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I sindacati serbi divisi di fronte alle ipotesi di confederazione

Data: 21-11-2003 Fonte: Notizie Est
Autore: Lorenzo Guglielmi

N.E. BALCANI #722 - SERBIA/MONTENEGRO
21 novembre 2003


I SINDACATI SERBI DIVISI DI FRONTE ALLE IPOTESI DI CONFEDERAZIONE
di Lorenzo Guglielmi, da Kragujevac

Viaggio a Kragujevac, una città che non è solo il simbolo della decadenza di un modello industriale e di una stagnazione economica senza precedenti, ma è altresì un importante ‘laboratorio di democrazia’


Belgrado-Kragujevac, settembre 2003- Belgrado si allontana in una coltre pioggia e foschia settembrina, lasciando una sensazione di indefinito. Lungo l’autostrada che porta a sud, città e campagna si diluiscono in un ibrido di insediamenti umani, che rende vago un confine di separazione. Il tessuto urbano, all’uscita della capitale, svela i segni più recenti di un secolo mutevole e violento. La vivacità del centro svanisce in un batter d’occhio, mentre i tentacoli dei nuovi sobborghi ruralizzati si stiracchiano a rosicchiare ogni palmo libero d’orizzonte. Un ritmo di inurbamento ‘latinoamericano’ procede convulso, a briglia sciolta fino all’ultimo crinale edificabile. E’ questa l’altra faccia della natura da “araba fenice”, che fa di Belgrado una città vitale ed estrema in ogni manifestazione, ma capace di reinventare se stessa e rimanere all’altezza dei suoi sbandierati millenni di storia. La provincia, al contrario, giunge paziente e un po’ sonnolenta, contraccambiando con un’ immobile compiutezza, più apparente che reale. Kragujevac dista poco più di due ore di corriera, dilatate come ‘sette fusi orari del pensiero’. E’ approdando a una periferia come questa che si tocca con mano ciò che certi miei amici serbi chiamano “roulette della storia”. Dopo aver vissuto da protagonista, dalle insurrezioni nazionali ottocentesche alle magnifiche sorti progressive della rivoluzione marxista, sono bastati poco più di dieci anni per declassare Kragujevac a una condizione di area depressa e sprofondarla nel quasi anonimato, come qualsiasi altra città di provincia.

Il ‘gigante malato’ del complesso industriale-meccanico “Zastava”, con la sua mole ingombrante monopolizza, lo sguardo su questa condizione di marginalità forzata, con secco contrappasso, com’ è vero che un tempo esso era l’orgoglioso monumento della via nazionale al socialismo, un’idea assolutistica di progresso divenuta materia.

Qualcuno ancora chiama Kragujevac la “Torino jugoslava”, sottolineando affettuosamente il legame con la Fiat-Iveco, di cui si conservano le catene di montaggio, simbolo dell’epoca d’oro titoista. Il soprannome non è poi così altisonante, come potrebbe sembrare. Il modello “città-fabbrica”, invero, caratterizza entrambi i centri . Con le dovute distinzioni, Kragujevac può riprodurre, su scala ridotta, quello che avrebbe potuto accadere a Torino, se una delle gravi crisi cicliche della Fiat avesse raggiunto livelli tanto drammatici da travolgere brutalmente, in una stagnazione senza fine, tutto l’indotto produttivo gravitante nella sua orbita. Infatti, su 173.000 abitanti di Kragujevac ben 8.700 sono lavoratori nell’industria delle automobili, delle armi e dei camion del mega-kombinat ‘Zastava’. Il modello di crescita industriale dell’area di Kragujevac, accentrato su una grande fabbrica, unito al vuoto di investimenti nello sviluppo qualitativo del prodotto automobilistico e ai pesanti eventi congiunturali del dopo ’89 (caduta del muro, globalizzazione dei mercati e aumento delle concorrenza internazionale, eventi bellici e crollo del tradizionale mercato interno,etc.) ha alimentato la recidività di una crisi economica senza precedenti. L’ effetto domino sull’ insieme dell’economia regionale e nazionale è stato pressochè inevitabile.

