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"Presevo (2): Una 'primavera nera' all'orizzonte?"

Data: 21-02-2001 Fonte: AIM, "Mediapoolbg"
Autore: Autori vari

NOTIZIE EST #405 - SERBIA/MONTENEGRO
21 febbraio 2001


PRESEVO: UNA "PRIMAVERA NERA" ALL'ORIZZONTE?

[Proseguiamo la pubblicazione di materiali sulla crisi nell'area di Presevo, Bujanovac e Medvedja. In questo numero potete leggere: 1) un'intervista a Rizi Halimi, leader del Partito di Azione Democratica e sindaco di Presevo. L'intervista è seguita da una serie di materiali dalla nuova agenzia di stampa bulgara "Mediapoolbg" (http://www.mediapoolbg.com), il cui corrispondente Georgi Koritarov ha seguito con particolare attenzione, sul terreno, gli avvenimenti nella Serbia meridionale: 2) una valutazione della situazione a cavallo tra il 2000 e il 2001; 3) un'intervista a Zekirija Fazliu, della Unione Democratica degli Albanesi; 4) un'intervista a Biserka Matic, che fa parte del consiglio di coordinazione del governo di Belgrado, guidato da Covic; 5) un'altra valutazione sulla situazione nella regione aggiornata alla settimana scorsa. I materiali di questo "dossier Presevo" vengono pubblicati a titolo esclusivamente informativo]


1) NON SIAMO TERRORISTI
intervista a Riza Halimi, sindaco di Presevo - (a cura di Rrahman Pacarizi - AIM Pristina, 14 febbraio 2001)


Riza Halimi è uno dei fondatori del movimento politico degli albanesi che vivono al di fuori dei confini amministrativi del Kosovo, in una regione che i serbi chiamano Serbia meridionale e gli albanesi Kosovo orientale, mentre la comunità internazionale la chiama valle di Presevo. Il Partito di Azione Democratica di Riza Halimi è stato fondato contemporaneamente alla LDK di Ibrahim Rugova e ha organizzato nel 1992 un referendum per gli abitanti albanesi di tale regione, con il quale gli albansi si sono pronunciati a favore dell'autonomia politica e territoriale di tale regione e della possibilità di unirsi al Kosovo. Halimi, dopo essere stato oggetto a più riprese di critiche da parte dei guerriglieri albanesi dell'UCPMB di recente formazione, è riuscito a diventare nuovamente uno dei fattori chiave per una soluzione politica della crisi in atto nell'area. Riza Halimi ha risposto ad alcune domande della AIM nel momento in cui la parte serba e quella albanese stanno proponendo differenti Piattaforme per la soluzione della crisi nella valle di Presevo.

AIM: Signor Halimi, come valuta il piano del governo serbo per risolvere la crisi nella valle di Presevo?

HALIMI: Non conosciamo ancora nei dettagli il programma del governo serbo, o più precisamente del vicepremier Nebojsa Covic, e io conosco tale Piattaforma solo sulla base di alcuni estratti che sono stati pubblicati dai mezzi di informazione, cioè solo alcune parti di tale programma. Noi abbiamo espresso fin dall'inizio la nostra obiezione al fatto che in tale programma si parli di terroristi, una cosa per noi inaccettabile, perché è noto a tutti che gran parte della popolazione albanese, in particolare nella zona smilitarizzata, è stata costretta e forzata, in seguito a pressioni e violenze da parte serba, a prendere le armi al fine di difendersi e quindi tali persone non sono in alcun modo dei terroristi. Tuttavia, il governo serbo impiega continuamente, anche in questo Programma, il termine terroristi. A mio giudizio si tratta di uno dei principali ostacoli che impedisce tale processo politico e un suo avvio con successo. Il secondo particolare, anch'esso per ora uno dei problemi chiave, è la questione della partecipazione di rappresentanti dell'UCPMB nella delegazione albanese, cosa che a nostra opinione è indispensabile. Ad ogni modo, in questi giorni vi sono stati segni positivi, e anche il premier serbo Zoran Djindjic ha dichiarato la possibilità che il governo serbo e quello jugoslavo accettino che della delegazione albanese facciano parte anche rappresentanti degli albanesi che hanno preso le armi.

