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"I Balcani, banco di prova delle politiche UE e USA"

Data: 29-10-2000 Fonte: "Liberation", "New York Times"
Autore: Autori vari

NOTIZIE EST #362 - BALCANI
29 ottobre 2000


I BALCANI, BANCO DI PROVA DELLE POLITICHE UE E USA


[seguono due articoli, uno da "Liberation" e uno dal "New York Times", rispettivamente sul futuro della difesa europea dopo l'esperienza dell'Eurocorps in Kosovo e sulle posizioni politiche dei partiti di Washington riguardo ai futuri impegni nei Balcani]


L'EUROPA DELLA DIFESA DOPO L'ESPERIENZA DEL KOSOVO
di Jean-Dominique Merchet - ("Liberation" - 17 ottobre 2000)


MITROVICA - Il capo è spagnolo e la sentinella ungherese. Il vicecapo è francese, ma deve recarsi a una serata organizzata dai tedeschi. In un baraccamento, due belgi si intrattengono con un tenente britannico. E' così che scorre la vita militare di tutti i giorni al quartier generale della KFOR, installato in un ex studo cinematografico sui colli che sovrastano Pristina, la capitale del Kosovo. Un miscuglio di uniformi e di lingue, con una ventina di nazionalità per un migliaio di uomini. "L'Europa della difesa? La ho incontrata in Kosovo", constata il generale francese Jean-Philippe Wirth, numero due della KFOR e dell'Eurocorps.

UN NUOVO COMPITO
Questo ufficiale ha appena passato sei mesi nella provincia jugoslava. Lo stato maggiore europeo, che comandava la KFOR, ha ammainato ieri la sua bandiera per tornare a Strasburgo. E' stato sostituito da un nuovo team, direttamente emesso dalla NATO e guidato dal generale italiano Carlo Cabigiosu. Dopo le mansioni pratiche nei Balcani, gli ufficiali dell'Eurocorps potranno dedicarsi a un nuovo compito: la creazione di uno stato maggiore per la forza di reazione rapida di cui l'Unione Europea vuole dotarsi entro il 2003.

"Uno stato maggiore europeo alla testa della NATO in Kosovo non era una conquista scontata", riconosce un responsabile militare francese. Ogni sei mesi la KFOR cambia comando. Dopo l'Allied Rapid Reaction Corps del britannico Mike Jackson e il Landcent del tedesco Klaus Reinhardt - due stati maggiori al 100% NATO - 350 ufficiali dell'Eurocorps sono arrivati a Pristina il 18 aprile scorso. "Gli americani non erano molto entusiasti", prosegue questo generale. "Mancanza di esperienza, scarsi mezzi di trasmissione, problemi di lingua...", erano queste le critiche avanzate per non affidare la missione a un quartier generale nato al di fuori della NATO, da una semplice iniziativa della Francia e della Germania, alle quali si sono aggiunti il Belgio, la Spagna e il Lussemburgo. "Abbiamo adottato la dottrina, le procedure e la lingua di lavoro della NATO", ammette tuttavia il generale Wirth. Sei mesi più tardi le cavillosità sono svanite. "Per noi è un passo avanti molto importante", assicura il generale spagnolo Juan Ortuno, capo uscente della KFOR. L'Eurocorps viene ormai preso sul serio.

In Kosovo, l'Europa dei militari sembra addirittura precedere la difesa europea. Accade così a Mitrovica, nel nord della provincia. I francesi hanno la responsabilità del settore, ma non sono soli. "Ci sono dei danesi, dei belgi con qualche lussemburghese, dei russi, dei marocchini, dei soldati degli Emirati Arabi Uniti e dei giordani. E noi abbiamo degli spagnoli e dei polacchi come rinforzi", elenca un ufficiale che conta sulle punte delle dita per essere sicuro di non dimenticare nessuno. Un carro polacco protegge la chiesa ortodossa, mentre una giovane spagnola in tenuta di combattimento sorveglia il check point all'entrata del ponte ribattezzato "Austerlitz" dai francesi. Dopo la Bosnia, i soldati europei hanno imparato a lavorare insieme.

