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"La NATO balcanizza i Balcani"
| Data: 10-03-2001 | | Fonte: "Sega" |
| Autore: Autori vari |
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NOTIZIE EST #412 - BULGARIA/MACEDONIA
10 marzo 2001
TANUSEVCI (3): LA NATO BALCANIZZA I BALCANI
a cura di Andrea Ferrario
In questa terza puntata a caldo sulla "crisi di Tanusevci" riportiamo più sotto, a titolo informativo, alcuni commenti del quotidiano bulgaro "Sega", la testata più diffusa nel paese tra quelle non scandalistiche. Intanto oggi i quotidiani di Sofia segnalano alcune nuove notizie importanti, che vale la pena di riassumere brevemente. Innanzitutto, al termine della sua visita a Skopje, il premier bulgaro Kostov ha annunciato che gli aiuti militari inviati dalla Bulgaria alla Macedonia (e già giunti al poligono di Krivolak l'8 marzo) saranno solo i primi di una serie. Inoltre la Bulgaria, ha affermato Kostov, intende donare attrezzature e armamenti anche alle forze speciali della polizia macedone, specificando che sono in corso relative consultazioni. Kostov ha inoltre aggiunto un nuovo capitolo all'altalena della posizione di Sofia rispetto all'eventuale invio di truppe in Macedonia e si è detto disponibile a prendere in considerazione la messa a disposizione di truppe bulgare per un intervento in Macedonia "se lo chiederà il Consiglio di sicurezza dell'ONU". Nel frattempo, il Parlamento bulgaro ha approvato ieri con 207 voti a favore, un astenuto e nessun voto contrario, una "Dichiarazione sulle provocazioni degli estremisti albanesi al confine macedone-jugoslavo", con la quale si condannano le azioni dei gruppi armati albanesi (e si ribadisce che il confine è con la Jugoslavia, e non con il Kosovo). Da segnalare infine che ieri è stata diffusa la notizia dell'arresto, avvenuto il 6 marzo, dell'ex capo del controspionaggio militare bulgaro, Jani Janev, mentre stava per entrare in un'ambasciata estera a Sofia portando con sé documenti militari segreti. Di quale ambasciata si trattasse la polizia non lo ha specificato, ma tutti i principali quotidiani di Sofia hanno raccolto fonti non ufficiali secondo cui si tratterebbe di quella russa. L'ambasciatore di Mosca, Titov, ha smentito tali voci. ("Sega", 10 marzo e altri quotidiani bulgari di oggi).
C'E' UN FORTE ODORE DI NUOVA GUERRA NEI BALCANI
di Emil Spahijski - ("Sega", 7 marzo 2001)
[...] Già alla fine dell'anno scorso erano comparse analisi preparate da specialisti della NATO, che parlavano apertamente di una seconda guerra in Kosovo. Uno di questi documenti è scritto dall'ex presidente del Comitato militare del patto, gen. Klaus Naumann, ed è stato presentato davanti a alti ufficiali tedeschi ad Amburgo. Il documento è circolato in Bulgaria attraverso la pubblicazione "Poveritelni hroniki" ["Croniche riservate"], che gode di grande popolarità tra i diplomatici esteri. In tale documento il generale Naumann, parlando di come le forze alleate se la sono cavata nel corso dell'intervento in Jugoslavia, afferma: "La prossima volta ce la caveremo meglio, perché un secondo conflitto ci sarà". Uno degli errori compiuti dal patto, è stato che fino all'ultimo momento non ci sono stati accordi con i paesi confinanti con la Jugoslavia relativamente a un appoggio logistico. Oggi tuttavia si stanno conducendo negoziati attivi riguardo a tale questione ancora prima che il conflitto sia scoppiato realmente. Lo si può rilevare dal modo di agire del presidente Petar Stojanov e del nostro governo. Solo alcuni giorni fa, in maniera sorprendente per la maggior parte dei bulgari, il governo ha preso la decisione di stipulare con la NATO un "accordo unico nel suo genere" per il transito di contingenti di quest'ultima attraverso il nostro territorio e addirittura per la loro permanenza qui. Per gli osservatori tuttavia la mossa è logica - la Serbia meridionale si trova esattamente a 70 km. da Sofia. La Bulgaria è l'unico paese dal quale la NATO non ha un accesso diretto alla valle di Medvedja, Presevo e Bujanovac. Da tutto ciò si può giudicare dove sarà questo futuro conflitto, del quale ha parlato Naumann.
