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La dinamica dell'attentato contro Djindjic
| Data: 13-03-2003 | | Fonte: "Vreme" |
| Autore: Autori vari |
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N.E. BALCANI #636 - SERBIA/MONTENEGRO
13 marzo 2003
LA DINAMICA DELL'ATTENTATO CONTRO DJINDJIC
(a cura dell'equipe di reporter e del centro di documentazione di "Vreme" [Belgrado], 13 marzo 2003)
La descrizione dei luoghi e della dinamica dell'attentato a Djindjic: il punto in cui è stato colpito era un "tiro a segno" a cielo aperto
[...] La BMW di servizio nella quale si trovava il premier è entrata nel cortile sul retro dell'edificio del governo serbo, fermandosi di fronte all'entrata era sorvegliata da tre guardie del corpo, due in direzione della Nemanjina stessa, una di fronte a essa. Il premier sedeva sul sedile posteriore, dietro all'autista, sul sedile anteriore c'erano le stampelle. Secondo quanto è stato riferito, gli spari venivano da armi automatiche di grosso calibro, probabilmente 12,7 millimetri. Si tratta di armi che possono maneggiare con efficacia solo persone addestrate. Secondo le prime informazioni gli spari provenivano da un edificio al numero 9 della via Nemanjina. Si tratta di un edificio che apparteneva all'Esercito jugoslavo e che nel corso dell'intervento NATO è stato così danneggiato da rimanere abbandonato. Successivamente è stato accertato che con ogni probabilità gli spari provenivano dall'edificio al numero 14 della via Admirala Geprata. Al primo piano di tale edificio, in un appartamento, la polizia ha trovato delle coperte. L'appartamento con ogni probabilità era stato preso in affitto. Si ritiene che l'attentatore abbia soggiornato più di 12 ore in tale appartamento. Tra tale edificio e il cortile del palazzo del governo serbo c'è un parco.
Non appena è stato colpito, il premier è stato gettato immediatamente sui sedili posteriori dell'auto dalle guardie del corpo e la vettura si è lanciata per la Nemanjina. Poco dopo sono circolate voci secondo cui sarebbero state arrestate due persone per l'attentato. Le ultime notizie dicono che sono stati fermati tre sospetti. Si presume che si tratti di "osservatori", cioè di persone che hanno fornito ai cecchini, tramite cellulare o altri strumenti, informazioni sui movimenti del premier. [...] L'edificio nella Nemanjina 9 è semidistrutto ed è facile per un cecchino nascondersi al suo interno. Un lato del cortile è protetto solo da una bassa recinzione, aperta verso la superficie verde che porta all'Istituto di Statistica e alla via Admirala Geprata dove, a giudicare da tutto, era possibile aprirsi una via per la fuga.
Mercoledì nelle ore successive all'attentato la polizia ha cominciato nel centro di Belgrado capillari controlli delle automobili e dei cittadini. L'aeroporto è stato chiuso. Secondo quanto osservato da nostri inviati, durante i controlli dei documenti e le perquisizioni dei cittadini, la polizia guardava soprattutto le sacche di grandi dimensioni. Sulla Terazije, verso le 13, sono stati fermati due ragazzi dei quali uno portava un normale zaino, mentre l'altro una sacca da viaggio: in tale occasione è stata perquisita solo la sacca, mentre i poliziotti non hanno nemmeno toccato lo zaino.
Quando Zoran Djindjic abitava ancora nella Studentski trg, nel centro di Belgrado, esperti di sicurezza tedeschi dopo avere effettuato un'ispezione degli edifici circostanti avevano stabilito che vi erano 36 punti dai quali era possibile fare un attentato senza essere catturati, nel momento in cui Djindjic entrava o usciva dall'edificio. Ciò ha spinto il premier a decidere di trasferirsi nel quartiere di Dedinje. Nessuno ha tenuto conto dell'alto rischio per la sicurezza presente intorno all'edificio del governo serbo o, almeno, l'opinione pubblica non ne è stata informata. Gli esperti di "Vreme" ritengono che si trattasse di un rischio identico a quello esistente nella Studentski Trg. Non si tratta solo dell'edificio abbandonato che si erge sopra il cortile dal quale i ministri entrano nell'edificio, ma anche del parco, del grande spazio esposto verso la via Admirala Geprata che di quel parking fa un vero e proprio tiro a segno.
