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All'ombra della crisi irachena

Data: 28-02-2003 Fonte: "Utrinski Vesnik"
Autore: Dragan Nikolic

N.E. BALCANI #627 - BALCANI
28 febbraio 2003


ALL'OMBRA DELLA CRISI IRACHENA
di Dragan Nikolic - ("Utrinski Vesnik" [Skopje], 11 febbraio 2003)

Gli sviluppi in Serbia-Montenegro, Kosovo e Macedonia dietro le quinte della crisi irachena: le valutazioni di un noto editorialista balcanico


SERBIA E MONTENEGRO
L'editorialista del quotidiano belgradese "Danas" ha calcolato che fino a oggi tre milioni di persone sono morte pro o contro l'idea jugoslava. Dopo tanti spargimenti di sangue l'idea è finita negli archivi della storia, accompagnata da un brindisi alla grappa da parte di Milan Lisov, deputato dei radicali di Seselj, il quale ha formulato, non senza sarcasmo, le proprie condoglianze a Dragoljub Micunovic, presidente della Camera dei Cittadini, per la scomparsa della Jugoslavia. Tra i pochi che hanno espresso il loro rincrescimento vi è Dobrica Cosic, uno degli autori del Memorandum dell'Accademia delle Scienze Serba. La procedura di approvazione della Carta Costituzionale di Serbia e Montenegro si è svolta senza fanfare e champagne, quasi si trattasse di un avvenimento di secondo piano. L'unico dei sei firmatari dell'accordo di Belgrado che ha partecipato alla cerimonia solenne di proclamazione della Carta Costituzionale è stato Zoran Djindjic.

L'ONU ha cambiato il nome del paese sulla base di un telegramma inviato da Belgrado, come se si trattasse di un episodio di carattere tecnico. Vojislav Kostunica, senza fornire spiegazioni, ha deciso di non assistere alla proclamazione della Carta Costituzionale. Djindjic e Djukanovic avranno nel parlamento della nuova Unione una maggioranza eletta indirettamente dai parlamenti di Serbia e Montenegra. Circa 40 competenze della ex Jugoslavia verranno trasferite alla Serbia e Montenegro. L'Unione avrà un esercito, ma l'esercito non avrà beni propri, vi sarà un mercato comune, ma non ci sarà una, bensì due banche centrali e due valute, e non ci saranno dogane comuni. Kostunica può sempre contare sulla coalizione con Labus e Djindjic del G 17 Plus per tenere nelle proprie mani sia il nazionalismo serbo che le riforme di Labus, ma sarà poco probabile che tutto ciò si concretizzi. La quarta possibilità di diventare presidente della Serbia si ripresenterà solo in autunno, quando la costituzione serba verrà armonizzata con la Carta Costituzionale.

Nonostante tutte le previsioni negative, lo "stato comune", o la "comunità di stati", non è priva di chance qualora si riesca ad arrestare l'espansione del nazionalismo estremo. L'armonizzazione dei sistemi economici è di secondaria importanza rispetto a tale pericolo, ma per Labus e Dinkic è irrinunciabile, ed è questo il motivo per cui propongono, non senza rassegnazione, così come il ministro della giustizia Vladan Batic, l'indipendenza della Serbia quale migliore soluzione. Se l'unione per qualsivoglia motivo non dovesse avere successo, è già stato concordato uno scenario ceco-slovacco per la separazione da qui a tre anni. Per ora, il risultato ottenuto è quello di avere smesso di spendere energie per la questione dello status: la faccenda, almeno per un certo tempo, è terminata. Indipendentemente da quanto accadrà fra tre anni, ognuno ora dovrà guardare a se stesso e questo non potrà che avere effetti positivi sulla regione. Creata come stato di guerra, la seconda Jugoslavia non ha potuto funzionare come uno stato di democrazia, nemmeno dopo la caduta di Milosevic. Gli attuali drammatici avvenimenti nella "famiglia serba sotterranea, che ha aperto bocca" sono la migliore testimonianza del grado di coinvolgimento di questo stato negli affari del mondo sotterraneo dell'illegalità e di quanto questo mondo sotterraneo fosse a sua volta coinvolto nello stato. Milorad Lukovic-Legija, ex primo uomo dei "berretti rossi", l'unità speciale della polizia accusata dalla "famiglia" di numerosi omicidi, ivi incluso quello di Ivan Stambolic, si difende affermando che per suo merito durante i rivolgimenti del 5 ottobre 2000 non è stato sparso sangue serbo. Secondo alcuni commentatori belgradesi, per la Serbia liberarsi dalla "famiglia di padrini" che operano nei sotterranei della politica è ancora più importante dell'approvazione della Carta Costituzionale.