AIM: Pensate che questo cambiamento nella posizione del governo della Serbia rispetto alla partecipazione di rappresentanti dell'UCPMB alle trattative, costituisca un segno che anche il governo della Serbia è disponibile ad avviare un dialogo con la parte albanese?

HALIMI: Si tratta in ogni caso di un importante passo. Ma ribadisco che il problema è rappresentato dall'attuale approccio del governo serbo e del suo programma, che parte da premesse sbagliate, vale a dire che il problema sarebbero gli albanesi che hanno preso le armi, e non accetta ciò che è essenziale, e cioè che il problema è stato il modo di agire dell'esercito e della polizia serbi sul terreno e il fatto che in tale esercito e polizia vi siano ancora elementi che hanno causato tutti questi problemi. Si tratta di una questione essenziale, che è necessario regolare affinché delle eventuali trattative abbiano successo.

AIM: I soggetti politici e militari della valle di Presevo si sono già messi d'accordo sulla messa a punto di una Piattaforma unitaria. Quando verrà approvata e cosa in concreto contiene?

HALIMI: Sì, la Piattaforma è in fase preparativa e per ora la nostra posizione è quella di arrivare al dialogo o alle trattative uniti [negli ultimi giorni la parte albanese ha annunciato che la sua piattaforma sarà pronta entro fine mese - N.d.T.]. Abbiamo già definito i punti principali ed è del tutto normale che ora tale programma venga elaborato nei dettagli, visto che a nostra opinione potrebbe risolvere la questione degli albanesi di Presevo, Medvedja e Bujanovac. Per me, tuttavia, la base di partenza dovrebbe essere la Piattaforma che avevamo in occasione del Referendum del 1992 sull'autonomia politica e territoriale, che dovrebbe servire da orientamento della nostra delegazione nelle trattative con la parte serba.

AIM: Lei in questi giorni ha parlato anche con alti funzionari americani, tra i quali anche l'ambasciatore USA a Belgrado, William Montgomery, e con il consigliere del presidente americano per i Balcani, James Pardew. Qual è la loro posizione in relazione a tale questione e alla sua risoluzione?

HALIMI: Il tema dei colloqui è stato quello della difficile situazione nella valle di Presevo e della necessità di una soluzione politica del problema in tale zona. Posso dire che i rappresentanti americani hanno dimostrato un grande interesse. Sia il Dipartimento di Stato americano, sia l'intera comunità internazionale sono interessati a dare il proprio contributo alla soluzione politica di questa crisi. Per questo la visita degli americani in questa zona è stato un momento importante e sono convinto che, con l'aiuto del fattore internazionale e in primo luogo del Dipartimento di Stato, cominceranno le trattative, cosa che dovrebbe continuare a diminuire le tensioni esistenti, che negli ultimi giorni stanno crescendo.

AIM: Lei conosce, almeno nei loro punti principali, le Piattaforme di entrambe le parti, cioè di quella albanese e di quella serba, riguardo alla risoluzione della questione della valle di Presevo. Dove lei individua la possibilità del raggiungimento di un accordo in eventuali negoziati tra albanesi e serbi?

HALIMI: Sì, sicuramente in questo momento le Piattaforme si trovano a una grande distanza reciproca, ma ci impegneremo, con tutte le forze, affinché le posizioni si avvicinino. E' del tutto chiaro che in ogni soluzione ci saranno anche dei compromessi. Per avviarsi in tale direzione, la comunità internazionale avrà naturalmente un ruolo particolare, ma è di importanza essenziale che cessi la violenza e la pesante discriminazione pluriennale nei confronti della popolazione albanese, che vengano garantiti tutti i diritti umani, tutti i diritti nazionali e politici degli albanesi del luogo. Sono convinto che si tratti di un processo che in questi momenti non porterà molto rapidamente a una soluzione politica. Ma tuttavia potrebbe trattarsi di una decisione che contribuirebbe al miglioramento della posizione degli albanesi del luogo e al loro impegno permanente per la realizzazione completa delle loro aspirazioni politiche...


