|
|
 |
"Il Kosovo, Ceku e la Croazia"
| Data: 04-04-2000 | | Fonte: "Nacional", "Globus" |
| Autore: Autori vari |
|
NOTIZIE EST #319 - KOSOVO/CROAZIA
4 aprile 2000
IL KOSOVO, CEKU E LA CROAZIA
[Segue una serie di testi tratti dalla stampa croata, utili a tracciare un profilo dell'ex comandante in capo dell'UCK, Agim Ceku, e della sua carriera militare-politica, nonché in generale degli intrecci tra le vicende kosovare e quelle croate. Questa nuova "infornata" di testi si apre con un commento sulla figura di Ceku, alla quale fanno seguito una breve scheda biografica e due interviste concesse da Ceku rispettivamente ai settimanali croati "Nacional" e "Globus" in occasione della sua recente visita a Zagabria, durante la quale ha incontrato Stipe Mesic. Segue un sunto dell'intervista rilasciata nel maggio dell'anno scorso da uno dei leader degli albanesi residenti in Croazia, Ton Marku (che si presenta anche come membro dell'UCK). Chiude infine un articolo di "Nacional" su Larry Rossin, capo della missione USA in Kosovo, che a quanto pare diventerà ambasciatore in Croazia, mentre sembra che l'attuale ambasciatore di Washington a Zagabria, Montgomery, sia destinato a essere "promosso" con il posto a Belgrado, non appena ciò sarà possibile - Andrea Ferrario]
INTRODUZIONE: AGIM CEKU, UNA CARRIERA EMBLEMATICA
di Andrea Ferrario
Agim Ceku è diventato una delle figure più emblematiche del Kosovo post-accordi di Kumanovo e di quella nuova "nomenklatura" kosovara che mira evidentemente ad affermare il proprio potere al di fuori di ogni reale dibattito democratico e di ogni controllo popolare. La sua biografia, e le interviste che qui sotto la seguono, sono a tale proposito eloquenti. Ceku, infatti, ha avuto negli anni '80 una carriera del tutto tranquilla all'interno dell'esercito jugoslavo, che negli stessi anni interveniva in Kosovo per reprimere i suoi connazionali albanesi. Negli anni '90, pur senza mai esporsi in maniera particolare, è stato uno dei diligenti ingranaggi della macchina militare di Tudjman, fino a partecipare direttamente, e non certo come figura secondaria, alla famigerata operazione "Tempesta", con la quale centinaia di migliaia di serbi della Croazia sono stati espulsi dalle loro case e condannati alla condizione di profughi. Già solo questo sarebbe sufficiente per una valutazione della traiettoria politica del leader albanese, ma le interviste che riportiamo sono aggiungono molto altro riguardo alla sua carriera passata. Ceku non solo prende nella sostanza la difesa del criminale di guerra croato Blaskic (recentemente condannato all'Aja a 45 anni di carcere), ma si lancia addirittura in un panegirico del defunto Gojko Susak, ex ministro della difesa croato e una delle colonne portanti del sistema militare-repressivo del regime di Tudjman. Ceku, inoltre, può vantarsi di ben pochi meriti anche all'interno del movimento di liberazione albanese, dal quale è stato assente fino al momento dell'entrata in scena della NATO, prendendone il comando militare a un mese dalla fine dei bombardamenti, quando gli albanesi del Kosovo erano già stati deportati in massa dalla forze serbe. Egli lascia intendere in maniera totalmente reticente di avere avuto un ruolo in relazione all'UCK anche prima dei bombardamenti - se è così non si vede perché non ne parli ora, anche se si può intuire che uno dei motivi potrebbe essere il fatto che abbia saputo tenere abilmente i piedi "in due scarpe", visto il rispetto di cui ha dato prova di godere presso le FARK di Bukoshi e che ora cerca di dissimulare, ma che è stato probabilmente fondamentale nel ricomporre le fila nel maggio scorso. Sul resto, Ceku, nonostante si dimostri loquace riguardo ad altri argomenti, mantiene rigorosamente il silenzio e rimangono aperte in particolare le domande su chi abbia organizzato il suo viaggio in Kosovo, su cosa abbia fatto dal 20 di marzo (quando afferma di esservi arrivato, data di cui tuttavia è lecito dubitare, non essendovi altri riscontri) fino ai primi di maggio, quando è stato nominato comandante in capo dell'UCK, su quali forze abbiano in quel momento sentito il bisogno del suo intervento "esterno". Il resto della storia dell'ex generale è invece noto a tutti: dalla smilitarizzazione dell'UCK al ruolo di primo uomo del Kosovo Protection Corps, una struttura mirata a conservare, svuotate di ogni contenuto, le strutture di comando di quello che è stato l'UCK e le cui prevedibili (e spesso violente) degenerazioni interne sono diventate facile bersaglio della stampa e dei diplomatici internazionali, i cui strali, in realtà, mirano attraverso di lui a colpire le legittime rivendicazioni del popolo albanese del Kosovo. Le interviste riportate sotto contengono due affermazioni particolarmente significative di Ceku. Innanzitutto, riguardo alla situazione dei serbi del Kosovo, Ceku non trova di meglio, nella situazione gravissima di oggi, che "invitare quelli che non si sono macchiati di crimini a rimanere" e chiedere loro di scusarsi con gli albanesi, un indice, come minimo, della cinica pochezza politica del personaggio. In secondo luogo, non sorprende che Ceku, presunto "duro", parli ormai di "Kosovo regione nell'Europa delle regioni" e dica che "non vogliamo premere sulla comunità internazionale affinché ci accordi [sic!] l'indipendenza", o che l' "indipendenza verrà da sé" e "in presenza della comunità internazionale" (gli ha fatto eco negli stessi giorni Thaci, secondo cui in questo momento "non bisogna discutere dello status del Kosovo", del quale dovrà comunque decidere "una conferenza internazionale" - "Albanian Daily News", 30 marzo 2000). Né sorprende che di fronte ai suoi connazionali egli presenti il Kosovo Protection Corps come il futuro nucleo dell'esercito kosovaro, per poi invece dichiarare ai suoi interlocutori stranieri che basta una struttura sul tipo della Guardia nazionale americana, perché "della sicurezza dell'intera regione sarà responsabile la NATO".