In tutta questa situazione, Kragujevac resta un’ importante scommessa, sia per quanto riguarda i processi di privatizzazione dell’economia e ristrutturazione industriale, che per la democratizzazione della vita politica e civile. E’ proprio l’evoluzione dei sindacati, negli ultimi dieci anni, con la recente nascita del “Centro Diritti”, sulla base un progetto di cooperazione e sviluppo in partnership con CGIL-ISI, a costituire un’importante laboratorio per nuove idee e pratiche della cittadinanza.


IL PROGETTO CGIL-ISI PER LA CREAZIONE DI UN SISTEMA DI RAPPRESENTANZA SINDACALE IN SERBIA E LE DIVISIONI TRA LE PRINCIPALI ORGANIZZAZIONI SINDACALI DEL PAESE

La parte sostanziale del progetto CGIL-ISI , riguardante la creazione in Serbia di un sistema stabile di rappresentanza sindacale, sul modello italiano confederato, non ha avuto certo un’accoglienza passiva nei sindacati serbi, ma è stata ricevuta come risultato di un meticoloso processo consensuale. Tutti i soggetti rientranti nel progetto sono stati coinvolti in una lunga fase preparatoria di consultazioni e valutazione dei contenuti e degli obiettivi del progetto stesso. Questa intesa internazionale parte, in realtà, da lontano. Da un lato, infatti, dobbiamo considerare che la Jugoslavia fu un paese socialista la cui industria meccanica godeva di un rapporto di partnership con la FIAT, fin dagli anni sessanta, cioè dai tempi della mitica ‘seicento’. Inoltre, il rapporto sindacale ha trovato nuovi sviluppi nel corso dei difficili anni novanta, quando CGIL e sindacati tedeschi furono in prima linea nelle campagne di solidarietà con la classe lavoratrice della Serbia e nella lotta di Nezavisnost - il sindacato indipendente di Branislav Canak- contro la guerra e il regime di Milosevic. Se invece ragioniamo su un piano tanto di prassi e che di teoria politica, è di una logica quasi banale che il modello confederato fosse destinato a riscuotere un largo successo, dal momento in cui gli anni novanta segnavano l’inizio di un pluralismo sindacale, mentre una crisi di vaste proporzioni – con tutte le peculiarità un’economia post-socialista di transizione e di guerra - favorivano quel processo di ‘privatizzazione selvaggia’ che ha stimolato l’esigenza di rigenerare, su nuove e più solide basi, i metodi di organizzazione, rappresentanza e partecipazione dei lavoratori.

Il consenso che si è creato attorno al modello confederale e al progetto di ampio respiro della CGIL-ISI non significa, tuttavia, che sia semplice operare un reale mutamento nei sistemi di rappresentanza della classe lavoratrice. Da questo punto di vista, c’è ancora una drammatica separazione tra principi condivisi, ambizioni di partenza e pratica quotidiana. La comunicazione politica tra i tre soggetti sindacali - Nezavisnost, Samostalni e il sindacato filogovernativo SDSA - è poco soddisfacente; per aperta ammissione di tutti. Un accordo su una stabile linea di azione comune e confederale è ancora lontano a venire. Le cause di questi problemi, tanto più drammatici nel momento in cui una privatizzazione selvaggia necessiterebbe il contrappeso di un’azione sindacale incisiva (democrazia, tra le tante cose, significa controllo efficace dei cittadini su legalità ed equità dei processi decisionali), meriterebbero uno studio scientifico più approfondito. Tuttavia, sulla base delle interviste ai soggetti protagonisti del progetto, è possibile tracciare delle linee di conflitto, alcune delle quali sono individuate da tutte le parti in questione. Per quanto riguarda i filogovernativi della SDSA c’è poco da dire, visto che spesso hanno un atteggiamento di boicottaggio e scarso appoggio alle iniziative sindacali di Nezavisnost e Samostalni, dimostrando una funzione organica alle decisioni del governo - ai limiti della propaganda. SDSA è quindi un altro caso che meriterebbe un’indagine a parte. Ci focalizzeremo, dunque, su Nezavisnost e Samostalni, perché l’affermazione di un certo modello di dialogo sociale si basa molto sulla relazione tra questi due soggetti politici.