2) LA SERBIA MERIDIONALE DIVENTERA' UN SECONDO KOSOVO?
di Georgi Koritarov - ("Mediapoolbg", inizio gennaio 2001)


Nel mese di ottobre in Kosovo si sono svolte le prime elezioni per l'autogoverno locale dopo la fine della guerra e la messa della regione sotto l'amministrazione dell'ONU. L'obiettivo di queste elezioni in Kosovo era quello di trasformare il voto nel primo passo verso la creazione di istituzioni autonome e di smorzare in qualche modo il livello della tensione interetnica. Ma nonostante le elezioni - sia quelle jugoslave, sia quelle locali kosovare, la tensione è rimasta. Allo stesso tempo, tale tensione ha cominciato ad assumere un nuovo indirizzo strategico e un nuovo perimetro. Gli eventi verificatisi nel sud della Serbia nell'ultimo mese sono giunti come prova che la "formula per la pace" in Jugoslavia e la "formula dei processi" nella regione sono subordinate a due visioni tra di loro differenti, e addirittura contrastanti. La visione della pace era stata costruita dalla comunità internazionale sul principio della "benda ben fissata" intorno alla ferita del Kosovo. L'obiettivo di questa benda assomiglia sempre più all'intenzione di tenere attaccato al corpo della Jugoslavia, artificialmente e per un periodo indefinitivamente lungo, un arto che ormai da lungo tempo se ne è distaccato - il Kosovo. La seconda visione degli eventi segue la strada non ancora giunta a compimento della dissoluzione dell'ex Jugoslavia socialista. Le tre municipalità del sud della Serbia che confinano con il Kosovo, cioè Presevo, Bujanovac e Medvedja, sono non casualmente diventate il nuovo scenario di preccupate previsioni di una guerra imminente. Già otto anni fa la popolazione albanese di tali municipalità aveva organizzato referendum altrettanto illegale dal punto di vista delle leggi jugoslave di quanto lo era stato quello svoltosi in Kosovo nel 1991 per la "indipendenza". Il referendum nella Serbia meridionale prevedeva la richiesta che la regione ottenesse un grado di autonomia politica, economica e culturale che le consentisse tra le altre cose anche l'unione al Kosovo nel caso in cui l'ex federazione socialista jugoslavia si fosse dissolta. La serie di referendum in questo periodo di semidissoluzione della Jugoslavia, indipendentemente dal fatto che portassero a risultati politici oppure no, era parte dell'allora contraddittorio e compromissorio modello costituzionale del grande stato federale. All'interno di quest'ultimo, insieme alle sei repubbliche con status di unità federali, sebbene non di repubbliche a sé, vi erano le cosiddette "province autonome socialiste" del Kosovo e della Vojvodina. La Serbia meridionale non ha mai goduto di uno status di autonomia istituzionalizzata. Ma la popolazione albanese locale ha motivato, come minoranza nazionale, il proprio referendum su più direttive. In primo luogo, con le modifiche apportate in passato ai confini della Serbia con il Kosovo. In secondo luogo, con la dissoluzione della Federazione Socialista Jugoslava e la cessazione in pratica del suo modello politico e costituzionale. E in terzo luogo, con la richiesta di rispettare i diritti culturali degli albanesi di Presevo, Bujanovac e Medvedja. La preistoria della violazione dei diritti culturali degli albanesi nelle tre province della Serbia meridionale riflette come uno specchio i primi segni di un imminente conflitto in Kosovo, quello di due anni fa. Nel corso del 1998 la disputa tra Pristina e Belgrado veniva presentata come risultato dell'insistenza degli albanesi del Kosovo affinché Milosevic rispettase l'"Accordo per l'istruzione in lingua albanese", firmato tra