Più che per il suo effettivo ruolo politico e "militare", la figura di Ceku è significativa proprio perché riassume in un'unica persona una concezione tutta verticistica e antidemocratica sul piano interno, e di delega sistematica alla cosiddetta "comunità internazionale" sul piano esterno, una concezione che si contrappone per sua stessa natura a un passato di lotte per la libertà del Kosovo, costate migliaia di vittime e immani sofferenze, e a ogni futuro di piena democrazia per gli albanesi e le altre nazionalità non albanesi del Kosovo.
SCHEDA BIOGRAFICA SU AGIM CEKU
Ceku è nato a Pec, in Kosovo, nel 1960. Ha terminato il ginnasio militare a Belgrado, ha studiato per due anni all'Accademia militare della stessa città e poi ha terminato gli studi come artigliere all'Accademia militare di Zadar, dove è rimasto a lavorare. Dal 1984 al 1990 è stato comandante di plotone presso la scuola degli ufficiali di riserva della JNA [l'esercito della Jugoslavia socialista] e dal 1990 al 1991 è stato comandante di plotone presso l'Accademia militare, sezione artiglieria, nel centro di addestramento JNA di Zadar. All'inizio della guerra in Croazia è passato al Corpo d'Armata della Guardia Nazionale, nel quale è diventato comandante di una batteria di mortai da 120 mm. a Zadar e, successivamente, comandante del battaglione Novigrad-Paljuv-Pridrag. Nel febbraio del 1992 è diventato comandante del battaglione "Maslenica" e nel luglio dello stesso anno è diventato comandante della divisione anticarro della 112a brigata; successivamente, a Gospic, ha preso il comando dell'artiglieria della 9a brigata. Ha partecipato all'operazione "Maslenica", nella quale è stato capo dell'artiglieria del settore di Velebit, e a quella della "Sacca di Medak" durante la quale è stato ferito. Come invalido di guerra croato è stato nominato comandante della IXa brigata della Guardia. In breve tempo è stato nominato comandante del reparto [rodova - purtroppo non ho potuto reperire la traduzione di questa definizione del reparto - N.d.T.] nel settore d'armata di Gospic e quindi comandante in capo di tale territorio. Con tale incarico ha partecipato alle operazioni "Lampo" e "Tempesta" è stato incaricato della principale direzione dell'attacco, cioè del congiungimento con il V corpo d'armata della Bosnia-Erzegovina. Dopo "Tempesta" ha collaborato alle operazioni militari nella Bosnia occidentale. Dopo la fine della guerra, nell'esercito croato ristrutturato, Franjo Tudjman lo ha nominato comandante in capo del V settore d'armata di Rijeka, incarico con il quale è andato in pensione. Per tutto il tempo, la moglie di Ceku, Dragica, e i suoi tre figli hanno vissuto a Zadar, mentre i genitori e i fratelli vivono in Kosovo. (Sulla base delle introduzioni alle interviste di "Nacional" e "Globus" riportate qui sotto).
PARLA IL COMANDANTE DEL KOSOVO PROTECTION CORPS
(intervista ad Agim Ceku, "Nacional", 23 marzo 200 - a cura di Arijana Baraba)
NACIONAL: A quella che allora era l'UCK lei si è unito dopo essere stato messo a riposo nell'Esercito croato, nell'aprile del 1999. Si parlava allora del fatto che anche alcuni altri membri dell'Esercito croato, di origine albanese, come il generale Rahim Ademi, avessero chiesto di essere messi a riposo e non siano riusciti a ottenerlo...
CEKU: A quanto mi risulta non hanno affatto chiesto di essere messi a riposo. D'altronde, io non ho mai chiesto di essere messo a riposo. Ho chiesto invece di essere liberato dagli obblighi di servizio nell'Esercito croato, perché ero ormai impegnato fino in fondo per l'Esercito di Liberazione del Kosovo. Il mio desiderio è stato fin dal 1991 quello di mettermi al servizio del mio popolo, ma non ho voluto impegnarmi attivamente senza il permesso del ministero della difesa croato, al fine di non compromettere lo stato croato. La mia richiesta è stata esaminata per un anno, dal marzo del 1998 al febbraio del 1999.
NACIONAL: E' venuto a conoscenza del motivo di un tale protrarsi dell'esame della sua richiesta?
