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Mostar, la croce e la mezzaluna

Data: 19-07-2003 Fonte: Notizie Est
Autore: Lorenzo Guglielmi

N.E. BALCANI #683 - BOSNIA-ERZEGOVINA
19 luglio 2003


MOSTAR, LA CROCE E LA MEZZALUNA
di Lorenzo Guglielmi, da Mostar

La rinnovata apertura del Papa al dialogo interreligioso, in un decennio di pericolose contraddizioni del Vaticano in ex-Jugoslavia



(Mostar, 1 luglio 2003) All’ora del tramonto un’arida brezza adriatica soffia larga e sotto un artiglio di luna si flette e si stempera nell’umida gola della Neretva, placando dalla calura del giorno i fiacchi e lunghi silenzi delle taverne. A malavoglia l’estate domina un cielo ancora primaverile, inconsueto e balzano. Quando il buio zittisce le macerie, Mostar vecchia riscopre il miracolo della sua grazia, esuberante d’essenze di mare e terra, rosmarino e tiglio. L’evocazione dei profumi è una dolce e astratta promessa, forse ancor più maligna: l’impalpabile ma tenace presenza di quest’aria porta con sé una felicità sempre vicina e sfuggente. E’ impossibile abbandonare i sensi a una piacevole deriva. Il fiume li trattiene tra i suoi meandri: la Storia non sembra che concedere brevi attimi di oblìo.

Al tavolo di un caffè, il giornalista Dario Terzic interrompe la pausa della nostra intervista, lanciando un bacio di plateale sfottò alla croce impiantata nel 1999 sulla cima della montagna dal monte Hum di Mostar Ovest. A certi gesti in apparenza eccessivi c’è una precisa spiegazione. E’ da quella anonima cresta calva che il 9 novembre 1993 i miliziani croati dell’HVO del Presidente Tudjman s’accanirono con più colpi di mortaio fino alla distruzione del ponte vecchio. Proprio il giorno dell’anniversario della caduta del muro di Berlino, con feroce simmetria, avrebbe accolto in sé la nascita della prima città divisa dell’Europa del dopo ’89. Con la distruzione del Ponte, per i 55.000 abitanti a larghissima maggioranza musulmana precipitò nella Neretva l’unica via di accesso all’acqua potabile, situata nella parte croata della città e fino a quel momento conquistata al prezzo di esporsi al tiro dei cecchini (per approfondimenti storici: Joze Pirjevec, Le guerre jugoslave 1991-1999, Tascabili Einaudi, 2002 Torino). Dario fu tra i pochi croati che - dopo il ritiro dell’Armata Federale di Milosevic e la rottura dell’alleanza croato-musulmana - decise di vivere assieme ai bosniaci-musulmani della città vecchia e di Mostar est, mentre la pulizia etnica e la guerra tra bande croate e musulmane imperversavano nella Bosnia centrale e un intero esercito di suoi connazionali tirava al bersaglio umano sulla città. Quel bacio sbeffeggia, in qualche modo, una realtà rimasta soffocante a distanza di dieci anni. E’ una questione di ordinaria sopravvivenza.

