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"Nazionalismo reale e nazionalismo virtuale"
| Data: 22-09-2001 | | Fonte: "Kater" |
| Autore: Nando Sigona |
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NOTIZIE EST #473 - ROMANIA
22 settembre 2001
NAZIONALISMO REALE E NAZIONALISMO VIRTUALE
di Nando Sigona
[Segnaliamo che Nando Sigona, già in precedenza presente in "Notizie Est" con suoi articoli relativi alla Romania, è tra i curatori dell'interessante sito "Kater", dedicato al tema dell'immigrazione e nel quale potrete trovare anche numerosi materiali relativi ai Balcani: http://www.kater.it]
L'integrazione europea tra ambizioni nazionaliste e stato post-nazionale. Romania e Ungheria alle porte dell'UE
CLUJ-NAPOCA. Il parco vicino piazza della Libertà è ben tenuto, bambini scorrazzano per i viottoli di terra battuta seguiti a vista dai loro tutori. Le panchine sono numerose, insolitamente variopinte. Rosso, giallo e blu: i colori della bandiera romena. Cluj-Napoca è una città accogliente, pulita, che pare sempre pronta ad ospitare una parata militare. Centinaia di tricolori sventolano da finestre, balconi, pennoni. "Non c'è nessuna festa cittadina, qui è sempre così, lo ha deciso il sindaco", mi dice una amica romena. Si è trasferita qui per seguire i corsi all'università, una delle più rinomate del paese. Viene da un villaggio distante qualche ora di treno. La sua famiglia per la media romena è benestante. Il padre è prete della Chiesa Ortodossa, occupa una posizione di prestigio e possiede delle terre e qualche immobile.
Passeggiando per la città dall'aspetto mitteleuropeo, principale centro della Transilvania, ci si imbatte in numerose tracce della presenza magiara. "Qui a Cluj - mi spiega - la comunità ungherese è molto numerosa e potente, la maggioranza romena si sente minacciata, per questo la retorica nazionalista ha vinto le elezioni". La diffidenza verso i magiari si percepisce non solo dagli arredi urbani. Nei discorsi delle persone, nei titoli dei giornali, nelle dichiarazioni dei politici ritorna continuamente, sotto forme diverse, questa minaccia.
E' passato un anno da questa conversazione e la convivenza a Cluj non è certo migliorata. L'astio c'era, ma è cresciuto negli ultimi mesi con l'approvazione da parte del parlamento ungherese della cosiddetta "legge sullo Status" che entrerà in vigore nel gennaio del prossimo anno. Di che si tratta? Lo stato ungherese riconosce ai quasi tre milioni di magiari che risiedono al di fuori dei confini territoriali del paese dei diritti e dei privilegi per la loro origine etnico-nazionale. Le questioni che solleva un provvedimento del genere sono numerose e riguardano non solo i paesi coinvolti nella vicenda a loro insaputa, almeno ufficialmente, ma la stessa costituenda "Europa delle Nazioni", come l'ha definita ancora recentemente il presidente Ciampi.
Tra le questioni sollevate dagli stati limitrofi, in primo luogo dalla Romania (ma sono interessati al provvedimento anche Croazia, Slovenia, Austria, Ucraina e Serbia), ci sono in ordine sparso: l'indebita ingerenza di fatto dell'Ungheria negli affari nazionali degli altri Stati, la costituzione di privilegi di appartenenza che possono avere ripercussioni destabilizzanti sulla pace sociale, il rischio che da un giorno all'altro compaiano dal nulla migliaia di "ungheresi" desiderosi di ottenere i benefici previsti dalla legge creando o allargando minoranze etniche e desideri federalisti. L'opposizione romena, che ha visto schierarsi in prima linea il premier Nastase e il presidente Iliescu, e ha impegnato nelle sedi diplomatiche europea i rappresentanti del paese, ha fallito su tutti i fronti. Biasimo per la minaccia romena di ricusare il trattato sui confini del '90 è giunto dal presidente del partito popolare europeo. E così come era già accaduto nel 1993 con la legge sulle minoranze nazionali in Ungheria, la nuova legge ungherese è stata additata a modello da seguire da parte del Consiglio d'Europa nella tutela delle minoranze etniche.
Sulla legge del 1993, e il suo quasi fallimento, ho già avuto modo di scrivere a proposito della situazione dei Rom. Una breve considerazione merita il fatto che la retorica diffusa a proposito di minoranze e gruppi etnici continua colpevolmente a confondere piani e discorsi, disagio reale e privilegi, non distinguendo ad esempio tra minoranze disagiate, e quindi meritevoli di tutela e sostegno, a prescindere dal fatto che si tratti di raggruppamenti su base etnica, culturale, religiosa, sportiva o musicale, e gruppi tutt'altro che svantaggiati, come potrebbero essere degli australiani in Italia, che interventi di questo tipo finiscono per privilegiare ai danni delle comunità locali, dando adito, ed è la cosa più pericolosa, a gelosie e conflitti sulla distribuzione ineguale delle risorse.