CEKU: Ritengo che non si credesse che l'UCK si sarebbe sviluppato fino a diventare una forza rispettabile, capace di assumersi la responsabilità dei destini del Kosovo. Io non ho desistito e ho fatto con coscienza e responsabilità tutto quello che l'Esercito della Croazia mi ha chiesto di fare. Sono grato allo stato croato di avermi infine messo a riposo, conservandomi allo stesso tempo l'appartamento a Zadar.
NACIONAL: Per quale motivo Rahim Ademi non è mai arrivato in Kosovo?
CEKU: Ademi è mio amico. Continua a essere generale di battaglione [? - general bojnik] presso il ministero della difesa. Il mio impegno non formale nell'UCK, prima del febbraio 1999, ha suscitato diverse reazioni. Ha cominciato a correre voce che un alto ufficiale dell'esercito croato fosse coinvolto nel conflitto in Kosovo. Poiché io ho compiuto il mio lavoro in Croazia senza espormi ai media, questi ultimi hanno ritenuto che l'ufficiale coinvolto in Kosovo fosse Ademi. Di tutta la faccenda lui, naturalmente, non aveva nessuna idea. Non è mai stato direttamente coinvolto nella guerra del Kosovo e non ha mai direttamente collaborato con l'UCK, anche se la sua esperienza e i suoi consigli mi sono stati personalmente di grande aiuto.
NACIONAL: Dopo essere stato messo a riposo lei si è recato subito in Kosovo ed è entrato formalmente a fare parte dell'UCK, che allora era divisa in due correnti. Dicono di lei che fin dal suo arrivo ha goduto di una grande autorità all'interno dell'UCK...
CEKU: Ho passato il primo mese in Kosovo con uno status non formale e senza particolari cariche. Su decisione dell'allora direzione politica dell'UCK, il 2 maggio sono diventato comandante in capo dell'UCK e lo sono rimasto fino alla trasformazione dell'UCK nel KPC, quando il rappresentante dell'ONU mi ha nominato comandante del KPC. Con decisione del governo temporaneo del Kosovo, nel mese di agosto mi è stato dato il grado di generale di battaglione [? - general bojnik], che mi è stato riconosciuto anche dalla comunità internazionale. All'interno dell'UCK non sono mai esistite correnti interne, ma fuori dall'UCK vi erano formazioni parallele organizzate dal governo di Bukoshi, scarsamente intenzionate ad opporsi realmente con le armi al regime serbo. Era una struttura parallela che non agiva in Kosovo, bensì in Albania. Quando ho assunto la mia carica, ho dichiarato la mobilitazione generale, ho unito il fronte e ho creato un comando generale unificato. L'UCK è presto diventato una forza militare-politica reale che suscitava rispetto non solo nel popolo del Kosovo, ma anche nella comunità internazionale, nei nostri amici, e anche nei nostri nemici.
NACIONAL: Qual è l'attuale struttura del KPC?
CEKU: Ho sfruttato appieno, durante la guerra nell'organizzare l'UCK, e ora nel dirigere e nell'organizzare il KPC, le esperienze fatte nell'esercito croato. Così in Kosovo siamo riusciti a creare un'organizzazione moderna che rispetta gli standard internazionali. Abbiamo uno stato maggiore che ha al suo interno un ispettorato e tutti i servizi ausiliari, nonché otto direzioni - per il personale, le informazioni, l'operatività, la logistica, i rapporti civili-militari, i sistemi informativi di comando, l'educazione e l'addestramento, la gestione delle risorse. Abbiamo sei zone, insieme a un comando operativo e territoriale, similmente a quanto vi è in Croazia - dove ci sono sei zone di corpo d'armata. Esse hanno una propria struttura, un proprio comando e una propria formazione. Abbiamo anche una guardia del Kosovo, come sezione di élite del KPC che è competente per l'intero territorio del Kosovo. E abbiamo anche un'Accademia per la protezione, ovvero per gli effettivi permanenti, un comando per l'addestramento e la dottrina, una base logistica principale, una formazione ingegneristica, una formazione sanitaria, una squadriglia di elicotteri e una formazione ABKO [?].
NACIONAL: Qual è il risultato della risoluzione del Consiglio di sicurezza secondo la quale eravate tenuti a smilitarizzare l'UCK?
CEKU: Poiché accettiamo la risoluzione del Consiglio di sicurezza, abbiamo smilitarizzato l'UCK, ma la abbiamo trasformata in diverse direzioni. Coloro che desideravano occuparsi di politica hanno fondato un partito politico - il Partito del Progresso Democratico del Kosovo. Quelli che volevano rimanere organizzati come struttura militare sono rimasti nel KPC, mentre altri sono entrati nella Polizia del Kosovo, che è in corso di formazione. La maggior parte si è smobilitata. Parte dei membri dell'UCK sono entrati nelle organizzazioni non governative per lo sminamento che agiscono in Kosovo, ed è rimasta anche una parte di membri dell'UCK che dovranno passare attraverso un programma di riqualificazione per il quale è impegnata in Kosovo la IOM, l'organizzazione internazionale che ha messo a punto svariati programmi per aiutare i combattenti smilitarizzati.
