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"Poteva andare sia meglio che peggio"

Data: 09-10-2001 Fonte: "Vreme"
Autore: Dimitrije Boarov

NOTIZIE EST #481 - SERBIA/MONTENEGRO
9 ottobre 2001


POTEVA ANDARE SIA MEGLIO CHE PEGGIO
di Dimitrije Boarov - ("Vreme", 28 settembre 2001)

Un anno dopo il 5 ottobre belgradese e l'abbattimento del regime di Milosevic non c'è una domanda più scomoda di cosa abbia conseguito il nuovo potere sul piano economico. Per rispondere a tale domanda la cosa più esatta sarebbe dire che sul lato positivo del bilancio economico annuale il nuovo potere non ha conseguito tutto ciò che ci si aspettava venisse raggiunto e che nemmeno sul lato negativo di tale bilancio si è realizzato tutto quello che era logico temere non potesse essere evitato in un periodo di riforme giunte in ritardo. Ma i pessimisti possono dire di avere avuto la meglio sugli ottimisti.

Anche se in economia alcune tendenze positive suscitano in principio problemi passeggeri, il "bilancio del successo" nel campo di alcune riforme economiche e degli interventi di politica economica a lungo termine non può per principio fare i conti solo con la matita nera e rossa – cerchiamo prima di riassumere quelli che si potrebbero qualificare come successi del nuovo potere di Belgrado in campo economico.

IL RITORNO AL MONDO
In primo luogo e prima di tutto, il contributo di Kostunica, Djindjic, Labus, Dinkic, Djelic, Pitic e degli altri leader della DOS e del G17 Plus nel mettere in atto la decisione dei fattori internazionali di sostenere i cambiamenti democratici in Serbia, accettando la Federazione jugoslava nelle istituzioni internazionali finanziarie ed economiche, è incommensurabile. L'importanza di tale ritorno straordinariamente rapido (purtroppo ancora parziale) nei flussi e nelle istituzioni dell'economia e della finanzia mondiale, così come il sostegno finanziario diretto finora offerto, cstimabile in circa 300-400 milioni di dollari, e l'alleggerimento indiretto della posizione finanziaria che raggiunge i due miliardi di dollari (il superamento del debito nei confronti del FMI, pari a 138 milioni di dollari, la conclusione dell'accordo di stand-by con il FMI e il pagamento delle prime due tranche di circa 100 milioni di dollari, nonché la regolazione del debito nei confronti la Banca Mondiale, ammontante a 1,7 miliardi di dollari, e il ritiro dei primi prestiti a breve scadenza), qui da noi vengono poco compresi e sono accettati in maniera ancora meno adeguata. Questo enorme successo è stato innazitutto pagato relativamente a buon mercato – è stato consegnato al Tribunale de L'Aja un dittatore consumato ed è stata accettata un'equa successione della Federazione socialista jugoslava fra tutti gli stati che si sono formati sulle sue rovine. La tesi secondo la quale in tal modo si è entrati nel costoso schema del "condizionamento internazionale" non risulta convincente (anzi, sembra non seria), perché sotto la pressione di un simile "condizionamento" si trovano quasi tutti gli stati del mondo, anche quelli che sono cento volte più grandi e più seri della Federazione jugoslava.

Naturalmente l'aiuto è stato minore di quello che ci si aspettava, ma la cosa ancora più imbarazzante è che è stato minore anche di quello "estremamente necessario" e pianificato. Rammentiamo che nello scenario del CES MEKON di Belgrado (messo a punto da Stojan Stamenkovic) è stato detto che nel 2001 sarà necessario attirare nel paese da investitori non governativi almeno 750 milioni di dollari provenienti dall'estero, in aggiunta a donazioni straniere, soprattutto nell'ambito energetico e della sanità, per circa 900 milioni di dollari e in aggiunta inoltre a nuovi prestiti statali a livello mondiale per circa 500 milioni di dollari - al fine di poter realizzare, con l'afflusso di un totale di 2 miliardi e 150 milioni di dollari provenienti da fonti straniere, due obiettivi contraddittori, ma necessari - la crescita contemporanea degli stipendi dei lavoratori e degli investimenti nella produzione. Vale a dire che solo con questi mezzi si potrebbe raggiungere una crescita parallela degli investimenti nell'economia pari al 30% e una crescita del consumo individuale di circa il 20%. Poiché non è stato realizzato tale afflusso, non è stato possibile nemmeno conseguire tali obiettivi.

