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Astra: dall'underground all'etere (seconda parte)

Data: 25-06-2003 Fonte: Notizie Est
Autore: Lorenzo Guglielmi

N.E. BALCANI #677 - SERBIA-MONTENEGRO
25 giugno 2003


ASTRA: DALL’UNDERGROUND ALL’ETERE (2)
di Lorenzo Guglielmi, da Belgrado

La vecchia questione centro-periferia e i nuovi spazi di visibilità per il movimento delle donne nei mass-media e nella società civile


SECONDA PARTE

ASTRA

Pochi giorni dopo aver visto lo spot in TV, incontro Slobodanka Dekic, una delle prime attiviste dell’associazione Astra, a mezzogiorno in uno dei tanti caffè in Piazza della Repubblica. Boba aveva soltanto un’ora di tempo, ma tra il suo inglese fluente, quel po’ di serbo, da me masticato a fatica, e una dose coadiuvante di gestualità, siamo riusciti a focalizzare le questioni principali delle quali si occupa questa ONG (Anti Sex Trafficking Association), fondata nel 1998. Secondo una stima piuttosto approssimata, si calcola che nel mondo circa mezzo milione di persone, prevalentemente donne e bambini, siano vittime del “mercato degli esseri umani” , detto anche “trafficking”, volendo usare un termine più in sintonia con la “globalità” del fenomeno. Negli ultimi anni, circa 200.000 donne della sola Europa-orientale sono state vittime del traffico di esseri umani.
Se la regione Balcanica è diventata terreno fertile per questo genere di attività, essenzialmente lo si deve a tre fattori concomitanti e in rapporto di reciproca causazione: arretratezza economica, instabilità politico-istituzionale e militarizzazione dei territori colpiti da guerre civili e pulizie etniche. Per rappresentare Serbia e Montenegro, la Dekic ha usato la metafora di “zona franca”, almeno lungo il corso degli anni ’90, quando la copertura-connivenza del potere politico garantiva ai gruppi criminali dediti al trafficking di operare sul territorio in modo pressoché indisturbato. Slobodanka Dekic non ha dubbi nell’affermare che le radici di questo fenomeno, in Serbia, siano da collegare principalmente a due fattori: la guerra in Croazia, Bosnia e Kosovo, rispetto alla quale Belgrado è stato il grande retrovia e l’embargo che, lungi dall’indebolire il regime di Milosevic, ha favorito il proliferare l’economia di mercato nero.
La condizione di embargo ha significato, oltretutto, isolamento culturale e una generale scarsità di mezzi per affrontare i cambiamenti storici interni ed esterni al paese. Nonostante la situazione stia andando verso un lento miglioramento, sotto il profilo del controllo e repressione del fenomeno, Serbia e Montenegro rappresentano ancora un’area nevralgica di origine, destinazione e transito per questi nuovi “mercanti di schiavi”.
La cosa che subito colpisce di Slobodanka Dekic è la grande consapevolezza nell’uso delle parole.
Così, a inizio discussione, vengo immediatamente corretto. Quando si parla di trafficking non sono consentiti altri termini alternativi tra virgolette, perché se il fenomeno fosse riducibile a una “tratta delle bianche” o allo schiavismo, non si spiegherebbe come mai in tempi recenti soggetti coinvolti in questo genere di attività siano riusciti a evitare le sanzioni penali o a cavarsela con multe irrisorie, quando sia a livello (ex)federale che statale, i codici prevedono reati come la costrizione dell’individuo schiavitù, lo sfruttamento della prostituzione, il contrabbando e l’immigrazione illegale.
Ciò nonostante, “il mercato delle donne spesso viene trattato come un problema di immigrazione illegale, ,contrabbando o prostituzione. Se non che, esistono delle differenze – la migrazione può essere frutto di volontaria decisione della persona di partire, il contrabbando significa l’entrata illegale in un territorio, ossia un crimine contro lo stato ma non necessariamente contro la persona, dal momento che la persona acconsente a tale tipo di migrazione, mentre la prostituzione può essere una scelta volontaria quando la donna è la sola a disporre del proprio corpo e del denaro che con esso guadagna. Il mercato degli esseri umani è un crimine contro la persona perché, per la diversità qualità di fenomeno precedentemente spiegata, non prevede il consenso, e ciò significa che il principio della libera scelta ne resta escluso.” (Fonte: http://www.astra.org.yu )