FORZA DI REAZIONE RAPIDA
Basandosi su questa esperienza, i politici e i diplomatici stanno ora tentando di costruire una difesa europea. E' uno dei compiti della presidenza francese dell'UE, nel corso del secondo semestre 2000. Si tratta di mettere in atto le decisioni del vertice di Helsinki della fine del 1999. "L'obiettivo è quello di disporre di una forza di reazione rapida formata da 60.000 uomini e dispiegabile per un anno", spiegano al ministero della difesa.

Gli stati maggiori europei stanno lavorando da luglio su quello che sarà concretamente il primo corpo militare dell'UE. "Dobbiamo avere la capacità di gestire allo stesso tempo una crisi e mezza. Diciamo come il Kosovo più Timor", precisa il generale francese Jean-Pierre Kelche, capo di stato maggiore dell'esercito. "Per poterlo fare, abbiamo bisogno di una riserva di 90.000 uomini dalla quale potere attingere per costruire delle forze a seconda del tipo di missione". "I mezzi puramente militari non sono sufficienti: per le inchieste giudiziarie e l'ordine pubblico l'UE deve disporre di una forza di polizia di circa 1.000 uomini proiettabili nella scia dei militari", aggiunge. Gendarmi francesi, carabinieri italiani e guardie civili spagnole potrebbero costituire l'ossatura di tale forza.

CONTRIBUTI
Il 20 novembre i quindici ministri della difesa si ritroveranno a Bruxelles per una "conferenza di impegno delle capacità". Ogni paese annuncerà in tale occasione quali mezzi militari intende mettere a disposizione del paniere europeo. Mentre la Danimarca ne resterà fuori, altri paesi non membri dell'UE, come la Norvegia, la Polonia o la Turchia potrebbero fornire un loro contributo. La questione dovrà essere chiusa entro il summit di Nizza, in dicembre. Successivamente, un generale a quattro stelle verrà incaricato a Bruxelles di dirigere il nuovo stato maggiore dell'Unione Europea.

Anche Washington sembra ormai convinta del carattere ineluttabile della difesa europea. Il segretario alla difesa, William Cohen, ha infatti annunciato il 10 ottobre a Birmingham che gli Stati Uniti hanno ormai un approccio "più positivo" nei confronti di un partenariato tra la NATO e l'UE. "In futuro", ha ammesso di fronte a una riunione dei ministri della difesa dell'Alleanza atlantica, "la NATO non sarà più la sola struttura multilaterale per rispondere alle crisi militari che potrebbero minacciare la stabilità e la sicurezza europee".


GLI EUROPEI AFFERMANO CHE LA PROMESSA DI BUSH DI DISIMPEGNARSI DAI BALCANI POTREBBE DIVIDERE LA NATO
di Steve Erlanger - ("New York Times" - 25 ottobre 2000)


PRAGA, 24 ottobre - La promessa fatto da George W. Bush, secondo cui, se verrà eletto presidente, egli negozierà il ritiro delle truppe americane dagli impegni di mantenimento della pace nei Balcani, lasciando tale compito agli europei, ha provocato un sospiro di ansietà collettivo e addirittura uno stato di preoccupazione tra i diplomatici, i funzionari e gli esperti europei.

Tali funzionari hanno affermato che la proposta, così come espressa nella piattaforma dei repubblicani ed enunciata da Bush durante un dibattito presidenziale, per essere poi elaborata più nei dettagli dal consulente di politica estera di Bush, Condoleeza Rice, in un'intervista con il New York Times, potrebbe dividere l'alleanza NATO, mettere a repentaglio l'attuale sforzo europeo per aumentare le proprie capacità militari e mettere in dubbio i fondamenti che nel dopoguerra hanno giustificato l'esistenza della NATO, imperniati sui Balcani.

L'idea di Bush giunge in un momento in cui il Kosovo, che viene gestito dalle Nazioni Unite, ma è pattugliato da truppe guidate dalla NATO, si trova ad affrontare un periodo difficile e addirittura esplosivo, con la caduta del presidente jugoslavo Slobodan Milosevic. Il desiderio di indipendenza degli albanesi sembra farsi ancora più lontano di prima, eppure essi si fidano di Washington e dei soldati americani più che degli europei, che ritengono favorevoli ai serbi.

Rice ha accentuato le preoccupazioni con l'idea che i militari americani dovrebbero essere tenuti a disposizione per combattere guerre nel Golfo Persico o nel Pacifico, mentre le forze europee, più deboli, dovrebbero concentrarsi sul mantenimento della pace nel loro continente.