La strada che da Metkovic, nell’entroterra dalmata, risale la Neretva fino a Mostar è un alternarsi ininterrotto di muri crivellati e case carbonizzate. Le bandiere ciondolano ovunque, nel bel mezzo del nulla. Avvisano che siamo nella terza entità: la cattolicissima terra erzegovese. Le gigantografie del Papa fanno loro da contraltare, invitando i fedeli a tenere sotterrati il kalashnikov in cambio della colomba della pace. Il viaggio del Pontefice in Bosnia è stato pubblicizzato su tutte le strade con un monito ai viandanti: “Lenite i vostri cuori puri”. Quale il senso? Se pensiamo a questa esortazione, al di là degli scopi ecumenici, scopriamo che nella città di Mostar da lenire ce n’è fin troppo e spesso proprio a causa delle ferite che il nazionalismo croato - cattolico e fondamentalista – ha causato. Tuttavia, lo Stato del Vaticano s’è mantenuto nel solco della propria tradizione di rapporti coi nazionalismi autoritari dei paesi cattolici: in bilico tra una generica condanna della violenza e complici silenzi. La visita del Papa e il suo messaggio comunque positivo hanno per un attimo riacceso l’interesse internazionale per il futuro della Bosnia, mentre sul piano della politica interna la sua presenza (tralasciando l’episodio eclatante del falso allarme attentato) ha fatto suo malgrado riemergere le tensioni nei rapporti tra le tre entità, riconfermandone la fragilità politica e istituzionale, a distanza di quasi otto anni dagli Accordi di Dayton. La stampa di casa nostra ha risposto con un caloroso entusiasmo, umanamente comprensibile, ma spesso troppo acritico. Persino un quotidiano di certo non clericale come Repubblica s’è esaltato per l’invito del Pontefice alla restituzione dei beni espropriati a tutte le chiese dal comunismo e il rinnovato impegno al dialogo interreligioso, senza troppo preoccuparsi di un’analisi di lungo periodo. L’immagine dei bei tempi andati della Bosnia turca o austroungarica, quando tutti pregavano in pace secondo i propri calendari religiosi, ha nuovamente ammantato di mistificazione il dramma reale di una guerra che nell’essenza è stata rapina e massacro di minoranze armate contro le popolazioni civili, prima ancora di assumere alcune caratteristiche del conflitto interreligioso. E’ vero che l’entrata nella Repubblica serba di Bosnia obbligava a un notevole sforzo morale e politico di riappacificazione con la Chiesa ortodossa, anche in considerazione delle condizioni in cui versa l’esigua minoranza cattolica. Eppure c’è da chiedersi come mai durante la visita a Banja Luka, il Vaticano e il Papa si siano tanto concentrati nel rispolverare le violenze etniche della seconda guerra mondiale e nel chiedere perdono per i serbi massacrati dagli ustascia croati, mentre il sermone sulle violenze degli anni novanta è stato mantenuto nei ranghi di una condanna solo di massima. Quel mea culpa, rimasto a lungo all’epoca delle Crociate e dei roghi degli eretici, s’è parzialmente arenato sul terreno spinoso della seconda guerra mondiale. E non senza tragicomici capitomboli. Quanto senso dello humor o profonda fiducia nel proprio eclettismo politico bisogna avere per chiedere scusa ai serbi dopo la fresca beatificazione (3 ottobre 1998 e povero San Francesco!) di un personaggio controverso come Alojze Stepinac?

Alojze Stepinac fu Arcivescovo di Zagabria durante i quattro anni del regime ustascia-filonazista di Ante Pavelic, che tra massacri e deportazioni decimò la popolazione in Croazia delle sue componenti minoritarie: serbi, ebrei, zingari, omosessuali, socialisti e tutti coloro che non rientravano in uno schema di purezza di razza e religione cattolica. Solo le conversioni forzate davano qualche possibilità di salvezza ai perseguitati. Vale la pena ricordare questa beatificazione, infondo non così lontana, e inquadrarla nel contesto degli avvenimenti passati e recenti, perché forse aiuterà a dare una visione più ampia del complicato mosaico di rapporti tra Chiesa di Roma, Repubblica di Croazia e alti ranghi ecclesiastici croati.

Nel 1994 il Pontefice visitò una Croazia ancora martoriata dalla guerra, lanciando un coraggioso appello di riconciliazione con la minoranza serba. Sul versante meridionale il cinico disinteresse di Milosevic e un forte appoggio diplomatico e logistico-militare internazionale avrebbero portato la Croazia, nell’agosto dell’anno successivo, a riprendersi Knin con il blitz “Operazione Tempesta”, che generò l’ultimo grande esodo di profughi prima dell’ultima guerra in Kosovo. A nord est, invece, i territori della Slavonia orientale pativano ancora una congiuntura di incerte negoziazioni per il ritorno sotto la sovranità croata. Soltanto il 12 novembre del 1995, dopo un logorante lavoro diplomatico, alla presenza di Galbraith e Stoltenberg, venne firmato il cosiddetto “Accordo di Erdut” sulla pacifica reintegrazione della Slavonia orientale nella Repubblica di Croazia. Nei 14 punti del documento furono trattati i temi di tutela delle minoranze, del rientro dei profughi e dell’amministrazione annuale transitoria dell’Onu, che venne poi reiterata fino al 15 gennaio 1998. La guerra, ufficialmente conclusa a dicembre con gli accordi di Dayton, continuò a manifestarsi nelle forme striscianti di un conflitto “a bassa intensità”, termine un po’ clinico che sta a indicare come in Slavonia il terrorismo contro i civili doveva ancora spegnersi del tutto.

