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"I giorni decisivi"
| Data: 02-10-2001 | | Fonte: "Sega" |
| Autore: Georgi Gotev |
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NOTIZIE EST #478 - MACEDONIA
2 ottobre 2001
I GIORNI DECISIVI
di Georgi Gotev - ("Sega" [Sofia], 1 ottobre 2001)
Nonostante gli attentati negli USA abbiano messo costantemente nell'ombra la crisi in Macedonia, il conflitto in atto in tale paese non si è per nulla placato. E' semplicemente entrato in una nuova fase, mentre le due parti antagoniste cercano di trarre il massimo vantaggio dal cambiamento di prospettiva della comunità internazionale riguardo al terrorismo. Cosa è accaduto nelle ultime settimane in Macedonia? E' terminata l'operazione "Mietitura indispensabile". Il segretario generale della NATO si è recato a Skopje per celebrare solennemente il completamento del piano - sono state raccolte 3.875 armi, una cifra che supera l'obiettivo di 3.300 unità di armi da raccogliere, prefissato dalla NATO. Rimane la questione di quale sia il numero reale delle armi che erano in mano agli albanesi e se nel corso delle operazioni non sia stato introdotto da oltre confine un numero di armi maggiore di quelle raccolte. Ma per ora gli "estremisti" albanesi (secondo la Reuters e il Consiglio d'Europa non sono "terroristi") hanno dato prova di comportarsi bene. Nei fatti sono stati presi dal panico conseguente al timore che dopo gli attentati negli USA l'Occidente avrebbe potuto cambiare il proprio atteggiamento nei loro conforonti, motivo per cui si sono mostrati molto ragionevoli e costruttivi. L'ultima notizia della settimana scorsa è stata quella dello scioglimento dell'UCK. Chi ci vuole credere lo creda. In ogni caso, quando hanno dichiarato tale scioglimento, si sono preoccupati di indossare giacca e cravatta, lasciando per la prima volta da parte le uniformi mimetiche. Contemporaneamente, in seguito a trattative, è stato deciso come sarà la nuova missione della NATO dopo la "mietitura". Skoppje aveva insistito affinché la missione fosse meno numerossa e con un mandato più breve, cercando di trarre vantaggio dalla situazione e di fare sì che le forze governative possano riprendere il controllo delle aree che l'UCK ormai considera come proprie. Skopje teme che una grande missione della NATO potrebbe sotrarre le funzioni di polizia al ministero degli interni, cementando di fatto una divisione del paese. La NATO ha effettivamente insistito per una missione più numerosa, ma a causa del possibile attacco collettivo dell'alleanza nell'ambito dell'operazione antiterroristica "Libertà durevole", alla fine ha accettato una variante vicina alle richieste della parte macedone (o dei "nazionalisti macedoni", come ormai li chiama la Reuters) - un numero di soldati pari a 1.000 (Skopje insisteva per un massimo di 700 uomini) e un mandato di 3 mesi, che potrà essere prolungato stante un accordo tra la NATO e il governo macedone. La missione si chiama "Volpe d'ambra". Il dilemma che la NATO si trova ad affrontare non è di facile soluzione. I casi sono due: o l'alleanza riuscirà a imporsi contemporaneamente ai leader dell'UCK, esortandoli alla moderazione, e al governo, che deve ancora mettere in atto le riforme costituzionali promesse a Ohrid, oppure vi sarà la guerra civile. Un nuovo eventuale conflitto armato dimostrerebbe tuttavia che l'intera operazione "Mietitura indispensabile" è stata polvere gettata negli occhi del mondo, perché gli estremisti albanesi evidentemente non spareranno con pistole-giocattolo. L'onta sarebbe totale e le dimissioni del capo della NATO George Robertson non sarebbero sufficienti per lavarla.
Le autorità macedoni negli ultimi tempi si sentono in una posizione di forza. Per loro è fondamentale il ritorno degli sfollati macedoni nelle aree a popolazione mista. Solo così potrà essere cambiata l'attuale situazione - in seguito alla pulizia etnica il paese è nei fatti diviso in due. Se tale obiettivo verrà conseguito e per la garanzia della tranquillità saranno sufficienti le forze di polizia, l'esercito potrà ridisporsi lungo i confini con l'Albania e il Kosovo, invece di esssere concentrato intorno alla capitale. Quando sarà così, la Macedonia assomiglierà di nuovo a uno stato normale e non sarà minacciata dall'introduzione delle riforme concordate a Ohrid. Il ministro della difesa Vlado Buckovski ha dichiarato che entro la fine di questa settimana avrà inizio l'operazione di ritorno delle forze di sicurezza macedoni nelle aree di crisi. Secondo il piano le forze di polizia dovrebbero entrare nelle aree a rischio subito dopo l'arrivo nel paese delle nuove forze della NATO nell'ambito della nuova missione. Prima di ciò, tuttavia, nelle stesse aree entreranno gli osservatori dell'OSCE e dell'UE, nonché gli ufficiali di collegamento della NATO. Il piano per l'operazione di ritorno delle forze di polizia nella zona di crisi è stato presentato dal presidente Boris Trajkovski durante la seduta del Consiglio di sicurezza nazionale ed è stato approvato dai suoi membri. In tale piano i villaggi delle aree a rischio sono divisi in gruppi: i più sicuri, quelli mediamente sicuri e i più pericolosi. Si prevede che i contingenti di polizia che entreranno nei villaggi a popolazione mista saranno anch'essi misti. Alcuni giorni fa ha fatto il proprio ingresso nel centro di addestramento dei