NACIONAL: La posizione di Franjo Tudjman era quella secondo cui il Kosovo rappresentava una questione interna dello stato serbo. Ci può dire come la politica dell'allora governo croato si è riflessa sulla situazione in Kosovo e se esistono cambiamenti nella collaborazione con il governo appena eletto in Croazia?
CEKU: L'iniziativa per la spartizione del Kosovo, o la posizione secondo cui il Kosovo è una questione interna della Serbia, per noi era inaccettabile. Il popolo del Kosovo ha salutato con favore la volontà del popolo croato di cambiare i partiti politici al potere. Penso che siano venute a crearsi condizioni migliori per una forte collaborazione tra i nostri due popoli.
NACIONAL: Avete già avuto l'occasione di parlarne con i rappresentanti del nuovo potere croato?
CEKU: In questi giorni sono stato ricevuto dal presidente Mesic e mi ha fatto molto piacere la sua posizione secondo cui il Kosovo non può in alcun modo essere considerato una questione interna della Serbia. Mi ha detto che il Kosovo è una questione dell'intera regione, una questione della comunità internazionale, della quale la Croazia è un membro autorevole.
NACIONAL: Qual è la situazione politica in Kosovo? Esiste sempre il pericolo che i politici kosovari, con il reciproco ostruzionismo, facciano fallire le elezioni, previste per settembre od ottobre?
CEKU: Non sono un politico, ma un soldato e la mia responsabilità riguarda unicamente il KPC. La situazione in Kosovo non è quella che desidereremmo noi in Kosovo, ma nemmeno quella che desidera la comunità internazionale. Le elezioni sono necessarie affinché gli albanesi e tutti coloro che vivono in Kosovo costruiscano infine delle istituzioni di governo legittime. Sono convinto che dimostreremo di essere un elemento costruttivo sia in Kosovo sia nella regione e che potremo governare il Kosovo. E' un'intenzione comune a tutti i partiti politici. A favore di un Kosovo indipendente e democratico ci siamo già pronunciati con un referendum e da ciò non si tornerà indietro. Il lavoro più difficile è alle nostre spalle, abbiamo concluso la guerra. Ora il Kosovo è libero, in Kosovo c'è la comunità internazionale ed essa risponde della sicurezza del Kosovo. Abbiamo una possibilità storica per continuare la strada verso l'indipendenza, quindi, in collaborazione con la comunità internazionale.
NACIONAL: Come valuta il contributo della comunità internazionale alla stabilizzazione della situazione in Kosovo?
CEKU: La stabilizzazione è più che lenta a causa dell'indefinitezza dello status del Kosovo. Nessuno desidera giungere a un chiarimento sullo status del Kosovo, perché è qualcosa che fa parte della stabilizzazione complessiva della regione. Vogliamo costruire il nostro futuro in armonia con il concetto di comunità internazionale. Non cerchiamo un'indipendenza con l'esercito al confine. Vogliamo essere una regione nell'Europa delle regioni. Nel giro di dieci anni i confini non saranno più importanti. Non desideriamo premere sulla comunità internazionale affinché ci accordi l'indipendenza. Desideriamo prepararci all'indipendenza, meritarcela e in presenza della comunità internazionale costruire delle istituzione di governo democratiche, dimostrare che possiamo governare il Kosovo da soli, che il Kosovo può esistere sia economicamente, che come mercato e in ogni altro aspetto. Quando conseguiremo tutto questo, quando il Kosovo sarà democratico, multietnico, penso che l'indipendenza verrà da sé. [...]
NACIONAL: Ha informazioni sui risultati della recente visita in Kosovo di Madeleine Albright e James Rubin?
CEKU: Il loro arrivo porterà sicuramente dei cambiamenti in Kosovo. I loro benevoli consigli ci forniscono risposte a molte domande.
NACIONAL: Ma Madeleine Albright ha messo in guardia gli estremisti kosovari, e anche i media puntano il dito sulle azioni non controllate di membri del KPC, addirittura sulle vendette contro i serbi...
CEKU: Si tratta di una campagna orchestrata da alcuni circoli della comunità internazionale per dividere in maniera uguale la responsabilità per la lentezza della stabilizzazione tra la parte serba e quella albanese. In questo modo si desidera rafforzare la posizione della NATO e della comunità internazionale all'interno di questo triangolo. Si è giunti alla conclusione che la stabilizzazione è troppo lenta e se ne cercano i motivi. L'attacco mirato e fabbricato contro il KPC, l'unico valore misurabile in Kosovo, non è casuale, ma mi assumo la responsabilità di affermare che non è assolutamente veritiero. Abbiamo sempre condannato gli estremisti. [...]
NACIONAL: Poiché siete della stessa generazione, e avete studiato presso la medesima accademia militare, penso che lei conosca Tihomir Blaskic [il generale croato, comandante della HVO, recentemente condannato a 45 anni dal Tribunale dell'Aja per i crimini di guerra - N.d.T.]. Qual è il suo commento sulla sentenza del Tribunale dell'Aja?
CEKU: Conosco Blaskic di persona, siamo stati insieme a scuola e lo ho incontrato più volte nel corso della guerra. Penso che sia stata compiuta una grande ingiustizia nei suoi confronti per il solo fatto che sia stato giudicato all'Aja. Un tribunale di tale livello dovrebbe essere imparziale, e non posso che credere che una condanna così drastica sia stata a suo modo un messaggio politico. Penso che all'Aja non sia stato giudicato Blaskic, bensì qualcun altro.