"Dividere la NATO in 'soldati veri' e 'soldati di scorta' che accompagnano i bambini a scuola è il modo migliore per dividere l'alleanza stessa", ha detto un alto fuzionario di un paese NATO. "Il presidente Bush ha deciso che gli piacevano gli alleati quando combattevano accanto agli americani nella guerra del Golfo - al popolo americano sicuramente piacevano".

Se interrogati in merito, nessuno dei governi NATO - ivi incluso quello britannico, quello francese e quello italiano - oserebbe dare una risposta ufficiale, visto il largo spazio che i commenti di Rice hanno ottenuto nelle battute finali della campagna presidenziale americana. Il candidato democratico, Al Gore, sostenuto dal Segretario di Stato Madeleine K. Albright, si è mosso rapidamente sfruttando le osservazioni di Rice per gettare dubbi sulla capacità di Bush di essere presidente.

Le preoccupazioni dei governi alleati sono state rafforzate dal forte sospetto - espresso per esempio da Lord Roper, esperto di difesa britannico ed esponente liberaldemocratico - che Rice abbia dato un tono politico ai suoi commenti, al fine di sottolineare l'abituale accusa dei repubblicani secondo cui, secondo i suoi termini, "i democratici lasciano coinvolgere gli americani in lunghe guerre".

Tuttavia la proposta Bush-Rice non è nuova e rappresenta solo un'estensione della dottrina proposta dal Gen. Colin L. Powell sotto l'ultimo presidente repubblicano, il padre di Bush. Il generale Powell era convinto che i soldati americani dovevano essenzialmente essere tenuti a disposizione per le vere crisi, nelle quali deve essere messa in campo una forza schiacciante per garantire una vittoria e limitare le vittime.

Rice ha inoltre detto chiaramente che la mossa americana dovrebbe essere messa in atto dopo consultazioni con gli alleati europei, il che significa, hanno detto funzionari, che un ritiro americano dai Balcani sarebbe altamente improbabile e sicuramente non avverrebbe in tempi brevi.

Lord Robertson, il segretario generale della NATO, ha regolarmente detto agli esponenti del congresso americano in visita presso di lui che la proposta di Bush potrebbe minare l'idea di "condivisione dei rischi, che è precisamente il collante che tiene insieme l'alleanza", ha detto un funzionario NATO. "E' proprio su questo che abbiamo sbagliato in Bosnia, e una volta corretto tale errore, sarebbe tragico tornare indietro".

Quasi tutte le persone intervistate hanno fatto la medesima osservazione. In Bosnia, tra il 1992 e il 1995, le forze europee si trovavano sul terreno sotto l'egida delle Nazioni Unite, mentre Washington si era tenuta fuori e aveva tenuto fuori così anche la NATO, indebolendo in tal modo le proposte europee per una soluzione. "Prospettive differenti - cioè essere presenti sul terreno o meno - hanno portato a diverse percezioni politiche", ha detto un funzionario. "Il problema in Bosnia era l'assenza della NATO, e non la sua presenza".

Quando il presidente Clinton ha infine impegnato le forze americane in Bosnia e la NATO ha bombardato i serbi locali è stato rapidamente firmato un accordo di pace a Dayton.

Un altro problema, ha affermato un funzionario, è l'insistenza di entrambi i partiti americani sul controllo delle politiche della NATO. "Se non si è sul terreno, non ci si può aspettare che le proprie preferenze politiche prevalgano", egli ha detto.

Lord Roper ha affermato: "Non si può non essere presenti e pretendere di decidere. Quindi siamo davvero tornati alla situazione della Bosnia nel 1992-1995. E gli europei - non solo i francesi - diranno che questa idea degli americani che fanno il lavoro più duro, mentre gli europei si limitano a raccogliere i pezzi successivamente, è solo un'altra ricetta per l'egemonia".

I funzionari e gli esperti hanno detto che un altro problema complicato è quello del ruolo della Russia nei Balcani. I russi hanno partecipato alle missioni di pace sia in Bosnia sia in Kosovo soto l'egida degli americani, al fine di non dovere prendere gli ordini direttamente da un generale NATO. Se gli americani se ne andranno, chi si occuperà di gestire i russi? "Washington difficilmente vorrà vedere la relazione della NATO con Mosca gestita da qualcun altro", ha detto un alto diplomatico NATO.