quest'ultimo e Ibrahim Rugova nel 1996. Il rifiuto di Belgrado di mettere in atto l'accordo e di riconoscere il diritto degli albanesi del Kosovo ad avere un sistema educativo autonomo, ha portato nel giro di soli alcuni mesi a un sensibile rafforzarsi delle richieste di indipendenza per il Kosovo. Nel giro di poco tempo sono emersi, e hanno ricevuto legittimità internazionale, i tre volti dell'idea di indipendenza. In primo luogo, i partiti politici albanesi del Kosovo. In secondo luogo, l'ala politica dell'Esercito di Liberazione del Kosovo. E in terzo luogo la sezione armata dell'UCK. All'inizio quest'ultimo ha cominciato con azioni partigiane isolate, e successivamente si è strutturato fino a diventare un esercito con un proprio stato maggiore e un comando centralizzato. Nella Serbia meridionale gli albanesi hanno un problema analogo con la propria istruzione. Non hanno un sistema di istruzione indipendente e i diplomi di coloro che hanno studiato alle università di Tirana, Pristina o Tetovo non vengono riconosciuti dalle autorità jugoslave. Le azioni dell'Esercito di Liberazione di Presevo, Bujanovac e Madvedja, emerso di recente, ricordano incredibilmente da vicino quelle con cui è nata l'UCK. Singole azioni partigiane di giovani che non hanno la pazienza di attendere che si trovi una soluzione per la Serbia meridionale e che hanno come obiettivo solo quello di affrettare l'individuazione di una soluzione politica. Recentemente l'UCPMB si è dotato di una propria ala politica. La sua centrale è situata nella città kosovara di Gnjilane e punta tra le altre cose a ottenere legittimità internazionale. Le analogie tra il conflitto in Kosovo e la crescente tensione nella Serbia meridionale sono talmente evidenti, che sembrano destinate a dimostrare non tanto le similitudini, quanto piuttosto i futuri pericoli. Le tensioni nella Serbia meridionale difficilmente riusciranno a fare giungere a destinazione il loro avvertimento. Il problema, nelle regione, dipende molto poco dalla congiuntura politica in Serbia e in Jugoslavia. Indipendentemente dal fatto che Belgrado venga governata dalla DOS, problemi come quelli in Kosovo e nella Serbia Meridionale rimarranno, così come era avvenuto durante il regime di Milosevic, una variabile della ristrutturazione non ancora compiuta degli spazi della ex Jugoslavia e delle diverse dottrine nazionali - quella albanese e quella serba, che hanno visioni e istanze di statualità inconciliabili. Inoltre, la visione non ancora chiaritasi da parte della comunità internazionale riguardo a quale sarà il futuro status del Kosovo continuerà ininterrottamente a nutrire la crisi anche nella Serbia meridionale. Pristina ha bisogno dei problemi nella Serbia meridionale, perché in tale modo ricorda al mondo che deve affrettarsi con una sua formula per il Kosovo. Anche gli albanesi della Serbia meridionale hanno bisogno di chiarezza riguardo allo status del Kosovo. Quando più distintamente si vedranno all'orizzonte i tratti della futura indipendenza, tanto più forti diventeranno le ambizione della Serbia meridionale di unirsi al Kosovo. Recentemente Zoran Djindjic ha avvertito: "nei Balcani si sta rischiando un'altra guerra". Un ammonimento che oltre alla simbolica politica, reca con sé concreti timori. Se l'approccio del mondo ai problemi della Jugoslavia continuerà a essere quello della "fasciatura ben fissata a un arto ormai staccatosi, e ispirata ai principi", e non quello di una nuova lettura della storia della federazione jugoslava e della sua collocazione nel contesto europeo - le previsioni di nuove guerre potrebbero non rimanere solo cupe fantasie.