NACIONAL: Lei conosce Larry Rossin, che è stato impegnato attivamente nella soluzione della questione del Kosovo [si veda l'articolo pubblicato in fondo a questo numero di "Notizie Est"]. Può darci una sua valutazione del significato di una sua eventuale nomina ad ambasciatore americano in Croazia?
CEKU: Sono entusiasta di una tale possibilità. Lo conosco bene, ho collaborato con lui e penso che un uomo di tale esperienza, che conosce bene la situazione nella regione ed è particolarmente capace di articolare la politica del suo paese, svolgerà in ottimo modo il suo lavoro in Croazia.
INTERVISTA DI AGIM CEKU AL SETTIMANALE "GLOBUS"
(a cura di Mark Cigoj - da "Globus", 24 marzo 2000)
[...] GLOBUS: Qual è la sua posizione nei confronti dei serbi che vivono in Kosovo?
CEKU: Abbiamo invitato tutti i cittadini di nazionalità serba che hanno vissuto in Kosovo e non hanno collaborato ai crimini a rimanere qui a vivere. Attualmente in Kosovo vivono circa centomila serbi, e se sono anche solo un minimo onesti, hanno un senso di colpa perché hanno sostenuto un regime che ha compiuto dei crimini. Per questo dovrebbero scusarsi di fronte ai cittadini albanesi.
GLOBUS: Accettereste l'autonomia o lo status di repubblica all'interno della Jugoslavia?
CEKU: Non ci interessa l'indipendenza nel senso di confini fissi, duri, controllati dall'esercito, bensì la sovranità del popolo maggioritario, insieme alla difesa delle istituzioni di governo democratico e la responsabilità nei confronti dei vicini. Ci è noto il concetto messo a punto dalla comunità internazionale per la stabilizzazione e la democratizzazione dell'Europa sudorientale e siamo decisi a cercare una soluzione in armonia con tale concetto. Faremo molta attenzione a non ritrovarci in contraddizione con tale concetto, perché dobbiamo dimostrare che facciamo parte del mondo che l'Europa intende costruire. Ma in nessuna variante vediamo il Kosovo come parte della Serbia o della Jugoslavia, bensì come regione nell'Europa delle regioni. [...]
GLOBUS: Quali sono le analogie e le differenze tra la guerra in Croazia e la guerra in Kosovo?
CEKU: Le differenze sono più delle analogie. [...] In Croazia è stata condotta una guerra di posizione, con un campo di guerra definito da tratti chiari, mentre noi in Kosovo abbiamo condotto una guerra di guerriglia e di manovra su territori più sciolti, non legati reciprocamente. Inoltre, in Croazia l'intero potenziale sociale, economico, politico e culturale era al servizio e a sostegno dell'esercito croato e della guerra, cosa che non è avvenuta nel caso del Kosovo. Vi è stata una grande differenza anche nel grado di organizzazione e nella struttura dell'esercito, nonché nella qualità e nella quantità delle armi e dei dispositivi militari. Tuttavia, in Kosovo abbiamo avuto un grande vantaggio rispetto alla Croazia: la comunità internazionale ha reagito relativamente presto.
GLOBUS: Quanto le ci è voluto per decidere di chiedere il pensionamento dall'esercito croato e di andare in Kosovo?
CEKU: Ho cominciato a pensarci all'inizio degli anni novanta, perché era l'obiettivo della mia vita. Mi attendevo l'inizio di una lotta di liberazione in Kosovo nel 1991 ed ero favorevole a una coalizione per la liberazione di tutti i popoli della ex Jugoslavia. Allora, e fino all'intera fine del 1998, sono rimasto deluso dal fatto che la politica kosovara non desiderasse opporsi con le armi ai serbi. Dalla fine della guerra in Croazia, nel 1995, mi sono riunito e ho avuto contatti in Albania e nei paesi occidentali con leader dell'UCK. Quando nel marzo del 1998 è cominciato uno scontro aperto, ho presentato al comandante del 5° territorio di corpo d'armata, generale Miljenko Crnjac, la richiesta di uscire dall'esercito croato. Tale richiesta è giunta fino al presidente Tudjman, ora deceduto. Quest'ultimo mi ha messo a riposo nel febbraio del 1999. Della mia intenzione sapevano tutti i miei amici e superiori, ma della data della partenza ho informato solo mia moglie e un amico. Perfino i miei figli non sapevano che sarei andato in Kosovo. Ho viaggiato di nascosto per due giorni e due notti e appena sono arrivato allo stato maggiore, il 20 marzo 1999, ho cominciato ad aiutare con i piani, con l'organizzazione e la riorganizzazione. La situazione si è sviluppata più rapidamente e meglio di quanto mi aspettassi, ma vi erano buoni presupposti perché andasse così.
GLOBUS: Chi le ha proposto la carica di capo di stato maggiore dell'UCK?
CEKU: La direzione politica, con il consenso dei comandanti delle zone operative, ha deciso che io mi assumessi la responsabilità della struttura dello stato maggiore dell'UCK. Thaci ha così preso il controllo della parte politica, e io di quella militare dell'UCK.