Un altro punto su cui tutti si sono espressi è stato quello della stessa ragione d'esistere della NATO dopo la guerra fredda. I balcani hanno dato alla NATO un ruolo, quello di sconfiggere l'aggressione e di stabilizzare l'Europa meridionale; se gli americani si ritirano, a cosa servirà più la NATO?

La guerra con bombardamenti in Kosovo ha sottolineato le carenze della capacità militare europea, e gli europei si sono da allora mossi per compensare tali carenze con un progetto di difesa strategica europeo, che prevede la creazione di una forza europea composta da 60.000 soldati pronti a muoversi rapidamente in un crisi analoga a quella del Kosovo. Il progetto intende inoltre migliorare la capacità europea di trasportare le truppe, di condurre una guerra elettronica, di effettuare operazioni di jamming, di sorveglianza e di bombardamenti "intelligenti" - proprio il tipo di guerra "di alta fascia" che secondo quanto suggerito da Rice gli Stati Uniti dovrebbero gestire da soli.

Washington in principio si è preoccupata dell'intenzione degli europei di creare un contrappunto alla NATO senza gli americani. I funzionari americani continuano a sottolineare nei loro discorsi che il progetto europeo è stato studiato per la gestione delle crisi "in cui la NATO nel suo complesso non è impegnata", ma solo dopo consultazioni condotte a livello dell'intera alleanza con il conseguimento di un consenso. Anche i funzionari francesi sottolineano che la forza europea verrà utilizzata come opzione dopo un consenso a livello NATO, in aree in cui Washington non vuole essere coinvolta sul campo.

In questo senso vi è un'apertura per il desiderio di Bush di passare i compiti di mantenimento della pace agli europei. E' già un fatto che in Bosnia e in Kosovo le truppe americane non superano il 20 per cento del totale, e nel solo Kosovo sono meno del 15 per cento. Gli aiuti americani non rappresentano più del 20 per cento di quelli messi a disposizione in Bosnia e in Kosovo.

Ma funzionari europei affermano che una piccola presenza è diversa dall'assenza totale. E se gli americani non vogliono utilizzare l'82° Airborne per scortare i bambini a scuola, come ha detto Rice, sicuramente, come hanno affermato, il Pentagono può anche addestrare forze addette al mantenimento della pace.

In Jugoslavia, Predrag Simic, un consulente di politica estera per il Movimento del Rinnovamento Serbo, ha affermato che la proposta di Bush è un'"ulteriore indicazione della capricciosità degli americani in politica estera" e non farà altro che dare agli albanesi del Kosovo un "nuovo pretesto per spingere per un'indipendenza nei tempi più brevi possibili".

Sia gli europei che gli americani si ritireranno infine dal Kosovo, ha detto Simic. "Ma Washington deve assumersi la responsabilità per primo. Se l'America si è assunta il controllo dei piani di volo, se ha bombardato la Jugoslavia uccidendo persone per conseguire i propri obiettivi e valori, allora il minimo che l'America può fare è non abbandonare la regione prima di potere lasciare dietro di sé una struttura stabile,e un certo grado di sicurezza e di uomini per gli abitanti della regione. Mi piacerebbe poter credere che gli europei siano in grado di farlo da soli", ha detto. "Ma non ne sono capaci".

Alcuni funzionari intervistati hanno affermato che i rischi in Bosnia ora sono così bassi che le truppe americane potrebbero andarsene senza alcun problema reale, ma che il Kosovo è tutta un'altra questione, vista la sensibilità degli albanesi.

Ma Lord Roper è convinto che sia proprio in Bosnia che gli americani devono rimanere, perché i soldati vi si trovano per fare rispettare una pace negoziata dagli stessi americani.

Un diplomatico di un paese NATO ha affermato che gli argomenti di Bush per una migliore divisione dei compiti sono forti, richiamandosi come esempio alle truppe di mantenimento della pace australiane a Timor Est. "Ma si tratta di una cosa che semplicemente non è realistica nei Balcani. Gli americani hanno un interesse nazionale in Europa e svolgono un ruolo di deterrenza che è insostituibile. La NATO non è in Kosovo per i kosovari, ma per noi stessi".




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Data: 29-10-2000 Fonte: "Liberation", "New York Times"
Autore: Autori vari





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