Indagini condotte da politologhi ed esperti militari dei più diversi calibri sono giunte alla previsione secondo cui entro il periodo tra la fine del 2000 e l'inizio del 2001 i kosovari avrebbero cominciato a guardare alla presenza delle forze internazionali come a qualcosa di indesiderato. La veridicità di tali affermazioni è stata confermata dall'intensificarsi degli attacchi contro singole unità di combattimento della KFOR. Tutte queste tenebrose prognosi di nuova guerra e di un comportamento aggressivo nei confronti dei "liberatori" si basano sul semplice fatto che i processi di presa di coscienza e di liberazione in atto tra la popolazione albanese non si sono conclusi. La situazione viene resa più tesa dalla mancanza di una chiara visione di come esattamente dovrà continuare l'operazione della comunità internazionale in questa provincia jugoslava. L'unico sviluppo logico che vi si dovrebbe verificare sarebbe l'indipendenza. Un tale sviluppo, tuttavia, è in contraddizione con l'ordine mondiale e con la volontà delle grandi potenze. La contraddizione ha creato una situazione di stallo, che evidentemente può essere superata unicamente attraverso la violenza. Ma la violenza è accettabile unicamente per gli albanesi. A tutti è chiaro che se qualche paese facente parte della comunità internazionale e della KFOR cercasse di restituire il Kosovo alla Jugoslavia per via politica, per esempio, perderebbe molti soldati e molti equipaggiamenti. Per questo la situazione di stallo è l'unica accettabile per la KFOR. Tale situazione tuttavia non è vantaggiosa per gli albanesi e i loro leader. Essi hanno toccato con un dito, fino quasi a sentirlo, il loro antico sogno di una Grande Albania e ora non vi è nessuno, per quanto forte, che possa impedire loro di cercare di trasformarlo in realtà. [...]
[In questi giorni] alla Macedonia è stato consigliato dalla comunità internazionale di essere paziente e di non intervenire con la forza. Perché? Ma semplicemente perché ciò causerebbe una grave tensione tra la popolazione albanese e i macedoni. E in tale caso, poveri Balcani! Purtroppo tutto questo garbuglio non può essere risolto in altro modo se non con la violenza - strutturale oppure diretta. La violenza strutturale, nel cui campo la comunità internazionale gode di esperienza, consiste nell'esercitare pressioni sui kosovari, o piuttosto sui loro leader, attraverso sanzioni economiche e politiche. La variante diretta è quella di un'operazione militare per la liberazione dei territori macedoni occupati dai terroristi, un'operazione massiccia per sequestrare le armi agli albanesi del Kosovo e per sigillare il confine, eliminando anche la fascia di sicurezza tra la Serbia e il Kosovo. E di un assenso a un ritorno di unità dell'esercito jugoslavo in Kosovo, unità che ormai sono democratiche dopo la caduta di Milosevic, ecc. Nei fatti, si tratta di cose di cui la comunità internazionale si sta già occupando, ma una cosa è sicura - c'è un forte odore di guerra. Per i Balcani si profila di nuovo l'etichetta di "zona di guerra", con la conseguente fuga dei turisti e l'interruzione degli investimenti. In generale: una cattiva primavera.
LA NATO HA TROVATO UN'USCITA DALLA CRISI: LA BALCANIZZAZIONE
di Svetoslav Terziev - ("Sega", 8 marzo 2001)
La NATO ha trovato un'uscita di sicurezza per salvarsi dalla nuova crisi nei Balcani. L'alleanza ha deciso di tirarsi fuori dal conflitto lungo il confine macedone-kosovaro in un modo molto semplice e già sperimentato - balcanizzandolo. Il segretario generale dell'alleanza, George Robertson, ha rifiutato categoricamente la richiesta macedone di una nuova zona di sicurezza, nella quale dovrebbero essere dislocate forze internazionali, vale a dire della NATO. In tale modo egli ha deciso in anticipo quale sarebbe stato l'esito della seduta straordinaria del Consiglio di sicurezza, che doveva valutare tale possibilità. L'ONU non può imporre alla NATO di porre rimedio a un conflitto nel quale il patto evidentemente non desidera rimanere immischiato. [...]
