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Lettere censurate da Guantanamo
| Data: 22-01-2003 | | Fonte: "Saff" |
| Autore: Saff |
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N.E. BALCANI #612 - BOSNIA
22 gennaio 2003
LETTERE CENSURATE DA GUANTANAMO
di Azra Basalija - ("Saff" [Sarajevo], n. 88, gennaio 2003)
E' passato ormai un anno da quando sei algerini con passaporto bosniaco sono stati rinchiusi nella prigione di Guantanamo senza processo e senza potere consultare avvocati, dopo che forze USA li hanno deportati illegalmente dalla Bosnia. L'articolo che segue (tratto dal bisettimanale della Gioventù Islamica Bosniaca) fa un breve aggiornamento sulla vicenda. Sull'argomento "Notizie Est - Balcani" aveva pubblicato due articoli: "Bosnia: il processo agli algerini in forse"
e "La Bosnia nella lotta contro il terrorismo"; per il contesto più ampio rimandiamo anche a: "Bosnia: un porto franco per i terroristi?"
A un anno esatto dalla data in cui i sei algerini sono stati deportati nel campo di reclusione presso la base americana di Guantanamo Bay, all'indirizzo di Sabiha Delic è giunta una lettera del marito Mustafa nella quale quest'ultimo, tra le altre cose, la informa che la maggior parte dei prigionieri ha cominciato uno sciopero della fame. Sebbene la lettera sia per metà censurata con grandi cancellazioni, dopo avere letto le prime frasi Sabiha è stata presa da un senso di panico. La lettera è arrivata il 5 gennaio, ma è stata scritta ben tre mesi prima e più precisamente il 13 ottobre dell'anno scorso.
INDAGINE TERMINATA GIA' IN LUGLIO
"Mi sono resa conto del pessimismo che emana dalla sua lettera e ho concluso che si trova in una situazione molto difficile... Mi ha scritto in lingua bosniaca... racconta che la maggior parte dei prigionieri ha deciso di cominciare uno sciopero della fame. Rifiutano il cibo, l'acqua, i medicinali e ogni contatto, fino a quando non riceveranno spiegazioni sul loro status e su quale sarà il loro destino".
Ricordiamo che il 24 gennaio sarà esattamente un anno da quando i deportati sono stati registrati a Cuba, ma fino a oggi non sono stati informati dei risultati delle indagini, né sanno se verranno portati di fronte a un tribunale e tantomeno quale sarà il loro destino. Tutto quello che si riesce a sapere dalla lettera è che le indagini sul loro "caso" sono terminate già nel luglio dello scorso anno.
Il 23 settembre Emina Susic, moglie di Sabir Lahmar, un altro degli algerini deportati, ha inviato una lettera all'ambasciatore degli Stati Uniti in Bosnia, Bond, chiedendo informazioni sui risultati delle indagini. Lo ha fatto nuovamente il 23 ottobre, chiedendo di potere parlare personalmente con l'ambasciatore.
"SOLDATI NEMICI IN UN CONFLITTO ARMATO"
Dopo un po' di tempo è giunta la risposta dell'ambasciata americana. Tra le altre cose, nella risposta si legge: "Non possiamo parlare delle circostanze concrete relative alla prigionia o alle attività che hanno portato all'incarcerazione di qualsivoglia persona che si trova nella base di Guantanamo. Gli Stati Uniti considerano tali persone soldati nemici nell'attuale conflitto armato e nei relativi attacchi contro gli Stati Uniti d'America, i suoi cittadini e i cittadini di molti altri paesi. Essi rappresentano una seria minaccia alla sicurezza degli USA e il proseguimento della detenzione di tali soldati è pertanto legittimo e necessario al fine di proteggere la sicurezza delle nostre forze armate e di impedire futuri attacchi. Questi soldati possono rimanere incarcerati fino alla fine di tale conflitto". Nella lettera si precisa inoltre che tali persone costituivano un pericolo per il personale dell'ambasciata americana e per i cittadini della Bosnia-Erzegovina e per questo sono stati arrestati.
Tuttavia Mustafa scrive che finora nel corso degli interrogatori a nessuno del "gruppo degli algerini" è stato chiesto alcunché riguardo al presunto "attacco contro l'ambasciata". Nella lettera che ha scritto si legge: "Non interromperò lo sciopero della fame fino a quando sarò qui e fino a quando non saprò quale sarà il mio destino. Fino a oggi non mi hanno ancora chiesto nulla sull'ambasciata americana a Sarajevo. Mi fanno domande solo sugli arabi e sulle organizzazioni umanitarie islamiche in Bosnia, su cosa fanno...", scrive Mustafa.
SONO ANCORA VIVI?
Dato che ora vengono trattati come prigionieri di guerra, non hanno diritto a essere visitati da familiari o amici, e nemmeno da avvocati. Gli unici che possono visitarli sono rappresentanti della Croce Rossa, attraverso i quali mantengono i contatti con le famiglie. Dopo avere letto le parole riportate sopra, Sabiha si è rivolta all'organizzazione locale della Croce Rossa, per cercare di avere il maggiore numero di informazioni possibile sullo sciopero. Ha potuto parlare con un certo signor Thier, che si è messo in contatto con rappresentanti della Croce Rossa a Ginevra ed è venuto a sapere che i prigionieri sono stati visitati a Guantanamo l'ultima volta il 23 dicembre scorso. Ed è tutto quello che ha voluto dire.
"Dall'espressione del suo volto, ho capito che sa molto di più ma che non desidera, o non può, assolutamente dire nulla", racconta Sabiha. Alla nostra domanda se si è rivolta o meno a qualcun altro, dice di avere inviato una lettera, nei fatti un appello, ad Amnesty International, per sapere cosa sta accadendo e come sta suo marito, se ancora è vivo. Ritiene incredibile che finora nessuno la abbia informata dello sciopero, che dura oramai da tre mesi. Si chiede anche che fine abbia fatto la sentenza della Casa per i Diritti Umani, in base alla quale i sei deportati dovrebbero già essere in Bosnia. La sentenza è stata emessa, ma chi ha il dovere di farla eseguire e, in generale, che forza ha tale sentenza?
I suoi avvocati finora dicevano che in dicembre i sei dovevano essere liberati e che speravano in un loro arrivo in Bosnia. Dopo il recente "nuovo" annuncio (la lettera inviata il 13 ottobre dell'anno scorso e arrivata il 5 gennaio di quest'anno) di suo marito, lei e le altre mogli non hanno ancora parlato con i rispettivi avvocati e quindi non sanno qual è la loro opinione.
UN'ALTRA LETTERA TOTALMENTE CENSURATA
Nel nostro paese non abbiamo più a chi rivolgerci, dice Sabina. Ha inviato una lettera al premier Sulejman Tihic, ma afferma di non nutrire alcuna speranza, perché il nuovo governo non si è ancora insediato e non si sa se il "loro caso" verrà ancora seguito da Sulejman Halilagic o da qualcun altro. Non le rimane altro che attendere. E' molto inquieta. Perché anche Anela, la moglie di Sabir Lahmar, incarcerato insieme al marito di Sabina, ha di recente ricevuto una lettera, ma il suo contenuto era completamente cancellato dalla censura. Rimaneva solo una frase nella quale Sabir benedice la famiglia. Un particolare che non fa altro che rafforzare l'incertezza.
(titolo di "Notizie Est - Balcani")
| Data: 22-01-2003 | | Fonte: "Saff" |
| Autore: Saff |
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