Tuttavia, la tesi politica secondo la quale il mondo nell'ultimo anno ha investito molto meno nella Jugoslavia democratica rispetto ai danni che le ha causato con le sanzioni applicate per più anni contro Milosevic e con i bombardamenti della NATO (un danno diretto di circa 5 miliardi di dollari, e un danno indiretto di circa 30 miliardi di dollari), è accettabile solo per le orgogliose orecchie locali e per chi giudica con il criterio della giustizia cosmica, ma non ha nulla a che fare con la realtà mondiale. In primo luogo, bisognerebbe semplicemente spostare l'attenzione sul fatto che spesso in economia è più importante che qualcuno vi proroghi oggi un pagamento di 100 dinari piuttosto che cancellarvene 80 e chiedervi di pagarne subito 20, ecc. Pertanto, non bisognerebbe guardare con occhio troppo critico al pacchetto dei sostegni mondiali forniti nell'ultimo anno, composto per quasi un quarto da aiuti non rimborsabili e per più di tre quarti da prestiti vari e accordi di credito. È molto più importante cercare di portare veramente nel paese la maggior parte degli aiuti e degli investimenti promessi. E lasciare che sia la storia a fare giustizia.

Il ritorno nel mondo delle finanze internazionali, però, non è giunto a termine, perché le nostre imprese e le nostre banche per ora non possono stare da sole nel mercato monetario mondiale, almeno finché non si regoleranno i nostri debiti esteri pari a circa 12,5 miliardi di dollari. Tali debiti, secondo i calcoli del dott. Mladjan Kovacevic, raggiungeranno alla fine dell'anno oltre 13 miliardi di dollari, di cui oltre 9 miliardi di dollari consistenti in impegni scaduti, ma non pagati – circostanza la cui conseguenza è quella di diminuire il maggiore successo del nuovo potere, e in particolare del vicepresidente del governo federale dott. Miroljub Labus. Non ci si poteva nemmeno aspettare l'ingresso immediato nell'Organizzazione mondiale per il commercio (WTO) – e secondo le ultime notizie, le cose in tale direzione per ora vanno per il verso giusto.

IL DESTINO DEL DINARO
Al secondo posto sul lato positivo del bilancio economico annuale, che è logicamente collegato col primo successo menzionato del nuovo governo democratico, bisognerebbe segnare anche l'aumento delle riserve dello stato in valuta estera, passate da circa 385 milioni di dollari agli attuali 1.044 milioni di dollari circa - cosa che ha permesso la stabilizzazione del cambio del dinaro nei confronti delle valute mondiali. Molti esperti credono che in pratica il "congelamento" del cambio estero del dinaro (sebbene si tratti di un modello di cambio amministrato, di corso fluttuante) in proporzione di circa 30 dinari per un marco tedesco, non sia in generale una buona cosa, specialmente per gli esportatori dalla Serbia, e che esso favorisca gli importatori, soffocando di conseguenza la produzione locale e ampliando il deficit commerciale - non si può tuttavia trascurare l'importanza cruciale della stabilizzazione della moneta locale al fine di un chiarimento, in una certa misura, delle condizioni economiche del paese. In un paese che ha una dolorosa esperienza di iperinflazione e di transazione ritardata, nel quale nulla è stabile - dal posto di lavoro al posto in parlamento - almeno il denaro deve essere completamente stabile per un certo periodo, in modo tale che tutti possano almeno valutare cosa hanno e cosa non hanno, e che le nostre banche e le nostre imprese per una volta possano misurarsi con le proprie spese e possano valutare cosa di tali spese possono, e cosa invece non possono, fare ricadere sui compratori ecc. D'altronde, il governatore della NBJ (Banca Nazionale della Jugoslavia - N.d.T.), Mladjan Dinkic, che ha abilmente proclamato anche la completa convertibilità del dinaro, è riuscito proprio sula base di tale cambio stabile del dinaro a duplicare gradualmente la massa monetaria locale e a reinstaurare così un sistema monetario, che invece nel tempo passato perdeva sempre più spazio sotto la pressione di un cambio naturale arcaico (che non può essere né controllato né tassato, e nemmeno indirizzato). In linea di massima, non si può rimproverare Dinkic neanche quando dice che il rapporto fra la domanda e l'offerta della moneta straniera ora è tale da potere agevolmente mantenere il dinaro stabile e che sarebbe una pazzia condurre una "politica di cambio" di fronte a un tale rapporto della domanda e dell'offerta.