3) INTERVISTA A ZEKIRIJA FAZLIU, PRESIDENTE DEL PARTITO "UNIONE DEMOCRATICA DEGLI ALBANESI"
a cura di Georgi Koritarov - ("Mediapoolbg", 12 febbraio 2001)


D: Con quali argomenti gli albanesi della Serbia meridionale hanno rifiutato il piano di pace di Belgrado?

R: Riteniamo che la proposta sia unilaterale. La proposta di Belgrado prevede una parziale smilitarizzazione della parte della zona di sicurezza nella quale si trovano soprattutto unità dell'UCPMB. Per questo motivo riteniamo che tale approccio sia troppo unilaterale. Secondo noi la smilitarizzazione deve essere messa in atto per intero ed essere accettabile per entrambe le parti. Deve essere realizzata sotto l'osservazione di organizzazioni internazionali accettate sia dalla parte albanese sia dalla parte serba. Le difficoltà tra noi e Belgrado sono aumentate di molto, da ieri, quando la polizia serba ha trattenuto degli autobus con viaggiatori che andavano da Gnjilane a Presevo, sottoponendoli a crudeli maltrattamenti. Parte di essi sono stati costretti a fare da "scudi umani" e attualmente sono in stato di shock.

D: C'è già una posizione unitaria degli albanesi della Serbia meridionale per le trattative con Belgrado?

R: Sì.

D: Quali sono le vostre richieste?

R: Vogliamo una smilitarizzazione completa - può essere graduale, ma deve essere una smilitarizzazione completa dell'intera zona di Presevo, Bujanovac e Medvedja sotto l'osservazione dell'ONU o di un'altra organizzazione internazionale chiamata a partecipare. Dopo di ciò si dovranno formare delle forze di sicurezza locali, la cui composizione dovrà essere proporzionale alla composizione etnica della regione. Belgrado, tuttavia, respinge le nostre richieste.

D: I rappresentanti dell'UCPMB hanno comunicato che combatteranno per la piena liberazione della regione dal potere serbo.

R: Lo stesso nome dell'UCPMB illustra queste intenzioni. Ma fino a quando non si sarà arrivati a un'escalation, saranno sempre possibili soluzioni politiche - senza grandi scontri e senza gravi conseguenze.

D: Anche il vostro obiettivo è quello della liberazione dal potere serbo?

R: La migliore soluzione per un accordo sarebbe quella che porterebbe a ciò. Perché lasciare in eredità alle future generazioni le stesse sofferenze? Secondo me in un'Europa unita non avremo questi problemi.

D: Se la vostra regione verrà liberata davvero dal potere serbo, che aspetto avrà?

R: In un primo momento saranno possibili varie alternative. Il nostro referendum del 1992 è noto - la domanda era: siete a favore dell'autonomia con il diritto di unirsi al Kosovo? La condizione era che se si fosse dissolta la Federazione Socialista Jugoslava, noi dovevamo avere il diritto di unirci al Kosovo. Non vi sono altre soluzioni in grado di resistere nel tempo. La migliore soluzione è quella di unirci al Kosovo. O l'entrata in Europa dell'intera popolazione albanese o il passaggio attraverso la creazione di uno stato nazionale. Sto parlando di uno stato nazionale tra gli albanesi della Serbia meridionale e gli albanesi del Kosovo. Noi, tuttavia, dobbiamo ancora risolvere se formulare tale nostro obiettivo finale all'interno della nostra posizione per le trattative con Belgrado.


4) INTERVISTA A BISERKA MATIC, MEMBRO DEL CONSIGLIO DI COORDINAZIONE DEL GOVERNO JUGOSLAVO PER LA RISOLUZIONE DEI PROBLEMI NELLA SERBIA MERIDIONALE
a cura di Georgi Koritarov - ("Mediapoolbg", 12 febbraio 2001)


D: Quali sono i dettagli contenuti nella proposta di Belgrado agli albanesi della Serbia meridionale e perché essa è stata rifiutata da questi ultimi?

R: Il piano prevede innanzitutto una soluzione pacifica del conflitto - senza guerra e senza impiego della forza. Come prima fase, il progetto prevede che gli estremisti albanesi depongano le armi e tornino a una vita normale. Dopo il loro completo disarmo, dopo che avranno cessato di essere il più grande pericolo per l'Europa, la fase successiva sarà quella della piena smilitarizzazione della zona di sicurezza. Per vostra informazione - la zona maggiormente minacciata è quella che va da Bujanovac al confine macedone. Si tratta di una fetta della zona di sicurezza lunga 95 chilometri e profonda 5 chilometri. In tale zona di sicurezza vi sono 25 villaggi, nei quali vivono 20.000 albanesi e solo 14 serbi. Attualmente nella zona di sicurezza si sono insediati i terroristi albanesi. La condizione perché comincino le trattative di pace e che essi depongano le armi.

La successiva fase è quella dell'integrazione degli albanesi nella vita pubblica, politica ed economica del paese. E la terza fase consiste nello sviluppo economico e sociale delle tre municipalità della Serbia meridionale, che per decenni sono state la parte meno sviluppata della Serbia.

D: Secondo gli albanesi della Serbia meridionale, Belgrado propone solo una smilitarizzazione parziale, e non completa.

R: Quello che in me, come membro del consiglio di coordinazione del governo jugoslavo per la risoluzione dei problemi nella Serbia meridionale, causa la maggiore delusione è il fatto che gli albanesi rifiutino il piano senza averlo visto.