La beatificazione di Stepinac risale al 3 ottobre 1998. Le celebrazioni religiose, di fronte al Presidente Tudjman e alle alte cariche dello Stato, rivelano da subito lo stretto legame tra cattolicesimo croato e nazionalismo politico, nell’ultima fase storica di forte consenso delle masse verso la destra HDZ. Il Papa non manca, anche in questa occasione, di ribadire che il “grado di civilizzazione di una nazione si misura dalla compassione che mostra per i membri più deboli e bisognosi”, con indiretto ma chiaro riferimento alla questione delle minoranze nazionali.

Il principio è moralmente ineccepibile, ma in piena dissonanza con la figura di questo nuovo Santo nazionale di nome Alojze Stepinac. La sua biografia è fortemente invischiata in un conflitto ideologico di lungo corso, tra il disprezzo dei serbi e della vecchia guardia partigiana jugoslava e l’opera di riabilitazione dei cattolici, che invece lo incensano. Alcuni fatti basilari vanno comunque narrati e interpretati senza omissioni, altrimenti un probabile vizio ideologico di cinquant’anni di storia verrebbe pagato col contrappasso di un altrettanto pericoloso revisionismo.

Il 10 aprile 1941, a quattro giorni dall’invasione nazista nei Balcani, Alojze Stepinac accolse in veste di Arcivescovo di Zagabria il regime ustascia con il “Te Deum”. Come Primate di Croazia, Stepinac presenziò a tutte le principali cerimonie di regime, accettando le alte onorificenze ustascia, compresa quella di direttore responsabile dei cappellani militari. A livello internazionale si sapeva benissimo quello che stava accadendo nei campi di concentramento in Croazia, eppure né il Vaticano, né Stepinac mossero ufficialmente un dito per fermare un genocidio. Una loro ferma opposizione forse sarebbe stata decisiva per indebolire un regime che, in confronto a quello hitleriano o mussoliniano, trovava proprio nel fanatismo religioso cattolico e negli apparati della Chiesa i suoi baluardi. La stampa cattolica ufficiale dell’epoca non riporta un solo documento di contestazione alla politica di Pavelic. Ci sono soltanto alcune lettere private dell’Arcivescovo di Zagabria alle alte autorità dello Stato con l’appello a trattare umanamente i prigionieri. Tuttavia, secondo alcune corrispondenze e testimonianze private ma attendibili, Alojze Stepinac si diede da fare, soprattutto nella seconda fase del regime, per mettere in salvo alcune vittime degli ustascia, soprattutto ebrei. Tra tutte le testimonianze, una delle più importanti è proprio quella degli intellettuali ebrei Slavko e Ivo Goldstein, che nel loro libro “Holocaust in Zagreb” , raccontano come 58 persone della Casa di riposo ebrea furono messe in salvo dall’Arcivescovo in un castello vicino a Zagabria.

Dopo la guerra, Stepinac fu processato dai comunisti titini con l’accusa di collaborazionismo e passò 4 anni in carcere e 12 agli arresti domiciliari. Negli stessi processi ai collaborazionisti emerse la figura terribile di Frà Filipovic detto “Satana”, che dichiarò senza pentimento di aver partecipato all’esecuzione di quarantamila prigionieri.

Nell’autunno del 1998, in vista della beatificazione di Stepinac, le polemiche furono roventi. I fratelli Goldstein a Zagabria furono duramente attaccati per il semplice fatto d’aver ribadito, con grande moderazione, il carattere controverso del personaggio. Intervenendo nel dibattito, con argomentazioni simili ai fratelli Goldstein, il Centro Wiesenthal chiese pubblicamente al Papa di posporre la beatificazione di Stepinac, fino quando non si fosse raggiunto un livello di conoscenza dei fatti storici più esauriente. Dal Vaticano non giunse loro alcuna risposta ufficiale. Non c’erano spiragli per aprire un dibattito pubblico con la Comunità Ebraica, né a Roma né tanto meno a Zagabria. Una bella prova di dialogo interreligioso, non c’è che dire. Come spiegare tutto ciò?

