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"Le indagini del Team di esperti forensi dell'UE in Kosovo, 1998-2000"

Data: 20-05-2002 Fonte: "Danas"
Autore: Helena Ranta e Kari T. Takamaa

N.E. BALCANI #550 (3) - KOSOVO
20 maggio 2002


SPECIALE: LE INDAGINI FORENSI SUL MASSACRO DI RACAK - 3


LE INDAGINI DEL TEAM DI ESPERTI FORENSI DELL'UNIONE EUROPEA IN KOSOVO, 1998-2000
di Helena Ranta e Kari T. Takamaa ("Danas" [Belgrado], 25-30 luglio 2001)

La nota patologa finlandese Helena Ranta, del Reparto di Medicina forense presso l'Università di Helsinki, ha guidato il Team di esperti forensi dell'Unione Europea che dal 1998 al 2000 ha effettuato indagini sui crimini commessi in Kosovo. Helena Ranta e Kari T. Takamaa, della Cattedra di Diritto pubblico (Diritto internazionale) dell'Università di Helsinki, hanno scritto in esclusiva per "Danas" un rapporto sui risultati delle indagini, che pubblichiamo in alcune puntate [qui raccolte in unico testo - N.d.T.]. I commenti contenuti nel testo esprimono le opinioni personali degli autori e non possono in alcun modo essere considerati come una comunicazione autorizzata dal Reparto di Medicina Forense e di Diritto pubblico dell'Università di Helsinki, o dal Team di esperti dell'UE.