LO SHOCK DELLA TRANSIZIONE
Il terzo grande successo del nuovo potere, sebbene oggi molte critiche dei titolari della politica economica vertano su di ciò, è quello della liberalizzazione dei prezzi e della deregolamentazione dell'attività commerciale estera che hanno reso possibile una lenta e spontanea regolarizzazione della disparità fra i prezzi dei diversi prodotti, naturalmente al livello più alto dei prezzi. Per un tale cambiamento bisognava avere "fegato" in un paese dove la filosofia della "protezione" del consumatore e del produttore ha imposto lo stato come supremo arbitro economico.

Tali liberalizzazione e deregolamentazione hanno messo a nudo l'immagine della povertà della popolazione, alla quale ci ha portato il regime di Milosevic. Anche se è impossibile giungere a un indicatore completamente autentico e sintetico dello standard di vita della popolazione, si può comunque cominciare una descrizione della situazione sociale in FRJ col così detto "prezzo del paniere dei generi di prima necessità", che comprende 65 prodotti indispensabili per l'esistenza mensile di una famiglia di quattro persone. Secondo l'ultimo dato disponibile dell'Istituto federale per le statistiche, quello del mese di agosto del 2001, tale "paniere di generi di prima necessità" mensile è costato 11.623 dinari (circa 380 marchi tedeschi), un dato del tutto accettabile secondo le misure europee. Ma un'altra storia è che ciò contemporaneamente significa che per la sopravvivenza di una famiglia sarebbe necessario guadagnare circa due stipendi medi mensili. Semplicemente, anche le famiglie di quattro persone nelle quali lavorano due persone (e tali famiglie in Serbia sono meno della metà) non possono ancora assicurarsi abbastanza soldi per un livello standard di sussistenza. E' inoltre difficile immaginare come vivano le famiglie più numerose dove non ci sono persone occupate, o nelle quali solo una persona che lavora, oppure ancora che vivono della pensione del membro più anziano - caso frequente in Serbia.

E' interessane notare come il paniere del consumo in prezzi stranieri, cioè in valuta straniera, sia notevolmente aumentato nell'ultimo anno. Mentre nel luglio dell'anno scorso il prezzo di tale paniere era di 227,30 marchi tedeschi (lo stipendio medio era allora di 127,83 marchi tedeschi), nel luglio di quest'anno il suo prezzo era di 370,12 marchi tedeschi (mentre lo stipendio medio è di 186,61 marchi tedeschi). Tuttavia, poiché il cambio del dinaro, che è di circa 30:1 rispetto al marco tedesco, è rimasto pressoché immutato nell'ultimo anno, è possibile che sia esatta l'affermazione del Governo serbo secondo cui lo standard di vita è aumentato di circa il 7% - perché l'anno scorso per il paniere bisognava dare 2,3 di stipendi medi, mentre adesso ne bastano solo due. Ma si tratta solo di statistiche, che non sollevano la situazione della popolazione.

La liberalizzazione dei prezzi ha messo a fuoco anche il quadro del precedente "saccheggio" del settore alimentare in Serbia e del pesante sfruttamento dei villaggi e dei contadini, dai quali i cittadini a bassa produzione hanno tratto pochi vantaggi. Tutto questo ora lo si vede dagli aumenti delle spese alimentari. Va infatti notato che di fronte a un aumento nominale degli stipendi nell'ultimo anno di circa l'83% (dai 3.051 dinari del mese di luglio del 2000 ai 5.581 del luglio 2001) il latte è aumentato del 248%, il pane del 352%, la farina del 134%, la pancetta del 132%, il lardo del 154%, l'olio commestibile del 212%, lo zucchero del 380%, ecc. Quando a questi drastici aumenti si aggiunge anche un aumento delle spese condominiali (luce, riscaldamento, acqua, rifiuti, ecc.) di circa il 200%, e si prende in considerazione che anche le entrate in bilancio (tasse e contributi) sono aumentate di oltre il 200%, si può comprendere meglio di quanto non consentano i conti preventivi standard del rapporto fra i prezzi e gli stipendi lo "shock della transizione" che ora sta scotendo la Serbia.

Come quarto successo del nuovo potere si potrebbe inserire la riforma delle tasse e il graduale assestamento dell'intero ambito delle finanze pubbliche, il cui maggior merito va al ministro delle finanze Bozidar Djelic e al suo sostituto Dejan Popovic. Oltre ad avere in qualche modo normalizzato il pagamento delle pensioni e delle altre erogazioni sociali, è stato in parte messo ordine nella raccolta dei soldi per i fondi sociali grazie all'introduzione del sistema di stipendi lordi ed è stata aumentata in parte anche la rigorosità finanziaria. Forse la "vendetta fiscale" nei confronti dei profittatori di Milosevic, ideata come un'imposta "una tantum" sui profitti extra, poteva essere realizzata con meno rumore e con maggiori effetti (per adesso abbiamo solo il rumore, e quasi nessun effetto ), ma ciò è oggetto per una più ampia discussione.

