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"Cifre sulle vittime / Sintomi di divergenze nella NATO"

Data: 02-08-2001 Fonte: fonti varie) / 2 agosto 2001 (*Aggiornato il 27 ottobre 2001*
Autore: Autori vari

NOTIZIE EST #459 - KOSOVO
2 agosto 2001


CIFRE SULLE VITTIME / SINTOMI DI DIVERGENZE NELLA NATO

[NOTA: Segue in fondo alla pagina un importante aggiornamento del 27 ottobre 2001 relativo all'attentato all'autobus della linea "Nis Express"]


1) AGGIORNAMENTO SULLE VITTIME DELLA GUERRA IN KOSOVO


Il 17 luglio scorso Florence Hartmann, portavoce del tribunale dell'Aia, ha comunicato le cifre definitive sul lavoro svolto dal Tribunale stesso per la ricerca di fosse comuni in Kosovo nel 1999 e nel 2000 (nell'autunno scorso infatti il Tribunale ha interrotto definitivamente il suo lavoro). Su un totale di 946 fosse comuni denunciate, 876 sono state confermate come effettivamente esistenti, una percentuale altissima, pari a circa il 93%. Il Tribunale, che, lo ricordiamo, non ha il compito di fare un censimento delle vittime, bensì quello di indagare un numero di casi sufficiente a fornire prove per le relative incriminazioni, ha effettuato ricerche solo su 429 di tali fosse (cioè su poco meno della metà di quelle verificate come esistenti). Il numero dei corpi interi esumati in tale metà delle fosse è di 4.392, circa 400 in più rispetto alle cifre provvisorie comunicate nel novembre scorso, prima che arrivassero gli ultimi rapporti dei team che hanno lavorato sul campo. I resti umani parziali rinvenuti sono invece, secondo la Hartmann, centinaia (Beta, 17 luglio 2001).


