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L'immaturità politica delle forze democratiche della Serbia
| Data: 04-12-2003 | | Fonte: "Danas" |
| Autore: Zagorka Golubovic |
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N.E. BALCANI #729 - SERBIA-MONTENEGRO
4 dicembre 2003
L’IMMATURITA’ POLITICA DELLE FORZE DEMOCRATICHE DELLA SERBIA
di Zagorka Golubovic, (“Danas” – [Belgrado], 25 novembre 2003)
Le divioni all'interno della DOS e la sua successiva disgregazione sono foriere di una sconfitta totale alle elezioni politiche che si terranno il prossimo 28 dicembre, secondo una sociologa serba
[Segue più sotto una breve nota biografica su Zagorka Golubovic]
Dopo le elezioni presidenziali del 16 novembre, ci siamo confrontati con una seria sfida da parte delle forze restauratrici dell’ex regime, le quali, sotto forma del SRS (Partito Radicale Serbo) con la sua “retorica sociale” preelettorale, sono riuscite ad imporsi all’elettorato insoddisfatto come alternativa alla DOS, ma non solo ad essa, bensì a qualunque delle forze politiche che hanno vinto il 5 ottobre 2000 [data della caduta di Milosevic]. La DOS, ma con essa anche le altre forze democratiche, non reagisce così come è stato fatto in Francia, quando l’ultradestra di Le Pen ha minacciato le fondamenta della democrazia, invitando tutte le forze democratiche ad opporsi a questa sfida, quando anche i comunisti e i socialisti hanno avuto il coraggio di mettere da parte i propri interessi di partito e di votare per il candidato democratico che aveva più possibilità di riuscita. Come reagiscono invece in Serbia i vincitori del cinque ottobre? Il premier ha dichiarato freddamente: “Non sono soddisfatto delle elezioni presidenziali”; Marsicanin: “Irrazionale la paura di Seselj e Milosevic”; il Partito socialdemocratico considera che ora sia più importante distanziarsi dalla DOS, mentre la DOS ha ritenuto più importante prendere la decisione di sciogliersi, invece di porre come punto principale dell’ultima seduta della Presidenza una seria analisi del fallimento alle elezioni presidenziali e degli insegnamenti che se ne possono trarre.
Stiamo tornando al periodo anteriore al cinque ottobre in cui la disunione nell'opposizione democratica (ma l’unione non si raggiunge solo in una stretta coalizione) non ha fatto altro che prolungare la vita del governo di Slobodan Milosevic? Non sarebbe stato meglio per i partiti democratici pensare seriamente alla creazione di nuovi blocchi democratici, nell'imminenza delle elezioni politiche del 28 dicembre, invece di presentarsi da soli alle elezioni, rimandando tutto alla possibilità di creare delle coalizioni dopo il voto, coalizioni che saranno decise sulla base di calcoli in relazione alle forze in Parlamento, cioè come caso estremo nella lotta per occupare le posizione del governo? Riusciranno i cittadini, di fronte a una struttura così ampia di forze democratiche, a riconoscere per quale alternativa conviene votare, oppure voteranno per l’ultradestra demagogica, ma mimetizzata, dei radicali?
Ma la disgregazione dei partiti democratici lascia intendere che nella lotta per il potere durante la campagna elettorale proseguiranno i battibecchi e le accuse reciproche, rinunciando così a prendere le distanze dalle forze del precedente regime e portando invece alla luce la propria responsabilità per la catastrofe economica, politica e culturale in cui il paese si è trovato dopo il 5 ottobre.
Il fatto che fino ad oggi non sia stato condannato nemmeno uno degli esecutori dei crimini economici e politici, e che molti rappresentanti della nomenclatura di Milosevic si siano rafforzati economicamente e politicamente, dovrebbe preoccupare non solo quella che fino ad ora è stata l’elite politica di governo, ma anche quei partiti democratici che ne hanno preso le distanze, benché anche questi ultimi non possano sfuggire alle proprie responsabilità per la situazione venuta a crearsi, perché la possibilità della restaurazione dell’ex regime non è ancora del tutto esclusa. Nell’ambito dei partiti democratici si continuerà ancora a lavare in pubblico i “panni sporchi”, oppure in tutti i partiti democratici, nell’interesse della democrazia, che è veramente in pericolo, si suereranno le intolleranze partitiche e si capirà che la difesa della democrazia è l’obiettivo primario?