E' vero che, essendo la riforma del bilancio stata applicata sulla base dell'organizzazione amministrativa esistente e di una divisione delle competenze degna del primo medioevo (il periodo dell'assolutismo statale e del centralismo), durante l'anno passato gli introiti del bilancio della Repubblica della Serbia (secondo la stima dell'autore di questo testo) sono aumentati nominalmente di oltre il 30% e realmente di circa il 100% - sebbene in tale bilancio non abbiano ancora iniziato ad affluire i proventi della privatizzazione. Ciò ha aumentato fortemente, in parallelo alla concentrazione del potere nelle mani del governo a Belgrado, anche le responsabilità della nuova élite politica. E l'élite serba non si è mai caratterizzata per eccesso di responsabilità.

I NUOVI PROPRIETARI DELLA SERBIA
Il quinto fra i grossi successi del nuovo potere nella sfera economica lo si potrebbe descrivere soltanto in modo generale e per adesso ancora estremamente condizionato - e cioè che la gente si sente più libera di intraprendere qualche lavoro, che le è più facile prendere in considerazione un finanziamento dei propri intenti da fonti estere (sono state fondate anche alcune banche di proprietà straniera) e che sta diminuendo il timore nei confronti del monopolio di alcune aziende parastatali e della loro lobby politica.

Il lato negativo del bilancio registrato dal nuovo potere in ambito economico nell'ultimo anno è molto più facile da comporre di quanto non lo sia quello positivo. Il problema principale sul lato negativo rimane quello delle privatizzazioni, quale processo chiave della transizione. Qualcuno dirà che la nuova legge serba sulla privatizzazione è stata introdotta velocemente (si può davvero definire "veloce" il travaglio legislativo di questo stato con la privatizzazione che dura ancora dal 1989?), ma una tale risposta alla mancanza di un serio progresso nella creazione dell'"economia privata", che è il polo dell'intero prosperoso mondo democratico, risulta completamente insufficiente.

Sebbene il Ministero per l'economia e la privatizzazione del Governo della Serbia abbia avviato due settimane fa una campagna promozionale all'insegna dello slogan "Via alla proprietà" (Pocetak za imetak), che dovrebbe migliorare l'opinione sulla nuova legge per le privatizzazioni e lenire la paura di una presunta svendita dell'economia serba agli stranieri, dopo che nella stampa estera è già stata resa nota la vendita di 20 imprese - in tutto questo processo i cittadini si sentono soltanto degli osservatori privi di parola, perché per loro sulla tavola della privatizzazione non è previsto nulla. In realtà, si dice che tutto sia per loro e a causa loro - solo che in tutto c'è la mediazione del Governo. Con i proventi delle vendite delle imprese, il Governo colmerà il deficit dei fondi pubblici, sosterrà lo sviluppo e la ristrutturazione dell'economia, aprirà nuovi posti di lavoro e prospettive più belle ecc. Affinché l'ironia sia completa, questa voce negativa del bilancio del nuovo potere nell'ultimo anno è stata criticata meno di tutti dai sostenitori della nuova economia (sebbene essi, naturalmente, siano di regola qui da noi quelli più sospettati) e più di tutti dai vecchi fondamentalisti nazionali.

Sono quindi tanti i motivi che lasciano supporre come anche la grande crisi della DOS, cioè la lite fra i partiti di Kostunica e di Djindjic, trovi in pratica la sua causa più seria nel fatto che la cerchia del presidente della Jugoslavia teme che, durante la privatizzazione, la cerchia opposta del premier serbo guadagnerà enormi somme e acquisterà una base economica decisiva - scegliendo a proprio piacere quali saranno "i nuovi proprietari della Serbia". Ma qui si tratta ormai di quella parte del bilancio economico del nuovo potere che si distingue irrecuperabilmente per i suoi toni da vecchia rissa politica balcanica.

Nel complesso, nell'ultimo anno non abbiamo vissuto bene – poteva andare meglio, così come poteva anche andare peggio.



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Data: 09-10-2001 Fonte: "Vreme"
Autore: Dimitrije Boarov





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