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Verso un successo dei nazionalisti alle elezioni presidenziali serbe

Data: 28-09-2002 Fonte: "Jane's Intelligence Review"
Autore: Zoran Kusovac

N.E. BALCANI #580 - SERBIA/MONTENEGRO
28 settembre 2002


VERSO UN SUCCESSO DEI NAZIONALISTI ALLE ELEZIONI PRESIDENZIALI SERBE
(di Zoran Kusovac - "Janes's Intelligence Review", 1 ottobre 2002)

[Pubblichiamo in anteprima, per gentile concessione dell'autore, il testo integrale di un articolo sulle elezioni presidenziali in Serbia che uscirà su "Jane's Intelligence Review" di ottobre. L'articolo viene distribuito strettamente "for fair use only" e ne è vietata la ridistribuzione o la ripubblicazione]

**L'alleanza che ha fatto cadere Milosevic in Jugoslavia si è disfatta e il conseguente scontro politico tra gli "occidentalizzatori" e i "nazionalisti" getta un'ombra sul futuro della Serbia, nonché sui sempre più gravi problemi della regione, come lo status a lungo termine di Montenegro, Kosovo e Bosnia-Erzegovina**

L'imminente competizione per l'elezione del presidente della Serbia porrà termine al fronte democratico unito che il 5 ottobre 2000 ha provocato la caduta dal potere di Sobodan Milosevic.

L'elezione è prevista per il 29 settembre ed è quasi sicuro che ci sarà un ballottaggio due settimane dopo (si veda "Jane's Intelligence Review", settembre 2002, p. 38-40). I principali attori politici si trovano ad affrontare differenze inconciliabili per quanto riguarda non solo gli aspetti politici, ma anche la stessa natura dello stato e della società che desiderano governare. La sostituzione dell'attuale presidente serbo, il politicamente insignificante Milan Milutinovic, potrebbe portare a un radicale ridisegnamento della mappa politica jugoslava, con spostamenti di potere tra le strutture federali e quelle dello stato.

Tra i cambiamenti vi potrebbero essere un brusco arresto, o addirittura una marcia indietro, del già tiepido processo di riforma in atto, un confronto ancora più aspro tra "patrioti" e "riformatori" e un ulteriore indebolimento delle già fragili relazioni tra Serbia e Montenegro.

La scelta dei tempi per le elezioni indica che la battaglia politica per il controllo della Serbia è ormai cominciata. Anche se la comunità internazionale ha esercitato pressioni sulle autorità sia della Serbia che della Repubblica Federale di Jugoslavia (RFJ) affinché consegnino tutti coloro che sono incriminati per crimini di guerra, il presidente uscente Milutinovic, considerato la mano destra di Milosevic, non viene considerato come di importanza cruciale per i processi in corso all'Aia. Poiché la consegna di un presidente in carica sarebbe politicamente indelicata, il tribunale ha deciso tacitamente di lasciargli terminare il mandato, che dura fino alla fine dell'anno. La domanda, quindi, è perché il primo ministro della Serbia, Zoran Djindjic, la cui alleanza controlla il parlamento serbo con una risicata maggioranza, ha deciso di indire le elezioni anticipatamente, soprattutto se si considera che i sondaggi hanno sempre attribuito all'attuale presidente jugoslavo Vojislav Kostunica un margine di vantaggio rispetto a tutti gli altri potenziali candidati.

La scelta dei tempi sembra suggerire che Djindjic nutra la speranza, con la sua mossa, di indebolire a lungo termine Kostunica - anche se potrebbe consentire a quest'ultimo di vincere le elezioni. La sua decisione si basa sulla complessa natura della Serbia e dello stato federale del quale essa fa parte.

LA RIVALITA' KOSTUNICA-DJINDJIC
Dopo avere passato un decennio a cercare di sbarazzarsi di Milosevic, l'opposizione serba alla fine è riuscita a capire che l'unico modo per ottenere successo era quello di unire le proprie forze. Diciotto partiti e organizzazioni hanno dato vita alla Opposizione Democratica della Serbia (DOS). I sondaggi suggerivano che Vojislav Kostunica, leader del piccolo Partito Democratico della Serbia (DSS) fosse l'unico politico dell'opposizione in grado di ottenere un ampio supporto elettorale. Grazie all'appoggio della DOS e di un notevole sostegno dell'Occidente, Kostunica è riuscito a battere Milosevic diventando presidente jugoslavo.

