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"Guerra del Kosovo: dietro le quinte della diplomazia"

Data: 20-07-1999 Fonte: "Liberation"
Autore: Pierre Haski e altri

NOTIZIE EST #257 - JUGOSLAVIA/KOSOVO
20 luglio 1999

GUERRA DEL KOSOVO: DIETRO LE QUINTE DELLA DIPLOMAZIA
di Pierre Haski, con il contributo di Eric Jozsef, Lorraine Millot e Francois Sergent - ("Liberation", 1 luglio 1999)


Ogni giorno, o quasi, durante la guerra in Kosovo, si sono ritrovati al telefono, in quattro o in cinque. I ministri degli esteri di tutti i principali paesi dell'Alleanza atlantica impegnati in questo conflitto - Germania, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Italia -, hanno guidato il versante diplomatico di questa grande crisi di fine secolo.

Questa concertazione per teleconferenza, di cui Joschka Fischer, capo della diplomazia tedesca, rivendica la paternità, accompagnata da centinaia di altri contatti bilaterali e da svariati incontri a Bruxelles, Bonn e Washington, rappresenta, sia nella metodologia che nella sua essenza, una vera e propria "prima". Ha reso possibile un eccezionale grado di unità tra i paesi dell'Alleanza e la facilità dell'"invenzione" di un'uscita dalla crisi politica in relativo buon ordine, Russia compresa. Essa ha segnato, inoltre, l'emergere di un "nucleo duro" degli europei, impegnati sia sul piano politico che su quello militare, riuscendo così più di una volta a incidere sul corso degli avvenimenti.

"Il vero nodo della conduzione della questione è stato questo contatto quotidiano dei cinque ministri. Abbiamo discusso in maniera aperta. Non si trattava di punti di vista nazionali che si affrontavano a vicenda, si è creata una vera dinamica. E' stata un'esperienza diplomatica e umana rara, che noi cercheremo di fare durare", ha confidato a Liberation Hubert Vedrine, capo della diplomazia francese.

Questi tre mesi dimostrano inoltre che sebbene gli Stati Uniti svolgano un ruolo militare preponderante, non solo per i mezzi di cui dispongono, ma anche per il loro controllo assoluto della NATO, le cose sono andate diversamente sul piano diplomatico. L'esito del conflitto porta, infatti, il segno dell'approccio europeo - il ricorso all'ONU, l'accordo con i russi, la rivendicazione da parte dell'Unione Europea del posto di amministratore civile del Kosovo... - nonché quello delle forti concessioni americane.

Hubert Vedrine, la cui relazione con "Madeleine" (Albright) è molto buona, ci tiene a sottolineare questo ruolo degli europei: "Abbiamo visto funzionare quattro grandi diplomazie nazionali europee eccezionalmente coordinate, eccezionalmente coerenti, anche se su ogni soggetto, all'inizio, vi era una grande varietà di analisi e di reazioni. Ma noi siamo riusciti, a ogni tappa, a farle convergere. Ciò ha sempre coinciso con una coordinazione più incisiva di quanta ne abbia mai vista presso la diplomazia americana. Anche con la diplomazia russa non sono mai stati interrotti i fili. Ma non è la diplomazia europea nel senso dei trattati, non sono i meccanismi della Pesc (Politica estera e di sicurezza comune dell'UE), sono le grandi diplomazie europee".

Il rapporto di forza Europa-Stati Uniti ha tuttavia segnato tutti gli spiriti. A partire dalla fine dei bombardamenti, nella cerchia del cancelliere Gerhardt Schroder si diceva che uno dei grandi interrogativi dei tedeschi durante tutto il corso del conflitto è stato: "Quando gli americani faranno entrare in gioco Richard Holbrooke?". Questo diplomatico americano è stato colui che ha partorito gli accordi di Dayton sulla Bosnia nel 1995... Un obiettivo essenziale della diplomazia tedesca è stato quello di giungere a una soluzione con gli europei, senza dovere dipendere ancora una volta dal bulldozer americano. Perfino a Londra, così tradizionalmente pronta a esibire le sue "relazioni speciali" con Washington, un diplomatico si vanta del fatto che, "buon britannico, Blair è stato anche un buon europeo". Londra ha addirittura spesso "preceduto" gli americani, approfittando delle debolezze e delle esitazioni di Bill Clinton.