1. INTRODUZIONE

In reazione all'escalation della violenza e all'aumento del numero di crimini denunciati in Kosovo nella prima parte della primavera 1998, alcuni stati (per esempio Canada, USA), organizzazioni internazionali (in particolare l'Unione Europea) e diverse organizzazioni per la difesa dei diritti umani, hanno cominciato a insistere per la formazione e l'invio nella regione di team di indagine imparziali e indipendenti. Poiché il governo della Repubblica Federale Jugoslava a quei tempi non riconosceva la giurisdizione del Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia (TPI) sul suo territorio, tale opzione era oggetto di controversie e non era attuabile. Dato che il governo jugoslavo non riteneva che la crisi in Kosovo fosse di carattere internazionale, il Tribunale non ha potuto inviare suoi rappresentanti o investigatori nella regione, mentre l'opzione di un team completo diplomatico e d'indagine, formato da organizzazioni intergovernative, non risultava accettabile a causa della propria amministrazione centralizzata. Per questi motivi, si è reso necessario prendere in esame altri mezzi, mentre la crisi continuava a intensificarsi. Ciò ha portato a indirizzare l'attenzione verso l'eventuale proposta di effettuare perizie medico-legali, ovvero un'indagine forense, sui luoghi nei quali si erano verificati crimini. Da un punto di vista storico, indagini forensi di svariata natura sono state condotte per esaminare i luoghi in cui sono stati trovati resti umani, per esempio a Katyn (Polonia), in Ucraina e a Nanchino (Cina), anche durante la Seconda guerra mondiale e dopo di essa. (Nel corso della Seconda guerra mondiale, in Finlandia, con l'aiuto di esperti forensi stranieri, questo tipo di indagine è stato utilizzato per indagare il caso di Seitajarvi - un incidente, durante il quale "partigiani" sovietici avevano massacrato civili disarmati, soprattutto bambini e donne. Oltre a ciò, un esperto finlandese ha preso parte anche alla prima indagine svoltasi a Katyn). Esempi successivi includono le esumazioni organizzate dalla Commissione nazionale argentina per i desaparecidos, le indagini condotte dal team di esperti finlandesi in Bosnia ed Erzegovina e dai Medici per i diritti umani in Bosnia-Erzegovina, Croazia, Salvador, Guatemala, Iraq e Turchia. Inoltre, un team australiano ha diretto le operazioni di esumazione in tre località della ex Unione Sovietica. In alcuni singoli casi, il rispettivo tribunale competente ha valutato i risultati delle indagini. Per rimanere in tema di indagini svolte in passato, va ricordato che esiste anche la possibilità di avviare un procedimento legale, mentre alcune indagini sono state messe da parte per motivi umanitari, oppure per questioni di politica interna collegate alle persone accusate. Purtroppo, i risultati sono stati spesso "dimenticati", oppure è stata riservata loro un'attenzione scientifica solo negli ultimi tempi, e questo sia per la natura degli incidenti, sia per il caos che segue i conflitti, per la situazione politica o per le numerose questione collegate a tali situazioni. Nell'autunno del 1998, in conseguenza dell'ampliarsi della crisi in Kosovo, la pressione politica internazionale si era fatta sempre maggiore e la formazione di un team di indagine medico-legale è diventata accettabile per il governo jugoslavo. L'esito di tutto ciò è stata la formazione del Team di esperti forensi dell'Unione Europa (EU-FET). Data la tradizionale imparzialità della Finlandia e l'alta reputazione professionale e scientifica, è stato creato un team nazionale che comprendeva esperti finlandesi in diverse discipline, provenienti dal Reparto di medicina forense dell'Università di Helsinki, e rappresentanti di alcune altre istituzioni, dei quali si riteneva fossero necessari per la realizzazione dei compiti del team stesso. Il ministero degli esteri della Finlandia ha anch'esso offerto assistenza al team. Poiché la Jugoslavia non faceva parte delle strutture integrative europee, lo status del team all'interno del contesto dato doveva essere definito da un accordo con i rappresentanti del governo centrale e dell'amministrazione locale della Jugoslavia. Inoltre, dato che la creazione del team potrebbe essere caratterizzata come una formula messa a punto dall'Unione Europea, era necessario anche raggiungere un accordo con i rappresentanti della Jugoslavia su come sfruttare al meglio i suoi servizi nella regione di crisi. Nel corso delle trattative, il team si è attenuto rigorosamente a criteri di imparzialità e di indipendenza, e per questo ha proposto luoghi dei quali si riteneva che comprendessero vittime di entrambi i principali partecipanti al conflitto. Dopo trattative condotte a Belgrado e a Pristina nell'ottobre e nel novembre 1998, il Tribunale distrettuale di Pristina ha firmato un'ordinanza con la quale il team veniva autorizzato a condurre indagini in luoghi nei quali erano stati commessi crimini a Glodjan, Golubovac, Gornje Obrinje, Klecka, Orahovac e Volujak. Nei primi tre luoghi si trovavano resti di vittime che si ritenevano essere di etnia albanese, negli altri tre si trovavano resti di vittime che si presupponeva essere serbi. Questa scelta è stata l'esito naturale della natura imparziale del team e dei suoi compiti; inoltre, il team, nel corso delle precedenti trattative, ha chiesto rigorosamente di ricevere l'autorizzazione a condurre indagini su possibili crimini commessi contro persone che appartenevano a entrambe le parti coinvolte nel conflitto. Tuttavia, va osservato che nell'agosto del 2000 il Tribunale ha annunciato indagini sui crimini commessi nelle località di Glodjan, Klecka, Orahovac e Volujak. Dopo la scoperta di un numero di vittime comprese tra 40 e 45 nel villaggio di Racak, l'ambasciatore jugoslavo a Helsinki, dr. Dusan Crnogorcevic, ha inviato alla dr.ssa Helena Ranta un invito supplementare a partecipare alle indagini a Racak. Subito dopo di ciò, il Tribunale distrettuale di Pristina ha emesso un'apposita ordinanza per la conduzione di indagini relative a tale incidente. A livello internazionale, anche l'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) ha richiesto con urgenza all'Unione Europea una perizia forense nell'ambito delle indagini relative a tale incidente.