La disgregazione della coalizione DOS è cominciata nel momento in cui Kostunica ha prestato giuramento. La forza propellente della "rivoluzione" era stata fornita soprattutto dal Partito Democratico guidato dal giovane ed energico Djindjic, una forza bene organizzata, con uomini professionali e abilmente finanziata. Mentre i luogotenenti di Kostunica cercavano di trovare un modo per fare fronte ai problemi di uno stato che erano stati eletti a dirigere, gli uomini di Djindjic erano occupati a conquistare i pilastri del potere - dalla Banca Nazionale e il Comitato per l'elettricità fino alle stazioni televisive e alle dogane federali.

Il profilo dei due rivali può essere tracciato in maniera ben definita andando a vedere i loro retroterra. In possesso di un dottorato in Filosofia conseguito presso un'università tedesca, Djindjic è sempre stato considerato un "occidentalista", come viene confermato dal suo credo politico. Ha abbandonato la carriera accademica per dedicarsi al business privato, cosa che lo ha aiutato a comprendere l'importanza di controllare mezzi indipendenti se si vuole ottenere un successo a lungo termine. La composizione del gabinetto di Djindjic dimostra che egli non ha paura di essere messo in secondo piano da personalità forti e da esperti apprezzati. Egli si considera piuttosto come il direttore di un'azienda che stabilisce la linea generale, mentre i singoli ministeri affrontano indipendentemente le singole questioni all'interno dei loro rispettivi campi di competenza.

Kostunica, che negli anni '70 ha abbandonato il proprio incarico presso l'Università di Belgrado in seguito a dissapori sulla natura costituzionale della Serbia, è stato sempre immischiato nei circoli della "intelligencija nazionale". Tali circoli hanno prodotto figure che si consideravano dei "padri della nazione", piuttosto che i suoi dirigenti.

Questa spaccatura filosofica non è nuova per la Serbia, la cui natura è stata divisa tra "europei" e "orientalisti" fin dal XIX secolo.

Il manager Djindjic è piaciuto ai professionisti che non avevano abbandonato la Serbia (dal 1991, secondo le stime, circa 300.000 serbi con un alto grado di istruzione e sotto i 35 anni hanno abbandonato il paese) ed è perfino riuscito a fare tornare nel paese alcuni esiliati - in particolare il suo ministro Bozidar Djelic, che ha studiato in Francia. Il leader paternalistico Kostunica ha ottenuto supporto soprattutto dai nazionalisti disillusi che hanno abbandonato Milosevic non perché ha dato il via alle guerre in Jugoslavia, ma perché non è riuscito a vincerle.

Entrembe le parti hanno giocato sporco: rendendosi conto che i pezzi grossi dell'era di Milosevic continuavano a essere influenti e a controllare notevoli fondi, invece di decidere di sostituirli hanno preferito invitarli a unirsi a loro. Anche in questo caso Djindjic ha avuto più successo: ha scelto di attirare a sé meno persone, ma ha selezionato quelle che detenevano il potere reale. Kostunica ha optato per i grandi numeri, attirando nel DSS un flusso massiccio di ex membri del Partito Socialista Serbo di Milosevic (SPS) e della Sinistra Jugoslava Unita (JUL) della moglie di quest'ultimo. Il numero degli aderenti al suo partito è cresciuto di dieci volte rispetto agli iniziali 5.000, ed è diventato la maggiore forza politica della Serbia.

La conseguenza diretta di questo processo di "accumulo dei quadri" è stata che, nonostante la promessa elettorale di punire i responsabili del decennio di miseria della Serbia, è stato identificato solo un piccolo numero di capri espiatori. Il primo e il principale di questi è stato Milosevic, che il 28 giugno 2001 è stato arrestato e spedito senza molte cerimonie all'Aia, dove deve affrontare incriminazioni per crimini di guerra, una decisione dettata da una fortissima pressione internazionale e - cosa ancora più importante - dalla minaccia che aiuti finanziari di importanza cruciale sarebbero stati cancellati. E' stato Djindjic che, alla fine, ha semplicemente ignorato i tentativi di Kostunica di sfruttare espedienti legali per posporre e ostacolare l'arresto di Milosevic.