Questo lavoro diplomatico non è cominciato il 24 marzo con i bombardamenti della NATO. Il Gruppo di contatto sulla ex Jugoslavia, che riunisce i cinque paesi già citati più la Russia, è stato attivo rispetto al Kosovo fin dall'inizio del 1998. "La scelta iniziale, nella primavera del 1998", ricorda Hubert Vedrine, "è stata: ci si impegna davvero, con la volontà di andare fino in fondo, oppure si tratterà questo problema come qualcosa di deplorabile, che si cerca di circoscrivere?...". La decisione di entrare in gioco è stata presa fin dalla prima riunione, un passo messo in moto da Hubert Vedrine e dal suo omologo tedesco dell'epoca, Klaus Kinkel. I due uomini avevano scritto già nel novembre 1997 una lettera comune a Slobodan Milosevic, chiedendo un alto livello di autoamministrazione" per la provincia a maggioranza albanese.

Il Gruppo di Contatto non ha sempre fatto gli interessi degli americani. "Albright si innervosisce sempre quando arriva a una riunione e gli europei sono d'accordo tra di loro", osserva un responsabile europeo. E' avvenuto così all'inizio del 1998. A partire da allora, il segretario di stato USA tenta di evitare il Gruppo di contatto, che ritiene troppo d'impaccio, e preferisce rivolgersi singolarmente agli uni e agli altri. "Reticenze imperiali", ironizza questo responsabile. Ma la dinamica del gruppo riprende quota, se non altro per consentire ad Albright di "inquadrare" meglio Richard Holbrooke, l'emissario americano del quale lei diffida...

A partire dalla messa in moto del gruppo, si pone la questione del ricorso alla forza. "Dal marzo 1998 abbiamo adottato delle sanzioni contro Belgrado e ci siamo domandati: cosa faremo, se non funziona?", precisa il ministro francese. Nel mese di maggio 1998, la Francia e la Gran Bretagna propongono di mettere allo studio dei piani di azione militare "credibili" all'interno della NATO. Nell'ottobre 1998, quando Richard Holbrooke era pronto a consegnare a Slobodan Milosevic un ultimatum accompagnato da una minaccia di attacchi aerei in caso di rifiuto, la decisione è stata presa a Parigi, da Lionel Jospin e Jacques Chirac: in caso di insuccesso, ci sarebbe stata un'azione militare. Della stessa opinione erano anche gli altri paesi del Gruppo di contatto. Il 13 ottobre, il Consiglio atlantico adotta l'"activation order" per degli attacchi limitati e comincia a preparare la "fase 0" della campagna. L'iniziativa Holbrooke sfocia in un accordo che non durerà: la minaccia delle armi viene allontanata per un po' di tempo. Nei primi giorni del gennaio '99, francesi e britannici lanciano l'iniziativa dell'incontro a occhi chiusi a Rambouillet, sapendo che rischiavano un fallimento e quindi di non avere altro che la sola opzione militare per fare cedere Belgrado. Il 20 gennaio, Hubert Vedrine scrive quanto segue a Jacques Chirac e a Lionel Jospin: "Se non si raggiungerà un compromesso politico negoziato, bisognerà imporre con la forza un protettorato in Kosovo oppure rassegnarci al caos che comporterebbe un'indipendenza non controllata". Rambouillet sfocia in un'impasse. Il 24 marzo, le prime bombe della NATO cadono sulla Jugoslavia.