Linee di conflitto individuate da entrambi:

1) Diversità nel tipo di organizzazione interna:

Samostalni e Nezavisnost, in questo senso, sono agli antipodi e rappresentano le due anime di uno stesso paese diviso da dieci anni di guerra. Samostalni è il sindacato autonomo, costola della vecchia Lega dei Comunisti jugoslava, e successivamente legato al partito SPS di Slobodan Milosevic. Il sindacato ha molti iscritti, che non sono necessariamente simpatizzanti del partitto socialista. E’ la sua situazione egemonica di lungo periodo che conta. Samostalni ha infatti ereditato una struttura burocratica pesante, con 600 impiegati in tutta la Serbia e tutta una serie di agevolazioni derivate dalla proprietà “storica” di interi edifici, come la possibilità di dare in affitto parti degli stabili di proprietà del sindacato, con conseguenze molto positive per le proprie entrate finanziarie. D’altro canto, Nezavisnost fino a un certo periodo degli anni novanta, sebbene fosse sorto come unione dei sindacati indipendenti di categoria, ha avuto suo malgrado una struttura più simile a un movimento di dissidenza politica. I suoi finanziamenti dipendevano - e dipendono tutt’ora - essenzialmente da donazioni estere e, per esigenze logistiche, venivano centralizzati e gestiti a Belgrado. Di questa centralizzazione ancora si sentono le conseguenze, anche se il Progetto CGIL ISI sta portando a una maggiore gestione decentrata, per esempio con la creazione di conti correnti specifici per le sedi provinciali.

Questa diversità organizzativa interna diventa motivo di conflitto perché SDSA (sindacato filogovernativo) e Nezavisnost chiedono da tempo al Governo di prendere provvedimenti per riequilibrare la situazione delle proprietà immobiliari tutte accentrate nelle mani di Samostalni. Fino ad ora, Nezavisnost ha dovuto pagare ovunque affitti salati in tutti i luoghi dove ha stabilito la sede delle proprie attività. Questo fattore ha ovviamente un peso specifico non trascurabile per il bilancio. D’altra parte, il vice presidente di Samostalni accenna al ‘pachiderma burocratico’ dell’ex sindacato jugoslavo e ne lamenta le inefficienze senza accennare ai problemi della redistribuzione delle risorse con gli altri partner.

2) Diversità nella metodologia dell’azione politica

Entrambi i sindacati condividono sostanziali visioni comuni sul processo di privatizzazione: a) Favorire per le imprese più importanti il capitale straniero, perché c’è una bassa stima dei “manager” delle imprese sociali, i quali spesso cercherebbero di comprarsi a prezzo di saldi le imprese senza però avere capacità imprenditoriali di gestione. b) Forte critica verso le nuove leggi sul lavoro, che mettono in serio pericolo ogni principio di equità in materia di contratti di lavoro e rapporto datore di lavoro-dipendente, il diritto allo sciopero (alzano all’inverosimile la soglia di servizio minimo da garantire) e negano il diritto al reintegro sul posto di lavoro nel caso il lavoratore licenziato dimostri la malafede del licenziamento, sostituendola con una sanzione pecuniaria da parte del datore di lavoro, peraltro eludibile se lo stato economico dell’azienda non lo permette.
Il conflitto sui metodi emerge chiaramente durante le proteste contro le nuove leggi sul lavoro di un anno e mezzo fa. Samostalni accusa Nezavisnost di aver abbandonato senza apparenti ragioni lo sciopero generale proprio a un passo dal momento decisivo, quando si trattava di fare uscire dal Parlamento qualche pezzo grosso del ministero, per metterlo alle strette. Da questo punto di vista, sulla base delle dichiarazioni di Samostalni, Nezavisnost sembrerebbe un partner troppo moderato e, cosa peggiore, poco affidabile. Sullo stesso episodio, se si verificano le dichiarazioni documentate dal programma di Nezavisnost, i fatti risultano diversi: Nezavisnost ha seguito una linea ben precisa. Prima dello sciopero ha cercato di aprire un tavolo di dialogo con il Ministero del lavoro, ma il tentativo è stato “gentilmente” deviato verso i cosiddetti clubs politici e di partito, che possono esser di ben poco aiuto nel dialogo sociale. Dopo questo fallimento, Nezavisnost ha dato una risposta alla linea politicamente scorretta del Governo promuovendo lo sciopero. La presenza nella manifestazione di militanti dell’estrema destra radicale di Seselj e la constatazione che dal Parlamento non sarebbero usciti che dei semplici ‘burattini’ portavoce, ha fatto sì che Nezavisnost valutasse la protesta ad oltranza come soluzione sine ratio, spettacolare, confusionaria e facilmente manipolabile.

