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"All'ombra dei crimini"

Data: 04-01-2002 Fonte: AIM
Autore: Alexandar Ciric

NOTIZIE EST #514 - SERBIA/KOSOVO
4 gennaio 2002


ALL'OMBRA DEI CRIMINI
di Aleksandar Ciric - (AIM Beograd, 24 dicembre 2001)


[Seguono, dopo l'articolo, un relativo commento e due aggiornamenti]

**Dalle fosse comuni che si trovano sul territorio della Serbia sono stati estratti, fino a oggi, i resti di almeno 427 persone, con ogni probabilità albanesi morti negli scontri armati fino all'11 giugno del 1999. Oltre a Slobodan Milosevic e tre suoi collaboratori che si trovavano ai vertici della polizia, finora non è stato indicato il nome di nemmeno uno dei criminali**

Fino a oggi è stato ricostruito con relativa - anche se non completa - sicurezza solo uno di quelli che, a giudicare da tutto, sono numerosi casi di tentativo di nascondere i crimini compiuti dal regime di Milosevic in Kosovo e Metohija. Immediatamente prima dell'inizio dei bombardamenti della NATO sulla Jugoslavia, e cioè nella notte tra il 20 e il 21 marzo 1999, un camion frigorifero è stato fatto affondare nel Danubio in vicinanza della località Tekija, circa 200 chilometri a est di Belgrado. Due settimane dopo, il camion è emerso in superficie: l'ispezione compiuta dalla polizia ha rivelato che al suo interno si trovavano i resti di 86 uomini, di una donna e di un bambino. Su disposizione dell'allora capo del Dipartimento di sicurezza pubblica (RJB) del ministero degli interni (MUP) della Serbia, generale Vlastimir Djordjevic, l'indagine è stata interrotta e il caso è stato dichiarato segreto di stato: i resti umani sono stati caricati su altri due camion e portati "a Belgrado, per l'autopsia".

Due anni dopo, all'inizio del maggio 2001, il generale Vlastimir Djordjevic è stato messo in pensione, per poi scomparire subito dopo in direzione sconosciuta. Da quel momento il ministero degli interni della Serbia comunica intensamente con il pubblico, rendendo pubbliche numerose informazioni relative al "caso del camion frigorifero". Due informazioni di importanza chiave sono state quelle secondo cui l'ordine di cancellare le tracce dei crimini in Kosovo e Metohija è stato impartito da Slobodan Milosevic alla metà del marzo 1999, in una riunione con l'allora ministro degli interni Vlajko Stojilkovic, con il capo del RJB Vlastimir Djordjevic, con il capo del Dipartimento della sicurezza di stato (RDB) Radomir Markovic e con "altri", la cui identità fino a oggi non è stata rivelata. Slobodan Milosevic si trova a Scheveningen, Vlajko Stojilkovic è contemporaneamente tra gli incriminati dall'Aia e nel parlamento jugoslavo, Markovic è stato condannato per violazione del segreto di stato (non è stato comunicato di quale natura).

Nel frattempo in tre località della Serbia sono state portate alla luce complessivamente cinque fosse comuni, contenenti i resti di almeno 427 persone, ed è stato confermato con sicurezza che in una località ne esistono almeno altre tre e in un'altra ancora una.

All'inizio di giugno gli esperti del team dell'Istituto di Medicina Legale dell'Università di Belgrado hanno cominciato le esumazioni dalla prima fossa che si trova sul terreno del Centro di addestramento "13. maj" delle Unità Speciali Antiterroristiche (SAJ) del ministero degli interni della Serbia, sulla strada Zemun-Batajnica, nelle immediate vicinanze di Belgrado. In una fossa relativamente piccola (3 x 3 m.) erano stati compressi i resti in parte sossopra e smembrati, di almeno 36 persone, tra le quali otto bambini e un feto di otto mesi, donne e uomini in abiti civili. Lo stato dei resti rende praticamente impossibile stabilire le modalità e il motivo del decesso; sono stati rinvenuti solo due proiettili da arma da fuoco. Vi sono delle indubbie tracce di bruciatura su alcuni dei resti: la parte archeologica del team è riuscita a individuare un tentativo di bruciare i resti dei corpi, poiché questi ultimi, a giudicare dalle tracce, sono stati buttati su un rogo di cadaveri delle dimensioni e della forma delle traverse ferroviarie. Nella fossa sono state trovate sette carte di identità, su sei delle quali si ripete il cognome Berisha e che provengonono tutte dalla stessa via della città kosovara di Suva Reka. Uno dei pochi documenti rinvenuti reca la data 1 marzo 1999, il che può dimostrare che almeno una delle persone è stata uccisa dopo tale data.

