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Ashdown è un "totalitarista morbido"
| Data: 29-01-2004 | | Fonte: "Dani" |
| Autore: Zlatko Hadzidedic, Senad Pecanin |
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N.E. BALCANI #753 - BOSNIA-ERZEGOVINA
29 gennaio 2004
ASHDOWN È UN “TOTALITARISTA MORBIDO”
Intervista a Zlatko Hadzidedic, a cura di Senad Pecanin - (“Dani” [Sarajevo], 25 luglio 2003)
Le deleghe “da Re” dell’Alto rappresentante in Bosnia, il disastroso profilo degli attuali ministri e parlamentari, l’impossibilità del funzionamento di uno stato basato sui principi dei “popoli costitutivi”, le trappole della “multiculturalità”
[NOTA: L'intervista che pubblichiamo, pur risalendo all'estate scorsa, rimane a nostro parere pienamente attuale e ci sembra pertanto interessante proporla oggi in traduzione]
L’autore del dramma storico in versi “Pad” (Declino) è uno dei pochi seri analisti politici in Bosnia. A causa delle sue posizioni chiare e del fatto di aver sempre rifiutato i limiti di tipo etnico-politico, nel 1998 ha perso il suo lavoro presso il Ministero degli Affari Esteri. Gli anni successivi li ha sfruttati per dedicarsi a un master di sociologia presso l’Università dell’Europa Centrale a Varsavia. Mentre si annuncia la presentazione del suo dramma nel Teatro nazionale di Sarajevo, Zlatko Hadzidedic sta completando il suo dottorato nella prestigiosa London School of Economics, dirige per Buybook (libreria/casa editrice) una rivista che tratta argomenti di teoria politica e sociale e , per "Dani", parla delle deleghe “da Re” dell’Alto rappresentante, del disastroso profilo degli attuali ministri e parlamentari, dell’impossibilità del funzionamento di uno stato basato sui principi dei “popoli costitutivi”, della demolizione dei fondamenti dello stato da parte dell’OHR (Ufficio dell’Alto rappresentante) tramite la costituzione di dogane tra le entità, delle trappole della “multiculturalità”…
Pecanin:
Signor Hadzidedic, recentemente abbiamo assistito a discussioni che riguardavano l’università, la cultura, l’economia e la politica, organizzate a Sarajevo dal Centro per gli studi multidisciplinari e dal Centro per i diritti umani dell’Università di Sarajevo. Agli incontri hanno partecipato una quarantina dei giovani laureati, insieme al rettore dell’Università di Sarajevo e ad alcuni professori. L’amara impressione che mi rimane è che questi partecipanti hanno dimostrato molte più competenze riguardo agli argomenti discussi rispetto ai parlamentari e ai ministri dei nostri governi. Condivide la mia opinione?
Hadzidedic:
Si, ma non ritengo che sia negativo il fatto che tale gruppo di persone, rappresentativo sotto tutti gli effetti, discuta di queste problematiche in maniera più competente rispetto agli attuali ministri e membri del Parlamento. In fondo, il fatto che oggi in Bosnia ci sono persone giovani e competenti dovrebbe essere motivo di ottimismo. Quel che sarebbe negativo è se queste persone in un prossimo futuro non dovessero avere la possibilità di discutere questi temi dalle posizioni di ministri e di parlamentari. Ancora più negativa sarebbe la situazione in cui il nostro sistema d’istruzione non dovesse essere reso adeguato agli standard promossi da queste giovani persone, e dovesse invece rimanere fermo al livello e agli standard attuali, che in base ai propri bassi criteri, promuove la maggior parte dei ministri e dei parlamentari di oggi.
Pecanin:
Quali sono le possibilità del cosiddetto “settore civile” in Bosnia Erzegovina? E’ possibile fare un passo più radicale fuori dall’agonia di questa società in una situazione in cui interi segmenti della società – i giovani istruiti e competenti – rifiutano di fare politica in modo attivo?