Il fatto che Nezavisnost rifiuti il massimalismo è ampiamente giustificato da una linea politica che prevede come primo valore la ricerca delle trattative e la proposizione di disegni di legge ed emendamenti alternativi. Secondo Nezavisnost ogni sciopero, in questo momento, va preparato con grande professionalità: il dilettantismo può indurre a generare nei media immagini distorte, che si ripercuotono sull’opinione degli investitori stranieri dalla quale dipende il futuro della Serbia. Quindi sugli scioperi di agosto 2003 a Kragujevac, Nezavisnost esprime solidarietà per i lavoratori che da mesi (e alcuni da anni) non ricevono la paga, ma sottolinea come sindacati, partiti e movimenti abbiano cercato di cavalcare una protesta che, alla fine, si indirizzava agli interlocutori sbagliati, ossia al Municipio di Kragujevac, che non può certo prendere provvedimenti in materia di arretrati, prepensionamenti o casse integrazioni. Quindi nell’attuale linea di azione di Nezavisnost ogni sponteneismo è stato messo al bando come controproducente per l’immagine stessa della classe lavoratrice serba. Nezavisnost è l’unico sindacato in Serbia che siede di diritto nella Lega europea dei Sindacati, con una larga credibilità che, giocoforza, lo porta a diventare il partner strategico della CGIL a Kragujevac e nelle altre tre città della Serbia. Questo non sia scambiato per un elogio, anche se è difficile non provare simpatia dopo aver visto questo manipolo di ex dissidenti lavorare al ‘Centro diritti’.

Si tratta, infatti, solamente del tentativo di scattare un rapido fotogramma su una fase storica, peraltro molto difficile da mettere a fuoco.


INTERVISTA A DRAGAN RANIC, LEADER DEL SINDACATO ‘NEZAVISNOST’ A KRAGUJEVAC

Lorenzo Guglielmi per “Notizie Est”: ‘Nezavisnost’ significa indipendenza, ma anche ‘Samostalni’ ha un significato affine, anche se è l’ex sindacato del partito socialista. Può dire in breve ai nostri lettori quali sono i tratti distintivi di questa indipendenza di Nezavisnost ripetto agli altri soggetti?

Dragan Ranic: ‘Nezavisnost’ raccoglie i sindacati uniti di categoria, sorti fin dal 1991 come reazione di una parte del sindacato cosiddetto autonomo di allora alla politica di Milosevic. Il movente più forte all’inizio fu lo sdegno per la guerra fratricida che stava divampando in Jugoslavia. Branislav Canak, conduttore sulla rete di Stato di un programma molto critico verso la guerra, fu radiato assieme a un altro migliaio di lavoratori della radiotelevisone ‘poco graditi’. Da quel momento a breve il movimento di Canak assunse la vera e propria fisionomia del sindacato, secondo un indirizzo fino a quel momento inedito, perché indipendente da partiti politici, associazioni di industriali e governi di turno.

N.E.: Come è stato possibile sopravvivere e svilupparsi negli anni novanta?

