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I misteri dell'omicidio Djindjic
| Data: 04-11-2003 | | Fonte: "Monitor" |
| Autore: Sonja Drobac |
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N.E. BALCANI #711 - SERBIA-MONTENEGRO
4 novembre 2003
I MISTERI DELL'OMICIDIO DJINDJIC
di Sonja Drobac - ("Monitor" [Podgorica], 31 ottobre 2003)
L'ipotesi di un "terzo sparo" contro Djindjic, avanzata dalla sua ex guardia del corpo, suscitano grande scalpore e riaprono gli interrogativi sulle modalità e i motivi dell'omicidio del premier serbo
"Penso che ce ne siano ancora moltissimi. Anzi, penso che siano ancora tutti qui. Non so cosa sia cambiato nella polizia dalla caduta di Milosevic, non so cosa sia cambiato nella polizia dopo l'assassinio di Djindjic. Loro sono ancora qui e fanno lo stesso lavoro". Sono queste le parole che Milan Veruovic, guardia del corpo del defunto Zoran Djindjic e rimasto egli stesso ferito mentre si trovava a fianco del premier quando hanno sparato, usa oggi per descrivere il coinvolgimento di persone dei "servizi" in tale attentato. Veruovic è convinto che per l'omicidio siano stati utilizzati due fucili e ha dubbi sulla versione ufficiale, secondo cui Djindjic sarebbe stato ucciso da una finestra che dava sulla via Admirala Geprata. La sua affermazione è che forse il premier è stato raggiunto da colpi provenienti dalla finestra di un altro edificio, situato nella via Bircaninova. Veruovic con questo non nega che all'omicidio abbia preso parte Zvezdan Jovanovic, il quale durante gli interrogatori ha ammesso di avere sparato dalla via Admirala Geprata. Il fucile con il quale ha sparato è stato ritrovato ed è stato dimostrato che da esso sono stati sparati due colpi. Veruovic, tuttavia, ritiene che quasi contemporaneamente abbia sparato anche qualcun altro. Secondo la versione esposta dalla guardia del corpo, la pallottola che proveniva dalla via Bircaninova ha colpito Djindjic, con il primo proiettile proveniente dalla Gepratova è stato ferito Veruovic stesso e la seconda pallottola proveniente dalla Gepratova è rimbalzata fino al muro di fianco alla porta di entrata dell'edificio del governo.
Le affermazioni della guardia del corpo di Djindjic hanno suscitato grande scalpore. Dal premier Zivkovic fino al ministro degli interni, tutti affermano che Veruovic non è nemmeno un testimone, perché è stato egli stesso una vittima ed è emotivamente legato a Djindjic. L'affermazione della guardia del corpo, secondo cui tre colpi, e non due, sono stati sentiti anche dagli altri membri della scorta del premier, in tutto sette, non è stata commentata dai politici. D'altronde, se si esamina l'intervista a Veruovic si può leggere quanto segue: "Nel momento in cui abbiamo portato il premier fuori dall'edificio del Governo, non abbiamo quasi potuto uscire dal cortile a causa del traffico che si svolgeva del tutto normalmente ed è un fatto che qui abbiamo un posto di guardia, abbiamo cinque persone che potevano uscire e fermare almeno il traffico"... Ciò di cui parla Veruovic lo ha visto l'intera nazione nelle riprese televisive di una troupe che si trovava per caso di fronte all'edificio del Governo. Dall'automobile del premier qualcuno della scorta agita una paletta della polizia e urla alle vetture circostanti di lasciarlo passare. Chi, dunque, è in errore? Una delle possibili spiegazioni del motivo per cui le reazioni del governo sono state piuttosto nervose può essere il momento scelto da Veruovic per farsi sentire. Nel pieno della campagna per le dimissioni del governo, ogni dubbio gettato sul successo dell'operazione "Sciabola" rende nervoso l'establishment. Il patologo Zoran Stankovic trova significativo anche il solo fatto che Veruovic abbia parlato: "Avrebbe potuto dire tutto quello che aveva da dire di fronte a un tribunale, come ogni professionista, poteva dirlo di fronte agli esperti, e sicuramente in tale modo si sarebbero trovate delle vere prove. In questo modo, ancora una volta, un fatto chiaro viene messo in questione. Non so proprio chi mai aveva bisogno che prima dell'inizio del processo [previsto per dicembre - N.d.T.] se ne venisse fuori in pubblico con questi fatti".
Forse la guardia del corpo poteva aspettare il processo, ma non potrebbe anche essere che la fase di indagine e di preparazione del processo poteva essere condotta meglio? E' possibile che, a causa dell'indirizzo che hanno preso le indagini, i "cervelli" di questo attentato non vengano più assolutamente menzionati e quindi si può supporre che non si troveranno sul banco degli accusati? Secondo Veruovic, l'assurdo è che non sia stato individuato il motivo dell'uccisione del premier, che secondo lui non va individuato nei gruppi criminali, bensì nella politica condotta da Djindjic. Veruovic ritiene che il motivo dell'uccisione del premier poteva essere la sua visione della Serbia, "che era diversa da quella di altre persone, forse di alcune istituzioni più alte, forse di alcuni stati, non so di chi"... Egli, dunque, pone delle domande alle quali i politici serbi non sanno dare risposta. Alla domanda su cosa sappia, mezzo anno dopo l'omicidio del premier, dei motivi politici che hanno portato all'assassinio di Djindjic, il ministro degli interni Dusan Mihajlovic risponde che non se ne sa molto e che lui stesso sarebbe contento di saperne di più. E per venirlo a sapere, è convinto il ministro, è necessario catturare Milorad Lukovic Legija, che è stato definito il primo responsabile dell'attentato. E se la versione di Veruovic dicesse proprio che non è indispensabile sentire da Legija quello che, almeno a parole, tutti desiderano sapere? La guardia del corpo, a poco a poco, sta mettendo insieme le tessere del mosaico di ciò che gli è accaduto il 12 marzo di quest'anno [data dell'omicidio di Djindjic - N.d.T.]. E ciò probabilmente continuerà a farlo per tutta la vita. Ripartendo ogni volta dall'inizio. In questo senso si trova in una posizione migliore rispetto agli eredi di Djindjic. Questi ultimi, infatti, ritengono che tutti i fili della matassa siano ormai stati ricomposti.
