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Il petrolio e le geostrategie

Data: 24-06-2002 Fonte: "Kapital"
Autore: Ljupco Zikov

N.E. BALCANI #571 - RUSSIA/BALCANI
24 giugno 2002


IL PETROLIO E LE GEOSTRATEGIE
di Ljupco Zikov - ("Kapital" [Skopje], 13 giugno 2002)

[Vi ricordate delle teorie, che hanno avuto una larghissima circolazione durante e dopo la guerra del 1999, secondo cui i bombardamenti della NATO avrebbero mirato a creare un controllo dell'Occidente sui corridoi petroliferi che dal Mar Caspio portano all'Adriatico, estromettendone in particolare la Russia? A tre anni di distanza la situazione nei Balcani sembra essere esattamente opposta. A parte il fatto che i famosi "corridoi" sono ancora lungi dall'essere realizzati, tra le altre cose anche per l'instabilità della regione durante e dopo la guerra, la Russia in realtà sembra proprio essere posizionata nel modo migliore per un controllo complessivo delle infrastrutture energetiche dei Balcani. Come scrive l'articolo che riportiamo qui sotto, il dopo 11 settembre ha dato senz'altro grande impulso al rafforzamento della Russia nel settore petrolifero, ma nei Balcani l'attuale posizione di Mosca è frutto di una strategia messa in atto concretamente già da molto prima degli attentati dell'anno scorso, soprattutto in Bulgaria, Grecia e Macedonia, paese, quest'ultimo, considerato esplicitamente dalla Russia come un trampolino per l'intera ex Jugoslavia. La guerra del 1999, una guerra di massacri e distruzioni, è stata sul fronte mediatico e politico anche una guerra di luoghi comuni. Quello delle teorie complottistiche (e semplicistiche) sui corridoi si aggiunge alla già lunga lista dei luoghi comuni smentiti dai fatti - A. Ferrario]

Il settimanale economico di Zagabria "Poslovni Tjednik" ha scritto in questi giorni che "il nuovo rapporto di forze in Europa avrà ricadute più che concrete per la Croazia, come si può riscontrare dall'aumentato interesse della Russia per l'industria petrolifera e petrolchimica del paese e il raggiungimento, molto probabile, da parte di Mosca di un controllo proprietario generale su buona parte del settore petrolifero della regione nel suo complesso: dall'Ungheria alla Slovenia, fino alla Grecia e alla Macedonia". "Kapital" ha scritto nelle ultime settimane che il gigante petrolifero LUKoil assumerà di fatto dal prossimo mese la direzione della compagnia petrolifera greca Hellenic Petroleum. Sono tutti processi che si stanno verificando in parallelo nella regione e che in sostanza sono un riflesso dell'importante posizionamento della Russia per un ingresso nel settore petrolifero dei Balcani, nel quale a medio termine rimarrà in pratica l'unico attore importante. La LUKoil non ha intenzione di fermarsi a Skopje. E' già stata presa la decisione che la Hellenic Petroleum (LUKoil) farà proseguire i suoi condotti da Skopje fino al Kosovo e alla Serbia meridionale. Poiché il contratto per il prolungamento dell'oleodotto verrà firmato dai greci con l'amministrazione civile dell'UNMIK a Pristina, non è ancora chiaro come i politici kosovari accoglieranno la presenza petrolifera dei russi. I rappresentanti della LUKoil hanno dichiarato recentemente che per loro la Macedonia, la Serbia e il Montenegro sono interessanti solo come mercati sui quali la compagnia russa intende vendere derivati pronti prodotti dalla Neftohim (la raffineria di Burgas, in Bulgaria, sotto il controllo della stessa LUKoil), così come da una raffineria in Romania ed eventualmente dalle raffinerie statali della Grecia, che presto saranno sotto il controllo congiunto di greci e russi. Gli esperti affermano inoltre che, nell'ambito di tale contesto, la LUKoil in Macedonia porrà l'accento del suo interesse sulla maggiore compagnia di distribuzione del paese, la Makpetrol, cosa che implica un suo acquisto o qualche tipo di collaborazione di quest'ultima con i russi della LUKoil.