Ecco perché, nella campagna elettorale per le elezioni politiche, suggerisco sia agli ex partiti della DOS che a quelli che non ne fanno parte, di definirsi più chiaramente come alternativa democratica, in contrapposizione al programma da ultradestra del SRS, spiegando perché si deve votare per una delle opzioni democratiche e dove andrebbe a finire la Serbia se si verificasse di nuovo l’astensione elettorale delle elezioni presidenziali.
Non è sufficiente dichiarare che vogliamo andare in Europa, dove sicuramente non ci condurrebbe il SRS, bensì dire anche cosa offre l’alternativa democratica nell’ottica della creazione di condizioni di vita migliori e normali, nell’ottica del superamento della povertà e della disoccupazione, nell’ottica di una sicurezza che garantisca il funzionamento democratico di tutte le istituzioni, della polizia, dell’esercito e della magistratura, prima di tutto, nel senso del governo dei diritti e dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.
È evidente che il potere in carica fino ad oggi non è riuscito in questo e che si sia giustificata l’insoddisfazione dei cittadini. Ma si deve mostrare tolleranza e dare prova, nella competizione preelettorale, che le nuove forze democratiche (qui penso comunque anche a Otpor come nuovo partito politico) hanno ancora possibilità, con un nuovo mandato, di correggere i risultati fino ad ora raggiunti e di creare un più coerente progetto democratico, socio-economico e politico.
Per questo obiettivo è necessaria una campagna elettorale moderata, in cui tutti i partiti democratici si rispettino reciprocamente e mostrino chi è il loro principale avversario, trovandolo nella cricca di Milosevic, per far sì che l’opzione democratica diventi l’opzione di governo. Si deve andare molto oltre all'indicare semplicemente ciò che vogliamo salvaguardare del potenziale del cinque ottobre per rinnovarlo e farlo avanzare, indicando ciò che non desideriamo che si rigeneri, ciò che ci riporterebbe al micidiale passato. In altre parole, si deve porre in evidenza quali compiti attendono il nuovo governo democratico, e anche quelli che non sono stati realizzati nel periodo triennale, ossia: a) che è necessario sbarazzarsi più fermamente delle forze del passato, b) che si devono ricostruire e stabilizzare le istituzioni democratiche (e prima di tutto il Parlamento come perno del potere legislativo), c) che è necessario avviare un dialogo coi sindacati e le altri componenti della società civile, d) che si devono esaminare ed emanare le leggi sul lavoro, sulla privatizzazione, sull’educazione, con l’intento di emendarle dagli errori commessi fino ad ora e armonizzarle con la nuova Costituzione democratica che deve essere approvata quanto prima, d) che la ricostruzione e la rivitalizzazione dell’economia deve essere il punto centrale di questo progetto nel quadro della costruzione di uno stato di diritto.
I cittadini vogliono sapere chi è in grado di offrire tutto ciò e quali garanzie darà in merito (per non giungere di nuovo a promesse tradite) che non si limitino al dire che bisogna vivere meglio, ma anche che la Serbia deve diventare davvero un paese normale, nel quale l’interesse della società è al primo posto per coloro che andranno al potere, ossia che non vi sarà più il prevalere degli interessi di partiti ristretti.
Perciò è necessario che come nuovi candidati alle elezioni parlamentari si presentino quante più personalità democraticamente orientate, a prescindere dal fatto che siano membri di questo o quel partito. E' necessario restituire la fiducia ai cittadini, perché non credono più ai “politici” e perché si presentano in numero sempre minore alle elezioni. Questa campagna elettorale deve contenere anche i tratti del carattere edcucativo, spiegando ai cittadini quali sono i loro diritti civili e democratici, per fare sì che prendano atto, soprattutto, del diritto di influire con le elezioni sul destino dello sviluppo della propria società. Ricordiamoci della campagna elettorale prima delle elezioni del 24 settembre 2000, quando numerose equipe, partiti di opposizione e la società civile, con la forza dell’appoggio di Otpor, hanno girato per le città della Serbia spiegando ai cittadini perché si deve votare per la difesa della democrazia, il che presuppone anche il cambiamento di una struttura democratica del potere in favore di un’altra che offra una più reale e migliore prospettiva.