Il team forense finlandese ha svolto dal 1996 alcune missioni, ma il suo operato come Team di esperti forensi dell'Unione Europea rimane il più importante, sia in Bosnia-Erzegovina che in Kosovo. Le esperienze che sono state accumulate con il lavoro in queste regioni dimostrano l'importanza decisiva del fatto che vengano definiti in maniera chiara ed esaustiva gli obiettivi e i compiti (per esempio il mandato) che vengono richiesti e conferiti dalla rispettiva entità internazionale. Ciò vale in particolare, tra le altre cose, per gli aspetti legali relativi a 1) la formazione del team, 2) gli accordi che vengono siglati con gli organi governativi di ogni singolo stato e 3) la gestione e l'influenza dell'effettivo funzionamento del team nel singolo stato, che dovrebbero essere fissate prima della sua applicazione. Purtroppo, in molti casi, a causa della natura della crisie del suo intensificarsi, non è sempre possibile attenersi a questi prerequisiti indispensabili e decisivi. Esistono saltuariamente delle situazioni in cui lo status pubblico del singolo team rimane non chiarito e in cui il team può funzionare senza facoltà e garanzie di sicurezza adeguate. Inoltre, in alcune situazioni, i partecipanti al conflitto, o addirittura le entità internazionali che ricercano una soluzione per il conflitto, non prendono atto dell'importanza di tutto ciò. Al fine di raccogliere fatti medico-legali, il team di indagine forense può tuttavia svolgere il proprio lavoro solo alla condizione di attenersi ai più alti standard professionali, conformi al codice etico della comunità scientifica in questione e limitandosi nelle sue conclusioni esclusivamente all'ambito della perizia. Per questo, la formulazione di qualsivoglia conclusione o implicazione politica non rientra nella sfera professionale del team medico-legale. In questo caso, la natura dei suoi compiti si differenzia dai compiti di un team di indagini nominato in base a criteri politici, i cui scopi e il cui mandato nell'ambito del diritto internazionale sono di norma legati a dispute specifiche o agli organi che hanno nominato il team al fine di raccogliere informazioni fattuali, per esempio relativamente a un incidente o a una questione noti, con lo scopo di adottare decisioni politiche, così come di ottenere una base fattuale per reagire a essi. La natura differente di questi team di indagine si riflette, inoltre, anche sulla loro struttura, sui loro metodi di lavoro, sulle perizie che vengono loro richieste e sulla natura dei loro rapporti finali relativi ai singoli compiti. Ne consegue che nelle competenze del team di esperti medico-legali non rientrano i commenti su singole questioni, per esempio su chi sono i colpevoli, su quale partecipante al conflitto essi rappresentino o sul perché queste persone sono state uccise - vale a dire proprio gli aspetti in relazione ai quali i media internazionali hanno chiesto al team di prendere una posizione definita, motivo per cui sono state diffuse svariate speculazioni nei resoconti sulle attività del team in tale ambito.

2.        Rassegna delle località prescelte e delle successive indagini

GORNJE OBRINJE

L'uccisione di 22 membri di una famiglia albanese, ivi inclusi donne, bambini e vecchi immobilizzati, a Gornje Obrinje, nel settembre del 1998, ha avuto un'enorme publicità e ha influito sull'opinione pubblica di alcuni stati. I resti delle vittime sono stati sepolti temporaneamente non lontano dal villaggio e tale località, a causa dell'importanza e della natura dell'incidente, ha avuto la maggiore priorità nel lavoro del team. A Gornje Obrinje un'indagine imparziale internazionale aveva un'importanza decisiva. Per questo, dopo trattative con il rappresentante del Ministero della giustizia in Kosovo, Jovica Jovanovic e con Gani Koci, comandante locale dell'Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK), è stata programmata un'esumazione sul posto per il 10 dicembre 1998. Il team doveva presentarsi sul luogo del crimine accompagnato da rappresentanti della Missione diplomatica di osservazione dell'UE per il Kosovo e da diplomatici dei paesi dell'UE. Tuttavia, sulla strada che portava alla località, si sono unite al convoglio, all'improvviso e contrariamente all'accordo reciproco raggiunto, forze jugoslave pesantemente armate, tra le quali a quanto pare vi erano membri delle forze speciali antiterroristiche "Kobra", che hanno proseguito il viaggio fino al primo punto di controllo dell'UCK. La situazione ha subito un'escalation tale da potere sfociare in un incidente armato. Dopo alcune ore di trattative, mirate a porre fine a un tale sviluppo della situazione e a evitare che il team venisse utilizzato per scopi politici o come scudo umano, il team ha deciso di fare ritorno a Pristina. Successivamente è emerso che membri dell'UCK avevano occupato case abbandonate in vicinanza della strada e che avevano ricevuto l'ordine di sparare nel caso in cui il convoglio in formazione armata avesse proseguito sulla strada che portava al villaggio. Lo stesso pomeriggio, dopo il ritorno del team a Pristina, Dragoljub Jankovic, ministro serbo della giustizia, ha suggerito, in occasione della sua visita in Kosovo, di effettuare indagini a Golubovac invece che a Gornje Obrinje. Egli, inoltre, ha ripetuto continuamente che per l'amministrazione jugoslava un aspetto cruciale per il funzionamento del team era la presenza e la sicurezza del magistrato del Tribunale distrettuale di Pristina, Danica Maksimovic [si tratta di un lapsus o di un errore tipografico: il cognome del magistrato e Marinkovic - N.d.T.], e ciò nonostante la sua partecipazione al lavoro indipendente del team non fosse prevista, mentre proprio per la sua presenza le forze armate si sono unite al convoglio [la stessa Marinkovic è stata protagonista di episodi analoghi dopo il massacro di Racak - N.d.T.]. Da parte sua, Adem Demaci, a quel tempo capo della sezione politica dell'UCK, era a favore della conduzione di indagini anche a Golubovac. Putroppo, al Team non è stata offerta la possibilità di effettuare l'indagine. Inoltre, nelle settimane successive, l'ospedale dell'Università di Pristina ha emesso una disposizione aggiuntiva che limitava ulteriormente l'eventuale operato indipendente del team, un fatto che non costituisce una sorpresa alla luce delle circostanze in atto a quei tempi. Poiché la situazione era entrata in un circolo vizioso con l'impedimento dell'imparzialità e dell'indipendenza del funzionamento del team, i suoi membri hanno deciso di fare ritorno in Finlandia, pianificando di proseguire il proprio lavoro nelle altre località dopo Natale.