Il meccanismo a cinque si mette subito in moto e le conversazioni quotidiane diventano molto rapidamente il luogo di definizione della politica comune. Il forum ha rivelato sia il carattere, che gli imperativi politici dei partecipanti. Così, Madeleine Albright è stata spesso oggetto di numerose critiche indirizzate verso gli Stati Uniti. Tutto questo si è ben presto tradotto nelle teleconferenze: "Diventava autoritaria: 'vi chiamo perché bisogna che si parli con una sola voce. Sono venuta a sapere che riceverete Untel, cosa direte?' Succedeva così quando veniva attaccata, o quando non era sicura di Clinton, che non è mai stato entusiasta dell'uso della forza", si ricorda un responsabile europeo. Ma, come nota Hubert Vedrine, "siamo stati sufficientemente al corrente dei problemi interni degli uni degli altri per integrarli nella nostra gestione della crisi..."

Il 3 aprile, meno di due settimane dopo l'inizio degli attacchi aerei, quando i cinque ministri si sono ritrovati per la loro teleconferenza, Milosevic ha fatto un'offerta di tregua. Albright chiede una concertazione: "Troppo tardi", le risponde un Vedrine contrariato, "il portavoce della Casa Bianca la ha già rifiutata, cosa che trovo fuori luogo". Albright rimane stupefatta, poi deve ammettere: non era al corrente della reazione della Casa Bianca... La discussione comincia: il ministro francese suggerisce ai suoi colleghi di dare un 'significato politico' a questo rifiuto e di spiegarne i motivi. Fischer domanda quali... Da questo brainstorming di cinque ministri sono uscite le "cinque condizioni" della NATO a Milosevic, che saranno la base dei principi per uscire dalla crisi, dai quali gli occidentali, e successivamente la Russia, non si discosteranno più: cessazione delle repressioni, ritiro verificabile delle truppe serbe dal Kosovo, ritorno dei rifugiati, messa in atto dell'autonomia prevista a Rambouillet, dispiegamento di una "forza di sicurezza internazionale" (evoluzione semantica, non si parla più della sola NATO).

Una volta definita la dottrina, si pone immediatamente, a partire dall'inizio di aprile, la questione del quadro in cui inserirla. In altri termini, il ritorno nel grembo delle Nazioni Unite, brutalmente scavalcate all'inizio della fase militare, o, inversamente, il perseguimento di una linea "tutta NATO", originariamente preferita da Washington. Si svilupperanno in parallelo due dibattiti: da un lato, la riflessione immediata su un'uscita dalla guerra del Kosovo, dall'altra la preparazione del summit per i 50 anni della NATO, previsto a fine aprile a Washington, e la definizione di un nuovo contesto strategico dell'Alleanza. In questo ultimo negoziato, i francesi si battono da mesi per mantenere il riferimento all'ONU nei testi di Washington, rasentando costantemente la crisi con gli Stati Uniti.

12 aprile: una riunione dei ministri degli esteri dell'alleanza atlantica è prevista a Bruxelles. Qualche giorno prima, Albright ha indicato ai suoi colleghi europei che si parlerà dell'avvenire e delle "cinque condizioni" definite qualche tempo prima. Il ministro francese la interrompe: "Madeleine, se lei parla delle condizioni politiche future per la NATO, sarò obbligato a dire che ciò dovrà passare per una soluzione del Consiglio di sicurezza". Albright risponde: "Di nuovo la stessa storia, se continuate, non verrò". Vedrine minaccia di fare altrettanto... La discussione appiana la divergenza e la riunione si svolge senza ostacoli. E' in questo momento che gli Stati Uniti accettano la domanda, non solo francese, ma europea, di tentare di passare per una risoluzione del Consiglio di sicurezza per uscire dalla crisi. Gli europei, che avevano accettato di scatenare gli attacchi senza il semaforo verde dell'ONU - "Bisogna che resti un'eccezione", dicono a Parigi - volevano a ogni costo tentare di rimettere in gioco l'organizzazione mondiale. Gli Stati Uniti vi si sono rassegnati, se non altro per salvare l'unità dell'Alleanza alla vigilia del summit dei 50 anni.