Penso che la Serbia sia oggi nella più profonda crisi mai verificatasi dopo la caduta di Slobodan Milosevic ed è qualcosa da cui non possiamo prescindere. Ecco perché di fronte a tutti i partiti democratici rimane la domanda sulla propria resposabilità per uscire da questa crisi, per far sì che non si giunga alla totale sconfitta. L'opzione dei radicali porterebbe indubbiamente a una tale sconfitta ed è necessario rammentarlo ai cittadini. Più pericoloso è illudersi che il corso democratico abbia già gettato delle fondamenta che non si possono demolire e che la irreversibilità è poco probabile, come abbiamo voluto credere. Ci ricordiamo solo di ciò che è accaduto in Polonia, in Bulgaria, in Romania dopo le prime elezioni successive alla vittoria dei partiti democratici, ma in questi stati sono giunti al potere almeno dei partiti socialisti riformati, mentre da noi né l’SPS né l’SRS hanno attuato alcuna trasformazione, valga per tutti il fatto che ancora oggi a capo del primo c’è Milosevic e del secondo Seselj.
Ciò non significa che si debba arrivare a provare frustrazione e paura, ma che è necessario esaminare seriamente le attività svolte fino ad ora e i comportamenti di tutti i partiti democratici, per giungere alle conclusioni su cosa vale la pena di fare per cambiare l’impressione sfavorevole dei cittadini. Affemare ancora con autoconvinzione: i cittadini sapranno per chi votare, rappresenta solo l’autoillusione che le chiacchere sulla “democrazia” siano necessarie per fugare il pericolo di una nuova caduta nel baratro, cosa che è stata confutata dalle elezioni presidenziali, perché si può facilmente immaginare in che situazione ci troveremmo se Tomislav Nikolic fosse stato eletto presidente della Repubblica.
Tuttavia, per i futuri fallimenti elettorali non potremo dare la colpa solo i cittadini. È necessario chiedersi perché l’entusiasmo dei cittadini è scemato e perché i cittadini sono oggi in uno stato di confusione politica: dopo il 5 ottobre è stata sufficientemente differenziata la politica democratica da quella non democratica? E perché i cittadini oggi danno il loro voto contro la democrazia, prendendo posizione per la variante più estrema e antidemocratica?
Nel libro Politica e vita quotidiana (2003), in cui sono esposti i risultati di numerose interviste fatte ai cittadini della Serbia, si rileva cosa i cittadini hanno a ragione rimproverato al governo, ma anche a Kostunica, in termini di promesse democratiche tradite. Di ciò si è parlato abbastanza sui media, ma sembra che né il potere né quelli al di fuori di esso abbiano voluto ascoltare questi avvertimenti. Che almeno adesso si voltino verso di esse e correggano le proprie politiche per far sì che ai cittadini venga restituita la fiducia nella democrazia e nei nuovi candidati democratici che saranno in grado di esaudire le promesse di fare diventare la Serbia un paese “normale come tutto il mondo”.
(traduzione di Luka Zanoni)
NOTA BIOGRAFICA: La settantatreenne autrice di questo testo è una sociologa serba di fama mondiale. Con le rivolte studentesche del 1968, l’allora potere di Tito aveva deciso di ingaggiare una lotta con la Facoltà di filosofia per espellere otto professori, tra i quali Zagorka Golubovic. La questione si è chiusa nel 1975 con la sospensione dei docenti per motivi politici. Zaga, come viene chiamata la sociologa serba, ha proseguito la sua carriera accademica all’estero: Svezia, Inghilterra e USA. Nel 1981 il governo serbo ha aperto il Centro per la filosofia e la teoria sociale, parte dell’Istituto delle scienze sociali, dove la Golubovicha ottenuto l’incarico di consigliere scientifico. Nel 1990 è passata alla Facoltà di filosofia, dove ha insegnato antropologia socio-culturale. Nel 1996 è tornata a lavorare presso l’Istituto per la filosofia e la teoria sociale dove tutt’ora insegna. Dal 1998 coordina l’AAOM (Rete alternativa accademico-educativa). Ha scritto numerosi testi e ha collaborato con diverse riviste internazionali. Da segnalare la sua presenza nella redazione della rivista “Praxis”, dal 1965 al 1975 e poi a “Praxis International“ dal 1982 al 1988. Attualmente la professoressa Golubovic è membro del Consiglio anti corruzione, nonché del Consiglio del neo-partito Otpor. A quanto ci risulta Zagorka Golubovic ad oggi non figura tra gli autori tradotti e pubblicati in lingua italiana. l.z.
| Data: 04-12-2003 | | Fonte: "Danas" |
| Autore: Zagorka Golubovic |
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