KLECKA

Nell'agosto del 1998 le forze jugoslave hanno riconquistato il principale centro di addestramento dell'UCK a Klecka e hanno scoperto in tale località resti umani cremati. Ufficialmente è stato comunicato che erano state ritrovate 22 vittime, a quanto si diceva serbe, che includevano donne e bambini. Gli esperti locali hanno effettuato esami su tali resti presso l'Istituto di Medicina Legale di Pristina e hanno documentato il reperimento del corpo di due uomini, di una donna e di due bambini di età compresa tra gli 8 e i 12 anni. Il Team di esperti forensi dell'UE doveva effettuare indagini su tali resti e provvedere a analisi e misurazioni forensi, osteologiche e antropologiche, a un'analisi radiografica e a un esame del DNA. Nel dicembre del 1999 il rapporto del Team di esperti forensi dell'UE è stato completato e consegnato allo svolgente funzione di presidente dell'UE (Finlandia), al Tribunale dell'Aia e all'ambasciatore della Jugoslavia in Finlandia, affinché lo facesse pervenire alle autorità competenti jugoslave. Sulla base dell'analisi del DNA è stato stabilito che le ossa esaminate (89 principali, che è stato possibile identificare, e 108 piccoli frammenti bruciati) appartenevano esclusivamente a tre persone adulte. Al momento della morte, due di esse erano di età media. Vi erano anche tracce di danni che provenivano chiaramente da pallottole sparate, ma non è stato possibile stabilire la loro significatività (per esempio, se sono stati causati mentre la persona era in vita) a causa della loro natura e delle condizioni in cui sono stati rinvenuti i resti. Oltre a ciò, sulla base del lavoro di indagine del team, a causa della natura dei resti e della loro manipolazione, non è stato possibile confermare quanto tempo era passato dalla loro morte. Questi referti sono collegati alla procedimento legale che è stato condotto contro due albanesi arrestati nell'autunno del 1998. Tale procedimento ha avuto inizio nell'aprile 2000 presso il Tribunale distrettuale di Nis. A quanto ci è noto, la documentazione del team è stata inserita tra il materiale di prova consegnato al tribunale. Nella primavera del 2001 gli accusati sono stati dichiarati colpevoli di terrorismo ai sensi del Codice penale e sono stati condannati a 20 anni di prigione. Tuttavia, vi sono alcune incoerenze tra il rapporto degli esperti locali e la documentazione del Team di esperti forensi dell'UE. Dato che il rapporto degli esperti locali e le prove supplementari basate sui ricordi personali e sugli appunti del magistrato Danica Maksimovic [Marinkovic, vedi sopra - N.d.T.] non sono accessibili, non è possibile in questo momento valutare il processo. Nel corso del processo i media hanno riferito che la difesa ha presentato due estratti dal registro dei decessi del 1981 e del 2000 in relazione ai due presunti omicidi ai quali si far riferimento nell'accusa originale, ma il giudice li ha immediatamente ritirati. Il nome di questi due deceduti vengono citati solo nell'atto di accusa per l'incidente di Klecka. Si può quindi presupporre che le dichiarazioni e le ammissioni rilasciate dai due accusati nel corso del processo costituiscano la base della sentenza. Alcuni singoli esperti legali locali ritengono che con una revisione della procedura la Corte di Cassazione della Serbia probabilmente annullerà la sentenza del Tribunale distrettuale e disporrà un nuovo processo per questo caso, ma gli autori non sono stati in grado di dare un loro commento in merito a tale caso.