Hadzidedic:
Penso che il problema chiave per il funzionamento di questa società – se davvero la società bosnia esiste nella forma di società unitaria - sia l’assenza di una cultura di associazione basata su interessi individuali razionalmente definiti. Questo tipo di cultura rappresenta la base di quello che chiamiamo la “società civile”. Qui da noi, invece, abbiamo una cultura di associazione e di organizzazione basata su interessi attribuiti in maniera automatica, definiti in relazione all’appartenenza -spesso anche questa automaticamente attribuita e non individualmente dichiarata - a uno dei tre gruppi etnici-religiosi, definiti dalla Costituzione i “popoli costitutivi”. Se la chiave per la realizzazione del proprio interesse e della promozione sociale si trova soltanto nell'appartenenza semplice, e attribuita anticipatamente, ad una collettività che possiede anche un interesse anticipatamente attribuito, non bisogna stupirsi se quelli che aspirano a un’affermazione individuale – e qui, innanzitutto, parliamo di giovani istruiti e competenti - si rifiutano di prendere attivamente parte alla politica basata sulla negazione dello stesso concetto dell’individuo e che considera l’appartenenza alla collettività come l'unico e definitivo valore. Quindi, non si può parlare di “settore civile”, quando nella Costituzione, e quindi anche nella realtà sociale, non c’è posto per i cittadini, ma soltanto per i “popoli costitutivi”. In questo senso, sia nella politica, sia nella società intera, esiste soltanto un “settore etnico”.
Pecanin:
In uno dei suoi articoli lei cerca di dare una risposta alla seguente domanda: La società bosniaca esiste come un’unità sola o è stata divisa irrevocabilmente in tre sparate unità etnico-religiose?
Hadzidedic:
La società moderna è costituita da cittadini-individui che hanno lo stesso status sociale, mentre la società pre-moderna è costituita da classi sociali tra le quali esiste una disparità. La nostra società, secondo la Costituzione attuale, è composta da “popoli costitutivi”, mentre mancano i “cittadini”. Questo significa che all’interno di questo quadro i “popoli costitutivi” funzionano praticamente come tre parallele, etnicamente definite, società separate. Considerando il fatto che la Costituzione non riconosce i cittadini bosniaci, ma soltanto bosniaci musulmani, serbi e croati , la stessa Costituzione è il mezzo più efficace nella decomposizione della società bosniaca in tre unità separate - bosniaca musulmana, serba e croata. Il processo di disintegrazione non è irrevocabile, certo, la condizione necessaria sarebbe cambiare in modo radicale questo quadro disintegrativo della Costituzione, definendo la società bosniaca, al pari di tutte le altre società moderne, come società costituita da cittadini, società che fa parte dell’indivisibile sovranità dello stato. Nella Costituzione attuale la sovranità viene divisa e trasferita ai “popoli costitutivi” (anche se la teoria politica e legale sostiene che la sovranità sia indivisibile e intrasferibile), i quali tendono a ottenere la sovranità e a creare propri stati separati, e soddisfanno anche la maggior parte delle condizioni per farlo (territori autonomi con la propria amministrazione inclusi). Penso che sia arrivata l'ora di parlare apertamente delle vere implicazioni della Costituzione di Dayton sulla sovranità e l'integrità della Bosnia-Erzegovina.
Pecanin:
So che una gran parte degli antinazionalisti, sostenitori della società civile, ormai cominciano a provare disgusto quando si usa il “mantra” della multiculturalità della Bosnia, così spesso ripetuto dagli stranieri che hanno il compito di ”democratizzarci”, ma che in fondo il suo significato non lo conoscono affatto. So anche che lei ha un’idea piuttosto interessante della multiculturalità, per cui la chiedo di spiegarcela meglio.