E' impensabile che l'edificio (quello della Nemanjina 9, danneggiato durante i bombardamenti del 1999 e attualmente in fase di ricostruzione) dal quale a quanto pare un attentatore ha sparato non sia stato ispezionato e che le persone incaricate della sicurezza non abbiano fatto particolare attenzione all'unico edificio vicino a quello del governo nel quale non abitava nessuno. E' incomprensibile anche come in occasione dell'ultimo attentato al premier, la prima vettura della sua scorta (cioè la cosiddetta "apripista") fosse andata molto più avanti rispetto all'auto del premier. Grazie a ciò l'autista del camion guidato da Dejan Milenkovic Bagzi ha potuto senza problemi invadere la corsia e tagliare la strada alla vettura in cui si trovava Djindjic. In quel momento non c'era nemmeno la terza vettura, quella che dovrebbe viaggiare a fianco dell'auto del premier: si trovava invece dietro a quella di Djindjic. Ambienti vicini al governo affermano che il premier intendeva cambiare la sua scorta e includervi nuove persone.
Se è precisa la versione secondo cui si tratta di cecchini, la polizia dovrebbe sicuramente trovare l'arma con la quale si è sparato, se non altro perché si tratta di un'arma di grandi dimensioni, che sarebbe difficilissimo nascondere. E' strano comunque che nessuno dei servizi di sicurezza si trovasse, nei momenti in cui il premier entrava e usciva, nell'edificio i cui spazi "guardano" letteralmente sul parking del governo e da dove è facilissimo sparare. Un'altra versione, emersa nei primi momenti dopo l'omicidio, secondo cui al premier avrebbero sparato due attentatori a distanza ravvicinata, comporterebbe che i membri della scorto conoscevano gli attentatori oppure si sono completamente dimenticati del lavoro che devono svolgere.
A Djindjic, dopo l'incidente sull'autostrada, era stato consigliato di indossare un giubbotto antiproiettile, ma l'incidente alle gambe e la difficoltà nel camminare gli avevano dato un motivo per rifiutare questo tipo di difesa. In ogni caso, le indagini che verranno condotti devono dare una risposta alla domanda su come Zoran Djindjic sia stato difeso. [...] Va ricordato che funzionari del Ministero degli Interni avevano arrestato a Belgrado, il 27 ottobre 2002, Nikola Maljkovic, sospettato di avere ucciso il 10 luglio il generale di polizia Boska Buha. L'organizzatore e capo del gruppo di cui faceva parte Maljkovic è stato individuato nella persona di Zeljko Maksimovic Maka. Come aveva comunicato allora la BIA [servizi segreti] l'obiettivo del gruppo di Maksimovic era quello di "effettuare omicidi di rappresentanti di organi politici, statali e istituzionali, nonché di personaggi noti della vita pubblica. L'obiettivo di queste intenzioni è quello di destabilizzare il potere e causare caos nel paese al fine di creare un'atmosfera per l'esistenza della criminalità organizzata". L'uccisione di Zoran Djindjic, secondo tali informazioni, era l'obiettivo primo e più diretto di questo gruppo; in via ufficiosa si è affermato che nello stesso giorno in cui è stato catturato Maljkovic è stata arrestata anche un'altra persone che faceva parte della stretta cerchia del premier, sospettata di avere fornito informazioni sui movimenti, le conversazioni, gli incontri e le attività di Djindjic. Come sia successivamente andata avanti l'indagine non è dato saperlo, perché l'opinione pubblica non ne è stata informata.
[...]
Il premier Djindjic era stato avvisato più volte, nell'ultimo periodo che si stava preparando un attentato contro di lui. [...] Milorad Lukovic-Legija aveva scritto il 27 gennaio scorso una lettera aperta dai toni minacciosi, dopo l'esplosione che aveva fatto saltare in aria gli impianti di costruzione della azienda Difens road a Zemun Polje. L'opinione pubblica sapeva che prima del 5 ottobre 2000 Djindjic si era incontrato con Legija e aveva concluso con lui un "accordo tra gentiluomini" in base al quale le unità speciali delle polizia non sarebbero intervenute contro i dimostranti il 5 ottobre. Sebbene in un'intervista a "Vreme" avesse confermato che questo incontro con Legija si era effettivamente svolto, Djindjic successivamente ha negato il mito originato da tale incontro.
"In piena responsabilità affermo che ai preparativi per il 5 ottobre non ha partecipato nessuno dei servizi serbi di allora, né la Sicurezza di Stato (DB) né ex rappresentanti di tali servizi. Il 5 ottobre è stato merito solo e unicamente di coloro che hanno preso legalmente parte alle elezioni e dei cittadini che il 5 ottobre sono scesi nelle piazze. Ne consegue che non esiste alcun accordo in base al quale bisogna rendere favori o amnistiare qualcuno per atti criminali commessi".
Prima di andare all'Aia, Vojislav Seselj, presidente del Partito Radicale Serbo, ha annunciato con una lapidaria frase che dopo la sua partenza per l'Aia vi sarebbero stati sanguinosi regolamenti di conti.
| Data: 13-03-2003 | | Fonte: "Vreme" |
| Autore: Autori vari |
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