Non sono seguite altre iniziative riformiste. I più notori fautori dell'estremismo nazionalista non sono stati chiamati a rendere conto; gli ex ministri, banchieri e dirigenti d'azienda che avevano messo economicamente in ginocchio la Serbia non sono stati indagati. La legge per tassare i "profitti aggiuntivi", messa a punto per fare rientrare nelle casse dello stato parte delle enormi ricchezze accumulate dagli amici di Milosevic, è rimasta bel lontana dall'obiettivo prefissato di 1 miliardo di dollari. Questa amnistia generale ha inviato un chiaro messaggio politico: le malefatte del passato potevano essere perdonate, e sono state perdonate, a chi si inchinava ai nuovi padroni.

Le forze di sicurezza hanno immediatamente compreso questo messaggio. L'esercito federale (Vojska Jugoslavije - VJ) si è schierato con Kostunica; la polizia serba ha scelto Djindjic. La lotta per il controllo di miriadi di specialisti e di strutture dei servizi segreti è proseguita, il più delle volte con colpi sotto la cinta, e molti eventi rimangono ancora non chiariti: l'assassinio nel luglio 2001 dell'alto funzionario dei servizi segreti Momir Gavrilovic, poche ore dopo che si era incontrato con la moglie di Kostunica e uno dei collaboratori più stretti di quest'ultimo, Ljiljana Nedeljkovic; l'attacco con armi da fuoco contro il corteo d'automobili del ministro degli interni della Serbia Dusan Mihajlovic, avvenuto nel centro di Belgrado; e l'agguato all'autista ufficiale del primo capo della Sicurezza di Stato dell'era post-Milosevic, Goran Petrovic, mentre stava incontrando Djindjic.

Poiché diffidava dell'ambigua lealtà delle organizzazioni esistenti, Djindjic ha creato un proprio "Ufficio per le Comunicazioni del Governo Serbo", guidato dal suo fedele seguace Vladimir "Beba" Popovic. Kostunica, attraverso il capo del suo gabinetto presidenziale, Ljiljana Nedeljkovic, il suo consigliere per il diritti umanitari Gradimir Nalic e il suo consigliere per la sicurezza Radomir Bojovic, è riuscito evidentemente a ottenere un'influenza diretta sul servizio di controspionaggio (Kontraobavestajna Sluzba - KOS) per il tramite del suo vicecapo, il generale Aco Tomic.

L'8 giugno 2001, alle prime ore del mattino, il presidente federale ha convocato nel proprio ufficio il Capo di Stato Maggiore del VJ, Nebojsa Pavkovic. Il trio di collaboratori del presidente e il generale Tomic hanno in quell'occasione affermato di avere prove che "Beba" Popovic stava usando l'Ufficio per le Comunicazioni al fine di spiare i telefoni di Kostunica e ha chisto che le forse speciali del VJ effettuassero un raid nella sua sede nel centro di Belgrado. Pavkovic si è rifiutato, affermando che non vi erano prove sicure e che una tale azione avrebbe potuto portare la Serbia a una guerra civile. Come è consuetudine nella pratica politica della Serbia, questa prova di forza è stata rivelata al pubblico un anno dopo, il 25 giugno 2002, quando Kostunica infine ha rimosso Pavkovic.

A quel punto, tutte le carte erano state giocate: la spaccatura all'interno della DOS è giunta a compimento quando Djindjic ha deciso di interpretare in maniera fantasiosa le leggi e di escludere i deputati di Kostunica dal parlamento, sostituendoli con esponenti fedeli dei rimanenti partiti della DOS. Nonostante il DSS abbia graidato allo scandalo, i membri dei partiti minori della DOS hanno dato il loro sostegno a Djindjic: l'eliminazione del partito di Kostunica ha dato loro una maggiore influenza e credibilità, oltre a un numero maggiore di seggi in parlamento. Il "nuovo" parlamento ha avviato un'indagine conoscitiva sui fatti del giugno 2001, ma Kostunica la ha ostacolata, i suoi uomini hanno rifiutato di collaborare e gli scontati rilevamenti di abusi di potere hanno avuto uno scarso impatto pratico, se non quello di cementare definitivamente le divisioni.