RACAK

La scoperta di un numero di vittime compreso tra 40 e 45 nel villaggio di Racak il 16 gennaio 1999 viene ritenuta come un punto chiave nell'escalation della violenza e vi è la convinzione generale che ciò abbia rivolto l'opinione pubblica mondiale contro il presidente Milosevic, aprendo in parte la strada ai bombardamenti della NATO il 24 marzo. Non bisogna comunque mai sopravvalutare l'importanza di un singolo incidente, separandolo dal contesto generale di un conflitto interno, indipendentemente da quanto un incidente possa essere tragico. Bisogna inoltre ricordare che già alla metà dell'ottobre 1998 le forze aeree della NATO avevano ricevuto l'ordine di essere sempre pronte e che tale ordine non è mai stato ritirato fino all'inizio della campagna aerea. Si può quindi dire che l'incidente nel villaggio di Racak è solo uno dei molti fattori diversi che hanno inciso sulla decisione. Alcuni giorni dopo l'incidente l'indagine presso il villaggio di Racak è stata rapidamente aggiunta al mandato del team. In conformità a ciò, il Team di esperti forensi dell'UE ha svolto, verificato e controllato le autopsie a Pristina e il 17 marzo 1999 ha consegnato i suoi referti allo svolgente funzione di presidente dell'UE (a quei tempi la Germania), al Tribunale distrettuale di Pristina e all'Istituto di Medicina Legale dell'Università di Pristina, come era previsto dal mandato originale del team. Il rapporto sulle autopsie (comprendente video, fotografie e altri materiali) comprendeva i referti medico-legali e la documentazione del team. In tale occasione è stata data una comunicazione ai media nella quale venivano trattate alcune delle questioni e delle dichiarazioni più controverse (senza formulare alcuna accusa) che riguardavano esclusivamente le evidenti insufficienze nella procedura di indagine. Per esempio, la conclusione sulla presunta profanazione dei corpi, secondo quanto comunicato il 16 gennaio. Si è giunti alla conclusione che i segni interpretati come tali sono stati provocati con ogni probabilità dall'azione di animali o dalla grande quantità di pallottole sparate. Tuttavia, i media non hanno menzionato questi reperti del team. Inoltre, nel comunicato è stata messa in questione con argomentazioni scientifiche la prova della paraffina effettuata dagli esperti locali. La consegna del rapporto ha suscitato una grande attenzione da parte dei media e numerose speculazioni. Tuttavia, è necessario sottolineare che i protocolli di autopsia, di per se stessi, non possono dare una risposta alla domanda di come si siano svolti gli eventi nel villaggio di Racak, del luogo dell'uccisione e delle eventuali disposizioni della scena. Nel corso delle indagini non sono emerse indicazioni diverse dal fatto che le vittime non fossero altro che civili disarmati. Tuttavia, si tratta di questioni che rientrano nelle competenze di un tipo del tutto diverso di team e probabilmente solo un tribunale internazionale imparziale sarebbe in grado di valutare tale questione sulla base di prove materiali esaustive raccolte da diverse fonti. Gli stessi resti di corpi umani, i loro indumenti e gli effetti personali che sono oggetto di indagine forense in quanto tali, possono offrire solo un numero limitato di fatti. Per questo le osservazioni o le conclusioni sul possibile svolgersi degli eventi (e sullo status definitivo delle vittime) devono sempre basarsi su materiali che comprendano anche altre forme di prove e di fatti.