“E’ evidente che un fenomeno così complesso, nel suo insieme, ha potuto godere di un vuoto legislativo per troppi anni, oltre alla complicità di parti del sistema politico-istituzionale”, dice la Dekic, “e il vuoto legislativo sottende spesso un vuoto culturale-politico, che a sua volta provoca un feedback sullo status quo delle leggi, mantenendolo inalterato. Di questo vuoto o ignoranza del fenomeno i mass-media sono lo specchio. Essi hanno una grande responsabilità”
Slobodanka, infatti, non nasconde la sua felicità per una campagna ben impostata, proprio perché giornali, radio e televisioni, compresi quelli di fama più indipendente, hanno iniziato per la prima volta a dare un’informazione meno distorta del trafficking, chiamandolo col proprio nome e iniziando a svelarne i meccanismi essenziali.
“Dobbiamo considerare il trafficking dal punto di vista socio-antropologico, perché è di vere e proprie strutture sociali e organizzative che si tratta. Quando i massmedia parlano della vittima, spesso la presentano come una prostituta, pescando nel torbido e legittimando, in definitiva, l’esistenza di un pregiudizio già diffuso presso il pubblico. Sulla base del senso comune, una prostituta, innanzi tutto, ha poca credibilità quando le si da voce”.
Il trafficking, anche se osservato soltanto dall’ottica riduttiva del mercato del sesso, non può rientrerebbe nel fenomeno prostituzione, perché alla base non c’è una scelta individuale, ma la vittima viene condotta nel tunnel col raggiro, la violenza psicologica e fisica. E comunque le vittime del trafficking, private della loro identità e dignità, non solo vengono costrette a lavorare nei bordelli, ma diventano spesso manovalanza gratuita o sottopagata per lavori di fatica o umilianti, come le pulizie e l’accattonaggio per le strade. Un altro caso frequente è quello del coinvolgimento nella manovalanza criminale, come lo spaccio di droga, oppure la pratica del “matrimonio forzato” che, una volta contratto, obbliga la vittima a sottomettersi a tutta una serie di doveri coniugali. C’è dunque un intero sistema economico, un terziario del crimine specializzato in servizi, che utilizza gli esseri umani, soprattutto donne e giovani, alla stregua di “schiavi”, ma che rispetto al semplice sfruttamento della prostituzione o al contrabbando (potenziali “ospiti” del sistema) possiede una ben diversa capacità di mimetismo nella società civile, attraverso la copertura di attività parallele e complicità istituzionali.
Il trafficking non si limita pertanto ai night club-case d’appuntamento, ma fa ruotare intorno a sé tutto un indotto economico e coinvolge un’intera rete di attività imprenditoriali apparentemente pulite, come semplicissimi caffè e ristoranti, che oltre a esser tradizionali attività di copertura e riciclaggio del denaro sporco, proveniente dalla vendità di droga e armi, sono spesso veri e propri luoghi dove la vittima viene costretta a lavorare gratis. La parola schiavitù è anch’essa inadeguata.
“Lavorando in questo campo, scopri che la gente ha un’idea dello schiavo quasi primitiva, del tipo catene e piombi, ma i trafficanti di esseri umani sono a dire il vero un misto di brutalità e raffinatezza”.
Invece le persone vittime del trafficking, un po’ come le vittime dell’usura, spesso conducono accanto a noi un’esistenza parallela fatta di paura, torture fisiche, psichiche e morali senza che noi ce ne accorgiamo. Per questo la campagna di Astra vuole, in primo luogo, concentrarsi sulla descrizione delle cause e, ancor di più ,sulle modalità del fenomeno.
“C’è un tipico pregiudizio del pubblico, sia maschile che femminile, basato sull’idea che la vittima si sia in qualche modo andata a cercare una brutta avventura, per incoscienza o stupidità, ma la firma apposta senza costrizioni a un iniziale contratto capestro non può certo significare che la vittima sapesse davvero quello a cui andava incontro”.
E’ su questo aspetto che entra in gioco la raffinatezza dei trafficanti: dotati di vere e proprie agenzie, spesso con veste legale, per il reclutamento delle persone e capaci di piccole operazioni di marketing, tarate su gusti, culture e sogni collettivi, costruiscono contratti falsi, promettendo lavoro all’estero e imbrigliando la vittima nella rete. Lo spot di Astra accenna a questa capacità di confezionamento del prodotto, così importante per la buona riuscita del trafficking. Siamo lontani anni luce dai racconti, tanto diffusi anche sulla nostra stampa, del piccolo capo clan, magari albanese e baffuto, che arriva nel villaggio di campagna con la mercedes lucida e raggira la povera contadina semi-analfabeta promettendogli l’America.