Al summit, il 25 e il 26 aprile, la Francia otterrà senza troppi problemi i riferimenti desiderati alle Nazioni Unite, una "grande vittoria", come ha dichiarato enfaticamente Jacques Chirac nell'indifferenza generale. Il dibattito infatti si era già largamente svolto in precedenza.

A Washington si è verificato un altro scontro: britannici e americani si sono affrontati sull'intervento di terra. Tony Blair ne ha fatto il suo cavallo di battaglia e ha tentato, invano, di imporlo all'ordine del giorno del summit. Il primo ministro britannico arriva addirittura a indispettire il suo amico Bill Clinton facendolo apparire come esitante e poco determinato rispetto alla sua posizione molto "churchilliana" - i più cattivi evocheranno un'attitudine "thatcheriana", simile a quella delle Malvine... Qualche giorno prima, a Chicago, il britannico aveva formulato la "dottrina internazionale d'intervento" nei conflitti interni di un paese terzo, su basi umanitarie. Secondo la "dottrina Blair", "è giusto per la comunità internazionale ricorrere alla forza militare per prevenire un genocidio e proteggere i diritti dell'uomo, anche se questo comporta una violazione della sovranità nazionale". "Noi non possiamo restare con le mani in mano di fronte a un genocidio razziale", aveva detto, attirandosi un secco invito da parte di Clinton a smetterla con la sua crociata per un'offensiva terrestre, che gli Stati Uniti a tale stadio non volevano a nessun costo. Alla fine, al summit di Washington la questione non verrà nemmeno menzionata, anche se Blair - "King Tony", secondo un editoriale del New York Times - continua ad apparire come il più "duro" dell'alleanza, seguito dal più morbido Robin Cook, il suo segretario al Foreign Office.

"Fa così perché ci crede", spiegano i suoi consiglieri ai giornalisti che accusano il Primo ministro di ricorrere a tale retorica moralista per fini politici. Ironia della Storia: come il suo eroe, Churchill, battuto dopo la sua vittoria sul nazismo, Blair ha subito uno scottante scacco alle elezioni europee, all'indomani del suo trionfo. Durante la guerra, tuttavia, il sostegno dell'opinione pubblica non si è mai smentito, rendendo la marcia "morale" del Primo ministro di gran lunga più facile, a differenza della maggior parte degli altri paesi europei. Nessuna "maggioranza plurale" da gestire, nessuna crisi di coscienza, niente stampa ostile.

In Germania e in Italia, due paesi dove le coalizioni al potere e le opinioni pubbliche erano tra le più fragili, le cose sono andate in tutt'altro modo. E' senza dubbio su una spaccatura dell'Alleanza che puntava Milosevic, che non ha risparmiato i suoi sforzi, soprattutto in direzione dell'Italia: questo paese, il più vicino alla zona di conflitto, poteva temere ipotetiche rappresaglie serbe contro l'utilizzo delle basi della NATO sul suo territorio, oppure vedere sbarcare sulle coste dell'Adriatico centinaia di migliaia di profughi albanesi... Lamberto Dini, il capo della diplomazia italiana, che partecipa alla teleconferenza quotidiana, è il più tormentato dei cinque ministri. Afferma pubblicamente che, a sua opinione, "non è giusto dire che le radici del conflitto partono unicamente dai serbi, il movimento irredentista kosovaro ha le sue responsabilità". Oppure non esita a svelare in maniera drammatica i suoi stati d'animo, come dopo il micidiale bombardamento della televisione serba da parte della NATO, il 21 aprile, definendolo "atroce", prima di precisare, il giorno dopo, di avere parlato a titolo personale e di rivelare che i francesi si erano pronunciati invano contro la scelta di questo obiettivo. I francesi, invece, deplorano in privato.