Senza andare troppo in là nel tempo, che ci porterebbe a discutere di territori acquisiti e poi persi, irredentismo e desideri di espansione, la vicenda attuale ci aiuta a leggere importanti trend nella politica di allargamento dell'UE verso i paesi dell'ex-patto di Varsavia.
Alla fine degli anni '80, quando il processo di dissoluzione del blocco sovietico si fece impetuoso e si andava ridisegnando la geografia politica dell'Europa, ai neo-indipendenti paesi del centro ed est Europa si aprivano davanti strade diverse. Il rischio di un disfacimento delle deboli strutture statuali era notevole, le élite nazionali, spesso senza una reale rottura di continuità politica, si ripresentavano al popolo disorientato e speranzoso puntando su un vocabolario nuovo; il nazionalismo, l'appartenenza etnica diventavano la colla che univa le fragili istituzioni dello stato, lo spauracchio da agitare all'occorrenza per distrarre l'attenzione dell'opinione pubblica dai fallimenti economici e dalle ruberie della burocrazia. Un discorso del genere vale, anche se, come è ovvio, con tratti diversi e talvolta unici, per molti dei paesi dell'area. Ma se taluni paesi, per motivi che non è qui il caso di enumerare, ma che hanno molto più a che fare con l'economia e lo sfruttamento delle risorse naturali e delle vie di comunicazione, che l'etnicità, estremizzarono il conflitto tra i vari gruppi etnici presenti nel loro territorio, innescando per esempio il domino delle guerre balcaniche che è ben lungi dal terminare, altri decisero di mettere da parte per un po' le ambizioni nazionaliste, si veda il trattato firmato tra Ungheria e Romania sui confini territoriali, per proiettarsi nell'orbita dell'Unione Europea, lo stato postnazionale per eccellenza, almeno così molti dicono. "Ironicamente, scrivono Csergo e Goldgeier, molti gruppi etnici in Europa hanno capito che l'integrazione europea offre le migliori opportunità di affermare le loro ambizioni nazionali [
] In alcuni casi, sono gli stessi governi che aspirano a, e si attivano per, creare all'interno della cornice europea una nazione al di fuori dei loro confini territoriali".
E' il caso dell'Ungheria, che a partire dal 1990 ha stabilito una gamma di agenzie governative e fondazioni che collegano individui di origine ungherese residenti nei paesi vicini alla madrepatria e li incoraggia a conservare il loro spirito di appartenenza alla nazione magiara senza però spingerli a tornare in Ungheria. Questo network istituzionale e non travalica i confini geografici del paese creando una nuova realtà giuridica che le autorità ungheresi definiscono "contractual nation". Il processo d'integrazione europeo risulta la cornice giuridica ideale per questo tipo di approccio. E' evidente che, scrivono Csergo e Goldgeier, "l'élite politica magiara è ben consapevole del fatto che non possono rendere virtuali i loro confini unilateralmente. Conseguentemente, prestano molta attenzione a quanto accade nei paesi limitrofi anch'essi in attesa di entrare nell'UE". La strategia politica ungherese è coerente e settata su una serie di aspettative giuridico-politico legate al processo di allargamento dell'Unione. "Se l'Ungheria e i suoi vicini, scrivo ancora Csergo e Goldgeier, entrano a far parte dell'UE, ciò significherà l'eliminazione delle esistenti limitazioni riguardanti la cittadinanza [
] Inoltre dentro un'Unione decentrata che punta sulla cooperazione regionale, le istituzioni ungheresi saranno capaci di intervenire anche al di là delle frontiere statuali, cosa che è limitata al momento dalle politiche nazionali dei paesi vicini.
Un'eventuale esclusione o ritardo degli altri paesi in attesa indebolirebbe la nazione ungherese (intesa nell'accezione estesa) perché sarebbero più difficili i contatti e i collegamenti tra chi è dentro e chi è fuori la fortezza Europa.
Le misure adottate con la nuova legge sullo status, da un punto di vista della politica interna ungherese, sono un tentativo di integrare, seppur virtualmente, nell'UE anche quella parte di ungheresi che continueranno a risiedere in paesi esclusi dall'Unione, garantendo loro delle corsie preferenziali e dei privilegi di appartenenza etnico-culturale, certificata attraverso un documento d'identità rilasciato dalle rappresentanze del paese secondo criteri ancora poco chiari e sui quali c'è un ampio dibattito.
| Data: 22-09-2001 | | Fonte: "Kater" |
| Autore: Nando Sigona |
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