2) NUOVI "CONFLITTI ETNICI" NELLA NATO?
a cura di Andrea Ferrario

Negli ultimi giorni sono stati pubblicati dalla stampa internazionale svariati materiali contenenti "rivelazioni" sull'operato della NATO, e in particolare degli USA, nei Balcani. Oltre ad alcune pubblicazioni minori, si sono mossi in contemporanea testate del calibro del "Times", del "Washington Post" e dello "Spiegel". I primi due sono usciti nello stesso giorno, il 29 luglio, con due articoli diversi, ma riguardanti il medesimo argomento. La tesi è quella che l'attentato del 16 febbraio scorso contro un bus che trasportava profughi serbi in visita in Kosovo (le vittime erano state ben 11), sia stato compiuto da albanesi successivamente protetti dagli Stati Uniti. Entrambi gli articoli contengono informazioni importanti sulle indagini svolte nei mesi scorsi. In particolare, è emerso che quel giorno il convoglio di autobus era stato fatto partire, senza spiegazioni, ben 55 minuti prima dell'orario previsto. Inoltre, per non meglio precisati "problemi di comunicazione" tra i soldati britannici che ispezionavano la strada prima dell'arrivo del convoglio (operazione che veniva effettuata ogni volta, dopo la segnalazione di possibili attentati nel novembre precedente) e il convoglio stesso, i militari britannici quel giorno non hanno effettuato le verifiche dovute, questo anche perché due persone non identificate erano comparse lungo la strada e i soldati le hanno inseguite, "distraendosi" così dal loro lavoro. La polizia dell'ONU aveva successivamente arrestato quattro albanesi, trasportati in un secondo tempo nel carcere della base USA di Bondsteel. Tre di essi sono stati presto scarcerati su ordine di giudici internazionali per mancanza di qualsiasi prova concreta. Per uno, il principale sospetto, l'arresto è stato invece confermato. Si tratta di Florim Ejupi, un albanese kosovaro ricercato in Germania per omicidio colposo e tentato omicidio volontario. Il 3 maggio di quest'anno Ejupi è riuscito a fuggire in circostanze misteriose dalla base di Bondsteel, superando ben quattro reticolati. Secondo i due giornali, è impossibile che egli sia scappato senza l'aiuto di qualcuno all'interno della base USA. Il "Sunday Times" riporta affermazioni di funzionari anonimi dell'ONU secondo cui Ejupi sarebbe stato un agente della CIA e un eventuale processo avrebbe potuto portare alla luce particolari imbarazzanti. La conclusione, più o meno esplicita, a cui giungono i due articoli è che gli USA proteggerebbero l'UCK, per motivi di strategia politica o, più semplicemente, perché temerebbero ritorsioni nel caso in cui venisse adottata una politica più dura nei suoi confronti. Stupisce tuttavia che i giornalisti non mettano in conto un'altra ipotesi, e cioè che nell'attentato del 16 febbraio scorso ci sia stato direttamente lo zampino di ambienti occidentali. I particolari emersi dall'inchiesta, e soprattutto l'immotivata partenza anticipata del convoglio, la "dimenticanza" di effettuare il controllo e l'eventuale bonifica preventiva di tutto il percorso da parte dei soldati della KFOR, rimandano direttamente alla NATO, così come la successiva fuga di Ejupi (e se egli fosse effettivamente un agente CIA, cosa conque assolutamente non sostenuta da prove, sarebbe proprio un ruolo atlantico diretto a venirne confermato, e non la protezione da parte degli USA di albanesi che agiscono in proprio). L'attentato è stato certamente preparato con largo anticipo, visto la grande quantità di esplosivo utilizzato e la necessità di collocarlo sul tragitto dell'autobus: stupisce quindi la coincidenza con tutta la serie di contrattempi che hanno portato il convoglio nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Nel periodo in questione molti ambienti, anche atlantici, potevano avere interesse a un attentato le cui modalità sono tipiche della strategia della tensione: dal ritorno dell'esercito serbo nella fascia di sicurezza intorno al Kosovo, fino alla tensione in Montenegro e all'inizio del conflitto in Macedonia, il momento era topico, per non parlare poi della situazione perennemente irrisolta dello status del Kosovo, che costituisce il terreno di coltura ideale per uno scenario di strategia della tensione.

Il giorno successivo a quello dei due articoli citati sopra, è uscito un testo molto più generico dello "Spiegel" nel quale si sostiene che gli USA appoggiano attivamente gli albanesi dell'UCK, sia in Kosovo che in Macedonia. L'articolo è interamente basato su voci di corridoio anonime o, addirittura, sulle tesi prive di ogni elemento fattuale avanzate dal ministero degli interni macedone, presentate come autorevoli nonostante tale ministero sia ormai un feudo degli ultranazionalisti sciovinisti che fanno riferimento al suo capo, Ljube Boskovski. Si tratta di un tipico articolo a contenuto interamente politico, come ne abbiamo visti a decine in questi anni. La contemporanea uscita su tre grandi testate, si noti bene, pienamente inserite nell'establishment di paesi NATO, di articoli che si riferiscono in realtà a cose passate da mesi ("Times", "Washington Post") o assolutamente generici e chiaramente ispirati da circoli politici ("Spiegel") ricalca un modello già evidenziatosi in passato (per esempio, nel caso di tutta la campagna sulle vittime della guerra in Kosovo). Colpisce anche la coincidenza con le dichiarazioni del premier macedone Georgievski e del già menzionato ministro degli interni Boskovski, la cui sostanza ultima è la stessa di quella degli articoli pubblicati nei grandi giornali di cui sopra.