D.R.: Si è creata fin dall’inizio una rete di solidarietà internazionale che vedeva, in prima linea, i sindacati europei e americani nel supporto di ‘Nezavisnost’. Dal 1997 siamo iscritti alla Lega Internazionale dei Sindacati. Nel IV Congresso del 1998 avevamo in 300.000 iscritti. Poi c’è stata la battaglia contro la guerra in Kosovo, i bombardamenti, il canto del cigno di Milosevic e un accordo con la DOS, prima del 5 ottobre 2000. Nel 2002 siamo entrati nella Confederazione Sindacale Europea, nella quale Canak è membro del Consiglio Esecutivo. Ma la storia sarebbe molto lunga da raccontare.

N.E.: Quando avete iniziato a Kragujevac?

D.R.: Nel 1994 ci siamo costituiti per la prima volta in questa città. In tutta la Sumadja abbiamo circa 12.000 iscritti, oltre il 20% dei lavoratori. In Sumadja cisono circa 270.000 abitanti, concentrati per lo più a Kragujevac, che ha 173.000 abitanti più un numero elevato di rifugiati di guerra di tutte le etnie.

N.E.: La Zastava, detta anche la ‘Torino serba’, per le sue catene di montaggio acquistate dalla FIAT e per l’identificazione tra fabbrica e città, era il simbolo di un certo modello di progresso industriale. A che punto siete nella fase di ristrutturazione?

D.R.: A un punto disastroso! Un modello di sviluppo così accentrato su una grande industria pesante poteva avere i suoi vantaggi se avesse avuto capacità di rimanere al passo con i tempi e se non ci fosse stato un decennio di guerre. Ora come ora la Zastava è soltanto un peso. C’è una manodopera molto qualificata, che non avrebbe bisogno di chissà quali aggiornamenti, ma il partner straniero disposto a investire manca del tutto. Così abbiamo 700 lavoratori con il 45% del salario e i contributi versati dal 2001 al 2005, mentre fino al 2001 oltre il 60% dei lavoratori erano cassintegrati. Ma lo Stato non potrà mantenere ancora a lungo quest’onere. Nel settore auto sono 3700, in quello delle armi danneggiato (dai bombardamenti della NATO) 3000, mentre in quello dei camion 2000. Si vocifera sempre di questo americano, Malcom Breeklyn, che aveva già investito nel 1988-89 e che vorrebbe ripartire 350 con milioni di dollari di investimento, ma per adesso sono solo voci, quasi leggende. Se non riparte in qualche modo la Zastava, Kragujevac rimarrà una città morta.

N.E.: I tre principali sindacati serbi non vanno molto d’accordo tra loro sulle strategie da adottare nelle varie situazioni di trattative, per sempio nei processi di fallimento e privatizzazione. Mi vuole dare qualche esempio significativo del vostro modo di vedere i problemi?

D.R.: I lavoratori in questo momento sono molto manipolabili. C’è gente che non riceve il salario da anni e per questo è più facile pilotare le reazioni più impulsive e perdere di vista elementi importanti come la concertazione, l’unità, l’omogeneità degli interessi di categoria. Per esempio, ci sono 43 magazzini “Robna Kuca” in fallimento in tutta la Serbia, così come è in piena crisi la PKB trasporti la “Zvezda carni", qui in città . Certi salari non sono pagati da 5 anni. Noi siamo gli unici che chiediamo trattamenti uguali per tutti i lavoratori della stessa categoria in tutto il territorio nazionale. E’ una questione di democrazia basilare.

N.E.: Cosa ne pensa degli scioperi della fame che hanno segnato le giornate attorno al ferragosto, con i lavoratori della “Zvezda carni” che manifestavano di fronte al Municipio di Kragujevac e il sindaco che a sua volta rispondeva con un suo sciopero di controprotesta?

D.R.: Loro sono esasperati e gli altri sindacati gli fanno da cassa di risonanza, però alla fine il risultato è molto triste. Non è certo il Municipio di Kragujevac che può dare loro risposte. E’ fuori dalle sue competenze!

N.E.: Quindi tra i problemi maggiori ci sono quelli del pagamento degli arretrati e degli esuberi di manodopera nel processo di privatizzazione, con la necessità di ricreare nuovo impiego o di riqualificare. Come vede l’attuale legge sulla privatizzazione in relazione al ruolo dei sindacati?