Durante la teleconferenza, Dini, sul quale pesano sempre di più le pressioni politiche interne, reclama tre o quattro volte una pausa dei bombardamenti, in particolare a Pasqua, nel momento in cui il papa invia un emissario a Belgrado. "Dini, a ogni occasione, diceva: non è possibile prevedere una tregua in questa o quella condizione? Gli altri reclamavano allora un gesto serio a fronte di ciò e, infine, l'italiano doveva ammettere che non era possibile", confida una fonte diplomatica. Ma bisognava anche tenere conto del fatto che il sostegno dell'opinione pubblica italiana ai bombardamenti andava diminuendo, mettendo il proprio governo in una posizione sempre più delicata. In un "diario" pubblicato all'inizio di giugno sul settimanale Panorama, Lamberto Dini sottolinea di avere proposto di sostituire le bombe con un embargo: "Lo vedo come un'alternativa alle bombe. 'Noi la vediamo come una misura aggiuntiva', mi rispondevano in coro. Gli inglesi conducevano una politica aggressiva sui bombardamenti. Dico a Robin Cook: quando ti sentirò dire qualcosa di diverso da quello che dice la signora Albright? Ride. Un riso amaro". Di passaggio, nota, perfido: "Fischer deve sposarsi, e la nostra teleconferenza abituale salta".

Nel suo "diario" Dini rivela che "qualcuno propone di coinvolgere la Croazia nella guerra. Noi ci opponiamo. Questo paese ha già vissuto abbastanza orrori di guerra. Dico a un giornale: l'America non può continuare a essere il gendarme del mondo. Bastava andare a vedere la fine della dichiarazione per comprendere che si trattava innanzitutto di una critica all'Europa, che ha lasciato gli americani troppo soli". E rivela le circostanze dell'arrivo del leader moderato albanese Ibrahim Rugova a Roma: "Il 3 maggio sono nel mio ufficio quando il telefono suona. E' Milosevic in persona (...). Gli dico subito che sono molto preoccupato. Che i bombardamenti non finiranno. 'Non voglio parlare di guerra ora', mi interrompe, voglio solo coordinare il ritorno di Rugova. Voleva andare in Macedonia', mi dice (...) 'Se siete d'accordo verrò a farlo prendere domani mattina con la sua famiglia. L'aereo potrà arrivare solo nel pomeriggio. Voglio che viaggino di giorno'.(...) Avviso il presidente D'Alema che è felice, poi chiamo la signora Albright. 'Great!', esclama". L'arrivo di Rugova in Italia in realtà era stato preparato da lungo tempo dalla comunità cattolica di Sant'Egidio, con il sostegno logistico del governo italiano.

La rivista di geopolitica italiana Limes commenta nel suo ultimo numero: "L'Italia ha partecipato all'avventura unicamente per fedeltà all'Alleanza. Lo ha fatto con dignità, mantenendo una posizione specifica. Il nostro governo ha saputo gestire la crisi tenendo chiaramente presente l'imperativo di finire la guerra a fianco di coloro che l'avevano cominciata. Non è poco..."

Diversa la situazione dalla parte tedesca, la cui partecipazione ai bombardamenti della NATO è la prima missione di combattimento dopo il 1945. Ed è Joschka Fischer, ministro di un partito dall'accanita tradizione pacifista, che deve prendersi carico di questa svolta. All'inizio del conflitto, ci si domanda in Germania se i verdi potranno fare fronte alla prova senza crollare. Fischer è obbligato a svolgere un enorme lavoro di giustificazione: "La Germania, per la prima volta nella sua storia, si batte dalla parte giusta", dice. Oppure: "Ci si rende più colpevoli se non si fa niente". Confida che il massacro di Racak (45 civili massacrati in Kosovo il 15 gennaio 1999) "è stato una svolta" ai suoi occhi. Ma alla conferenza di Rambouillet, organizzata dai britannici e dai francesi, assiste come spettatore e ne trae una certa amarezza... fatto che spiega in parte la frenesia diplomatica tedesca venuta in seguito.

