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"A che punto è la Macedonia"

Data: 25-10-2001 Fonte: fonti varie
Autore: Autori vari

NOTIZIE EST #487 - MACEDONIA
25 ottobre 2001


A CHE PUNTO E' LA MACEDONIA

[Seguono: 1) un aggiornamento sugli ultimi sviluppi politici in Macedonia; 2) una nota sul peggioramento della situazione economica nel paese; 3) alcune informazioni su recenti forniture militari a Skopje; 4) le dichiarazioni dell'ex presidente Gligorov contro gli accordi di Ohrid]


1) GLI SVILUPPI POLITICI DELLE ULTIME SETTIMANE

Le pagine esteri dei giornali sono ormai da tempo pressoché monopolizzate dalla guerra degli Stati Uniti contro l'Afghanistan, con la conseguenza che gli sviluppi nei Balcani, salvo rarissime eccezioni, vengono completamente ignorati. Ciò vale in particolare per la situazione in Macedonia, fino a poco tempo fa al centro dell'attenzione internazionale. In realtà nel paese da settimane vi è una situazione di stallo, in cui non sono tuttavia mancati alcuni colpi di scena. Cosciente del fatto che l'attenzione delle maggiori potenze è concentrata sulla guerra in Afghanistan, il governo di Skopje sta cercando di guadagnare spazi per modificare gli accordi firmati a Ohrid l'estate scorsa, il tutto con una replica dell'alternanza tra mosse "di provocazione" e compromessi che ha già contraddistinto gli sviluppi degli ultimi mesi. Punte estreme di tensione tra le autorità macedoni e i paesi NATO, gli USA in particolare, si sono avute a inizio mese, quando sono corse voci secondo cui il premier Georgievski avrebbe addirittura messo alla porta, durante un incontro, l'inviato statunitense Pardew. Rappresentanti di Washington si sono inoltre lamentati negli stessi giorni delle pessime condizioni igieniche e di alloggio nelle strutture adibite all'addestramento delle nuove unità di polizia "etnicamente miste", con il risultato che gli USA hanno ritirato i loro addestratori e la formazione di tali unità è stata bloccata. Nel frattempo, il ministro degli interni macedone Boskovski ha tentato di riprendere il controllo di alcuni villaggi prima dell'adempimento degli accordi di Ohrid da parte delle autorità macedoni, e quindi in violazione di questi ultimi. Tale tentativo è stato fermato, dopo brevi trattative, da parte dell'UE e dell'OSCE - tuttavia, negli ultimi giorni la "comunità internazionale" ha consentito un rientro limitato delle forze di polizia macedoni in villaggi di importanza più che altro simbolica. Al di là di questi "colpi di scena" più o meno teatrali, a oramai quasi un mese dalla consegna delle armi e dallo scioglimento dell'UCK, rimangono inadempiuti pressoché tutti punti degli accordi che dovevano essere messi in atto da Skopje. In particolare, non sono stati ancora votati gli emendamenti alla costituzione e non è stata ancora approvata una legge sull'amnistia. Riguardo al primo punto, vi è stata a inizio mese un'ampia mobilitazione di personalità politiche, di intellettuali e accademici, nonché della Chiesa ortodossa, affinché non venisse cancellato il riferimento al popolo macedone contenuto nella costituzione [si veda più sotto il brano sulle dichiarazioni di Gligorov]. Tale mobilitazione sembra avere sortito qualche effetto, visto che a quanto riferiscono i giornali di Skopje i paesi occidentali stanno esercitando pressioni sui partiti albanesi affinché accettino questa modifica degli accordi di Ohrid. In occasione della seduta del parlamento tenutasi il 24 ottobre, ad ogni modo, la discussione degli emendamenti più importanti della costituzione è stata nuovamente rimandata a tempo indeterminato. Per quanto riguarda il secondo punto, invece, il governo macedone ha espresso ufficialmente il suo favore rispetto alla proposta del presidente della repubblica Trajkovski di indire un'amnistia per i guerriglieri che hanno deposto le armi e non si sono macchiati di crimini di guerra. Tuttavia, i termini dell'amnistia non sono stati precisati, né è stato preso alcun impegno per formalizzarla con una legge: è chiaro quindi che tale soluzione ha consentito al governo di Skopje di aggirare il problema (l'amnistia è particolarmente invisa ai macedoni) e di rimandare ulteriormente ogni soluzione concreta anche riguardo a questo aspetto, con grande scontento di uno dei partiti albanesi, il PDP, e, naturalmente, degli ex membri dell'UCK. Questi ultimi, comunque, hanno finorta tenuto un atteggiamento molto defilato rispetto ai ritardi di Skopje nell'applicare gli accordi. A causa di tale ritardo, infine, l'operazione NATO "Volpe d'Ambra", che doveva seguire quasi immediatamente quella di "mietitura", rimane per il momento non operativa.

