interviste concesse alla stampa, l'ambasciatore bulgaro presso la NATO, Konstantin Dimitrov, ha dichiarato che la Bulgaria deve prepararsi all'eventualità che non vengano invitati altri paesi o, nel caso maggiore, solo uno, che non sarà certamente la Bulgaria. Il viceministro della difesa, Velizar Salamanov, noto come uno dei più accesi fautori dell'entrata della Bulgaria nella NATO, ha dichiarato apertamente in un'intervista concessa al giornale "Sega" questa settimana, che ora non è il momento di fare analisi, fino a quando non saranno passate le elezioni presidenziali negli USA, dalle quali dipenderà in larga misura la futura politica di Washington. Il presidente Stojanov ha provveduto a chiudere nella maniera più logica il dibattito, dichiarando che stabilire una data precisa per l'integrazione nell'alleanza atlantica potrebbe addirittura avere l'effetto di demotivare il paese.

L'evidente mancanza di entusiasmo riguardo alla NATO può avere diversi motivi. Con l'avvicinarsi delle elezioni politiche dell'anno prossimo, la SDS sta cercando di trovare argomenti che spieghino perché uno dei principali slogan del partito quando è salito al potere, e cioè l'entrata nella NATO, non ha trovato realizzazione pratica. E' evidente che fino all'inizio dell'anno prossimo dal Patto Atlantico non potranno provenire novità favorevoli passibili di essere utilizzate nella campagna elettorale del partito al governo. Per questo anche il ministero degli esteri ha cominciato a togliere dal dibattito il tema della NATO, sostituendolo quasi per intero con i successi, effettivi o presunti, ottenuti nei rapporti con l'Unione Europea.

ESISTE UN'ALTERNATIVA ALLA NATO?
Le stesse relazioni con la NATO stanno rientrando sempre più nella sfera delle iniziative regionali, che vedono la Bulgaria venire identificata quasi per intero con la politica dell'alleanza atlantica per gli interi Balcani. E' vero che proprio la crisi del Kosovo ha reso la Bulgaria visibile al mondo, e addirittura è stata il motivo per una visita di Bill Clinton a Sofia, ma la limitazione della politica estera ai Balcani può giocare brutti scherzi agli interessi a lungo termine della Bulgaria. L'effetto Kosovo non durerà a lungo e, come ha dichiarato Madeleine Albright, "la NATO deve uscire dall'Europa, o rinunciare alle proprie attività" ("Strategic Survey", 1998/99 p. 34). Le priorità a lungo termine degli USA riguardano il Medio Oriente, il Golfo Persico e l'Asia Centrale, un fatto che rischia di cancellare completamente i Balcani dalle priorità della NATO. Probabilmente è proprio in relazione a questi aspetti che l'ambasciatore della Bulgaria presso il Patto Atlantico, Konstantin Dimitrov, ha dichiarato che la Bulgaria deve collaborare alla sicurezza e alla stabilità della regione del Mar Nero. Per ora tuttavia non è stato ancora chiarito quali possono essere i passi della diplomazia bulgara in tale direzione, e se in generale esiste una visione strategica riguardo a cosa debba intraprendere Sofia per non rimanere insignita unicamente del titolo di "candidato membro con buone prospettive". La crisi del Kosovo è stata il biglietto da visita della Bulgaria per l'UE, ma difficilmente ci sarà un'altra possibilità simile. Nel contesto della tesi diffusa secondo cui non vi sarà in tempi brevi una nuova espansione della NATO, o addirittura non ve ne sarà mai una, il riorientamento delle strutture di difesa europee sembra farsi attraente. Ciò a prima vista sembrerebbe in armonia con l'interesse fondamentale della Bulgaria a essere integrata nell'UE e un proseguimento naturale dell'integrazione politica e diplomatica. Aiuterebbe inoltre a fare scendere la tensione tra gli USA e la Russia, che trova in parte origine nelle idee di espandere il Patto Atlantico. Tali ragionamenti, tuttavia, non prendono in considerazione l'impossibilità per l'UE di sviluppare già nei prossimi anni una struttura militare in grado di agire e che dovrà invece continuare a fare affidamento sulla logistica americana, ovvero sulle cosiddete Forze Congiunte Combinate (CJTF). La reazione della Turchia, che rimane al di fuori dell'UE e di conseguenza dal nuovo sistema di sicurezza europeo, viene anch'essa presa raramente in considerazione. E Ankara è la maggiore forza armata europea membro della NATO. Così, in un modo o nell'altro, la NATO rimane l'organo fondamentale della coordinazione delle politiche estere degli USA e dell'Europa e il fatto che la Bulgaria non sarà al suo interno metterà Sofia nel ruolo di soggetto passivo, invece che di fattore all'interno delle sfere alle quali è interessata. [...]

(titolo di "Notizie Est")


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Data: 14-10-2000 Fonte: "Sega"
Autore: Georgi Gotev





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