La beatificazione di Stepinac può esser interpretato come il parto indigesto dell’anticomunismo dogmatico di Papa Giovani Paolo II . Stepinac sarà anche stato una vittima di Tito, ma da laico e ignorante quale sono, credo che la santità dovrebbe riguardare un insieme di perfezioni morali e umane che in qualche modo riproducono la perfezione divina. E l’Arcivescovo di Zagabria non sembra proprio rientrare in tale fattispecie. Sicuramente la sua santificazione, a prescindere dalle più profonde valutazioni teologiche e intenzioni politiche, ha sortito il doppio effetto di dare al popolo croato - nel caos dell’era post-socialista e postbellica - un nuovo Santo-eroe nazionale in cui identificarsi e al contempo un’occasione preziosa per rafforzare il potere temporale della Chiesa Cattolica. Tuttavia, a uno sguardo lucido, questa interferenza del Vaticano in Croazia fu l’ennesimo passo falso nei riguardi di popoli già abbastanza divisi da memorie collettive nazionali, ma “costretti”, un po’ dalle circostanze storiche e un po’ dalla geografia, a vivere insieme in uno stesso territorio.

Se questa è la posizione opaca rispetto agli anni dell’occupazione nazista nei Balcani, non si poteva certo chiedere al Papa di improvvisarsi Savonarola, né ci si poteva aspettare dal Vaticano una rivoluzione morale e di pensiero sui recenti fatti storici. Così il processo di scuse ponderate e amnesie, più o meno intenzionali, va avanti con esteriore fluidità di stile, ma su un tappeto di ferite non ancora cicatrizzate e, pertanto, difficili da nascondere. Ne sia un esempio su tutti, la croce gigante sulla montagna, che sovrasta Mostar ovest e di notte s’accende di una calda luce gialla: una megalomane reificazione delle barbarie, tristemente legittimate della religione. Dario Terzic ne racconta brevemente la storia.“La croce fu portata sulla cima del monte con la giustificazione di proteggersi dai mali del Nuovo Millennio. Ma perché proprio lassù e così grande? E’ una chiara provocazione alla città sottostante, dove la maggioranza è musulmana e svettano i minareti che furono bombardati dal monte Hum”. Al di là dell’appartenenza etnica e confessionale, cosa può provare un essere umano vittima dell’assedio da quella montagna nel ritrovarsi di fronte a quel simbolo, che ogni giorno pesantemente invade il suo orizzonte e di notte si illumina come un faro? Resta una visione (ahimè!) ingenua, un solo piccolo gesto che poteva essere fatto ma richiedeva ben altro coraggio: una lapide da affiancare a quella croce (e a tutte le croci impiantate nei luoghi della pulizia etnica) che provasse a “spiegare l’inspiegabile”, prevenendo l’ennesima rimozione della banalità del male. Allora la croce cristiana avrebbe riacquistato il suo autentico significato. Tuttavia, questo passo richiedeva una ben più profonda autocritica ed energia politica da parte del Vaticano. Forse una più coraggiosa e coerente presa di posizione avrebbe costretto la Chiesa di Roma ad affrontare gli eventuali malcontenti dei croati erzegovesi e dei profughi cattolici provenienti dalle varie aree della Bosnia , che in passato spesso furono vittime della violenza delle bande bosniaco-musulmane. E, cosa ancor più grave, i rapporti con le lobbies politiche e ecclesiastiche dell’Erzegovina avrebbero corso il rischio di lacerarsi. L’intramontabile questione del consenso popolare e interno ai vari apparati di potere resta la principale incognita connessa un’azione religiosa e politica con un po’ meno di mea culpa e un po’ più di assunzione di responsabilità. Non dimentichiamo che nella vicina Croazia la recente visita del Papa è stata accolta con fervore da giubileo, in un periodo storico dove la riscoperta della fede è talmente intensa da provocare petizioni popolari, col sostegno della Caritas, per chiudere de jure le attività commerciali la domenica.

Questa politica vaticana dei piccoli passi, purtroppo, potrebbe rivelarsi ancora più dannosa, perché zoppica tra troppi elementi contradditori e pericolosamente inconciliabili. Trattandosi di Balcani, il nodo principale della questione è l’interpretazione della storia e la riconciliazione dei popoli. Il Novecento avrebbe dovuto insegnare quanti malumori covano sotto la cenere e quanto sia facile risvegliarli e manipolarli, anche a distanza di pochi decenni.