L'irritazione degli organismi occidentali nei confronti del governo Georgievski è ormai evidente, ma è chiaro anche che vi è ancora una disponibilità a venire incontro al desiderio di Skopje di riformulare unilateralmente gli accordi, disponibilità dettata evidentemente dal desiderio di evitare un degenerare della crisi che potrebbe avere effetti disastrosi. Da parte sua, il governo macedone, nonostante i reiterati atteggiamenti di sfida all'Occidente, ha approvato in questi giorni la concessione del proprio spazio aereo agli aerei militari USA in sorvolo verso l'Afghanistan, mentre alcune settimane fa lo stesso Georgievski aveva affermato di essere pronto a ospitare basi NATO in qualsiasi parte del paese.

(fonti: AIM Skopje, 15 ottobre 2001; articoli vari pubblicati da "Utrinski Vesnik" e "Dnevnik" [Skopje] nelle ultime settimane)


2) LA SITUAZIONE ECONOMICA: SEMPRE PIU' A PICCO

Mentre l'applicazione degli accordi Ohrid ristagna, la situazione economica della Macedonia continua a galoppare verso il collasso totale. Dopo lunghe trattative, il FMI ha deciso di rimandare un accordo con le autorità di Skopje e ha posto "sotto osservazione" il paese per un periodo di 6 mesi, congelando tutti i propri programmi di credito. La conferenza dei donatori per la Macedonia, che avrebbe dovuto tenersi il 15 ottobre, è stata rimandata a data da definirsi, ufficialmente con l'accordo del governo di Skopje, che afferma di avere bisogno di altro tempo per calibrare meglio le proprie richieste. In realtà il motivo è quello della mancata applicazione degli accordi da parte delle autorità macedoni.