Veruovic afferma "di non essere stato a conoscenza" come capo della scorta di Djindjic, del fatto che i "berretti rossi", ufficialmente una unità d'élite della polizia, non "avevano un atteggiamento amichevole nei confronti del governo e del premier", cioè di non sapere che un pericolo proveniente da tali ambienti li minacciava. "Li ritenevamo come le SAJ, come la Gendarmeria, come il Ministero degli Interni, come tutto l'ambiente in cui lavoriamo, come parte di un unico sistema". Forse questa testimonianza di Veruovic suona ingenua, perché almeno mezzo stato parlava di ciò di cui lui... non era a conoscenza. Ma cosa dire delle seguenti sue parole: "Qualcuno aveva la possibilità di guardare le nostre telecamere, le telecamere con le quali eravamo collegati nel Centro per la sicurezza, che ormai apparteneva al BIA [i servizi segreti serbi - N.d.T.], del quale noi non facevamo parte. E' stato un assurdo che ci abbiano sciolti come unità di scorta, per farci passare dalla Sicurezza di stato alla Pubblica sicurezza. In tal modo è rimasto un vuoto in cui succedeva di tutto e, per così dire, in cui si cucinava di tutto".
Così è diventato chiaro in quale misura il sistema di scorta di Djindjic era vulnerabile e come ciò è stato sfruttato da qualcuno. E' stata la mafia a sfruttarlo? La mafia, forse, è potuta arrivare a molte informazioni, ma che abbia fatto da regista per così tanti aspetti reciprocamente collegati e mirati a confondere il sistema di sicurezza è poco probabile. "Come è stato possibile che gli attentatori, con tre auto, siano riusciti a fuggire dalla via Admirala Geprata attraverso la Kneza Milosa, all'una del pomeriggio, nel momento di maggiore traffico, per uscire non so attraverso quale percorso sull'autostrada e arrivare a Novi Beograd! Pertanto, tornerei di nuovo sul lavoro della polizia e sui suoi collegamenti. A ciascuno di quegli incroci abbiamo un poliziotto. Secondo me, sarebbe stato sufficiente che quell'unico poliziotto si fosse messo in mezzo all'incrocio, dopo avere avuto segnalazione di quanto era accaduto, per fermare il traffico e in tale caso non so come gli attentatori sarebbero riusciti a fuggire. Come ce l'hanno fatta?", chiede a se stesso e ai suoi colleghi Veruovic.
Cosa rimane dunque? Non è forse un luogo comune la storia secondo cui nella Jugoslavia di Tito il servizi segreti e la polizia politica utilizzavano i criminali per uccidere i nemici ideologici? Non è vero forse che Milosevic ha "ereditato" questo meccanismo e lo ha sfruttato nella misura in cui gli era consentito, quando vi erano interessi economico-ideologici che lo ostacolavano? E la DOS, ha disciolto questo sistema? Dopo il 5 ottobre 2000? Dopo il 12 marzo 2003? Il clan di Zemun è stato effettivamente sconfitto e cosa ne è di coloro che ne facevano parte? Jovica Stanisic e Frenki Simatovic sono all'Aja, ma questo sistema esisteva ancora prima di loro. E' davvero impossibile che sotto l'ala protettrice dell'UDBA, del DB o della BIA, come si sono chiamati nel corso del tempo i servizi segreti, vi fossero persone le cui priorità economico-ideologiche erano del tutto diverse da quelle della DOS?
"Qui nei Balcani la verità e le bugie sono mischiati e ciò dura da così tanto tempo che nessuno più vi trova una differenza". Con queste parole, sei anni fa, il pubblico veniva invitato ad andare a vedere il film "Le regole balcaniche", la storia dei rapporti nascosti tra i servizi segreti jugoslavi, serbi e croati lungo un arco di 50 anni. "La storia ufficiale è scritta nei libri, e i nostri destini spesso dipendono da fatti che ufficialmente non sono mai accaduti" è una delle massime di questo film. Sei anni dopo deve avere una sensazione simile anche Milan Veruovic. Per coloro secondo i quali la sua teoria è più vicina alla paranoia che alla realtà, vale la pena di citare, come ammonimento o come orientamento, le prime impressioni dell'ex capo dei servizi segreti di Milosevic, Jovica Stanisic, all'uscita dal cinema in cui aveva visto "Le regole balcaniche": "un po' shakespeariano, e soprattutto serbo".
| Data: 04-11-2003 | | Fonte: "Monitor" |
| Autore: Sonja Drobac |
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