Non che queste cose non succedano più, a ogni latitudine del mondo, ma quello che emerge dal dialogo con Slobodanka Dekic, è l’ignoranza del pubblico sul trafficking come fenomeno a più domensioni, “mercato di trappole” altamente specializzato e diversificato. In questo momento in Serbia, né il livello di istruzione, né l' appartenenza a un contesto culturale urbano e più aperto al mondo come Belgrado, rende le persone immuni dal pericolo di cadere vittime dei trafficanti di esseri umani..
Kneza Mihajlova, l’elegante salotto mitteleuropeo di Belgrado, è pochi passi dal bar dove siamo seduti. Il sogno di una vita migliore non si limita più a passare via etere, ma diventa “visione palpabile” dietro quelle vetrine che, dopo anni di penuria, trasudano di merce griffata, sebbene a prezzi elevati per gli stipendi locali. Un serpentone colorato e ininterrotto di giovani fluisce per il corso.
“Ci sono ragazze cadute nella rete del trafficking pur avendo istruzione superiore o addirittura universitaria. I trafficanti sono in mezzo a noi, non di rado sono amici o familiari, più o meno consapevoli di quello che realmente stanno facendo, ma in ogni caso sono sempre persone con le quali la vittima ha instaurato un certo rapporto di fiducia. Prima poteva prevalere il bisogno di fuga da miseria nera dell’economia di guerra e/o la persecuzione politica , adesso, pur rimanendo poveri ma con il sommerso che un po’ ci solleva dai tremendi dati statistici, è molto forte la spinta a migliorare determinate condizioni di vita, uscire dalla soglia di sopravvivenza per espatriare in un mondo nuovo e realizzare i propri sogni. Il mito dell’estero è rinforzato oltretutto dai racconti, a volte leggende metropolitane generate da un veloce passaparola, sui tanti giovani espatriati in Italia, Canada, Germania e via dicendo”.
Si stima, infatti, che dalla sola Serbia 300.000 individui giovani ad alto tasso di scolarità se ne siano andati via, generando una drammatica fuga dei cervelli, in un paese di 9 milioni di abitanti. E come se non bastasse, le guerre in Croazia, Bosnia e Kosovo, oltre a generare una catena di lutti, hanno rimescolato la composizione del paese, immettendo un’ immensa massa di circa 250.00 profughi da tutta l’ex Jugoslavia, con i tutti i problemi che conseguono a un violento sradicamento e alle possibilità di risposte politiche, economiche, culturali e abitative di una Serbia che sta tra i fanalini di coda degli stati extra-Schengen.
“In Serbia, lavorando soprattutto con i giovani nelle campagne di sensibilizzazione, abbiamo notato un atteggiamento psicologico di difesa, per cui si tende a relazionare le varie attività del trafficking, in particolar modo la prostituzione, ad aree come il Kosovo e Bosnia, colpite pesantemente dai conflitti etnici e con una forte presenza militare internazionale, peraltro già compromessa da scandali legati al trafficking. La cosa curiosa è data dal fatto che magari si sa della Serbia come regione di transito di gruppi criminali, ma spesso si ignora o si vuole ignorare la sua caratteristica di centro operativo e zona di destinazione, non di rado illudendosi che le vittime siano soltanto gli “altri”e non cittadini di Serbia e Montenegro.”
Le pratiche del trafficking non escludono che una ragazza, per esempio moldava, venduta dalla mafia ucraina a un’organizzazione criminale serba, possa venir trafficata da una città all’altra della Serbia, senza più uscirne.
Se il trafficking è un fenomeno legato ai problemi di transizione dei paesi ex comunisti e alla mondializzazione dell’economia reale e finanziaria, le mafie che lo organizzano rientrano a pieno titolo nei processi di globalizzazione, avendo dimostrato capacità di dividersi i “mercati”, scambiarsi informazioni superando ogni barriera linguistica e rispondere, per esempio, in modo adattivo ai cambiamenti intercorsi nel passaggio dall’economia di guerra a quella postbellica, o, ancora, se colpite da azioni repressive di polizia internazionale, di sapersi rapidamente riciclare in nuove attività. Inoltre, la vittima acquista o perde valore di mercato, può esser ceduta per pagare dei creditori da un’organizzazione all’altra, oppure venduta assieme al