L'agenzia americana per le analisi geostrategiche "Stratfor" scrive che la combinazione tra il sostegno politico americano, il controllo delle vie di rifornimento che portano alle raffinerie locali, nonché l'accesso al mercato mediterraneo, dà alle compagnie russe un vantaggio naturale nell'acquisto delle compagnie petrolifere della regione. Oltre alla croata INA, vanno menzionate anche la raffineria bosniaca di Bosanski Brod, due raffinerie serbe (a Novi Sad e a Pancevo), nonché le catene di distribuzione come la serba Beopetrol e la bosniaca Energopetrol, la compagnia petrolifera slovena Petrol e, in un futuro un po' più lontano, forse addirittura anche l'ungherese Mol e l'austriaca OMV. Quando un mese fa l'operatore dell'oleodotto adriatico Janaf e la Transfert, il gigante statale russo che controlla migliaia di chilometri di oleodotti, hanno firmato un accordo per il progetto "DruzbAdria", in Croazia il fatto è stato accolto come una nuova buona notizia proveniente dal mondo del business. Secondo le valutazioni di alcuni influenti esperti strategici, il progetto "DruzbAdria" è l'elemento chiave di una delle più fantasiose favole del 21° secolo, il ritorno della Russia nel mondo occidentale.

COSA CI GUADAGNANO LA RUSSIA E VLADIMIR PUTIN
Le compagnie russe otterranno una piena dominazione, in termini di forniture di petrolio grezzo, sui mercati dei paesi collegati all'Oleodotto adriatico o che gravitano intorno a esso, tra i quali vi sono la Croazia, l'Ungheria, la Slovenia, la Bosnia-Erzegovina, la Serbia e il Montenegro. Alle compagnie private russe si aprirà un nuovo percorso di esportazione, le cui capacità di trasporto passeranno dagli iniziali 90.000 barili al giorno a 275.000 barili al giorno, una cosa che aprirà loro il mercato dell'Europa Occidentale. Ciò consentirà loro di aumentare continuamente la propria quota di mercato globale e di conseguenza anche le entrate di valuta pregiata, migliorando così la sempre risicatissima bilancia dei pagamenti russa, la cui voce più consistente è proprio quella delle entrate generate dalle esportazioni di petrolio e gas metano.

IL PIENO SOSTEGNO AMERICANO
Gli sviluppi successivi agli attacchi terroristici contro il World Trade Center dell'11 settembre dell'anno scorso hanno creato un contesto politico favorevole a una tale evoluzione. Gli esperti della "Stratfor" ritengono che l'accordo per "DruzbAdria",vecchio di alcuni anni, si sia mosso dal punto morto in cui si era venuto a trovare proprio nel momento in cui è stata neutralizzata la tacita opposizione americana al progetto. Secondo la "Stratfor" gli alleati degli americani nella regione - Ungheria e Croazia - si trovavano nella posizione di fermare qualsiasi accordo. In tale contesto è comunque interessante notare che il progresso chiave verso la realizzazione del progetto è stato raggiunto in occasione della visita del presidente croato Stipe Mjesic in Russia, nell'aprile di quest'anno. Quali sono i motivi di questo cambiamento di atteggiamento? I motivi sono svaraiti: in primo luogo il fatto che gli americani hanno ottenuto quello che volevano. Si tratta del bacino del Caspio, il terzo giacimento di petrolio del mondo. In tale regione sono riusciti a realizzare il progetto per il costoso e tecnicamente oneroso oleodotto che passa attraverso la Georgia e la Turchia (la linea Baku-Ceyhan), che aggira la Russia ed è indipendente da quest'ultima. Il secondo motivo è il disgelo globale nei rapporti tra gli ex nemici della guerra fredda, verificatosi dopo l'11 settembre. Il presidente russo Putin è stato il primo capo di stato che ha chiamato George Bush per esprimergli il proprio sostegno dopo gli attacchi contro le torri gemelle. Mentre Bush stava volando sulla Florida nell'Airforce 1, Putin ha promesso che non avrebbe aumentato il grado di allarme delle forze russe, indipendentemente dal fatto che le forze americane in quel momento fossero al più alto grado di allarme. Questo disgelo nei rapporti è culminato con l'accordo per il disarmo nucleare, l'entrata come membro associato della Russia nella NATO e la nuova retorica in virtù della quale la Russia è diventata un alleato e Putin un amico.