GLOBUS: Come commenta la dichiarazione del portavoce della KFOR secondo cui l'UCK si deve trasformare in una guardia nazionale secondo l'esempio della Guardia Nazionale Americana [in realtà, di tale dichiarazione non risulta traccia - N.d.T.]?
CEKU: [...] Della Guardia del Kosovo, che ora ha circa 600 membri, intendiamo fare la sezione di élite del KPC. I compiti che non possono essere svolti da altre formazioni, li deve compiere la Guardia, perché essa costituisce un modello per gli altri. Nelle trattative per la trasformazione dell'UCK abbiamo optato per una struttura sul modello della Guardia nazionale americana, perché non vogliamo un grande esercito, bensì una guardia forte che avrà unicamente un ruolo di difesa e non costituirà una minaccia per nessuno. L'idea della comunità internazionale per tutti i paesi della regione è che essi abbiano un esercito strutturato secondo il modello della Guardia nazionale americana. Della sicurezza dell'intera regione sarà responsabile la NATO e tutti i paesi devono costruire il loro sistema di sicurezza in conformità al sistema di sicurezza collettivo dell'intera regione.
GLOBUS: Quali sono stati i suoi rapporti con l'ormai deceduto ministro della difesa Gojko Susak?
CEKU: Ho avuto la fortuna di conoscere il ministro Susak, e dopo ogni nostro incontro ho avuto un'opinione sempre migliore di lui. Penso che sia una vera fortuna il fatto che il popolo e l'esercito croato abbiano avuto un tale ministro. E' merito suo se oggi la Croazia è una potenza regionale.
GLOBUS: Si può fare un parallelo tra il ruolo di Susak nell'esercito croato e il suo nel KPC?
CEKU: Susak è un grande uomo e io non posso paragonarmi a lui, perché è stato uno dei miei idoli. Da lui ho imparato come si difende, articola e rappresenta l'interesse nazionale. Quando ho dovuto prendere decisioni importanti, ho fatto ricorso al suo punto di vista. Continuo a farlo anche oggi.
DALL'INTERVISTA CON TON MARKU
(da "Nacional", 5 maggio 1999)
Già nel maggio dell'anno scorso il settimanale di Zagabria "Nacional" aveva pubblicato un'intervista, realizzata all'indomani della nomina di Ceku a comandante in capo dell'UCK, con uno dei leader degli albanesi che vivono in Croazia, Ton Marku. Marku è presidente dell'Unione degli albanesi in Croazia, nonché dell'Alleanza Democratica degli Albanesi (DSA), fondato in Croazia nel 1989. Il settimanale lo definisce anche uno dei fondatori dell'UCK e leader informale della stessa organizzazione in Croazia. Già negli anni '80, quando era studente a Zagabria, scrive l'intervistatrice Zrinka Ferina, Marku si era impegnato nelle attività politiche a sostegno "non solo degli albanesi del Kosovo, ma di tutti i popoli oppressi della ex Jugoslavia", motivo per il quale nel 1985 è stato arrestato insieme ad altri albanesi per attività contro la Jugoslavia e condannato a tre anni di prigione, scontati a Prizren. Nel 1988 è tornato in Croazia e successivamente, con l'inizio della guerra, "partecipa con altri connazionali del DSA alla difesa della Croazia, fondando un proprio reparto di volontari".
Riguardo a Ceku l'intervista aggiunge poco rispetto a quello già riportato sopra. Marku afferma che Ceku "si trova in Kosovo già da un mese", senza specificare ulteriormente (Ceku afferma di essere arrivato il 20 marzo, dopo due giorni e due notti di viaggio - secondo le sue parole, sarebbe cioè partito il 18 marzo, giorno del fallimento della conferenza di Parigi). Anche Marku fa un riferimento a Bukoshi, affermando che Ceku "è riuscito perfino a ottenere i favori di una parte di membri dell'UCK che, appoggiando il governo in esilio dell'allora premier Bukoshi, aspettavano 'tempi migliori'. Grazie all'influenza di Ceku, in questi giorni essi si sono uniti alle fila dell'UCK in Kosovo". Infine, riguardo agli albanesi "croati" presenti in quel momento in Kosovo precisa: "essendo coinvolto molto attivamente in prima persona nell'organizzazione e nel funzionamento dell'UCK, posso dire con sicurezza che nemmeno un alto membro dell'esercito croato è nell'UCK. Prima di Ceku, solo tre ex volontari della Guerra Patriottica [così viene chiamata in Croazia la guerra del 1991 - N.d.T.], che dopo di essa si sono smilitarizzati, sono entrati a far parte dell'UCK, sono entrati a fare parte dell'UCK come civili. Attualmente sono in Kosovo e combattono [...], sono Kadri Kastrati, Binak Gashi e un terzo che si chiama Skender, di cui non posso rivelare il cognome".