LA QUESTIONE DEL KOSOVO
Il rilassamento sulla linea Belgrado-Podgorica ha portato a una radicalizzazione sulla linea Belgrado-Prishtina. La Carta Costituzionale, secondo la quale il Kosovo e Metohija è una provincia della Serbia, è stata lo spunto per una dichiarazione di indipendenza del Kosovo, che non si troverà all'ordine del giorno nel parlamento del Kosovo [in realtà la dichiarazione è stata approvata dal parlamento di Prishtina il 13 febbraio, dopo la pubblicazione originale del presente articolo - N.d.T.]. Bajram Rexhepi, primo ministro del Kosovo, ha rivelato che rappresentanti USA gli hanno chiesto che tale dichiarazione non venisse approvata. La situazione tra le fila degli albanesi si radicalizza. Oltre ai soldati del TMK, in Kosovo si sono fatti vedere anche soldati in uniformi nere. L'impegno dell'America in Iraq, si afferma, è una chance per un'indipendenza che non verrà certo servita "a colazione sul piatto". Né la Serbia, né i serbi del Kosovo rimarrebbero a guardare se il Kosovo dovesse ricorrere alle armi. Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha respinto l'iniziativa di Djindjic che prevedeva un ritorno dell'esercito jugoslavo in Kosovo, e la richiesta del premier serbo di confermare una data per tale ritorno è rimasta senza risposta. E' rimasta senza risposta anche la domanda indirizzata da Prishtina allo stesso indirizzo, con la quale si chiedeva se il Kosovo è effettivamente una provincia della Serbia.

Il premier kosovaro Bajram Rexhepi ha accusato Djindjic di spingere i serbi del Kosovo a non integrarsi nella società kosovara. Nebojsa Covic, in una lettera inviata al Consiglio di Sicurezza, ha affermato che non si sa se l'Occidente, quando diminuisce il numero di soldati, intende lavarsi le mani del Kosovo, oppure, prima di lavarsene definitivamente le mani, intende imporre decisioni che convengono solo a una comunità etnica, destabilizzando così la Serbia e gli interi Balcani. Le figure chiave per il Kosovo, cioè la trojka Steiner-Solana-Annan, si attengono strettamente alla seguente strategia: rispetto degli standard prima dello status. La "autonomia funzionale" raccomandata da Bruxelles non è certo l'idea che guida i leader kosovari, unanimi sull'indipendenza, mentre secondo Djindjic nel Kosovo e Metohija, con o senza autonomia funzionale, si stanno creando istituzioni per un Kosovo indipendente. Fra tre anni le discussioni sullo status del Kosovo non avranno più senso, afferma il leader dei serbi del Kosovo, Momcilo Trajkovic. Il Kosovo, come il Medio Oriente, è un problema senza soluzione, afferma l'ambasciatore israeliano a Belgrado. Con la situazione esplosiva del Kosovo, Djindjic non può scrivere la nuova costituzione della Serbia e i vicini del Kosovo non possono fare conto sulla pace. Secondo l'agenzia Stratford, Djindjic ha applicato per il Kosovo la "tattica della Corea del Nord". Gli albanesi radicali vogliono sfruttare la stessa tattica, mentre gli USA, per i quali hanno maggiore priorità l'Iraq e il Venezuela, sono "felici di liberarsi della palude balcanica".