UN INTERESSE COMUNE: IL PETROLIO
Gli americani vogliono diminuire la dipendenza dell'Occidente dal petrolio medorientale. Sebbene finora sia stato un alleato fedele degli USA, Bush non è sicuro di come reagirebbe Ryad ai previsti attacchi americani contro l'Iraq, mirati a fare cadere Saddam Hussein. La possibilità di una nuova crisi petrolifera, con un balzo del pezzo del petrolio fino a un livello al di sopra del quale potrebbe essere minacciata la ripresa mondiale, non può essere esclusa a priori. Per questo Bush cerca soluzioni per diminuire la dipendenza delle economie occidentali dal petrolio dell'OPEC. La Russia è la soluzione più logica. Gli americani la hanno incoraggiata a intensificare in maniera più aggressiva le esportazioni di petrolio greggio. Tutto questo, naturalmente, coincide con i piani russi di riconquistare la posizione di leader sul mercato mondiale, che una volta era dell'Unione Sovietica, la quale verso la metà degli anni '80 produceva più di 12 milioni di barili di petrolio al giorno. Le più grandi compagnie russe sono riuscite a consolidarsi sotto la guida dei nuovi proprietari e hanno cominciato a espandersi. La produzione è cresciuta fino a 8 milioni di barili al giorno e continua ad aumentare. La compagnia russa meglio gestita, cioè la Jukos, che è la seconda in ordine di grandezza, l'anno scorso ha aumentato la propria produzione del 20%. Aumenti di entità simile sono stati conseguiti, o vengono annunciati per quest'anno, anche da altre compagnie, ivi inclusa quella più grande, la LUKoil (il cui valore di mercato ammontava, alla fine di aprile, a 14,5 miliardi di dollari). Di questo gruppo fanno parte anche la TNK e la Sibneft, indipendentemente dalle limitazioni che il governo russo ha accettato in seguito alle pressioni esercitate dall'OPEC. Mihail Kasjanov, il premier russo, ha dichiarato in questi giorni che la Russia non rispetterà le limitazioni richieste dall'OPEC. Mentre l'OPEC vuole mantenere il petrolio a un livello di 22-28 dollari per barile, i russi voglio un livello di 20-25 dollari. Si tratta di un favore a Bush e all'UE, che attualmente hanno bisogno di un petrolio relativamente a buon prezzo al fine di stimolare l'uscita delle loro economie dalla recessione. Kasjanov ha dichiarato di ritenere che un prezzo di 28 dollari sarebbe eccessivamente alto, dato che inciderebbe negativamente sulla domanda mondiale. Si tratta di una dichiarazione logica, se si tiene conto che viene da qualcuno che sta lottando per conquistare la maggiore quota del mercato. L'OPEC, naturalmente, potrebbe sostenere una guerra dei prezzi, ma gli esperti ritengono che la Russia sia pronta ad accettare una tale sfida, visto che la sua bilancia dei pagamenti dipende in misura decisamente minore dalle esportazioni di petrolio, rispetto a quanto non sia invece per la maggior parte dei paesi arabi, i cui redditi generati dal petrolio raggiungono fino all'80% delle entrate complessive.

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Data: 24-06-2002 Fonte: "Kapital"
Autore: Ljupco Zikov





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