In una formazione leggermente modificata, il team ha successivamente proseguito il lavoro relativo all'incidente nel villaggio di Racak, con finanziamenti assicurati dall'Unione Europea. Il team, inoltre, ha analizzato la fotodocumentazione raccolta dall'OSCE il 16 gennaio 1999 a Racak e la ha confrontata con i risultati dei reperti dell'autopsia. Poiché dopo la conclusione dell'indagine medico-legale nel novembre del 1999 alcune questioni tecniche erano rimaste irrisolte, è stata svolta un'altra indagine dettagliata nei canaloni in cui erano stati ritrovati complessivamente 23 corpi. Nel corso di tale processo di reperimento di oggetti metallici, il team ha utilizzato metal-detector con una portata in profondità pari a 30 cm. ed è stato coperto un territorio lungo 170 e largo da 30 a 60 metri. Proiettili e parti di proiettili sono stati rinvenuti a una profondità fino a 15 cm., esclusivamente nel luogo in cui sono stati ritrovati i corpi. I proiettili, le parti di proiettili, i resti di tessuti molli umani e le parti di corpo identificabili sono stati sottoposti a estrazione del DNA e successivamente il profilo del DNA è stato confrontato con il DNA delle vittime, come è stato fatto nel gennaio del 1999. Poiché la significativià delle lesioni (per esempio, se sono state arrecate o meno mentre la vittima era in vita) è stata confermata e documentata nel corso dell'autopsia del profilo del DNA, le parti di corpo che è stato possibile identificare e i fotoreperti potranno essere utilizzati per escludere alcune ipotesi sul possibile svolgimento dei fatti. Oltre a ciò, sono stati trovati bossoli sulla superficie del terreno, in generale sotto le foglie o nel terriccio. La maggior parte dei bossoli è stata trovata nei cespugli spinosi e impervi che circondano i canaloni. Tutte le pallottole, le parti di pallottole e i bossoli scoperti e localizzati sono stati analizzati e sono stati confermati i segni che li contraddistinguevano (le "impronte digitali"). Oltre a ciò, tale materiale è stato sottoposto ad analisi elementare. Sulla base dei risultati ottenuti sarà possibile dare informazioni dettagliate sul tipo e sulla provenienza delle munizioni (tipi di bossoli, calibro, anno di produzione, fabbrica) e sul numero e il tipo di armi utilizzate in tale occasione. La dispersione dei bossoli sul terreno può inoltre fornire indizi sulla possibile posizione(i) dell'autore(i) del crimine. Sono stati anche confrontati i segni di riconoscimento sul materiale forense rinvenuto e la documentazione sulle pallottole che sono state estratte dai corpi delle vittime nel corso dell'autopsia condotta nel gennaio 1999. Dal giugno 1990 [si tratta di un evidente svista: gli autori si riferiscono chiaramente al giugno 1999 - N.d.T.] la KFOR ha confiscato in Kosovo armi e munizioni che possono essere utilizzate per prove di sparo e per un confronto con il materiale forense raccolto. Per le indagini condotte sui canaloni è stato utilizzato un "tachimetro" calibrato per la misurazione delle distanze, delle inclinazioni e delle direzioni, e sulla base di tutto cià è stata creata una base dati con 850 quote. E' stata segnata l'ubicazione di ogni proiettile, parte di proiettile e bossolo, che è stata confrontata con la posizione di ogni vittima, secondo quanto verificato dall'OSCE. Questa presentazione, le cifre e i modelli di terreno ottenuti sfruttando la base dati, potrebbero essere utilizzate per la definizione del settore visivo dalla quota di altezza scelta, in qualsiasi parte del canalone, dove i cespugli spinosi limitavano l'eventuale settore visivo. Successivamente, nel marzo 2000 è stata condotta un'altra indagine in luoghi selezionati all'interno del villaggio. I risultati di questa indagine aggiuntiva sono stati consegnati al Tribunale dell'Aia nel giugno 2000. Il rapporto sulle attività del team è stato consegnato anche all'Unione Europea ed è stato distribuito come documento riservato. Dopo la pubblicazione di un articolo medico-legale nel gennaio di quest'anno, che si riferiva alle autopsie effettuate nel gennaio 1999, l'indicazione "strettamente riservato" è stata tolta dal rapporto, al fine di assicurare informazioni aggiuntive. La prima indagine del novembre 1999 è stata condotta senza alcuna pubblicità. La seconda indagine, tuttavia, ha coinciso con una pubblicazione non autorizzata di un resoconto sulle autopsie nel giornale "Berliner Zeitung" nel marzo 2000 e ha suscitato numerose speculazioni e interpretazioni errate sui giornali. La "Berliner Zeitung" ha ottenuto il rapporto da una fonte non identificata. Per essere più chiari, va menzionato il fatto che esistevano solo sei copie dei reperti delle autopsie. Due copie sono state consegnate allo svolgente la funzione di presidente dell'UE (Germania), delle quali una è stata successivamente consegnata al Tribunale dell'Aia. Altre due copie sono state consegnate al Tribunale distrettuale di Pristina e all'Istituto di Medicina Legale. Successivamente, nell'autunno del 2000, una copia è stata consegnata all'ambasciatore della Jugoslavia a Helsinki, in risposta alla richiesta di sostituire una copia che era stata precedentemente consegnata e che successivamente era stata distrutta dai bombardamenti della NATO. L'ultima copia è stata depositata presso il capo dell'archivio dell'Università di Helsinki. Le indagini condotte nel villaggio di Racak non erano mirate a una possibile procedura legale relativa a casi specifici. Il loro ruolo era, innanzitutto, quello di accertare fatti medico-legali e di assicurare determinate informazioni aggiuntive, la cui influenza e il cui ruolo si sarebbero potuti determinare successivamente. Se questi materiali successivamente avranno o meno un'influenza su procedure legali, dipenderà da diversi fattori. Tuttavia, per quanto riguarda gli eventi nel villaggio di Racak, essi possono formare parte di una procedura, stante la condizione che l'attenzione venga rivolta ad aspetti specifici, come il modo in cui le vittime sono state uccise. I risultati di queste indagini possono essere utilizzati anche in relazione ad altre prove raccolte in modi diversi, qualora dovesse essere necessario. Vale la pena di ricordare che, in relazione alla procedura legale riguardante Racak, sono l'accusa e la difesa che devono valutare la necessità di tali materiali nel contesto dato.