valore del debito che è stata costretta a contrarre in precedenza. Il debito contratto dalla donna con i trafficanti è un elemento chiave del sistema malavitoso, perché tende a crescere nel tempo, caricando le spese iniziali di viaggio, produzione documenti, commissione per l’agenzia-trappola, con interessi, spese per la sopravvivenza, e vere e proprie sanzioni di disobbedienza, pagate pecuniariamente oltre che attraverso torture fisiche e psicologiche. Tutta una serie di espedienti, in poche parole, per rendere l’obbligazione inestinguibile. Eppure, tra i pregiudizi correnti sul trafficking, c’è proprio la convinzione che lavorando ci si possa in qualche modo sdebitare.
Tutte queste informazioni sono rintracciabili, in veste più dettagliata sul sito di Astra.
(http://www.astra.org.yu). Il sito di Astra è di facile navigazione e lettura, anche se la parte in inglese, ancora in costruzione, è dotata soltanto dei titoli. Unica pecca, forse, sono i simboli di vari soggetti che compongono il parternariato di Astra, non tutti nitidamente visibili.
Tra i partner risultano Pax Christi, SDS Suisse, OCSE, l 'Ambasciata olandese e una rete di ONG del Canada. Pax Christi attraverso la sezione olandese ha finanziato la campagna “Otvori Oci” con 19.990 marchi tedeschi, su un totale di 284.450 marchi. La parte restante e’ stata fornita dalle ambasciate di Canada, Svizzera e Olanda.
Qualcosa di più di un semplice accenno, merita il sistema di lavoro attorno al quale Astra si è costruita la propria solida credibilità.
Le attività complessivamente si dividono in prevenzione, educazione e assistenza anche se nella pratica non operano come settori a se stanti.
La prevenzione ha a che fare con tutto l’aspetto informativo, quindi con la recente campagna TV, i giornali e la pubblicazione di opuscoli e libri. Sotto questo profilo Astra è riuscita a raggiungere gli obiettivi, con due spot di impatto in onda su tutte le reti a diffusione nazionale e con la pubblicazione del numero di SOS/informazione su alcune delle testate a maggior diffusione (“Danas”, “Politica”, “Glas Javnosti” e “Blic”).
Pertanto, c’è stata da parte dell’associazione la preoccupazione di monitorare in qualche modo il livello di efficacia della campagna informativa dopo gli spot TV. Tra pochi giorni i risultati dei questionari saranno disponibili e confrontabili con i dati rilevati precedentemente alla campagna.
Forse ancora più significativo, per valenza politica, è stato il lavoro di prevenzione ed educazione, workshops e seminari nelle scuole, e corsi di formazione per la polizia, tenuti direttamente da Astra con l’appoggio dei relativi Ministeri e di organismi e istituzioni internazionali. E’ dal maggio 2001, infatti, che l’associazione è entrata come membro attivo della squadra (ex)Federale e dalla Repubblica per la lotta contro il traffico degli esseri umani, esempio di cooperazione attiva tra organismi governativi, ONG locali e organismi internazionali. La specificità di obiettivi maturati all’interno del gruppo di Astra è risultato di un percorso compiuto all’interno dell’Associazione per l’iniziativa delle donne-Rete delle donne e sfociato nel 1998 nell’impegno alla lotta al trafficking. La concezione basilare di Astra è comune di altri gruppi di donne e, più in generale di ONG, impegnate nel campo della cultura, parte cioè dalla consapevolezza che, escluse Belgrado e Novi Sad, la Serbia è un’enorme provincia. Lenta nelle comunicazioni fisiche e lontana dall’avere un accesso soddisfacente alla risorse culturali, la provincia serba soffre da sempre di un senso endemico di isolamento.
Per avere un’idea dei disagi basti pensare che ci sono villaggi a 30-40 chilometri appena dal centro di Belgrado, che richiedono più di due ore al giorno di viaggio in autobus, per andare e tornare. Il movimento delle donne in Serbia, per questi motivi, è fortemente orientato alla decentralizzazione culturale, orizzonte concretamente raggiungibile e già in parte realizzato, anche grazie alle nuove tecnologie informatiche.Astra è dislocata in dodici sedi e riesce così a coprire da sola tutta la Serbia periferica. Attraverso la decentralizzazione sul territorio e l’unità in rete il movimento delle donne sta riuscendo a coordinare una grande massa di lavoro.