D.R.: Questa legge ci dà ben poco spazio. La parte per il programma sociale è bassa rispetto al budget che ricava il governo dalle vendite. Non c’è una vera strutturazione della legge riguardo alla questione di quanto e come investire nello sviluppo di nuove politiche sul lavoro. In questo momento, però, i tre sindacati hanno sottoscritto un comune memorandum che stabilisce dei criteri precisi, che orientano le trattative col governo sulla materia dei fondi da destinare alle politiche per l’occupazione.


N.E.:Cosa mi dice della protesta di un anno e mezzo fa contro le nuove leggi sul lavoro? Il sindacato Samostalni vi accusa di aver abbandonato uno sciopero da 80.000 persone, a due passi dall vittoria.

D.R.: La legge era stata votata a maggioranza risicata e con metodi poco chiari in Parlamento. Ai direttori delle aziende era stato dato il diritto i licenziare fino al 10% senza programma sociale e senza giusta causa. Nelle proteste si era infiltrato il Partitto Radicale di Seselj. Miodrag Ribaric, dei nostri, aveva preceduto il corteo, con la richiesta di parlare direttamente con il Ministero, ma fu deviato presso vari clubs politici, il che equivale al nulla. A quel punto non aveva senso restare davanti al Parlamento perché ci mandassero fuori qualche portavoce e poi, dopo, dire che s’era raggiunto un accordo. Le proteste di massa sono sempre facilmente manipolabili. E’ inutile manifestare se non si ha una posizione riconosciuta nella contrattazione. In questo momento il caos fa male al paese, che ha bisogno di investimenti stranieri e capitale fresco, a fronte di una classe imprenditoriale locale spesso incapace. Intanto, Nezavisnost è il primo sindacato che ha proposto ben 4 disegni di legge su materie importanti, come per esempio la questione della necessità di agganciare i contratti individuali a certi parametri dei contratti collettivi, per evitare un mercato dcel lavoro sempre più selvaggio e deregolamentato.

N.E.: Voi siete stati prescelti dalla CGIL-ISI come partner strategico del progetto sui sindacati e lo sviluppo locale e del dialogo sociale. Il “Centro Diritti” come sta funzionando?

D.R.: Per i fondi che abbiamo a disposizione facciamo il possibile. Ci sono 1300 utenti, con giornate intensissime, quando capita che ti bussino alla porta cinquanta persone in poche ore.
Siamo collegati al tribunale per le questioni economiche e cerchiamo di tutelare con il nostro legale gli interessi dei lavoratori. Un esempio tipico può esser quello delle liquidazioni o della riscossione degli arretrati. Si fanno seminari specifici sulla negoziazione. In tempi di forte deregulation è importante che l’individuo sia ben informato e impari a negoziare il contratto. Altre tematiche centrali sono le organizzioni degli scioperi, i workshops per migliorare l’amministrazione pubblica e i forum sulla privatizzazione con l’Agenzia e il pubblico dibattito, i corsi di orientamento al lavoro e sulla “comunicazione sociale” e i processi di decisione collettiva.


INTERVISTA A MASSIMILIANO TRULLI, EX- RESPONSABILE DEL PROGETTO CGIL-ISI A KRAGUJEVAC.

Lorenzo Guglielmi per “Notizie Est”: Su quale base finanziaria si poggia il progetto CGIL-ISI a Kragujevac?

Massimiliano Trulli: Al momento lavoriamo con i fondi della Campagna “Solidarietà Balcani”. CGIL-CISL-UIL tramite l’istituto unitario dei fondi. I lavoratori italiani sicritti al sindacato hanno donato un’ora di lavoro ciascuno per finanziare il progetto.La UIL è impegnata in Montenegro, la CISL invece sul fronte dei servizi sociali e dello sviluppo transfrontaliero dei sindacati.

N.E.: Potresti dare ai nostri lettori una panoramica dei progetti in corso in Serbia?