E’ possibile su queste basi iniziare un autentico dialogo interreligioso, quando la Bosnia possiede un debole simulacro di Stato e di società civile laica? Dietro queste premesse di debole autocritica verso i propri errori, non c’è forse l’intento di rinforzare ancor più la polarizzazione della società in tre entità religiose-nazionali? In definitiva, è auspicabile in Europa l’eventualità di una Bosnia dove Vaticano, Chiesa serbo-ortodossa e Comunità Islamica, in circolo virtuoso, vadano a spartirsi oltremodo i vuoti causati dalla fragilità dell’assetto istituzionale?

Penso che domande di questo genere debbano esser tenute presenti, perché se il Vaticano è uno Stato promotore di un messaggio universale e dotato da sempre di una forte sfera di influenza sull’area balcanica, sull’altro versante, la Chiesa ortodossa, nazionale e autocefala, sé sempre dimostrata all’occorrenza braccio destro del nazionalismo aggressivo, mentre la Comunità Islamica, potenzialmente dotata di una solida struttura sociale, possiede una grande capacità di organizzarsi a livello mondiale tra “fratelli musulmani”. Ma forse la radice del problema è ancor più profonda e interessa una più ampia crisi del pensiero laico occidentale, che sta portando le nostre società confuse a soggiacere al fascino del carisma politico-religioso.

Ai profumi dell’aria di Mostar si mischia l’ “invisibile” confine che separa le due comunità, quella cattolica di Mostar ovest e quella musulmana di Mostar est. “Per favore lo so che la storia un po’ la sai e allora non dire anche tu che il ponte è crollato,” mi fa osservare Dario, “ perché quel ponte non era un povero vecchio che a un certo punto si è stancato di farsi camminare sulla schiena e ha detto basta, mi lascio cadere, non vi reggo più, siete pesanti…”.

Mostar sembra vanificare qualsiasi reportage, anche con le migliori intenzioni. Tre giorni sono appena sufficienti per iniziare a depurarsi di tutti gli stereotipi alimentati dalla stampa in quattro anni di guerra. Per questo motivo, questo articolo non vuole essere un reportage, ma è uno spunto riflessione breve, da leggere assieme due interviste con persone conosciute a Mostar.

In questa città fu lacerata un’identità secolare, una cultura urbana che aveva saputo trascendere le divisioni religiose. Difficile credere che Mostar con il 70% di matrimoni misti, fosse soltanto il ben riuscito esperimento sociale del comunismo di Tito. Quel ponte era pietra narrante, simbolo di una comunità attraverso la storia. E come tale è stato ferocemente abbattuto. La sua ricostruzione è un passo essenziale anche se non risolutivo per rigenerare una città che del ponte -“most” ha il nome e la sua ragion d’essere. Guardare la recente traccia dell’unica maestosa arcata e immaginarne la rinascita da il brivido del riscatto della civiltà. Lascio al lettore un frammento di prosa, tratta dal libro “E’ oriente” di Paolo Rumiz, che assieme al classico “Ponte sulla Drina” di Ivo Andric è la più brillante rivelazione del ponte come convergenza di senso metafisico e antropologico. Anche Rumiz parla di caduta, ma nei passi successivi ha l’accortezza di specificare sempre i fatti scatenanti.

“Quando l’architetto turco Harjudin costruì il Ponte vecchio di Mostar e la gente vide quella sfida all’abisso, molti dissero: non reggerà. E invece durò tre secoli. L’arco di pietra aveva dentro una forza invisibile. La sua linea ricalcava il ponte celeste che - secondo i turchi – solo i puri di cuore possono varcare per raggiungere l’aldilà. Quel ponte celeste sopravvisse alla distruzione della pietra. Per questo dal mondo balcanico, ancora oggi si leva debole la voce delle cose perdute. (…) Se la costruzione del ponte è la più sublime delle ingegnerie, il suo abbattimento è la più impressionante delle distruzioni. Un ponte che cade è come una bestia che si piega sulle ginocchia dopo il colpo alla cervice. Manda un segnale cosmico, spezza qualcosa nell’universo. Quando cadde il ponte di Mostar non fu un videogioco. Sprofondò nell’abisso, per un’attimo acquistò una pesantezza che non aveva mai avuto, poi si smaterializzò nella gole della Neretva.(…)

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Data: 19-07-2003 Fonte: Notizie Est
Autore: Lorenzo Guglielmi





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