Nel corso dei mesi di luglio e agosto di quest'anno è stata eseguita anche l'esumazione di due fosse comuni a Petrovo Selo, vale a dire nel luogo dove si trova un altro centro di addestramento delle SAJ, questa volta nei dintorni della città di Kladovo. Sono stati riesumati i resti complessivamente di 74 persone, di cui 16 in una fossa e 58 in un'altra. Il lavoro della equipe del Reparto di Medicina Legale di Nis è stato facilitato dal fatto che i corpi prima del trasporto e della loro sepoltura erano stati posti in sacchi da trasporto o avvolti in fogli di PVC. Sono stati ritrovati i resti di un solo corpo di donna. Le successive indagini hanno confermato che tra i corpi esumati si trovavano i resti di tre albanesi cittadini degli Stati Uniti. Nella primavera del 1999 erano stati condannati a 15 giorni di prigione e alla successiva espulsione per essere entrati illegalmente in Jugoslavia. Sono scomparsi, con modalità ancora ignote, subito dopo essere stati rilasciati dalla prigione; l'interesse americano per questi tre volontari dell'UCK, secondo le scarse informazioni disponibili, per ora è al livello della conferma della loro identità con il metodo del DNA. Tutti i corpi esumati dalle due fosse di Petrovo Selo indossavano abiti civili e su di essi, secondo le parole di Vujadin Otasevic, capo della equipe di medicina legale, "dominano le tracce di proiettili".

La serie di scavi per riportare alla luce le fosse comuni è proseguita anche in settembre, con l'esumazione dei resti di almeno 48 persone alla foce del torrente Derventa nel lago artificiale di Perucac presso Bajina Basta, nella Serbia occidentale. L'affondamento, durante il periodo dei bombardamenti della NATO, di un altro camion frigorifero contenente corpi umani, questa volta nel lago di Perucac, era stato segnalato già il 23 maggio - mediante lettere indirizzate al presidente del parlamento della Serbia e al ministro della giustizia, nonché a quello degli interni - dal Fondo per il Diritto Umanitario di Belgrado. Le autorità locali hanno smentito le affermazioni del Fondo secondo cui quest'ultimo disponeva "di informazioni secondo le quali nel lago, in vicinanza della sponda di Kokin, si trova un camion contenente cadaveri che è stato trasportato fino al lago e fatto affondare in esso ai tempi dei bombardamenti della NATO" e "gli organi di polizia dispongono di dati relativi a tale caso", fino a quando all'inizio di settembre non sono state rese pubbliche informazioni sull'esumazione e sulle indagini di medicina legale effettuate dall'Istituto di Patologia e Medicina Legale dell'Accademia Medico-Militare di Belgrado. E' stato confermato che si tratta dei resti di almeno 48 persone, 38 uomini e una donna, mentre per 9 di essi non è stato possibile identificare il sesso. Secondo i dati resi pubblici, si tratta di persone adulte con ferite mortali provocate da proiettili di armi da fuoco a mano. Si trovavano sotto terra da circa due anni; le condizioni dei resti fanno presupporre che siano stati in acqua e siano stati esposti a una sorta di lavaggio nel terreno in cui sono stati successivamente sepolti. I resti di indumenti ritrovati sono civili.

A metà settembre è terminata l'esumazione anche di quella che per ora è l'ultima delle fosse comuni, presso il poligono "13. maj", nelle vicinanze di Belgrado. In una fossa sufficientemente grande da accogliere anche il rimorchio di un camion utilizzato per il loro trasporto, sono stati ritrovati i resti di almeno 269 persone, tutti uomini di età diversa. Secondo il comunicato ufficiale del Tribunale distrettuale di Belgrado, su alcuni corpi è stata confermata l'esposizione ad alte temperature, una traccia che potrebbe fare pensare a un tentativo non coronato da successo di bruciarli. Sono stati ritrovati proiettili di armi da fuoco a mano e identificate le lesioni da essi provocate nelle ossa e nei tessuti molli dei resti; tutti gli indumenti ritrovati erano civili.