IL RUOLO DEL MONTENEGRO
Fin dall'inizio della spaccatura interna tra le forze pro-Milosevic e quelle pro-riforme nel 1997, il Montenegro è stato in pratica al di fuori del controllo dello stato federale. Grazie al suo rifiuto di impegnarsi nella campagna del Kosovo e alla sua cooperazione con l'Occidente, il Montenegro ha ottenuto il vantaggio di essere in larga parte risparmiato dalla distruzione delle infrastrutture durante i bombardamenti della NATO sulla Jugoslavia nel 1999. Ma la vittoria elettorale della DOS ha messo il Montenegro in una posizione difficile: sia i serbi che la comunità internazionale non si aspettavano altro che un suo ritorno nella vecchia struttura federale - una cosa che il presidente montenegrino Milo Djukanovic riteneva essere controproduttivo.

Negli ultimi cinque anni il Montenegro ha messo in atto molte riforme: dall'introduzione di leggi di tipo occidentale, fino all'adozione dell'euro come propria valuta. Più importanti, tuttavia, sono stati i cambiamenti politici interni: il Partito Socialista Popolare (SNP), un tempo ferreamente pro-Milosevic, e insieme a esso altri partiti nazionalisti minori, hanno semplicemente cambiato sponda da un giorno all'altro, dichiarando il loro sostegno a Kostunica al fine di proteggere le proprie lucrative poltrone nelle stesse istituzioni federali che non venivano riconosciute dal governo del Montenegro.

Il primo governo post-Milosevic ha portato alla luce con chiarezza le contraddizioni della federazione jugoslava: uno stato nominalmente guidato da un membro dell'opposizione montenegrina, eletto nonostante il rifiuto del parlamento del Montenegro di inviare propri rappresentanti a Belgrado. Particolare ancora più paradossale, i montenegrini "federali" hanno assunto cariche ministeriali e privilegi d'ufficio, senza tuttavia mai cercare di esercitare i loro poteri nominali. Il governo federale è così diventato un governo serbo parallelo e lo è rimasto nel tempo.

In quanto tale, si è fatto ovviamente appetibile sia per Djindjic che per Kostunica. Djindjic vi ha nominato numerosi suoi stretti collaboratori, in particolare Miroljub Labus, al fine di tenere sotto controllo il presidente federale. Labus è vicepremier, ma viene considerato il massimo dirigente a livello federale.

La maggior parte degli esperti di Djindjic è tuttavia rimasta nel governo serbo. I due gruppi hanno ricevuto istruzioni divergenti: i "federali" ufficialmente si sono comportati come se il paese fosse unito, girando il mondo in cerca di sostegno politico, aiuti, crediti e della cancellazione dei vecchi debiti jugoslavi. I "repubblicani" si sono assicurati che la quota di gran lunga maggiore di tutti i guadagni andasse in Serbia e, soprattutto, rimanesse sotto il controllo della cerchia di Djindjic. Kostunica era inerme. In principio ha cercato di presentarsi alla comunità internazionale come il vero rappresentante della Jugoslavia, ma i leader esteri hanno capito che non era lui a dirigere lo spettacolo in una Serbia che costituiva più del 90% della federazione in termini di popolazione, PIL e produzione. Poiché il suo nazionalismo si faceva evidente, si è trovato sempre più emarginato. Il Montenegro ha continuato a seguire una traiettoria diversa e i tentativi di Kostunica di rimetterlo in riga non hanno avuto successo - un esito inevitabile, visto che che cercava di imporre la volontà del SNP da lui controllato alla maggioranza parlamentare di Djukanovic. Era incombente un referendum sull'indipendenza del Montenegro, che avrebbe potuto portare in un limbo politico anche il problema del Kosovo, rivendicato dalla Serbia, ma definito dall'ONU parte della Jugoslavia. E' intervenuto l'artefice della politica estera dell'UE, Javier Solana, con l'obiettivo di accelerare i negoziati sul futuro della federazione. Solana è infine riuscito a ottenere un accordo di massima sulla ricostituzione della federazione jugoslava, firmato il 14 marzo. Egli ha lasciato che venisse negoziata la natura costituzionale della futura entità - sotto un nuovo nome, "Serbia e Montenegro" -, stante l'impegno di entrambe le parti ad astenersi dall'indire referendum per l'indipendenza per un periodo di almeno tre anni.