Tutto questo non impedisce che egli venga trattato in Germania da membri della sua base verde come "guerrafondaio". Sfoggiando un portamento tragico durante tutte queste settimane, arriva perfino a rimandare il suo matrimonio, previsto per aprile (il quarto, con una giovane studentessa di giornalismo). Il giorno delle nozze, che alla fine si svolgono comunque, è ancora perseguitato da manifestanti ostili che brandiscono una sua effigie truccata da "Hitler". Fino al congresso straordinario dei verdi, il 17 maggio, durante il quale riceve un secchio di vernice da uno dei suoi detrattori, ma dove riesce comunque ad avere la meglio...

"Fischer si è mostrato molto inquieto fino al suo congresso, nota uno dei suoi colleghi. Ha perfino elaborato un piano di pace, redatto un po' alla svelta. Se non lo avesse fatto, avrebbe rischiato di non riuscire più a gestire il suo congresso". Il leader dei verdi ha voluto incessantemente ribadire la via diplomatica. Litiga spesso con Madeleine Albright: "Non si possono continuare gli attacchi aerei così... Nessuno comprende più il nesso tra gli obiettivi colpiti e gli obiettivi militari che sarebbero logici... Ogni giorno che continuiamo a farlo, dobbiamo intraprendere sempre più iniziative politiche".

Gli elementi più rilevanti dell'attivismo tedesco illustrano la volontà di non lasciare il campo libero agli americani. A proposito dell'UCK, per esempio: a Rambouillet i tedeschi ne parlano ancora come un'"organizzazione terrorista" e sono scioccati del fatto di vedere i dirigenti americani mostrarsi al suo fianco. Un'altra preoccupazione tedesca: evitare una spartizione del Kosovo. Fischer sembra diffidare del nazionalismo albanese quasi altrettanto del nazionalismo serbo. La "differenza" tedesca riguarda anche la Russia. L'ossessione dei tedeschi: "far salire la Russia nella barca" per trovare una soluzione nel Consiglio di sicurezza dell'ONU.

Altra ancora la situazione, infine, in Francia, dove sono meno le sottigliezze della maggioranza plurale che gli imperativi della coabitazione a pesare sulla conduzione della diplomazia. "La coabitazione ci obbliga a un'unità esemplare. Nessuna frattura. Non ci possiamo permettere delle divergenze come ne hanno avute, per esempio, i tedeschi in determinati momenti. In Francia ciò sarebbe interpretato immediatamente in maniera tragica", osserva Hubert Vedrine. Ne consegue un meccanismo serrato di concertazione, di dialogo e di elaborazione della politica lungo il triangolo Eliseo-Matignon-Quai d'Orsay, oltre alla Difesa, che ha permesso ai tre mesi di trascorrere senza il minimo intoppo. "Se non fossimo stati in coabitazione, non avremmo fatto tanti sforzi per smussare le nostre posizioni", sottolinea il ministro degli esteri, esperto in coabitazioni, visto che questa è la sua terza...

Francesi e tedeschi sono uniti nella loro visione dell'uscita dalla crisi: moltiplicano le iniziative in direzione dei russi, che hanno fatto saltare il Gruppo di contatto fin dall'inizio dei bombardamenti. Evgenij Primakov è rimasto sorpreso dal loro inizio, mentre era in pieno volo al di sopra dell'Atlantico, in viaggio verso Washington. Ha fatto marcia indietro per l'affronto, del quale non si sa ancora se è stato premeditato dagli americani, oppure se il Primo ministro russo abbia messo in atto il gesto per compiacere la propria opinione pubblica infuriata. Ma il mese scorso, prima della fine della guerra, un alto responsabile francese giudicava severamente che "gli Stati Uniti [hanno] commesso un errore iniziale stimando che avrebbero risolto tutto da soli e che i russi avrebbero dovuto accettare il fatto compiuto. Non si può risolvere un problema di questa natura senza i russi".