UN NUOVO AMORE A SCAPITO DEGLI ALTRI
I recenti avvenimenti sono una testimonianza del disgelo incredibilmente rapido nelle relazioni tra Serbia e NATO. Si tratta di una cosa logica, perché nella crisi che si va facendo sempre più acuta, solo i serbi possono aiutare la NATO a tirarsi fuori dall'appiccicoso fango balcanico. I macedoni, tuttavia, hanno la sensazione che questo nuovo amore stia fiorendo nei Balcani a loro scapito. Sono scattati come una molla e hanno duramente smentito le informazioni secondo cui essi avrebbero insistito affinché la fascia di sicurezza proposta da Skopje venisse controllata da stati dell'Europa sud-orientale che fanno parte della "formazione di riserva" della NATO chiamata Partnership per la Pace. Questa "voce", messa in circolazione da Belgrado, aveva come obiettivo quello di verificare le reazioni di Skopje.
L'INCUBO
Da una parte, la disinformazione ha creato l'impressione che la NATO non stia sfuggendo ai suoi impegni, perché la Partnership per la pace è comunque una filiale del Patto Atlantico. Dall'altra, essa ha lasciato intendere a Skopje che deve contare unicamente su una presenza militare dei suoi vicini balcanici che fanno parte della Partnership per la pace, tra i quali vi sono per esempio la Bulgaria e l'Albania. Anche la Jugoslavia è candidata a entrare a fare parte della Partnership e non vi sarebbe nulla di strano se, in considerazione della nuova situazione, venisse accolta con una procedura d'urgenza. I greci hanno già detto che non si tireranno indietro, se verrà deciso di fare intervenire forze estere in Macedonia. E ogni loro passo viene seguito attentamente dai turchi, che difficilmente saranno da meno. Sulle rive del Vardar [il fiume che attraversa la Macedonia - N.d.T.] non è mai stato sognato un incubo peggiore di questo. La storia ci ha insegnato che quando la Macedonia viene visitata da tali ospiti, ognuno di essi guarda fin dall'inizio alla possibilità di portarle via qualcosa da casa. E quindi saranno inevitabili alterchi a livello balcanico.
UNA MINESTRA POCO GUSTOSA PER L'OCCIDENTE
Il soggetto è banale e la NATO non può non conoscerlo. Ma all'Occidente la balcanizzazione dei Balcani, con tutti i suoi rischi, appare come la sventura minore. Perché per quanto possa avere a cuore il Kosovo, il patto non desidera affogare nei suoi irrisolvibili problemi. Gli americani sanno come salvarsi da un tale vicolo cieco. All'inizio degli anni '70 si sono tirati fuori dalla guerra nel Vietnam esattamente attraverso la politica della vietnamizzazione - hanno lasciato i vietnamiti (del nord e del sud) a uccidersi reciprocamente. Per non dovere più subire vittime, hanno addirittura inghiottito il rischio che i comunisti conquistassero tutto il territorio. A quei tempi a Washington erano al potere i repubblicani. Oggi sono nuovamente loro a governare gli Stati Uniti. E ancora prima di assumere il potere, hanno spiegato con quale riluttanza continuino a mantenere propri contingenti nei Balcani, facendo capire che si tireranno indietro alla prima possibilità.
COSA COMPORTA TUTTO QUESTO PER NOI?
E' spiacevole ammetterlo, ma è evidente: la nostra politica estera si basa su un'illusione strategica - e cioè che la NATO sarà il nostro garante per la sicurezza nei Balcani. Quanto più peggiora la situazione nell'area, tanto più aumenta il desiderio della NATO di disimpegnarsi e tanto meno sono le possibilità che l'alleanza ci proponga di accoglierci al suo interno in un futuro vicino. Il primo segnale di tuto cià è il fatto che qualcuno all'ultimo momento ha fatto fallire la firma del memorandum "dalle caratteristiche uniche" con la NATO per il quale il presidente Stojanov si era recato pieno d'orgoglio a Bruxelles. Non è un segreto che nell'alleanza la voce decisiva sia quella degli USA. Ci meritiamo uno schiaffo così pesante dopo quattro anni di obbedienza e di scrupolosi tentativi di piacere al Grande fratello?
| Data: 10-03-2001 | | Fonte: "Sega" |
| Autore: Autori vari |
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