Oltre ai classici elementi di identificazione, come i documenti di identità rinvenuti - e, perlomeno in un caso, una targhetta di identificazione dell'esercito albanese - nel corso di tutte le esumazioni sono stati prelevati campioni di DNA. A tutti i lavori di scavo hanno assistito, in qualità di osservatori, rappresentanti del Tribunale dell'Aia, dell'OSCE, del Fondo per il Diritto Umanitario di Belgrado e della Commissione Internazionale per le Persone Scomparse. Attualmente sono terminati i rapporti medico-legali completi relativi alla prima fossa di Batajnica e alle due di Petrovo Selo, dove i resti esumati sono stati nuovamente sepolti. I resti delle oltre 300 persone esumati nell'altra fossa di Batajnica sono stati collocati, in attesa del completamento della documentazione medico-legale, in tunnel sotterranei sul posto.

Gli esperti locali che hanno provveduto all'esumazione e alle indagini medico-legali sui resti delle vittime sono probabilmente, in considerazione delle esperienze accumulate in dieci anni di guerra sul territorio della ex Jugoslavia, tra i più esperti del mondo. Essi sottolineano la difficoltà di confermare anche solo il numero delle persone i cui resti sono stati rinvenuti, a causa del fatto che sono stati sepolti due o addirittura tre volte in successione, del periodo più o meno lungo passato in acqua in almeno due casi, della frammentazione e dello smembramento dei resti nel corso del trasporto e del loro seppellimento con bulldozer. A parte la prima fossa di Batajnica, tra i resti sono pressoché assenti quelli di bambini e donne; gli esperti forensi sottolineano alcuni dettagli che invitano a una certa dose di prudenza riguardo alla valutazione se si tratti di civili, indipendentemente dal tipo di indumenti: in un grande numero di casi è stato confermato l'indossamento di più strati di indumenti, nonché di strumenti per la rasatura (lamette).

La polizia dispone di dati secondo cui presso il poligono "13. maj" nelle vicinanze di Batajnica si trovano ancora come minimo tre fosse comuni, e dispone di dati operativi anche su almeno un'altra fossa nel territorio del comune di Vranje. Secondo le dichiarazioni del capitano di polizia Dragan Karleusa, che conduce le indagini, una fossa si trova sotto il tratto di austrada tra Leskovac e Bujanovac, nel territorio del comune di Vranje, nella Serbia meridionale. I corpi sono stati seppelliti in una delle fosse create dai bombardamenti della NATO nel 1999 e successivamente cementate e asfaltate. Tali punti nei dintorni di Vranje sono complessivamente cinque e, almeno per ora, la posizione precisa della fossa non è stata ancora confermata.

Le informazioni sulla scoperta e sull'esumazione di fosse comuni sono state diffuse con la maggiore intensità nel periodo compreso tra l'inizio di maggio e la fine di giugno di quest'anno. L'opposizione alle nuove autorità della Serbia e della Jugoslavia interpreta tale fatto come una campagna studiata appositamente per preparare la consegna di Slobodan Milosevic al Tribunale dell'Aia. Tale interpretazione ha trovato una certa eco anche in parte della coalizione al governo, nonché tra singoli intellettuali che si considerano "difensori degli interessi nazionali" della Serbia. Allo stesso modo - almeno finora - l'opinione pubblica non si è confrontata con i crimini che "noi" abbiamo compiuto, indipendentemente dal fatto che siano stati escogitati su commissione dell'Occidente, o che siano di entità minore o uguale di quelli compiuti dagli "altri" o provocati dai crimini compiuti da questi ultimi, oppure ancora siano qualcosa di cui risponderà unicamente Slobodan Milosevic. Le esumazioni effettuate hanno portato alla luce del giorno prove inconfutabili non solo dell'effettuazione di crimini, ma anche del crimine del loro stesso occultamento. Le indagini compiute fino a oggi non hanno portato ad alcuna incriminazione, nonostante il fatto che decine di persone, per la maggior parte poliziotti, abbiano partecipato come minimo all'occultamento dei crimini. Quel che è peggio, lo stesso ministro degli interni del governo della Serbia, Dusan Mihajlovic, giustifica la partecipazione dei poliziotti al trasporto dei cadaveri, all'affondamento dei camion frigoriferi, al loro nuovo trasporto e al seppellimento segreto, con la scusa della costrizione, del timore per la propria vita o del lavoro svolto su ordine di altri, dell'ignoranza...