A cose fatte, Hubert Vedrine sdrammatizza: "Quando abbiamo visto che il ricorso agli attacchi aerei era inevitabile, sapevamo molto bene che avremmo attraversato una fase difficile con i russi. Non abbiamo mai creduto alle dichiarazioni del genere: 'Sarà la terza guerra mondiale'. Bisognava aiutare i dirigenti russi a liberarsi di questo cappio, per esempio non prendendo alla lettera le dichiarazioni destinate alla Duma". A partire dal 27 marzo, Jacques Chirac prende l'iniziativa: telefona a Primakov, che interrompe la cena con Michel Camdessus, direttore generale (francese) del Fondo Monetario Internazionale - la coincidenza è rivelatrice degli stretti legami tra le scelte della Russia e il suo stato di dipendenza rispetto alle finanze occidentali. "Lei ha la possibilità di essere un promotore della pace. La sfrutti. Prenda l'iniziativa, vada a Belgrado", gli suggerisce il presidente francese. Camdessus confiderà più tardi a Chirac che Primakov è tornato alla tavola come drogato, affermando che "il presidente francese comprende l'importanza della Russia"... La vanità, arma prima e ultima della diplomazia...

Questo primo tentativo, sicuramente prematuro, termina con un viaggio inutile a Belgrado. Lasciando la Jugoslavia sotto le bombe, Primakov si reca a Bonn, ma i tedeschi lo accolgono con freddezza. Al punto che le televisioni colgono una scena simbolica: il Primo ministro russo esce con Schroder della cancelleria tedesca; le vetture dei russi non sono ancora arrivate, e i due uomini rimangono fermi in piedi per numerosi minuti, senza scambiarsi nemmeno una parola. I tedeschi spiegheranno che il loro atteggiamento era deliberato, poiché temevano che la Russia cercasse di utilizzarli come ventre molle dell'Occidente. In Germania, queste cattive maniere sono state criticate, ma il seguito degli avvenimenti e la sorte successiva di Primakov mostrano che non avevano necessariamente torto.

I russi riusciranno a salire sul treno diplomatico più tardi, per il tramite del G8. Ma si prenderanno il loro tempo. Una prima riunione, a metà aprile, viene annullata, ritardando di svariate settimane l'accordo tra occidentali e russi che farà cedere Milosevic. In realtà, sottolinea Hubert Vedrine, "i russi non volevano essere associati a tutto quello che noi decidevamo, in particolare, all'inizio, per quanto riguarda le sanzioni contro la Jugoslavia, ma volevano lavorare con noi e conservare la loro linea strategica. Ci sono stati dei disaccordi, con loro, e non delle rotture. Non avevamo alcun dubbio sul fatto che in fin dei conti i russi avrebbero fatto prevalere i loro interessi strategici a lungo termine, basati su un riavvicinamento con l'Occidente. Non avevano alcun motivi di rimetterli in questione per sostenere un despota balcanico. Era molto difficile da gestire, per loro, ma non abbiamo mai avuto dubbi sulla scelta finale di Eltsin".

Bisognerà tuttavia dispiegare tutti gli armamenti della diplomazia per arrivare, a Bonn, l'8 giugno, all'adozione di un progetto di risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU che unisse gli occidentali e i russi (i cinesi, offesi dal bombardamento della loro ambasciata a Belgrado, dovranno essere ancora convinti di lasciarla approvare...), non senza qualche dramma, come il colpo di mano dell'esercito russo, che invia all'improvviso 200 paracadutisti a occupare, per primi, l'aeroporto di Pristina. Gli Stati Uniti hanno ripreso la supervisione delle discussioni con i russi, dopo avere lasciato gli europei in prima linea per più di due mesi. Il numero 2 della diplomazia americana, Strobe Talbott, un ex giornalista che conosce bene la Russia, deve subire a sua volta l'umiliazione di un'inversione di rotta mentre si trova in pieno volo, dopo avere appreso dell'entrata dei soldati russi a Pristina... Questo periodo decisivo è marcato da una serie di passi indietro di Mosca: i russi hanno dovuto rassegnarsi all'azione militare della NATO, decisa a partire dalla risoluzioni incomplete dell'ONU; hanno dovuto rassegnarsi al fatto che ciò durasse il tempo necessario e, infine, hanno dovuto accettare una KFOR governata dal sistema della NATO. Il loro orgoglio di ex superpotenza ha subito un duro colpo quando la NATO ha rifiutato fino all'ultimo momento un "settore russo" nella suddivisione militare del Kosovo, nonostante lo spettacolare forcing finale. Si è lontani della "terza guerra mondiale" sbandierata da Eltsin... Ma la Russia si consola dicendosi di essere tornata in un gioco dalla quale la si era voluta scartare - la concessione, in questo caso, è americana - e di avere salvato il suo status di "potenza europea".