“All’interno delle scuole”, afferma la Dekic, “abbiamo privilegiato un approccio partecipativo, e sulle questioni più scottanti del sex trafficking abbiamo deciso di lavorare solo in piccoli gruppi di donne, per facilitare un clima di apertura e fiducia. Per quanto riguarda invece la polizia, considerando come andavano le cose pochi anni fa, è un piccolo passo avanti, ma la novità più consistente è che dal mese di aprile il codice penale serbo è stato adeguato, con una nuova legge che finalmente sanziona il trafficking. Certo, rimangono problemi con le istituzioni, come sta dimostrando apertamente il Montenegro, dove la legge antitrafficking c’è da più tempo, ma la probabile connivenza degli ambienti politici, giudiziari e della polizia impedisce di applicarla”.
Il Montenegro e’ tutt’ora al centro di uno scandalo di trafficking che coinvolge gli apparati dello stato
Il 2 dicembre del 2002, infatti, è stato arrestato il vice procuratore statale del Montenegro, Zoran Piperovic, con il sospetto di essere coinvolto nel traffico di esseri umani e nella prostituzione. Pochi giorni prima, erano finite in stato d’arresto tre persone (Irfan Kurpejevic, Ekrem Jasavic, Bajram Orahovac) con l'accusa di essere coinvolte nell'acquisto, vendita, violenza e tortura della stessa vittima, S.C., originaria della Moldavia.
Il responsabile principale dell’intera opaerazione è stato l'ex Ministro della polizia, Andrija Jovicevic, che aveva promesso di andare fino in fondo alla questione e di accusare tutti coloro che sono stati coinvolti nel traffico di esseri umani in Montenegro. A dispetto di ogni buon proposito, Andrija Jovicevic è stato estromesso dalla nuova composizione del governo, che si è formata l'8 gennaio di questo anno.(Per ulteriori approfondimenti, www.osservatoriobalcani.org nella sezione Montenegro)
In ragione di questa generale fragilita’ istituzionale, parte ancor più delicata del lavoro di Astra riguarda l’assistenza legale e quella psicologica a le vittime del trafficking.
Assistenza legale significa difesa delle vittime nei processi e informazione sulle reali possibilità di espatrio, da intendersi come orientamento sulle leggi vigenti e sulla lettura di contratti e proposte di lavoro.
“Dalla riuscita di questa attività può dipendere la sicurezza futura della persona, perché sono davvero in tanti a voler espatriare e noi non possiamo certo dire che fuori il mondo è popolato
di gente cattiva e che è meglio starsene in casa!”, ironizza Slobodanka.
Sui centri di assistenza alle vittime così come sulla sede di Astra , invece, c’è il massimo riserbo. Le case delle donne, protette dall’esterno, si avvalgono dell’esperienza di psicologhe e volontarie attive nell’assistenza alle donne vittime della violenza, in un percorso duramente maturato lungo un decennio di guerre.
Il problema fondamentale è dato dal senso di vergogna che spesso prova la vittima del trafficking e dalla difficoltà di reintegrare le donne in una società ancora largamente dominata da una cultura patriarcale e da un forte senso dell’onore, tanto più doloroso e insostenibile se si presenta all’interno contesto familiare. Si tratta di fare in modo che la donna non diventi cinque volte vittima: del trafficking, di se stessa, dei pregiudizi sociali, dei mass-media e della propria famiglia.
Su questi ultimi aspetti non è possibile dire molto di più. Proprio i recenti scandali giudiziari in Montenegro, che ruotavano proprio attorno a un episodio di trafficking, sono stati l’occasione da parte di certi giornalisti in cerca di scoop per esporre all’opinione pubblica il dramma della “prostituta moldava”, in spregio a qualsiasi concetto di privacy e di diritti umani.
Anche questo problema è in parte legato al vuoto legislativo, sebbene in materia di informazione.
Il tempo dell’intervista ormai e’ scaduto.
Il serpentone colorato di giovani continua a fluire per la Kneza, in uno “struscio” interminabile.
Slobodanka e io ci salutiamo, scambiamo due battute su PinkTV, concordi nell’opinione che sarebbe stata un’imbecillità storcere il naso di fronte all’occasione di usare il potere televisivo come serio mezzo di prevenzione contro il trafficking, dopo aver visto l’uso spregiudicato che ne hanno fatto Slobodan Milosevic e il suo regime come strumento principe per prevenire la democrazia.

(fine)

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Data: 25-06-2003 Fonte: Notizie Est
Autore: Lorenzo Guglielmi





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