Gli autori di questo resoconto sono a conoscenza di due procedure legali che si basano sugli eventi nel villaggio di Racak: 1. Nell'atto di accusa del Tribunale dell'Aia contro l'ex presidente Milosevic e i suoi quattro più stretti collaboratori, reso pubblico nel maggio 1999, vengono mezionate complessivamente sette località, tra le quali anche Racak. Sei incidenti si sono verificati nel corso degli attacchi aerei della NATO. Quando l'atto di accusa è stato reso pubblico, il Tribunale ha ottenuto dalla Presidenza dell'Unione Europea i referti delle autopsie, i quali, insieme ad altri tipi di materiali fattuali, sono evidentemente diventati parte del dossier del Tribunale. Rimande a vedere se essi verranno utilizzati nel procedimento legale, sempre che tale processo arrivi a tale fase. 2. Nel giugno del 2001, un serbo del Kosovo è stato condannato a 15 anni di carcere per omicidio e per due tentativi di omicidio in relazione all'incidente nel villaggio di Racak. A quanto ci è noto, le informazioni relative alle autopsie svolte dal Team non sono state inserite nel materiale di prova e quindi non sono state parte di tale procedimento.

VOLUJAK

Il tre di ottobre 1998 sono stati scoperti resti umani all'interno di una grotta in una località che l'UCK utilizzava come prigione. Secondo il resoconto che è stato consegnato al Tribunale distrettuale di Pec, il numero di vittime è stato valutato come pari a sei. Poiché tutti tali resti facevano parte del mandato del Team di esperti forensi dell'UE, membri del Team hanno deciso di utilizzare fondamentalmente gli stessi metodi che sono stati applicati e utilizzati nel caso di Klecka. Nel dicembre del 1999 un rapporto completo è stato consegnato alla Presidenza dell'UE (Finlandia), al Tribunale dell'Aia e all'ambasciatore della Jugoslavia in Finlandia, affinché lo inviasse alle rispettive autorità jugoslave. In breve, sono stati indagati cinque cadaveri di uomini. Una delle persone aveva un'età di almeno 45 anni, e altre due di circa 50 anni. Non è stato invece possibile determinare l'età degli ultimi due corpi di persone adulte. In quattro vittime sono stati identificate lesioni da pallottola, ma a causa delle condizioni in cui si trovavano i resti, non è stato possibile definire la loro significatività. Oltre a ciò, in tre casi sono stati rilevati determinati cambiamenti patologici che possono essere utilizzati per l'identificazione, stante la condizione che vengano assicurati determinati dati sicuri precedenti alla morte. Se le supposte identità potranno essere confermate, i profili del DNA delle vittime potranno essere confrontati con i profili di parenti selezionati.