L'analisi della risoluzione 1244 dell'ONU, adottata il 10 giugno, che permette di mettere fine ai bombardamenti della NATO, è quella di tutti i compromessi salvo uno: nessuna importante concessione riguardo ai principi iniziali sulla base dei quali la guerra era stata scatenata è stata accordata a Milosevic. Risultato notevole, a voler credere agli osservatori più critici delle diplomazie occidentali nella questione jugoslava, pronti a denunciare il primo "tradimento". Il testo, in compenso, reca non solo il marchio dell'arretramento dei russi, ma anche di importanti concessioni americane. A cominciare dal suo inizio, visto che la formula "il Consiglio di sicurezza autorizza..." è di quelle che Madeleine Albright detesta. "Gli americani hanno dovuto cambiare strada", osserva un responsabile europeo, che indica le due importanti concessioni accettate dagli Stati Uniti: il ritorno all'ONU e la partecipazione dei russi, ivi compreso nella KFOR. E aggiunge un terzo elemento: "Senza gli europei, non avrebbero accettato l'idea di un'autonomia sostanziale e sarebbero andati alla deriva verso quella dell'indipendenza".

Troppo felici del successo di una campagna militare, combattuta invece così male ("una questione di giorni, più che di settimane", hanno dichiarato all'inizio Vedrine e i suoi principali colleghi, in seguito ai pronostici ottimistici dei generali) e segnata da errori grossolani, gli Stati Uniti hanno accetta di acconsentire a una visione più europea di un mondo nel quale rimangono, malgrado tutto, la sola superpotenza. Senza gridare troppo forte vittoria, gli europei possono considerarsi soddisfatti: sono "esistiti" sul piano diplomatico e, lontano dall'essere passivi o servili nei confronti degli Stati Uniti, hanno aiutato a gestire l'uscita dalla crisi. E hanno dimostrato di svolgere un ruolo chiave nel dopoguerra, con un generale britannico a capo della KFOR, degli europei per dirigere l'amministrazione civile del Kosovo e la messa a punto di un patto di stabilità per i Balcani...

"Alcuni si sono affrettati troppo a dichiarare che il Kosovo è stato la dimostrazione dell'Europa della difesa. Questo non è esatto", smorza Vedrine. "Non c'erano solo gli europei, e i mezzi militari aerei erano soprattutto americani... Ma non è nemmeno poco. Il fatto che gli europei abbiano dimostrato in questo contesto la loro coesione, questa determinazione, permette di dire che dovranno essere a fortiori capaci di farlo in un quadro più ristretto, quello dell'Europa. Ma non si può ragionare come se, grazie a una crisi terribile ma fondatrice, l'Europa della difesa, alla quale stiamo lavorando da lungo tempo, fosse nata. Le esperienze politiche del Kosovo sono buone, ma il lavoro deve essere ancora portato a termine".

A Colonia, con il summit dell'Unione Europea che è coinciso con la fine della guerra del Kosovo, i quindici hanno posato la prima pietra di una difesa europea.

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Data: 20-07-1999 Fonte: "Liberation"
Autore: Pierre Haski e altri





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