A intensificare tutto ciò è giunta, sempre il 29 luglio, la notizia diffusa dall'agenzia Beta e basata su fonti anonime, secondo cui il ministro degli esteri jugoslavo Svilanovic e il vicepremier, nonché capo della commissione serba per il Kosovo, Nebojsa Covic, avrebbero trattato, nel corso della loro recente visita alla base NATO di Ramstein, la vendita agli USA di tre basi militari: quella di Bondsteel in Kosovo, quella di Kopaonik e l'aeroporto si Sjenica in Serbia. Svilanovic e Covic, così come l'ambasciata USA a Belgrado, hanno immediatamente smentito la notizia come priva di ogni fondamento. Nella lotta per il potere in atto in Serbia, Svilanovic e Covic sono due tra i principali "nemici" di Kostunica e dei settori dell'esercito serbo a lui più vicini ("Danas", 30 luglio 2001).

E' possibile che la pubblicazione di tali materiali nel giro di soli due giorni e su testate di grande rilievo sia collegabile in qualche modo a un acuirsi, come avviene periodicamente, dei conflitti "etnici" all'interno della NATO. La delicatissima situazione in Macedoniae e la possibilità di un degenerare del conflitto, oppure, in alternativa, la firma di un eventuale accordo di pace che sarà comunque fragile e difficile da gestire per la NATO, potrebbero avere messo in fibrillazione le burocrazie governative e militari occidentali, con la conseguente apertura di divergenze. In effetti nelle ultime settimane si è registrato un notevole cambiamento dell'atteggiamento occidentale riguardo al conflitto in Macedonia. Seppure con notevoli oscillazioni, la linea nei confronti dell'UCK è meno dura rispetto ai precedenti mesi (non vengono più chiamati dagli alti vertici "banditi terroristi", per esempio). Ciò sembrerebbe dovuto al fatto che l'UCK, o almeno i suoi più importanti dirigenti, sono chiaramente disponibili a concludere un accordo sul modello di quello della valle di Presevo, ricevendo in cambio della smilitarizzazione il "pagamento" di un pieno inserimento nella sfera politica, probabilmente in sostituzione dei partiti albanesi allo sbando. Il problema principale per la diplomazia internazionale sembra essere, a differenza dei mesi scorsi, quello del partito di Georgievski schiacciato sulla linea dura e che si sta giocando il tutto per tutto (il proprio futuro politico) aderendo a una improvvisa, quanto poco credibile, linea antioccidentale. Come notava opportunamente il settimanale "NIN", il piano Frowick è in realtà sopravvissuto nei suoi tratti essenziali al fallimento della missione dell'inviato statunitense dell'OSCE. Inoltre, negli ultimi giorni gli Stati Uniti hanno esercitato pressioni sull'Ucraina affinché cessasse i suoi ingenti aiuti militari al governo macedone. Il governo ucraino ha in un primo tempo opposto resistenza a tale invito, ma attualmente sta prendendo seriamente in considerazione questa eventualità. Le modalità e soprattutto i tempi della mini-campagna di stampa fanno pensare che comunque Georgievski e la sua linea dura abbiano ancora importanti amici in Occidente, sia in Europa sia negli stessi USA, in particolare nella destra repubblicana, come faceva notare la AFP (2 agosto 2001).

Riguardo alle tesi semplicistiche sugli "americani che alimentano l'UCK", o simili, uno sguardo non superficiale a quanto avvenuto in questi anni dovrebbe portare a conclusioni differenti. Basti pensare a come l'"esercito di terra" della NATO (così alcuni chiamavano l'UCK) sia stato lasciato solo a se stesso e alla sconfitta sul terreno durante il periodo dei bombardamenti, o come a due anni di distanza da una guerra che, secondo le teorie cospirazioniste, sarebbe stata mirata a fare di Kosovo e Montenegro due entità indipendenti, nulla di ciò si sia avverato (e in Kosovo, gli USA e la NATO, che effettivamente in molti casi coprono o tollerano criminali, si guardano tuttavia bene dall'affidare a quella che dovrebbe essere una loro creazione il governo del paese, preferendo mantenere una costosa quanto rischiosa amministrazione coloniale). C'è inoltre il caso della Valle di Presevo, con la quale è stato sciolto l'UCPMB e l'esercito jugoslavo ancora comandato da criminali di guerra ha invece ottenuto le lodi e la collaborazione dell'Occidente, USA in testa, mentre il caso macroscopico di Mitrovica, divisa in due dalla NATO in collaborazione con i "ragazzi del ponte" serbo, non sembra più interessare nessuno e dove l'amministrazione internazionale si è potuta addirittura permettere di sondare il terreno ventilando lo spettro della costruzione di un muro per dividere in due la città. In Macedonia, per fare un ultimo esempio, lo scrittore Kim Mehmeti faceva a ragione notare (AIM, 28 luglio 2001), come il piano di pace previsto dalla NATO contempli unicamente il disarmo dell'UCK, e non quello delle milizie paramilitari macedoni che agiscono sotto l'ombrello protettivo del ministero degli interni di Skopje e che hanno addirittura già organizzato prove generali di colpo di stato nelle scorse settimane con il loro assalto al parlamento.