M.S.: Da un lato abbiamo un ramo di progettazione che riguarda il tema di “sindacati, sviluppo locale e dialogo sociale”, dall’altro, un ramo di sviluppo di servizi sociali. Stiamo cercando di sviluppare un sistema di servizi socio-sanitari integrati per anziani, un corso di formazione professionale per l’orfanotrofio di Kragujevac, mentre è stata appena ultimata una palazzina per famiglie di rifugiati. Il primo campo di progettazione che ho citato è presente anche a Sombor, in Vojvodina (Regione a nord della Serbia) e a Novi Pazar, in Sangiaccato (n.d.r. regione “corridoio-dorsale” a prevalenza musulmana tra Serbia, Montenegro, Kosovo e Bosnia). Il secondo ramo, sui servizi sociali, è invece presente soltanto a Kragujevac. L’accordo nasce al livello nazionale, con il Ministero degli Affari Sociali. In ex Jugoslavia l’esperienza della “de-istituzionalizzazione” dei servizi sociali è qualcosa di nuovo. Ai tempi del socialismo c’erano orfanotrofi e scuole speciali per portatori di handicap, tendenzialmente separati dalla società civile.

N.E.: Cosa significa “deistituzionalizzare” in Serbia?

M.S.: Il progetto per gli anziani in Serbiaè forse quello più ambizioso. In questo paese mancano i reparti geriatrici. La prima cosa è quella di integrare servizi sociali e sanitari, quindi si punta a deistituzionmalizzare.L’intento è quello di tenere l’anziano a cas, organizzando un’assistenza domiciliare con assistenti sociali, assistenti di base, medici, infermieri, fisioterapisti etc., anche per arginare una tendenza ai tagli nella sanità, che si prevede sempre più forte. Una donazione dell’AUSER ha consentito l’apertura di un circolo di anziani volontari per gli anziani. Adesso si dovrebbero realizzare dei gemellaggi che, dopo la formazione dei volontari, consentano uno scambio permanente delle esperienze. 16 persone di scolarità medio bassa sono state formate come operatori di base, a metà tra il sociale e il sanitario. La difficoltà di gestire una rete di servizi con un poliambulatorio, un centro di lavoro sociale, un ospedale e un centro gerontologico, consiste nel fatto l’anziano può esser dimesso anche in tempi più brevi e in tutta sicurezza, se il servizio a domicilio funziona, ma tutto questo richiede una forte solidarietà e comunicazione tra le parti.
Il problema, tuttavia, è anche connesso al nostro ministero degli affari esteri, che ha tagliato i fondi.

N.E.: Attraverso una serie di interviste ai protagonisti del progetto sui sindacati, abbiamo cercato di individuare le problematiche nei rapporti politici. Stando alla tua esperienza a Kragujevac, quali sono i punti di forza in questa nuova fase di evoluzione dei sindacati in Serbia?

M.S.: Innanzi tutto si stanno concentrando le risorse per rafforzare i sindacati a livello decentrato, sulla base delle indicazioni dei partners sindacali. Nezavisnost è l’unico sindacato che ha goduto di un forte aiuto internazionale, ma l’organizzzione è rimasta molto centralizzata. Solo adesso i sindacati stanno assumendo un figura giuridica autonoma a livello regionale. Per esempio, solo di recente si è determinata la possibilità di avere un proprio conto corrente staccato da Belgrado, dove ricevere le donazioni in denaro. Questo cambia i criteri di gestione.
In secondo luogo, è positiva questa nuova tendenza a costruire dialogo sociale e concertazione, nonostante ci siano freni non indifferenti. Infatti, Nezavisnost è partner strategico, mentre Samostalni è la prima volta che vive un’esperienza “dialettica”. D’altro canto ASNS è un sindacato schiacciato su posizioni filogovernative. L’unità sindacale è e rimane l’obiettivo.

N.E.: Come vedi le riforme legislative in corso in materia di lavoro?

M.S.: Il governo ha presentato vari progetti di legge, sulla regolamentazione delle organizzazioni sindacali, sui conflitti di lavoro e sul diritto di sciopero. C’è un confronto con le parti sociali che i sindacati temono sia solo formale. Inoltre il ministro del lavoro è l’ex segretario di ASNS. Nezavisnost ha chiesto una consultazione alla CGIL sui progetti di legge. Per esempio, il diritto di sciopero viene fortemente limitato, alzando a livelli parossistici la soglia del “servizio minimo da garantire”.