La situazione drammatica in cui si trova il paese può essere descritta nella maniera più efficace in termini di cifre. La disoccupazione è salita ufficialmente di un solo punto, fino al 32%, ma quella reale viene valutata come prossima al 45%, mentre lo stipendio medio è sceso in un anno da 182 a 155 dollari. Secondo il governo, il 21% della popolazione vive sotto la soglia della povertà e il 15% dei nuclei familiari fa affidamento su sussidi sociali. L'anno scorso, inoltre, era stata formulata una previsione di forte crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) nel 2001, pari a circa il 6% - attualmente si prevede invece che a fine anno il PIL sarà calato di almeno il 4-5%. Il deficit di bilancio ha raggiunto il 9,2% del PIL, soprattutto in conseguenza delle enormi spese militari, che ufficialmente ammontano finora a 130 milioni di dollari, metà dei quali, secondo il governo, sono stati spesi per le operazioni di guerra. Le entrate fiscali nel bilancio, che pesano in maniera sproporzionata sulle persone più povere e sui lavoratori, ammontano ormai al 37% del PIL, e questo nonostante la riscossione delle tasse sia fortemente diminuita in conseguenza della guerra e della sempre minore fiducia della popolazione nei confronti dello stato. Per il momento è stato rimandato un aumento dal 5% al 19% dell'IVA sui generi di prima necessità, ma è stata introdotta una "tassa di guerra" su tutte le operazioni finanziarie. Il taglio previsto delle spese, altri 50 milioni di dollari secondo il ministero delle finanze, andrà sicuramente a pesare sulla situazione sociale. La produzione industriale è calata del 9-10% e in generale i settori più colpiti dalla crisi sono stati quello dell'agricoltura e quello del tessile. E' cresciuto anche il deficit commerciale, tradizionalmente attestato in Macedonia sul 15% del PIL. La situazione degli scambi è notevolmente peggiorata quest'anno in seguito a un calo delle esportazioni di circa il 20%. In passato, la Macedonia aveva sempre risolto il problema del deficit con ingenti iniezioni finanziarie dall'estero (negli ultimi dieci anni, per esempio, la Banca Mondiale ha investito in Macedonia 550 milioni di dollari). La disponibilità a riversare fondi nel paese esiste ancora, come testimoniato dal fatto che la Macedonia quest'anno ha visto una crescita degli stanziamenti finanziari da parte di organizzazioni internazionali e paesi esteri rispetto al 1999. Tuttavia, tali finanziamenti sono in gran parte vincolati all'applicazione degli accordi di Ohrid, che continua a essere rimandata. La situazione è resa ancora più drammatica dalla spesa di ingenti fondi in valuta estera per acquistare armamenti e dal prosciugarsi delle rimesse degli emigrati, una fonte di prima importanza negli anni passati, che, soprattutto nel caso degli albanesi, ha evidentemente preso a seguire canali diversi dalle banche di Skopje. Come se non bastasse, sul paese pesa un altissimo tasso di corruzione che va a tutto vantaggio di una piccola minoranza di burocrati e pesa per intero sulla maggioranza della popolazione impoverita, così come l'economia "nera".

(Fonti: "Mediapool.bg", 19 ottobre 2001; UPI, 18 ottobre 2001)


3) ARMI A SKOPJE DA BELGRADO, ZAGABRIA E ANKARA

Il 17 e 18 ottobre il ministro della difesa macedone Buckovski si è recato in visita ufficiale a Belgrado, dove si è incontrato con il suo collega jugoslavo Karpovic e con il capo di stato maggiore jugoslavo, gen. Nebojsa Pavkovic. I due ministri e il generale hanno sottolineato la necessità di continuare e intensificare la collaborazione militare, tecnica ed economica tra le strutture della difesa dei due paesi, affermando tra le altre cose che vi sono grandi possibilità di collaborazione tra Macedonia e Jugoslavia contro "il terrorismo come male universale". Nel corso della visita, come riferisce l'agenzia serba Beta, si è giunti ad un accordo in base al quale entro la fine dell'anno la Jugoslavia consegnerà alla Macedonia le dotazioni militari che spetterebbero a quest'ultima in base agli accordi sulla "eredità" dei beni della ex Federazione socialista jugoslava. Belgrado ha dato così segno di una notevole disponibilità nei confronti di Skopje, poiché la divisione dei beni della ex Jugoslavia non è ancora stata portata a termine. In conseguenza dell'accordo la Macedonia riceverà da Belgrado una quantità di armi davvero ingente: 20.000 fucili automatici e semiautomatici, veicoli da trasporto blindati, carri armati T-55 e aerei per il trasporto di truppe Jakovljev JAK-40 e per il trasporto di equipaggiamenti Antonov AN-26. Le autorità macedoni avevano recentemente siglato importanti accordi relativi a collaborazioni e forniture militari anche con la Croazia, mentre la Turchia ha cominciato recentemente le prime consegne nell'ambito di un piano di forniture tecnico-militari da portare a termine entro l'anno, per un valore totale di 1,7 milioni di dollari.