Tutto questo, come si è dimostrato, non è stato sufficiente a chiudere del tutto la bocca a svariati testimoni - o comunque non li ha messi a tacere nel momento in cui la scoperta dei crimini, indipendentemente dai motivi, è diventata inevitabile. Quello che deve invece preoccupare molto di più è il fatto che nei casi in cui è stato identificato il nome delle vittime, non vi sono segni, pubblici o meno, che si stia lavorando per scoprire i nomi anche dei responsabili dei crimini. In altre parole, se l'esumazione ha confermato che a Suva Reka sono stati uccisi svariati membri della famiglia Berisha, il ministero degli interni della Serbia deve sicuramente disporre di dati sulle unità di polizia che hanno agito in tale zona nel periodo in cui infuriava il conflitto armato del 1998 e del 1999. Tutto il resto dovrebbe venire semplicemente con la normale routine delle indagini di polizia. L'assenza di informazioni sul fatto che vengano condotte procedure di indagine di questo tipo, o di tipo analogo, porta in larga misura a rafforzare gli argomenti dei critici delle nuove autorità secondo cui queste ultime non sono pronte e decise - o non sono capaci, è lo stesso - a confrontarsi seriamente, almeno a livello di polizia, con le effettive dimensioni dei crimini compiuti.

[COMMENTO: A sette mesi circa dalla vicenda del "camion frigorifero", alla quale ha fatto seguito il ritrovamento di svariate fosse comuni, è possibile tracciare un primo breve bilancio sulla vicenda, nonostante rimangano numerosi i particolari da chiarire per una ricostruzione completa. Innanzitutto non si è trattato di un "bluff", come molti media e giornalisti (più in Occidente che in Serbia) avevano ipotizzato o insinuato quando sono emersi i primi fatti: è ormai accertato che vi è stata un'operazione di vasta portata per il trasferimento e l'occultamento di cadaveri dal Kosovo in Serbia. Il trasporto, in alcuni casi, è avvenuto fino a zone estremamente lontane dal Kosovo, un caso atipico nel panorama di questo decennio di guerre e massacri nella ex Jugoslavia. Ma il particolare forse meno prevedibile è che, a giudicare da quanto finora stabilito, tale operazione sarebbe stata pianificata e avviata addirittura prima dell'inizio dei bombardamenti della NATO. Se ciò verrà confermato, si avrebbe un elemento in più a conferma dell'ipotesi che la guerra del 1999 sia stata una "strana guerra", vale a dire più una guerra pianificata a tavolino da entrambe le parti, cioè NATO e Belgrado, che una guerra di scontro (avevamo tracciato una tale ipotesi, basandoci su fatti, ma prendendoci anche la libertà di qualche formulazione "fantapolitica", nel lungo articolo pubblicato in "Notizie Est" #322 del 17 aprile 2000). Non ci azzardiamo a formulare altre ipotesi, che sarebbero comunque premature. Sottolineiamo tuttavia che i fatti che emergeranno (se mai emergeranno) dalle indagini in corso, come per esempio le zone dalle quali sono stati prelevati i corpi delle vittime, la tipologia delle stragi per cui le autorità serbe hanno ritenuto opportuno effettuare tali complessi e rischiosi trasporti, le relative date e altro ancora, saranno di estrema importanza per una ricostruzione completa e non superficiale della guerra del Kosovo - Andrea Ferrario]


AGGIORNAMENTI DEL 18 GENNAIO 2002

E' SCOMPARSO IL TESTIMONE CHIAVE DELL'OPERAZIONE DI TRASPORTO DEI CADAVERI DAL KOSOVO IN SERBIA
di Vojkan Ristic - ("Danas" [Belgrado], 18 gennaio 2002)


[Aggiornamento di "Notizie Est" #518 del 16 gennaio 2002]