Hadzidedic:
Il concetto della multiculturalità include un'esistenza separata, parallela, dei diversi “gruppi culturali” all’interno dello stesso spazio politico, che viene definito come nazione-stato, o stato-nazione. La “multiculturalità” è un termine che implica la reciproca incompatibilità tra “culture” diverse all’interno di uno stato-nazione, e in questo caso la “cultura” in fondo rappresenta un eufemismo per l’appartenenza razziale oppure razziale-religiosa. Le razze e le religioni diverse, all’interno di un discorso “multiculturale” vengono definite a priori e in modo dottrinario come incompatibili (senza riguardo per quanto compatibili possano essere nella prassi sociale), e in questo caso la costituzione della “multiculturalità” sul piano sociale è definita come una condizione per la loro pacifica coesistenza. Nei tempi passati, all’interno di un discorso apertamente razzista, questo sistema sociale – basato sull’idea dell’incompatibilità delle razze, delle culture e delle religioni diverse e della necessità della loro separazione fisica – veniva denominato con un termine ormai completamente discreditato – “l’apartheid”. Anche se la “multiculturalità”, a differenza dell’ “apartheid”, non sottintende la forzata separazione fisica dei gruppi diversi, alla sua base troviamo inserita l’ipotesi dell’impossibilità della comunicazione tra di essi e della necessità del loro reciproco isolamento. E’ ovvio che questo modello non corrisponde a quello di un modello culturale, unico un modello della vita in comune che noi in Bosnia abbiamo avuto fino al 1992. Questo modello è stato fortemente intaccato durante la guerra, dopo la quale abbiamo quindi assistito alla divisione forzata, amministrativa e territoriale, delle identità etniche-religiose. Ma questa separazione forzata, che chiaramente rappresenta una varietà dell’apartheid classico, è completamente in armonia con il concetto della “multiculturalità”, che definisce a priori queste identità come culturalmente incompatibili, nonostante il fatto che nell’arco dei secoli hanno condiviso la stessa cultura. Una cultura che ha avuto la capacità di incorporare le più diverse influenze culturali e di renderle compatibili tra di loro. Quindi, la dottrina della “multiculturalità” prima insiste sulla separazione forzata di queste identità e poi su un allineamento meccanico delle identità, una accanto all’altra, senza badare al fatto che queste, in una prassi che comprende vari secoli, hanno dimostrato non solo la loro compatibilità, ma anche la capacità di intrecciarsi in modo creativo. Considerato il prezzo, le vittime umane e le distruzioni materiali che la società bosniaca ha dovuto pagare per terminare questo processo della separazione e di isolamento forzato, è difficile che questo possa essere un ideale al quale dovrebbe aspirare una società.
Pecanin:
Negli ultimi tempi abbiamo sentito spesso avanzare critiche riguardo al ruolo e al modo di agire dell’Alto rappresentante. Secondo me, si mette ancora in secondo piano una delle devastanti conseguenze del suo modo di governare: cercare di abolire qualsiasi tentativo dell’opposizione, dei media, dei cittadini di smascherare il modello catastrofico delle attuali autorità. Lei approva le critiche sul conto di Ashdown e quale segmento della sua strategia considera particolarmente contestabile?
Hadzidedic:
Sono d’accordo che si tratti di una specie di “totalitarismo morbido”, che cerca di paralizzare qualsiasi critica e di innalzarsi sopra ogni critica, volendo, allo stesso tempo, preservare l’attuale ordinamento dello stato e della società. Ashdown effettivamente possiede facoltà “da re” e finora sono state usate innanzitutto per conservare lo status quo, e non tanto per introdurre una riforma del sistema attuale. Parlando della strategia, difficilmente si può dire che l’OHR possiede una strategia - a meno che non vogliamo considerare una strategia la continua tattica, messa in atto da diversi anni, di dare concessioni e di assecondare le forze della disintegrazione, alle quali, per avere successo, basta essere sufficientemente persistenti nell’imporre a tutta la società i propri interessi parziali. Se questa è effettivamente la strategia, e non una semplice tattica, temo che sia impossibile preservare anche status quo. Questo ci porterà verso la disintegrazione definitiva. Rimane tuttavia una grande domanda se la Bosnia possiede le risorse umane, materiali ed organizzative per contrastare questa situazione. Temo che la risposta a questa domanda sia del tutto incerta.
Pecanin:
Come spiegare il fatto che l’OHR si fa influenzare dalle pressioni che arrivano dalla Republika Srpska e si oppone all’introduzione di un sistema doganale unico?