Marku riferisce quindi altri particolari interessanti sulla comunità albanese in Croazia e sui suoi rapporti con le forze politiche locali. "Prima dell'inizio della guerra sul territorio della Croazia", afferma Marku, "nel paese c'erano più di 100.000 albanesi. Durante la guerra parte di essi ha abbandonato la Croazia ed è tornata in Kosovo, e ora in Croazia ci sono 12.300 albanesi, parlo solo di quelli che sono cittadini croati e hanno la residenza", mentre il numero reale, comprendenti anche quelli presenti in Croazia senza cittadinanza o residenza, è secondo Marku di 30.000. Sempre secondo Marku, gli albanesi che vivono in Croazia "ritengono Rugova il maggiore responsabile di quello che succede oggi. Le attività passate e presenti di Rugova dimostrano che egli è ostaggio non solo della polizia serba, ma anche della politica serba" [l'intervista è stata fatta a cavallo tra fine aprile e i primi di maggio del '99]. Riguardo al mondo politico croato, Marku molto "diplomaticamente" si astiene dal commentare le posizioni di Tudjman, a una domanda esplicita dell'intervistatore sul fatto che l'ex presidente croato avesse definito il Kosovo "un affare interno della Serbia", e si limita a dire che Tudjman "è stato molto influenzato dagli incontri con Rugova, svoltisi segretamente nel corso del 1990 e del 1991, prima quindi dell'incontro di Tudjman con Milosevic". Tra gli uomini della HDZ, Marku si limita a esprimere apprezzamento per Mate Granic ("sostiene l'azione della NATO"), mentre sui socialdemocratici (SDP) di Ivica Racan è esplicito ("ci aiutano ormai da anni") e dà giudizi positivi anche su HSLS, HSS, HNS e altre forze minori, ed esprime apprezzamento per il generali Ante Prkacin e Mirko Norac. Si lamenta invece dell'indifferenza del partito regionale istriano IDS e, in generale e fatta l'eccezione di Granic, anche della HDZ ("In passato alcuni radicali della HDZ hanno preso posizioni apertamente antialbanesi [...] Sono deluso soprattutto da quelli del governo croato che all'inizio erano con noi [...] e ora ci hanno voltato le spalle", citando come esempio quello di Vladimir Seks). Marku, tra le altre cose, attacca la televisione croata e le posizioni antialbanesi dell'ambasciatore croato a Belgrado e dell'esponente di governo Djukic, che ha paragonato la rivolta degli albanesi del Kosovo a quella dei serbi della Krajina.
LARRY ROSSIN, PROSSIMO AMBASCIATORE USA A ZAGABRIA?
(di Ivo Pukanic - "Nacional", 16 marzo 2000)
Secondo informazioni che "Nacional" ha ricevuto da una fonte del Dipartimento di Stato degli USA, l'amministrazione americana prevede di inviare Lawrence G. Rossin come prossimo ambasciatore in Croazia. Se la Croazia lo accetterà, e se tale proposta verrà approvata dal Senato americano, il nuovo ambasciatore americano potrebbe arrivare a Zagabria entro settembre di quest'anno. Insieme a lui è atteso un nuovo attaché militare, un colonnello dell'esercito USA, che faceva parte, insieme a Rossin, della missione americana in Kosovo. Poiché Rossin è una delle persone che meglio conosce la situazione in questa regione, il Dipartimento di Stato lo aveva nominato capo della missione americana in Kosovo nel luglio 1999, immediatamente dopo la fine dei bombardamenti aerei contro la Jugoslavia.
MONTGOMERY
Si prevede che l'attuale ambasciatore americano [in Croazia] William Montgomery proseguirà la propria carriera diplomatica a Belgrado. In questo momento, la Jugoslavia è uno dei punti più importanti della politica estera USA. Secondo la prospettiva americana, l'intero processo di sviluppo della regione dipende dalla soluzione della crisi in tale paese. Dopo che gli Stati Uniti avranno nuovamente aperto un'ambasciata a Belgrado, la persona che li rappresenterà dovrà avere la piena fiducia del Dipartimento di Stato e dovrà avere esperienza sufficiente per superare le grandi difficoltà e i grandi problemi che sarà necessario affrontarvi. Per questo Montgomery è una scelta scontata. Come "Nacional" è venuto a sapere da fonti vicine al Dipartimento di Stato, l'ambasciatore Montgomery era l'unica persona al Dipartimento di Stato a essere convinto del fatto che in Croazia ci sarebbe stato un cambiamento di governo e che l'opposizione con Racan come proprio leader avrebbe vinto le elezioni. Quando egli ha formulato tali previsioni, il ministero degli esteri americano lo ha guardato incredulo, perché i suoi agenti, tra i quali quelli della CIA, sostenevano che la HDZ sarebbe rimasta al potere. Dopo i suoi mandati in Bulgaria e in Croazia, Montgomery si è rivelato essere uno dei più affidabili diplomatici americani e ci si può attendere che il Dipartimento di Stato lo invierà a Belgrado - con l'incarico diplomatico più difficile, ma anche più prestigioso, di questo momento. A supporto di questa decisione c'è lo scadere del mandato di Montgomery in Croazia, che nella diplomazia americana è di tre anni.