VRANJE - Nessuno sa ancora dire con sicurezza dove si trova attualmente Vlastimir Djordjevic-Rodja (53 anni), l'ex capo del Dipartimento di Pubblica Sicurezza che era in carica sotto il precedente regime. Come luoghi possibili in cui l'ex generale della polizia potrebbe trovarsi vengono menzionati il più delle volte Mosca, la Bielorussia e l'Azerbaigian. Djordjevic è scomparso senza lasciare tracce di sé subito dopo che è venuto alla luce lo scandalo noto come "Dubina 2" ("Profondità 2"), relativo ai cadaveri di civili che sono stati trasportati mediante camion-frigoriferi in diverse località della Serbia, dove sono stati sotterrati. Nella Serbia meridionale nessuno dubita più che Djordjevic possedesse informazioni relative alla liquidazione e al successivo trasporto dei civili liquidati dal Kosovo in Serbia. Per questo, come si ritiene qui, Djordjevic, se si dovesse presentare di fronte al Tribunale dell'Aia come testimone per le accuse riguardanti il Kosovo contro l'ex presidente jugoslavo Milosevic, potrebbe avere un ruolo chiave. Ma sono ben pochi coloro i quali credono che si presenterà, visto che di Djordjevic finora non è rimasta alcuna traccia né indizio e che egli è scomparso quando personalità dell'attuale potere sono venute a conoscenza del suo coinvolgimento nell'operazione "Dubina 2". Della fuga abilmente organizzata di questo poliziotto fedele alla famiglia Milosevic parla anche il fatto che Djordjevic ha abbandonato la Jugoslavia con un'altra donna, un particolare che i suoi amici nel sud della Serbia interpretano come un'altra mossa per rendere più difficile l'individuazione del posto dove attualmente egli si trova. Djordjevic ha percorso la sua via verso il "trono della polizia", cioè quello di capo del Dipartimento di Pubblica Sicurezza del ministero degli interni della Serbia e di collaboratore vicinissimo alla famiglia Milosevic, passando per il posto di capo della polizia di Zajecar e instaurando una stretta amicizia con Nikola Sainovic, allora a capo della RTB Bor. Insieme, sono riusciti molto presto a trovarsi al vertice della gerarchia dell'ex regime socialista. Il nome di Vlastimir Djordjevic è stato recentemente menzionato dal vicepresidente del governo della Serbia, Nebojsa Covic, l'uomo incaricato di seguire le regioni di crisi della Serbia meridionale e del Kosovo, il quale ha lodato i meriti di Djordjevic e del generale Obrad Stevanovic per la "stabilizzazione della situazione nei comuni di Bujanovac, Presevo e Medvedja". Covic ha pronunciato queste parole mentre partecipava con il generale dell'esercito jugoslavo Ninoslav Krstic e con Goran Radosavljevic, comandante delle unità di gendarmeria del ministero degli interni serbo, alla trasmissione "Studio aperto" della Televizija Beograd, nel corso della quale è stato tracciato il bilancio di un anno di lavoro del Gruppo di coordinazione del governo della repubblica e di quello federale per la regione al confine con il Kosovo. Nel periodo di escalation dell'estremismo albanese, Djordjevic, insieme al generale della polizia Obrad Stevanovic, ha soggiornato regolarmente a Bujanovac. E' degno di nota il fatto che si sia fatto vedere in uniforme mimetica con le spallette di generale. Ciò è durato due mesi e nessuno nega il ruolo di cooperazione che Djordjevic ha avuto con i membri del Gruppo di coordinazione. Se si tiene conto del fatto che Djordjevic è nato nel villaggio di Koznica, nella municipalità di Vladicin Han, la sua influenza sull'assegnazione dei quadri è stata molto forte nelle municipalità della Serbia meridionale. Prima che venisse alla luce il caso dei cadaveri di civili trasportati dal Kosovo, è stato emesso un comunicato del ministero degli interni della Serbia in cui si affermava che Djordjevic sarebbe andato in pensione, mentre Obrad Stevanovic era stato nominato insegnante presso l'Accademia di Polizia. Sapendo cosa lo avrebbe aspettato se fosse rimasto nel paese dopo "Dubina 2", Djordjevic nel giro di una notte, e dietro consiglio, a quanto si dice, di Vlajko Stojilkovic e Nikola Sainovic, ha abbandonato il paese ed è partito con un volo regolare di linea della JAT per Mosca. Se si trovi ancora là, non è noto, ma è assolutamente sicuro che Djordjevic è potenzialmente uno dei testimoni chiave nelle accuse riguardanti il Kosovo mosse contro l'ex presidente jugoslavo. E' inoltre altrettanto chiaro che, se dovesse essere chiamato a deporre come testimone, sarà difficile riuscire a rintracciare l'indirizzo al quale consegnare l'invito del Tribunale dell'Aia a testimoniare.


BUFALA "D'AUTORE" ANCHE SU KARADZIC E MLADIC

[Aggiornamento dei materiali sul "giallo Rugova" pubblicati tra l'autunno e l'inverno 2001]

Come hanno già riportato le agenzie di mezzo mondo, ieri è stata diffusa la notizia falsa (e subito smentita ufficialmente) dell'avvenuto arresto in Serbia di Radovan Karadzic e Ratko Mladic. Ne prendiamo qui nota soprattutto perché le modalità di diffusione della bufala, cioè quelle dell'invio di un comunicato non autentico contenente dati palesemente falsi (si fa riferimento all'inesistente "agenzia kosovara UPI") ricalcano quelle dei falsi comunicati e interviste di Rugova.

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Data: 04-01-2002 Fonte: AIM
Autore: Alexandar Ciric





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