quadri del ministero degli interni, nel villaggio di Idrizovo presso Skopje, il primo gruppo di 100 albanesi che cominceranno a lavorare nella polizia macedone. L'addestramento avviene in conformità all'accordo di Ohrid e verrà diretto da 22 istruttori americani. Il portavoce della polizia ha spiegato che, al fine di evitare incidenti, gli osservatori internazionali entreranno nelle aree di crisi prima della polizia, nelle cui fila vi saranno albanesi. Fino a qui tutto sembra piuttosto ottimistico. L'Occidente tuttavia ritiene che l'operazione pianificata dal governo per il ripristino del potere centrale nelle aree di crisi sia troppo affrettata. Si è giunti così a una disputa simile a quella classica su cosa venga prima: l'uovo o la gallina. Secondo Skopje, il ritorno della polizia nelle aree a rischio è una condizione indispensabile affinché il parlamento possa approvare le riforme costituzionali all'inizio di ottobre. L'Occidente vuole che le cose avvengano nell'ordine inverso. E' un fatto che il piano di Ohrid non menziona la questione del nesso tra il ripristino del potere statale sui territori conquistati dall'UCK e le riforme costituzionali. Skopje spera che l'intera operazione giunga a compimento prima di Natale e che gli sfollati possano trascorrere le festitivtà nelle loro case. Ma secondo le previsioni occidentali, la fretta dei macedoni potrebbe mandare in frantumi la fragile tregua e devono innanzitutto essere messe in atto le riforme e l'amnistia per l'UCK. Il leader dell'UCK, Ahmeti, ha avvisato i "nazionalisti macedoni" di non proseguire con i loro tentativi di annacquare le riforme costituzionali prima che vengano approvate dal parlamento. "Sarebbe come se noi chiedessimo la restituzione delle nostre armi, cosa che è impossibile. L'accordo di pace, quindi, non può essere modificato", ha sottolineato. Lunedì scorso il parlamento ha approvato alla prima lettura 15 modifiche della costituzione, ma senza avvicinarsi alla maggioranza dei due terzi necessaria per la ratifica delle modifiche al dettato costituzionale. Oltre a ciò, il parlamento ha preso la sua decisione dopo dieci giorni di dibattiti sui dettagli meno appariscenti delle modifiche, prima di esprimere un voto. Questi "sottili emendamenti" cambiano in maniera significativa i testi ai quali aspirano gli albanesi e, in più, l'idea di organizzare un referendum sulle modifiche sotituzionali potrebbe sabotare l'intero processo di pace e portare il paese alla guerra civile, ritengono molti osservatori. Anche il problema dell'amnistia è una bomba a scoppio ritardato. L'UCK ha consegnato le armi alla NATO, e non alle forze macedoni, perché non ha fiducia in queste ultime, ha ricordato recentemente un esperto occidentale. Ma la NATO non può svolgere eternamente il ruolo dell'arbitro. In parlamento, oltre ai deputati dei due partiti albanesi, assolutamente nessuno è pronto a dare l'amnistia ai membri dell'UCK (perlomeno nei modi che si prefigurano questi ultimi). I "nazionalisti" macedoni vogliono che la questione di una "eventuale amnistia" venga messa in collegamento con l'approvazione di una Legge per la collaborazione con il Tribunale dell'Aia, che dovrebbe regolare le modalità di raccolta delle prove e di conduzione delle accuse contro le persone sospettate di avere compiuto crimini contro l'umanità. L'Occidente, naturalmente, dispone di modi per legare le mani dei governanti di Skopje. Nella sua ultima dichiarazione prima che diventasse nota la sua sostituzione con l'ex ministro degli esteri tedesco, Klaus Kinkel, l'inviato dell'UE per la Macedonia, Francois Leotard, ha affermato che se il parlamento macedone non voterà l'accordo politico tra i partiti albanesi e quelli macedoni, il paese non riceverà gli aiuti finanziari dall'UE. Poco dopo di ciò si è fatta sentire la voce russa. Mosca è rponta ad offrire alla Macedonia il proprio sostegno per superare la crisi, ha dichiarato il ministro degli esteri Igor Ivanov in una conversazione telefonica con il presidente della Macedonia Boris Trajkovski, riferisce la ITAR-TASS.
Cosa succederà da qui in avanti? L'Occidente non può permettersi il lusso dello scoppio di una guerra civile. Le pressioni su Skopje e sui vertici dell'UCK affinché mettano in atto gli accordi di Ohrid saranno molto forti. Il governo di Skopje ha una chance per salvare l'unità del paese e non deve sciuparla. L'UCK si trova in posizione perdente, a meno che non si evolva nella direzione di una forza politica responsabile. Vi sono indizi in tal senso - l'obiettivo è quello di fare partecipare il nuovo partito alle elezioni parlamentari in Macedonia e di mettere così nell'ombra i due attuali partiti albanesi. Il grande problema sarà quello di quando si svolgeranno le elezioni parlamentari [gli accordi di Ohrid prevedono che si tengano entro la fine di gennaio, ma corre voce che verranno rimandate a maggio o addirittura all'autunno del 2002 - N.d.T.]. Il ruolo della Bulgaria, che negli ultimi mesi è decisamente passiva, non sarà poi tanto grande. Il nostro paese inviterà l'Ocidente a essere più generoso con la Macedonia e con la regione in generale. Tutto questo tuttavia difficilmente commuoverà gli investitori, che non amano assolutamente fare esperimenti in zone a rischio.
| Data: 02-10-2001 | | Fonte: "Sega" |
| Autore: Georgi Gotev |
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