LA MACEDONIA
La diplomazia macedone, dando sostegno al presidente Bush nella crisi irachena, ha fatto una mossa preventiva. Anche Belgrado avrebbe potuto decidere di effettuare una tale mossa, nonostante la dichiarazione di Djindjic secondo cui alla Serbia bastano le guerre degli ultimi 200 anni. Se la diplomazia macedone non si fosse decisa a sostenere Bush, un'offensiva primaverile [degli estremisti albanesi] sarebbe stata più probabile. Sarebbe stato possibile anche un "cinismo americano", grazie al quale i terroristi albanesi avrebbero ucciso soldati dell'UE (Svetomir Skaric). Menduh Thaqi, uomo forte del DPA, non a caso ha reagito nervosamente alle accuse secondo cui sarebbe partner di Jonuz Musliu nella criminalizzazione di parte della Macedonia e della Serbia meridionale. Nonostante questo, la criminalizzazione potrebbe subire un'escalation se si rafforzeranno le divisioni tra gli alleati occidentali e si indebolirà la loro presenza.

PRIMA DI SADDAM E' STATA SCONFITTA L'EUROPA
Anche la NATO si sta dividendo, non solo per l'Iraq, ma anche per la Turchia. Se si produrrà una frattura all'interno del Consiglio di Sicurezza e si infrangerà la coalizione antiterroristica, gli esiti sarebbero peggiori di una guerra in Iraq (Putin), mentre un attacco all'Iraq in assenza di una decisione del Consiglio di Sicurezza sarebbe un attacco "contro l'ordine mondiale in quanto tale". L'apocalisse non si verificherebbe se Saddam fuggisse dall'Iraq, cosa che tuttavia non accadrà. Saddam forse stupisce perfino Milosevic quando incoraggia gli ispettori a riaprire i dossier sulle armi biologiche e nucleari, ma la sua cooperatività non fermerà l'America. L'iniziativa della Francia e della Germania, in base alla quale l'Iraq dovrebbe essere trasformato in un Kosovo mediorientale, per Colin Powell è solo una "diversione". Secondo molti osservatori occidentali "tutto oramai è su una via senza ritorno".

La destabilizzazione dell'ordine mondiale destabilizzerebbe anche il Kosovo e i paesi vicini. I giornalisti kosovari di Prishtina hanno fatto a Kofi Annan, durante la sua recente visita, più domande sull'Iraq che sul Kosovo. La Macedonia a ragione teme gli sviluppi in Kosovo e ha proclamato l'alleanza con l'America come proprio interesse strategico fin dall'inizio della sua indipendenza. Questo interesse è stato ribadito anche ai tempi della guerra del Kosovo. Adesso ci si attende un sostegno dell'America nonostante l'alleanza che ha combattuto la guerra del Kosovo non sia stata d'aiuto nell'evitare alla Macedonia una guerra nel 2001. Il proseguimento di tale alleanza, insieme alla messa in atto degli accordi di Ohrid, è la base della politica di stabilità del governo. Al Kosovo non dovrebbe convenire una destabilizzazione della Macedonia, perché non la vogliono né l'UE né l'America. Si tratta di una situazione favorevole a Skopje, se il Kosovo seguirà una linea razionale, e non irrazionale. Gli incontri Nano-Ahmeti-Xhaferi a Pogradec, e quello Covic-Buckovski a Vranjska Banja, non sono stati organizzati per creare alleanze nemiche, bensì per la situazione in Kosovo e intorno al Kosovo. L'eventuale partecipazione di soldati macedoni a fasi della guerra e della pace in Iraq non sarebbe il peggio che potrebbe accadere. L'"asse del male", prima o poi, diventerà l'"asse della democrazia americana". La Macedonia non è nella condizione di potere scegliere, ma nemmeno di essere eccessivamente ottimista.

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Data: 28-02-2003 Fonte: "Utrinski Vesnik"
Autore: Dragan Nikolic





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