(Fonti: "Danas", 19 e 20 ottobre 2001; MIA, 10 ottobre 2001)


4) GLIGOROV: SE DIAMO PIU' DIRITTI AGLI ALBANESI SI ANDRA' VERSO LA GUERRA

L'ex presidente della repubblica Gligorov, personaggio ancora molto influente nel paese anche dopo il suo ritiro dalla politica attiva, è riuscito negli anni a crearsi all'estero un'immagine di uomo "saggio" e "moderato". Uno sguardo anche solo superficiale alla storia della Macedonia in quest'ultimo decennio (e agli anni ancora prima), non autorizza certo una tale lettura della sua figura, che è stata senz'altro tra i maggiori responsabili del percorso politico che ha portato al conflitto aperto in atto nel paese. Non a caso oggi Gligorov si trova schierato sul fronte dei "falchi", come illustra un suo recente intervento. L'ex presidente infatti ha preso parte a un incontro pubblico del "think-tank" Forum per la Macedonia 2001, durante il quale sono state comunicate raccomandazioni per risolvere l'attuale crisi nel paese: solo il macedone deve essere lingua ufficiale, non vi deve essere una quota per gli emendamenti costituzionali che tenga conto degli albanesi, non vi deve essere una partecipazione equa degli albanesi nella polizia e nell'esercito, il riferimento alla nazione macedone contenuto nell'attuale costituzione deve rimanere. "Il popolo macedone vive da secoli in questi spazi e né il giogo ottomano, né i tentativi dei vicini sono riusciti ad assimilarlo, non è accaduto nemmeno durante l'egemonia grande-serba o le due occupazioni da parte della Bulgaria. Sarebbe un non senso storico se ciò dovesse accadere dopo quasi sessanta anni di propria statualità", sono le parole con cui Gligorov ha aperto il suo discorso sulle modifiche costituzionali e politiche. "La modifica più pesante viene proposta per il preambolo, quando si vuole estromettere dal contesto storico la lotta secolare del popolo macedone per un proprio stato. Si tratta di un duro colpo, ed è per questo che assistiamo a una resistenza di massa al tentativo di privare di un'identità il popolo macedone. Se ciò dovesse passare, seguiranno altri attentati contro il nostro stato", ha affermato Gligorov, il quale ha proseguito dicendo che "con il termine di lingua d'ufficio, la lingua albanese nei fatti diventa una seconda lingua ufficiale in Macedonia. Quanto ci vorrà perché venga rinnovata la richiesta che diventi una lingua d'ufficio su tutto il territorio?" [gli attuali emendamenti prevedono solo che l'albanese diventi lingua d'ufficio accanto al macedone laddove gli albanesi sono più del 20% della popolazione - N.d.T.]. L'ex presidente ha poi detto che "la democrazia consensuale impedisce di prendere decisioni in modo razionale e di stabilire le priorità dello stato. [...] La cosa più pericolosa è quando si insiste su una rappresentazione percentuale, per esempio negli organi della sicurezza interna, mentre non si insiste sulla professionalità e sull'abilità". Gligorov ha espresso la speranza che gli accordi di Ohrid vengano rivisti, "perché sono stati concordati sotto la minaccia della forza e [....] costituiscono un'introduzione, magari in diverse tappe, al separatismo, o all'idea di creare uno stato degli albanesi che vivono nei Balcani. Precedenti di questo tipo avranno conseguenze di grande portata e provocheranno nuovi scontri armati", anche perché "le modifiche costituzionali proposte verranno vissute come un torto storico e una privazione di identità da parte del popolo macedone". L'ex presidente macedone si è inoltre pronunciato a favore del referendum sugli accordi di Ohrid, al quale è favorevole anche la VMRO-DPMNE di Georgievski - referendum che, naturalmente, essendo i macedoni in maggioranza nel paese, terminerebbe con una bocciatura degli accordi senza alcuna alternativa valida - con tutte le relative conseguenze. Appelli dal contenuto analogo alle parole di Gligorov sono stati lanciati negli stessi giorni anche dall'Accademia delle Scienze (MANU) e, in maniera particolarmente veemente, dalla chiesa ortodossa macedone.

(da "Utrinski Vesnik", 3 ottobre 2001)

[Tutti i testi sono a cura di Andrea Ferrario, sulla base delle fonti citate]


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Data: 25-10-2001 Fonte: fonti varie
Autore: Autori vari





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