Spero che si tratti di un errore non voluto. Il secondo errore che fanno gli albanesi, è che continuano a basarsi sul referendum del 1992 e vogliono l'autonomia. Noi siamo il nuovo potere democratico in Serbia e in Jugoslavia. E noi dichiariamo con chiarezza che in nessun modo di fronte a noi si trova il problema di concedere qualsivoglia tipo di autonomia agli albanesi della Serbia meridionale. Non si può discutere di alcuno status speciale, di alcuna autonomia e di alcuna modifica dei confini. La posizione delle nuove autorità democratice della Serbia e della Jugoslavia gode dell'appoggio totale della comunità internazionale.

D: Perché non volete lasciare l'autonomia territoriale agli albanesi della Serbia meridionale?

R: Abbiamo avuto già esperienze sufficientemente negative con ogni richiesta di ottenimento di autonomia politica. Noi vediamo la soluzione del problema non nella concessione dell'autonomia, bensì nella regionalizzazione della Serbia. Ciò significa un trasferimento di maggiori diritti dagli organi centrali ai poteri locali. Su questo argomento possiamo discutere.

D: E' superabile la posizione dell'UCPMB, la quale dichiara che lotterà per la liberazione delle tre municipalità dal potere serbo e per la loro unione al Kosovo?

R: Penso che la risposta più scontata che posso dare è che di tali cose non si può assolutamente nemmeno discutere. Per noi è chiaro che la tensione nella Serbia meridionale è la ripetizione di tutto quello che è accaduto in Kosovo. Due giorni fa, Javier Solana ha dichiarato a Tirana che non verrà tollerato alcun estremismo e alcun tentativo di modificare i confini. Il segretario generale della NATO George Robertson ha dichiarato anch'egli di essere contrario a ogni tipo di terrorismo.

D: Vi è il rischio di una nuova guerra?

R: La nostra parte, cioè la parte serba e il consiglio di coordinazione del governo jugoslavo, che dall'ottobre dell'anno scorso ha una propria sede stabile a Bujanovac, non vede altra via di uscita se non una soluzione pacifica attraverso trattative. Se gli albanesi non accetteranno il nostro piano, si assumeranno l'intera responsabilità delle conseguenze. Tutto quello che è accaduto nella regione, noi lo abbiamo reso chiaro agli occhi dell'opinione pubblica jugoslava e mondiale. Se si renderà necessario che noi ricorriamo all'ultimo mezzo di cui disponiamo - un'azione antiterroristica - non lo faremo senza avere avuto prima l'accordo della comunità internazionale.


5) SERBIA MERIDIONALE: E' IMMINENTE UNA "PRIMAVERA NERA"?
di Georgi Koritarov - ("Mediapoolbg", 13 febbraio 2001)


La notizia di forti scontri tra le forze di polizia serba e unità dell'UCPMB ha fatto oggi il giro delle agenzie di stampa mondiali. La ripresa dei combattimenti nella Serbia meridionale è venuta dopo che è diventato chiaro che le concezioni degli albanesi e dei serbi per l'individuazione di una soluzione politica alla crisi sono assolutamente inconciliabili.

La logica delle proposte di Belgrado è integrativa. Essa prevede che le tre travagliate municipalità vengano gradualmente inserite come parte inalienabile del comune spazio politico, economico e sociale della Serbia e della Jugoslavia. L'idea degli albanesi è mirata invece a distaccarle - prima attraverso l'ottenimento di un preciso status di autonomia politica e successivamente anche con il diritto per Presevo, Bujanovac e Medvedja di unirsi al Kosovo. L'effetto di inconciliabilità tra i due approcci relativi alla Serbia meridionale può rivelarsi molto più catastrofico di quanto non lo siano stati gli eventi in Kosovo. A prima vista, a sostegno della posizione di Belgrado attualmente si è schierata l'intera comunità internazionale con le sue istituzioni più autorevoli: l'ONU, l'UE e la NATO. Nessun uomo di stato serio nel mondo è a favore della modifica dei confini, dei fenomeni estremistici e della politica delle armi.

