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I macedoni non hanno molta voglia di votare
| Data: 23-04-2004 | | Fonte: "Sega" |
| Autore: Plamen Kulinski |
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N.E. BALCANI #782 - MACEDONIA
23 aprile 2004
I MACEDONI NON HANNO MOLTA VOGLIA DI VOTARE
di Plamen Kulinski - (“Sega” [Sofia], 16 aprile 2004)
Sasko o Branko? Dipende da Alì e Arben
Che si sarebbe arrivati al ballottaggio in queste elezioni presidenziali macedoni era ben noto già prima del voto, così come il fatto che i due candidati albanesi non avevano alcuna possibilità di arrivarci. Non è stata una sorpresa neanche il fatto che il leader dell’Unione socialdemocratica (SDSM) attualmente al governo, Branko Cervenkovski abbia ricevuto il maggior numero di preferenze. Forse l’unica incognita gravava sul numero di elettori che avrebbero deciso di recarsi alle urne, e soprattutto se fosse stata superata la soglia del 50%, che rende validi i risultati elettorali.
Il rischio che in Macedonia, così come nella vicina Serbia, si potesse entrare in una spirale di votazioni presidenziali senza fine non era molto consistente, ma in ogni caso esisteva. E i risultati hanno mostrato che le preoccupazioni non erano del tutto infondate, visto che appena il 55,42% degli aventi diritto al voto si è recato alle urne, appena oltre la faditica soglia. La ragione per cui la quasi metà degli elettori è rimasta a casa in questo giorno di riposo dal lavoro non è stata il brutto tempo.
Rifiutando di andare a votare la gente ha espresso il proprio giudizio sulla politica non solo dell’attuale governo, ma della classe politica nel suo complesso. Sia i socialdemocratici che il VMRO-DPMNE sono stati al potere dall’indipendenza della Macedonia, ma né sotto il governo dell’uno né dell’altro partito si sono visti cambiamenti nel desolante quadro economico dell’ex repubblica jugoslava. Disoccupazione, privatizzazioni inquinate dalla corruzione , tensioni interetniche, sfociate in guerra vera e propria nel 2001, ogni genere di disgrazie si è accanito sui due milioni di macedoni da quando la loro repubblica si separò dalla Jugoslavia nel 1991. La sfiducia verso il cambiamento ha fatto sì che molti disertassero il primo turno delle presidenziali, voltando le spalle con un gesto indifferente.
Adesso che le forze in campo si sono mostrate e definite, al secondo turno con tutta probabilità in molti torneranno alle urne, e la percentuale di votanti sarà più alta.
Il loro voto però difficilmente sarà spostato dalle prorposte politiche portate avanti dai due contendenti. Sia l’uno che l’altro candidato a rimpiazzare Boris Trajkovski, deceduto tragicamente il 26 febbraio, hanno più o meno le stesse opinioni per quel che riguarda la questione del Kosovo, la lotta alla disoccupazione o l’alleggerimento del regime dei visti per paesi terzi. Un osservatore esterno può avere l’impressione che Sasko e Branko facciano parte dello stesso partito. Nelle due settimane che ci separano dal secondo turno, comunque, gli avversari continueranno a divertire gli elettori assumendo posizioni sempre più critiche l’uno verso l’altro. Kedev continuerà a mettere sotto gli occhi della gente gli insuccessi del governo socialdemocratico, Cervenkovski l’inesperienza politica del suo contendente.
Forse è stata più interessante la lotta precedente al primo turno. Sono stati messi alla prova i rapporti di forza non solo tra SDSM e VMRO-DPMNE, ma anche tra i due principali partiti albanesi, il DUI (Unione Democratica per l’Integrazione) e il DPA (Partito Democratico degli Albanesi). Da questo punto di vista le lezioni sono state più simili a consultazioni politiche che presidenziali.
I candati dei partiti albanesi si sono gettati nella mischia con la chiara consapevolezza che in questa fase non avevano alcuna possibilità di sedere sulla poltrona presidenziale. Erano protagonisti di secondo livello. In realtà a sfidarsi non erano Zidi Xhelili e Gzim Ostreni, ma Arben Xhaferri e Alì Ahmeti il cui motivo del contendere è la misura in cui vengono applicati gli accordi di Ohrid firmati il 13 agosto 2001.
Il leader del DPA avverte che, se la comunità albanese non riceverà uno status uguale a quello della comunità slavo-macedone, si renderà necessaria una divisione della Macedonia.
In una conferenza del suo partito tenuta a Gostivar nel mese di marzo, Xhaferri ha detto che “prenderemo parte alle elezioni presidenziali per dare il via ad una grande discussione riguardo alle richieste degli albanesi, che includono stessi diritti a tutti i livelli della società e condivisione del potere”.
Se queste richieste non verranno valutate con attenzione, è chiaro che si manifesteranno tendenze alla divisione del paese, ha aggiunto Xhaferri, secondo il quale l’accordo di Ohrid non è pienamente applicato.
Al momento il successo dell’uno o dell’altro candidato al posto presidenziale non dipende tanto dalle promesse che pure distribuiscono generosamente ad ogni occasione pubblica, ma da come riusciranno ad intendersi con gli albanesi. Dal 1991 in poi tutte le elezioni, sia presidenziali che parlamentari, sono state vinte con l’appoggio di uno dei due partiti albanesi. Non c’è alcun dubbio che sarà così anche stavolta.
Se ragioniamo sul fatto che il candidato dell’Unione Democratica per l’Integrazione (DUI) Gzim Ostreni ha ottenuto il 14,27% dei voti, mentre quello del Partito Democratico degli Albanesi (DPA) Zidi Xelili l’8,31%, si può prevedere che il vincitore sarà Branko Cervenkovski. Infatti, poiché il DUI di Alì Ahmeti, ex guida politica dell’Esercito di Liberazione Nazionale, è parte dell’attuale coalizione di governo, è logico attendersi che sosterrà il premier Cervenkovski alla corsa presidenziale. Il DPA di Arben Xhaferri farà il gioco del VMRO-DPMNE, ma con ogni probabilità Sasko Kedev alla fine dovrà rassegnarsi a continuare la sua carriera di cardiologo.
(traduzione dal bulgaro di Francesco Martino)
| Data: 23-04-2004 | | Fonte: "Sega" |
| Autore: Plamen Kulinski |
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