NOTIZIE EST - NIS EXPRESS/AGGIORNAMENTO
27 ottobre 2001

Ho ricevuto da un lettore di "Notizie Est", Lorenzo Merlo, un messaggio contenente informazioni di prima mano molto dettagliate riguardo a particolari fondamentali dell'attentato contro l'autobus "Nis Express", compiuto nel febbraio scorso e nel quale rimasero uccisi 11 serbi. Il quadro che emerge da tali particolari offre una prospettiva diversa da quella di alcuni brani di un mio articolo sull'argomento, pubblicato in "Notizie Est" #459 del 2 agosto scorso. Vista l'importanza e la gravità dell'attentato, riporto qui sotto integralmente il messaggio e ringrazio Lorenzo Merlo per le preziose puntualizzazioni.

Andrea Ferrario


Sono stato in Kosovo tra fine marzo e i primi di aprile di quest'anno. In merito alla strage del Nis-Express (così è chiamato il convoglio che collega Nis, in territorio serbo, al Kosovo) del 16 febbraio, le persone con le quali ho avuto modo di parlare (tra cui il primo agente italiano giunto sul posto dopo l'esplosione) erano concordi sui seguenti punti. Prima della strage del 16 febbraio 2001, le canalette per l'acqua, poste sotto il piano stradale d'asfalto e luogo del deposito del tritolo per la strage, non erano mai state prese in considerazione dalle pattuglie d'ispezione, nonostante - pare - fossero segnate sulle mappe Kfor. In seguito all'attentato, le canalette furono evidenziate in superficie a mezzo di una linea-spry gialla identificata a sua volta con una numerazione progressiva a partire dal posto di confine (nord) verso Podujevo (sud). Il segno, ben visibile al tempo della mia visita, correva sulla superficie, attraversandola tutta, in corrispondenza della relativa canaletta. L'evidenziazione permette ora, una facile identificazione del "sottopassaggio" agli uomini Kfor preposti ai sopraluoghi. La presenza dello spry giallo, potrebbe confermare che prima della strage mai alcuna ispezione alle canalette era stata pensata ne effettuata. E' una conclusione alla quale si può giungere anche a causa della quantità di esplosivo depositata e dell'occultamento dei cavi che conducevano al detonatore, posto a circa 700 metri a valle della strada (sorprendente le similitudini con la strage di Capaci): si è ritenuto che la preparazione comportò più giornate/nottate di preparazione, forse, settimane. Inoltre, la quantità di esplosivo, poteva essere "tranquillamente" posizionata ad hoc in più riprese e durante la notte, ma anche durante il giorno: la zona scelta, non è illuminata ne, apparentemente, controllata a distanza. Il punto della strage si trova a circa 7/800 metri a sud dal posto di confine di Merdare. Almeno altri 4/500 metri lo separano dalle ultime abitazioni ancora più a sud. Tutt'intorno solo campagna incolta e qualche rudere isolato. Uno di questi nascondeva il detonatore e gli attentatori il giorno 16 febbraio. Nonostante la vicinanza con il confine, dalle garitte del posto di controllo del confine stesso non si può vedere il punto scelto per l'attentato. Dal check point di frontiera (nord-est), un'ampia curva verso sinistra (sud-ovest), - che segue il leggero pendio occidentale di un rilievo anch'esso nominato Merdare -, ne impedisce il contatto visivo. Il punto dell'esplosione, identificato poi con la linea d'ispezione nr 3, è coperto da questo esteso rilievo all'interno della curva. Un altrettanto esteso lieve