Contemporaneamente a ciò, tuttavia, i nuovi soggetti che governano la Serbia devono comportarsi in maniera piuttosto trattenuta, quando utilizzano come argomento univoco a proprio favore la posizione delle organizzazioni internazionali e dei paesi più influenti. Il mondo, a quanto sembra, è sulla via per ripetere un suo vecchio errore. Tale errore consiste nella sempre maggiore genericità del suo punto di vista sulla Jugoslavia, nell'assenza di una capacità di analizzare nei dettagli e di distinguere problemi differenti tra di loro in termini costituzionali, politici e storici. Gli appelli rivolti dalla comunità internazionale al Montenegro, quale repubblica facente parte della federazione jugoslava, e alle tre municipalità della Serbia meridonale abitate in maggioranza da albanesi, affinché si astengano da "azioni secessioniste" possono giocare un brutto scherzo anche a Belgrado e all'idea che sia possibile ottenere la stabilità rimandando nel tempo le decisioni definitive.

Il Montenegro, che viene considerato sotto lo stesso denominatore comune delle tre municipalità della Serbia meridionale, difficilmente potrà rimenere per un periodo indefinitivamente lungo ostaggio dei problemi irrisolti dell'altra repubblica che costituisce la federazione jugoslava, e cioè la Serbia. Podgorica, se non con passi concreti in direzione di una separazione - si presenterà sicuramente di fronte all'Europa e al mondo con un nuovo linguaggio politico, con il quale cercherà di spiegare i motivi della sua richiesta di indipendenza statale. Nel momento in cui l'attivismo montenegrino diventerà sufficientemente percettibile e collocherà la piccola repubblica in un territorio diplomatico diverso dal contesto della Serbia meridionale, il problema degli albanesi della Serbia meridionale si evidenzierà in maniera eccezionalmente diretta come una sfida insormontabile e di gran lunga meno diplomatica. L'UCPMB dà chiari segnali fin da ora di essere lui, e non i partiti politici degli albanesi della Serbia meridionale, che detta quale dovrà essere la loro politica comune. Rifiutando qualsiasi tipo di autonomia politica per gli albanesi delle tre municipalità, Belgrado - in pratica - legittima un nuovo livello dell'UCPMB, poiché sottrae ai politici albanesi moderati la variante fondamentale, e possibile, di compromesso tra la "separazione dalla Serbia" e la "piena assimilazione" al suo interno. In tal modo, l'UCPMB diventa la vera espressione dell'interesse degli albanesi nella regione a ottenere a ogni prezzo i diritti che rivendicano.

E l'unico stumento con il quale gli eserciti rendono pubblica la loro volontà sono le armi. L'ala estremista tra gli albanesi della Serbia meridionale ha un interesse specifico a giungere a tutti i costi a un pesante scontro armato con le forze serbe. Da un parte, un tale scontro rinnoverebbe con nuova violenza anche la battaglia per il Kosovo e il suo futuro status. Dall'altra una nuova guerra demoralizzerebbe definitivamente i cittadini serbi stanchi di conflitti e priverebbe di senso, ai loro occhi, il cambiamento di potere a Belgrado. C'è, però, qualche interesse anche da parte degli ambienti di governo in Serbia alla variante armata nella parte meridionale della repubblica? A prima vista, non dovrebbe esserci. Le parole pronunciate in pubblico da assolutamente tutti i rappresentanti delle nuove autorità serbe sono a favore di una soluzione politica, e non militare, della crisi. E tuttavia, il rischio che si assume Belgrado con il tentativo di imporre per intero il proprio modello di soluzione della crisi - senza lasciare alcuno spazio a compromessi sui principi, lascia intendere altro. Le autorità serbe con ogni probabilità giocheranno il "tutto per tutto" nel proprio sud. E questo significa: eventualmente anche con le armi. Il prezzo per conservare il sud della Serbia evidentemente deve compensare il prezzo per il Kosovo perduto. Una delle vie per conseguire questo obiettivo passa anche attraverso una "primavera nera" per la Serbia meridionale.

(nei prossimi numeri, tempo permettendo, pubblicheremo un'intervista con l'ambasciatore USA a Belgrado Montgomery relativa alla crisi nell'area di Presevo, accompagnata da altre reazioni internazionali, nonché alcuni materiali dal giornale serbo "Danas")


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Data: 21-02-2001 Fonte: AIM, "Mediapoolbg"
Autore: Autori vari





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