MISSIONE IN KOSOVO
L'ambasciatore USA all'ONU, Richard Holbrooke, che è anche uno degli uomini più potenti nella politica estera americana, ha la massima fiducia in Larry Rossin. E' uno dei diplomatici americani più esperti e ha cominciato la sua carriera ad Haiti, dove sua moglie è stata ferita nel 1987. E' stato membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale e quindi direttore politico per l'Europa Centrale e Orientale presso il Dipartimento di Stato, e per un breve periodo di tempo ha svolto il compito di chargé d'affaires presso l'ambasciata americana a Madrid. Conosce molto bene gli eventi della regione balcanica ed è stato una delle figure chiavi del team di Holbrooke che ha agito da queste parti per anni. Considerando che egli era a piena conoscenza del punto di vista americano e dei mezzi per risolvere la crisi in Kosovo, Rossin ha avuto un ruolo molto importante e attivo nel corso dei negoziati falliti a Rambouillet, successivamente ai quali le forze alleate hanno cominciato i bombardamenti contro la Jugoslavia. Immediatamente dopo la cessazione degli attacchi, Rossin è stato nominato capo della missione USA in Kosovo, che funziona nei fatti come un'ambasciata, poiché il Kosovo non è riconosciuto. La missione americana in Kosovo era, per la maggior parte, composta da membri "fuggiti" dall'ambasciata americana a Belgrado. Rossin ha terminato il suo ruolo in Kosovo il 23 febbraio 2000, con un party di addio per i suoi colleghi diplomatici e i politici locali del Kosovo. Durante tale evento, egli non ha menzionato il fatto che la sua prossima destinazione diplomatica sarebbe la capitale croata. Egli ha lasciato Pristina insieme al suo assistente per le questioni militari, per raggiungere Washington dove seguirà un addestramento speciale che comprende istruzioni dettagliate sulla storia, la lingua e gli eventi politici specifici della Croazia. Si tratta tuttavia solo della prima parte di una lunga procedura attraverso cui ogni ambasciatore deve passare [...]. Secondo le stime del Dipartimento di Stato, Larry Rossin ha svolto i suoi compiti con molto successo in Kosovo. Il locale governo albanese e i rappresentanti dell'UCK sono anch'essi stati soddisfatti del suo lavoro. Poiché una Croazia democratica è molto importante per stabilizzare l'intera regione, è logico che dopo il mandato di successo di Montgomery sia necessario un diplomatico capace al fine di portare avanti il lavoro cominciato. Il Dipartimento di Stato ritiene che senza una Croazia forte e democraticamente orientata, non sarà possibile calmare la situazione in Bosnia-Erzegovina.
Senza una ferma decisione del governo croato, infatti, non sarà possibile incorporare l'Erzegovina nella federazione bosniaca. Senza l'accettazione di uno stato comune da parte dei croati della Bosnia, non sarà possibile costringere la Repubblica Serba di Bosnia ad allontanarsi da Belgrado e ad accettare il fatto che la Bosnia è uno stato indivisibile di tre popoli uguali e costitutivi. [...] [Nel frattempo] Milosevic continua a giocare con i nervi dei funzionari occidentali, minacciando di causare una guerra civile in Montenegro. E una guerra in Montenegro ridarebbe fuoco all'intera regione.
ELEZIONI AMERICANE
Gli americani in questo momento non possono portare le loro truppe al confine tra Serbia e Montenegro al fine di prevenire un'aggressione serba per un motivo molto semplice - a novembre negli Stati Uniti ci saranno le elezioni presidenziali. Se Clinton inviasse truppe aggiuntive nella regione, o riallocasse truppe americane dalla missione KFOR in Kosovo, ciò comporterebbe un disastro immediato per il candidato democratico Al Gore. Se il democratico Al Gore dovesse perdere le elezioni, ciò comporterebbe automaticamente una sostituzione dell'intera amministrazione statale. E ogni politico preferisce stare al proprio posto il più a lungo possibile. Poiché è impossibile confermare con certezza che Larry Rossin diventerà il prossimo ambasciatore USA in Croazia, non si può dare per scontato che Montgomery andrà a Belgrado. [...] Inoltre, se la situazione in Jugoslavia non cambierà e se le relazioni tra Belgrado e Washington non porteranno al livello di una missione diplomatica aperta, non vi sono possibilità che Montgomery vada in Serbia quest'anno. In tale caso, il suo mandato in Croazia verrebbe esteso per sei mesi, vale a dire che non lascerebbe Zagabria fino al giugno 2001. Se ciò dovesse succedere, Rossin dovrà pazientare a Washington. C'è anche la possibilità che Montgomery lasci Zagabria quest'anno e rimanga a Washington in attesa di un momento più adatto per trasferirsi a Belgrado. La partenza di Montgomery per Belgrado sarà un chiaro segno inviato a Zagabria per dirle che il suo momento d'oro è terminato. Ufficialmente, Zagabria non avrà più un'altra opportunità e un altro status di tale livello presso la comunità internazionale, che ha spalancato le porte per la sua integrazione euroatlantica e per gli investimenti esteri. Questo periodo durerà fino all'inizio della stabilizzazione politica della Serbia, che sarà marcato dalla partenza di Montgomery per Belgrado. In quel momento, l'attenzione del mondo politico si sposterà verso la Jugoslavia e contemporaneamente il flusso di soldi verrà riorientato verso Belgrado. Pertanto, Racan e il suo governo dovrebbero riflettere seriamente sulle mosse che fanno, nonché sulla loro scelta dei tempi.
| Data: 04-04-2000 | | Fonte: "Nacional", "Globus" |
| Autore: Autori vari |
|
|
 |

|
 |
 |
Copyright © 1997-2005 Notizie Est. Tutti i diritti riservati
|