N.E.: La costruzione di centri per l’orientamento al lavoro è un’eredità dell’esperienza italiana. E’ evidente che, pur nelle diversità tra i due paesi, il vecchio sistema degli uffici statali di collocamento non è più in grado di rispondere alle attuali esigenze di lavoratoiri e imprese. Alla luce delle attuali relazioni tese tra sindacati, qual è la situazione all’interno di questi nuovi centri?

M.S.: I finanziamenti sono elevati, perché alla fonte c’è UNOPS “città-città” e il comune di Roma che appoggiano CGIL-ISI. Il “Centro di orientamento” è di prossima apertura. I contrasti tra sindacati, tuttavia, sono presenti fin dal’inizio, per cui è impossibile una gestione confederata. Il “Centro Diritti” ha aperto a Kragujevac nell’agosto del 2002. Comunque, l’11 settembre sono partiti 4 giovani per Roma, con l’obiettivo di partecipare a uno stage di 150 sul funzionamento dei centri di orientamento italiani. Anche qui si punta alla compilazione di un database sul mondo del lavoro, del tipo di quello del CID di Roma , che ha dato buoni risultati. La strumentazione sarà fornita da Roma e un informatico serbo andrà a studiare il funzionamento. I centri di orientamento saranno frutto di un coordinamento di quattro soggetti: municipio, con il vecchio ufficio di collocamento, sindacati, associazioni di imprenditori e agenzia per lo sviluppo delle piccole e medie imprese, che è finanziata dall’Unione Europea, ma tra breve diventerà indipendente.

N.E.: Come viene organizzata la formazione di queste nuove strutture?

M.S.: Il nostro progetto ha una buona dose di flessibilità, perché parte da fondi che noi abbiamao raccolto. C’è stata una fase esplorativa, dove abbiamo scoperto senza nemmeno troppo stupore, che i temi caldi sui quali si richiedeva formazione sono questioni come la privatizzazione, la ristrutturazione delle imprese, il dialogo sociale. Una nuova legge statale consente la nascita di consigli economico sociali tripartiti, ma i lavoratori vogliono avere un’idea più precisa di cosa sia il dialogo sociale e di come si possa svilupparlo. Ci sono stati dei corsi di formazione per fornire strumenti e conoscenze da impiegare nei progetti con i fondi europei. Certi risultati si vedono, già a partire dalla metodologia con la quale vengono costruite le proposte. Verso ottobre dovrebbe uscire un bando CARDS per lo sviluppo della democrazia. Sarà una buona occasione per i sindacati locali.

N.E.: Cosa significa fare assistenza legale nei “Centri Diritti”, in una situazione di ristrutturazione industriale molto difficile, con un modello neoliberista di precarizzazione del lavoro che va sempre più affermandosi su un’economia peraltro debole? Come state affrontando il tema spinoso del sommerso?

M.S.: Fin’ora abbiamo trattato 1500 casi in pochi mesi., tra singoli e collettivi. Privatizzazioni e fallimenti delle imprese comportano una massa di lavoratori in enorme difficoltà. Le entrate dei sindacati sono basse e l’assistenza legale non riesce a coprire tutta la domanda, che va dalla semplice consulenza alla rappresentanza in tirbunale. C’è un solo legale per ogni centro diritti. L’equipe è già ridotta all’osso. Nonostante siamo costretti a selezionare i casi (per esempio quando un lavoratore ha svariate mensilità di arretrati) si pone un problema di sostenibilità del progetto.
Vorremmo tenere aperti questi centri per almeno altri tre anni. Per il resto ormai abbiamo a che fare con persone che lavorano a “tempo determinato”, mentre il fenomeno del nero è ampiamente tollerato dalle autorità, nonostante i sindacati denuncino apertamente l’assenza dell’ispettorato del lavoro. Spesso ci troviamo noi stessi di fronte a lavoratori che preferiscono avere di più in nero.

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Data: 21-11-2003 Fonte: Notizie Est
Autore: Lorenzo Guglielmi





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