pendio (naturale proseguo del pendio a monte della strada) è il terreno verso l'esterno della curva. Entrambi i lati sono quasi completamente privi di punti di protezione naturali (alberi, depressioni, massi) e artificiali (edifici, canali, carcasse d'auto). Solo qualche rudere, pochi intrichi di rovi e il canale di scolo parallelo al piano stradale possono, in qualche modo, coprire qualcuno alla vista. In funzione di questa descrizione del luogo della strage, appare completamente plausibile che una pattuglia in ispezione si attivi per verificare cosa ci fanno due persone tra quelle lande. Più precisamente, - come mi segnala un poliziotto italiano impiegato per l'Unmik già al tempo del fatto, dal verbale redatto sull'accaduto si legge che la squadra britannica verificò i documenti di due fratelli kosovari "sorpresi" a monte del luogo, e prima, dell'esplosione. Questi affermarono di essere lì a recuperare mattoni sparsi, cercare il loro cane che si era allontanato e a godersi la bella giornata. La squadra e i fratelli discesero il pendio e raggiunsero l'auto di questi, ferma a lato della strada circa 150 metri più a sud dalla futura canaletta nr 3, quella esplosa. Fu in quei minuti che i militari furono informati dai due locali della presenza di cavi occultati che uscivano da sotto la strada e scomparivano tra la terra. Il sergente della squadra riferirà che non ebbe tempo per verificare di cosa si trattasse, ne di avvertire via radio il convoglio: le frequenze erano diverse. L'esplosione sorprese i militari mentre si avviavano a verificare i cavi elettrici che collegavano il detonatore all'esplosivo. Illazioni. Ci si può permettere i pensare che i due fossero strategicamente posizionati per evitare che soldati della Kfor venissero coinvolti nell'attentato. Ricordiamo infatti che il convoglio era composto da diversi autobus serrati tra due mezzi da guerra Kfor in testa e in coda, e che il mezzo coinvolto è stato il primo autobus che procedeva immediatamente dietro al blindato. Ma non solo. Ci si può anche permettere di sospettare che i due fossero a monte del punto "X" per segnalare ai complici il momento del transito del convoglio. Questi infatti da 700 metri di distanza, per di più ad una quota inferiore del piano stradale, come avrebbero potuto scegliere il momento giusto? O, semplicemente, costituivano un'ulteriore sicurezza per colpire il bersaglio giusto. Un segnale convenuto prodotto dai fratelli, a monte del punto "X", era una garanzia di precisione. Tuttavia, su questo aspetto mi precisa il poliziotto già citato: "i due fratelli furono indagati anche per verificare questa ipotesi e successivamente scagionati; dal luogo del detonatore, il punto del tritolo era ben visibile, quindi non servivano ulteriori segnalatori." Per quanto riguarda l'"immotivata" partenza anticipata di 55 minuti, credo possa facilmente rientrare in un tentativo strategico di sorprendere il nemico: tutti gli orari pronunciati in chiaro, non sono mai poi rispettati se la situazioni è a rischio. Inoltre, senza dietrologia e strategia, i convogli si mettevano in moto quando tutte le persone erano a bordo.

Lorenzo Merlo


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Data: 02-08-2001 Fonte: fonti varie) / 2 agosto 2001 (*Aggiornato il 27 ottobre 2001*
Autore: Autori vari





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