Hadzidedic:
Innanzitutto è importante capire che se si riesce ad ottenere la sovranità a livello delle entità, si arriverebbe alla loro trasformazione in stati sovrani. Perché, nonostante la famosa definizione di Weber, secondo cui la caratteristica più importante di uno stato è il monopolio nell’usare la violenza in maniera legittima (questa caratteristica acquisisce il suo significato completo solo nella società e nello stato moderno, omogeneizzato), si potrebbe dire che il monopolio nella riscossione dei dazi è ciò che in primo luogo caratterizza uno stato. Prendendo in considerazione le implicazioni che potrebbe avere l’eventuale conseguimento della sovranità fiscale da parte delle entità, e supponendo che l’OHR non sia costituito da individui totalmente incompetenti, dobbiamo domandarci se all’interno dell’OHR non siano ancora attive quelle forze politiche che sostenevano la divisione della Bosnia, presentandoci le proprie intenzioni come “cedimento sotto pressione della parte militarmente più forte”. Anche se durante e immediatamente dopo la guerra è esistito il fattore della pressione militare, non vedo quale è il fattore che la Repubblica Srpska potrebbe usare ora per fare pressione sull’OHR, soprattutto se consideriamo l’enorme potere concentrato nelle mani dell’OHR stessa. Sarà piuttosto che alcuni dell’OHR invocano questa pressione all'unico fine di poterla assecondare.
Pecanin:
Quale potrebbe essere il modo per cambiare la struttura esistente della Costituzione bosniaca delineata a Dayton, che evidentemente rappresenta un problema e non una soluzione per l’agonia della Bosnia Erzegovina?
Hadzidedic:
Tecnicamente parlando, è necessario ottenere la maggioranza in Parlamento o fare un referendum. La Costituzione di Dayton fa parte degli accordi internazionali di pace, però si può cambiare anche senza dover organizzare una nuova conferenza internazionale. Ma la questione fondamentale riguarda la volontà politica, la volontà di quelle forze che hanno il monopolio nel rappresentare i “popoli costitutivi” (i cittadini non sono menzionati nella Costituzione). Per questo vorrei innanzitutto ricordare le cause dell’agonia. Dobbiamo cercarle nel periodo immediatamente precedente alla guerra, quando per la prima volta si è cominciato a sentire idee sulla divisione etnica della Bosnia. La guerra, in fondo, si faceva secondo le mappe della divisione etnica accettate durante i negoziati di Lisbona da parte di tutti e tre partiti nazionalisti, che erano al potere allora come lo sono adesso. Quindi la conquista dei territori da parte delle formazioni militari maggiormente profilate in base all’appartenenza etnica veniva in genere fatta secondo le mappe di Lisbona. Considerando che nella Costituzione di Dayton sono incorporati i principi della divisione etnica di Lisbona, così come la situazione militare e territoriale che è stata creata a causa dell’implementazione forzata degli stessi principi, è difficile pensare che la volontà di cambiare la Costituzione di Dayton possa essere propria delle stesse forze che in varie occasioni hanno dimostrato il loro sostegno ai principi della divisione etnica di Lisbona. Se si dovesse trattare di forze diverse da quelle che hanno accettato uno dietro l’altro i principi di Lisona, il piano Vance-Owen, il piano del Gruppo di Contatto, gli Accordi di Washington e di Dayton, tutti quanti basati sull’idea della divisione etnica della Bosnia, sarei disposto a correggere il mio scetticismo. Ma finora nessuna di queste forze si è allontanata dall’idea della divisione etnica e della Costituzione della Bosnia come un insieme meccanico delle tre collettività etniche, cioè di un entità “mono-etnica” e di una “bi-etnica”. Anzi, possiamo ancora sentire elogi nei confronti di questa formula, “uno stato, due entità, tre popoli”. Il fatto che uno stato come questo non sia mai esistito nella teoria, e non sia riuscito a funzionare neanche nella prassi, sembra che non preoccupi molto quelli che grazie a questa formula vivono molto bene ormai da più di dieci anni. La stessa comparsa di queste forze politiche ha comportato la scomparsa dei cittadini bosniaci quali categoria costituzionale. Posso soltanto sperare che la futura sopravvivenza di queste forze non significherà la scomparsa dei cittadini bosniaci come categoria fisica.
(traduzione di Jasenka Kratovic)
| Data: 29-01-2004 | | Fonte: "Dani" |
| Autore: Zlatko Hadzidedic, Senad Pecanin |
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