3. CONCLUSIONE

Fin dalla sua creazione nel 1996, il Team di esperti forensi finlandesi, e successivamente il Team di esperti forensi dell'UE, ha fatto proprio il concetto dell'universalità dei diritti umani. Per esempio, la necessità che i diritti umani debbano essere ampliati anche ai deceduti, in termini di una manipolazione degna dei resti umani e di una loro adeguata sepoltura. Tale interpretazione trova le sue radici nel codice etico della comunità scientifica forense e si riflette inoltre anche nel contesto legale del diritto umanitario internazionale (articoli 32-34 del Primo protocollo aggiuntivo della Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949). Bisogna inoltre prendere in considerazione la possibilità di integrare in modo molto più chiaro le indagini forensi su violazioni dei diritti umani, violazioni del diritto umanitario e crimini nei mezzi per la risoluzione delle dispute internazionali e nazionali o delle crisi interne, in particolare come possibile strumento mirato ad assicuratre informazioni fattuali sul trattamento dei civili in un conflitto e in regioni di crisi. Oltre a ciò, anche il loro possibile ruolo come base per l'adozione di decisioni politiche a livello internazionale può incidere sulla questione della responsabilità, o addirittura della responsabilità criminale, in relazione a determinati atti. Poiché i risultati e le informazioni ottenuti sulla base di indagini medico-legali sono in pratica immodificabili, essi possono offrire, insieme ad altre prove a sostegno e di incriminazione, nonché insieme ad altri materiali, una base solida per la formulazione di un'accusa da parte di pubblici ministeri. Tuttavia, è necessario allo stesso tempo tenere presente che la prova forense ha i suoi limiti. Essa può essere utilizzata, per esempio, al fine di escludere spiegazioni che la prova non conferma, addirittura quando sono verosimili. Tuttavia, la prova forense, di per se stessa, non può mai essere utilizzata in casi in cui si tratta di stabilire una responsabilità o una colpa. Tali conclusioni dovrebbero essere lasciate alla competenza dei tribunali legali competenti, affinché le esaminino nell'ambito di una procedura legale corretta e imparziale, dopo il completamento dei diversi tipi di indagine criminale. Questo fatto deve essere accettato dall'opinione pubblica, dai media, dalla comunità internazionale (politici e diplomatici), dagli avvocati e, cosa ancora più importante, dagli stessi membri dei team forensi. La morale e le valutazioni politiche non possono costituire la base per una perizia scientifica. Si tratta di pensieri personali che devono essere presi come tali. Per questo, i membri di qualsiasi team forense che si attengono ai più alti standard scientifici della propria professione non sono inclini a commentare le proprie indagini e questo principio del codice di comportamento (in molti paesi esso costituisce un vincolo legale) deve essere rispettato anche dai media. Ciò che è ancora più importante, è che devono essere rispettate anche le vittime dei crimini e protette le emozioni dei loro parenti, che hanno ormai perso i loro cari. Proprio per questo i dettagli delle indagini collegati a un singolo individuo non dovrebbero essere rivelati nei media. Se tali dettagli sono oggetto di un'eventuale procedura legale, i relativi aspetti riguardano la sensibilità e gli standard etici dei media. Le indagini forensi su violazioni dei diritti umani, ivi incluse quelle mirate a stabilire le modalità e le cause della morte, nonché l'eventuale identificazione dei resti umani, non sono importanti unicamente dal punto di vista legale. Per coloro che sono sopravvissuti e che hanno perso membri delle proprie famiglie è un vero imperativo sapere cosa è loro accaduto e, nel peggiore caso, quando non vi è la speranza che i loro famigliari siano ancora in vita, sapere se i resti dei loro cari si trovano tra i corpi delle vittime ritrovate. Hanno il diritto di saperlo, al fine di essere in grado di ricostruire nuovamente le proprie vite, di guardare avanti verso il futuro e, cosa più importante, di interrompere il ciclo perverso dell'odio e della vendetta che dura da generazioni. I resti delle vittime, inoltre, si meritano una cerimonia di sepoltura conforme alla loro tradizione, di essere sepolti in vere tombe recanti i loro nomi. Anche questo è un elemento importante del processo di pacificazione e quindi i mezzi per la procedura di identificazione devono essere garantiti nelle primissime fasi di ricostruzione e normalizzazione di una società distrutta. Quello della pacificazione è un processo di lunga durata e doloroso e gli autori di questo resoconto lo sanno per diretta esperienza. La nazione finlandese è stata divisa per anni dopo il conflitto armato intero del 1917 e cicatrici emozionali sono ancora presenti anche dopo la pacificazione. Dopo la Prima guerra mondiale lo slogan del Movimento per la pace era "Mai più guerra", a causa delle terribili esperienze della Grande guerra. I successivi sviluppi politici sono andati univocamente oltre tali sologan, con la conseguenza di sofferenze umane ancora più grandi. Per questo la speranza e il desiderio di evitare le catastrofi della guerra o dei conflitti armati hanno riacquisito nuova vitalità. Sul monumento commemorativo di un campo di concentramento della Seconda guerra mondiale sono incise due parole chiare: "Mai più". Tuttavia, nonostante i desideri e le speranze, la comunità internazionale e noi stessi come individui, siamo nuovamente testimoni di un'escalation di violenza e di sofferenze umane di civili in Europa e in altri continenti, e non vi sono garanzie sicure del fatto che noi abbiamo imparato qualcosa dalle precedenti esperienze. Vi sono comunque tutti i motivi per desiderare che la pace abbia il meglio.

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Data: 20-05-2002 Fonte: "Danas"
Autore: Helena Ranta e Kari T. Takamaa





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