Il conseguimento di risultati così vaghi ha consentito ad entrambe le repubbliche di proclamare la propria vittoria politica. Kostunica ha cercato di ottenere prestigio per il fatto di avere "preservato lo stato comune". Che lo abbia effettivamente fatto è molto discutibile, visto che la Carta costituzionale della Serbia e Montenegro rimane non firmata, con le modalità di elezione dei rappresentanti al parlamento comune che rimangono il principale ostacolo. I serbi chiedono elezioni dirette che, vista la grande disproporzione in termini di dimensioni e l'esistenza di una minoranza filo-Belgrado in Montenegro, garantirebbero loro un dominio completo sull'istituzione congiunta - qualcosa che Djukanovic non può accettare.

UN LUNGO FINALE DI PARTITA
E' tuttavia il problema irrisolto del Kosovo, la cui maggioranza albanese rifiuta categoricamente di essere governata nuovamente da Belgrado, che dà in pratica argomenti a favore dell'indipendenza delle attuali entità federali. Anche se l'eventualità di un'indipendenza del Kosovo rimane il tabù politico fondamentale, molti si rendono conto che cercare di limitarlo nei confini dell'attuale sistema costituzionale e legale rende la Serbia ingovernabile.

Tenendo nascoste con prudenza le sue reali idee politiche da un pubblico ancora sedotto dal sogno di Kostunica di una "Grande Serbia democratica", Djindjic ha preparato in tutta tranquillità la Serbia all'indipendenza - sia dal Montenegro che dal Kosovo. In una delle rare sincere ammissioni su questo fatto, il suo ministro delle finanze Bozidar Djelic ha detto che: "Il Kosovo non è Serbia, dal momento che non contribuisce alcun reddito".

Sono queste strategie a lungo termine che hanno determinato la scelta dei tempi per le elezioni. Djindjic è conscio del fatto che il suo governo non gode di un'ampia popolarità, un destino che afferma di condividere con i riformatori radicali di altri stati in transizione. Tuttavia, vi sono altre ragioni per cui nei sondaggi rimane indietro rispetto a Kostunica. Una è quella dei presunti legami di Djindjic e dei suoi collaboratori con elementi della criminalità organizzata; l'altra è il fatto che Kostunica, che non ha alcuna responsabilità pratica per quanto riguarda le finanze, l'occupazione, l'industria, l'assistenza sanitaria o qualsiasi altro campo le cui carenze siano evidenti per la popolazione, continua ad affascinare i serbi con discorsi vaghi sulla grandezza nazionale.

Djindjic sa che per riportare la Serbia nella sfera europea ha bisogno di rieducare i serbi per farli pensare all'occidentale, cioè per farli pensare al denaro, alla produzione, alla tecnologia e alla cooperazione. Non potrà avere successo prima che le sue riforme non comincino a dare risultati tangibili e, per il momento, l'elettorato preferisce le grandi promesse di Kostunica alle dure realtà economiche. Sembra che l'intenzione fondamentale di Djindjic nell'indire elezioni presidenziali adesso sia quella di indebolire il fascino di Kostunica e di costringerlo a confrontarsi sui problemi a lungo termine, un confronto che Kostunica in ultimo non può vincere.

UNA SITUAZIONE DI PATTA
Kostunica è stato messo in una situazione di patta. Nella sua attuale posizione di presidente nominale della Jugoslavia, afferma di essere riuscito a tenere insieme le due repubbliche, sebbene sappia che in qualsiasi momento un accordo tra i suoi vecchi alleati e amici Djukanovic e Djindjic potrebbe renderlo marginale o addirittura lasciarlo senza un lavoro. D'altra parte, egli non può semplicemente lasciare a Djindjic una vittoria pubblica nelle elezioni in Serbia e quindi ha dovuto candidarsi in prima persona - il DSS non ha alcun altro candidato che possa anche solo lontanamente avere speranze di vittoria.

Se Kostunica vince - una cosa che sembra pressoché certa - verrà marginalizzato per il semplice fatto che la costituzione della Serbia, realizzata su misura per Milosevic, dà al presidente dei poteri magistrali, ma solo quando ha il supporto del parlamento. Altrimenti rimane decisamente privo di mordente. L'astuzia di Djindjic sta nella sua decisione di nominare Labus come proprio candidato, ma senza dargli il supporto ufficiale del DS o della DOS. La sua improbabile vittoria metterebbe un uomo di fiducia in una posizione di grande forza politica e Djindjic potrebbe sfruttare a piene mani tutte le clausole costituzionali per governare indisturbato. Se Labus non verrà eletto, tuttavia, sarà lui a essere bollato come perdente e per mantenersi politicamente a galla dovrà fare affidamento sulla buona volontà di Djindjic.

RAMIFICAZIONI REGIONALI
Per quanto sia astuto, il piano di Djindjic non manca di punti deboli. Innanzitutto, darà il via libera ai nazionalisti e metterà in luce l'effettiva consistenza del sentimento antioccidentale e, in particolare, anti-USA. Secondo gli ultimi sondaggi, Kostunica può contare sul supporto del 25-30% degli elettori al primo turno, mentre Labus rimane dietro di lui di un 5% circa. Tuttavia, l'ultranazionalista Vojislav Seselj (anch'egli indagato dal Tribunale Penale per la ex Jugoslavia [ICTY]) sembra destinato a conquistare il terzo posto con circa il 15%, seguito da molti altri candidati nazionalisti - tra i quali vi sono il capo del partito creato da Zeljko "Arkan" Raznatovic, il signore della guerra ucciso e anch'egli accusato di crimini di guerra dall'ICTY. Il campo filoccidentale non altro candidato che Labus; se i nazionalisti e i radicali si accoderanno a Kostunica nel ballottaggio, la differenza a suo favore potrebbe superare il 15%, convincendo così la comunità internazionale a desistere e a offrire concessioni che nei fatti cancellerebbero ogni speranza di riforma democratica.

Un'altra possibilità è quella che i nazionalisti vincano le elezioni, ma perdano l'influenza di cui godevano. Come presidente della Serbia, Kostunica non avrà i poteri costituzionali per indire elezioni anticipate e sfruttare la propria vittoria, senza avere il consenso del primo ministro: l'unica arma di cui i nazionalisti disporrebbero sarebbe quella di fomentare tensioni e disordini, un'opportunità che il probabile maggiore vincitore politico delle elezionji presidenziali, l'estremista Seselj, sarà sicuramente felice di cogliere.

La terza potenziale conseguenza è il messaggio sbagliato che la vittoria di Kostunica invierà al Montenegro, alla Bosnia-Erzegovina e al Kosovo. Dato che in questi ultimi vi saranno elezioni subito dopo quelle che si terranno in Serbia, i nazionalisti di ogni colore ne riceveranno impulso, interpretando il suo successo come un segno del fatto che l'Occidente non è in grado di imporre nella regione copie-carbone dei propri politici. Sarebbe vulnerabile in particolare la Bosnia: parlando durante la campagna elettorale in una città nelle immediate vicinanze del confine con la Bosnia, Kostunica ha detto che: "la Republika Srpska (l'entità bosniaca con una maggioranza etnica serba) è solo temporaneamente separata dalla Serbia. Egli ha successivamente cercato di "chiarire" le sue osservazioni, affermando che intendeva riferirsi implicitamente a un'UE senza confini, ma il messaggio era chiaramente mirato a mantenere vive le aspirazioni nazionaliste su entrambi i lati del confine. Il suo discorso non è passato inosservato dagli altri due gruppi etnici bosniaci: mentre i loro politici "civici" e "filoccidentali" denunciavano pubblicamente Kostunica, i loro nazionalisti esultavano in silenzio, consci del fatto che i messaggi estremistici provenienti da una delle parti avrebbero rafforzato l'estremismo nelle altre due.

Dato il dispiegamento di forze internazionali in Kosovo e Bosnia, la vittoria di Kostunica o il rafforzamento di altri nazionalisti nella regione potrebbe anche non portare a nuove guerre nella regione. Tuttavia esso potrebbe ostacolare le riforme ormai attese da lungo tempo e i tentativi di fare entrare i Balcani in una nuova era di cooperazione e integrazione. La risposta dell'Occidente al probabile esito delle elezioni serbe è ora di importanza cruciale: se rimarrà priva di convinzione o limitata a vuote richieste di moderazione - oppure mirerà a una pacificazione mediante il rinnovo di aiuti finanziari che andranno a rafforzare governi e individui non sinceri - non farà altro che rendere l'intera regione più debole, esposta a una maggiore instabilità e a una maggiore infiltrazione da parte del crimine organizzato.

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Data: 28-09-2002 Fonte: "Jane's Intelligence Review"
Autore: Zoran Kusovac





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