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Intervista ad Armando Cassanelli, coordinatore del progetto "Link"
| Data: 22-07-2003 | | Fonte: Notizie Est |
| Autore: Lorenzo Guglielmi |
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N.E. BALCANI #685 - BOSNIA-ERZEGOVINA
22 luglio 2003
INTERVISTA AD ARMANDO CASSANELLI, COORDINATORE DEL PROGETTO “LINK”
di Lorenzo Guglielmi, da Mostar
Le incognite nella creazione della prima associazione di imprese che riunisce entrambe le realtà economiche dell’unica città europea divisa tra est e ovest, tra musulmani e cattolici
UNA BREVE PREMESSA SULLA SITUAZIONE GENERALE DELLA BIH,
( 2 luglio, 2003) Quando si parla di economia in Bosnia-Erzegovina, diventa molto difficile trattare i dati a disposizione. A partire dalla più semplice analisi descrittiva, le tabelle statistiche ufficiali si rivelano imprecise e spesso prive di fonti. Basti pensare che i dati primari sulla popolazione risalgono ancora all’ultimo censimento del ’91, a ridosso di una guerra che ha causato migliaia di morti, profughi, emigrati e spostamenti di popolazione, con stravolgimento della suddivisione di un territorio violentemente riorganizzato in aree etnicamente più omogenee. L’economia ne è uscita in ginocchio. Dal 1992 al 1995 ogni tipo di produzione si è fermata. Nel periodo immediatamente successivo agli accordi di Dayton il PIL non superava il 25% del livello prebellico. Viaggiando per la Bosnia è visibile la cura del paesaggio rurale, in netto contrasto con le rovine della guerra: per motivi di sussistenza c’è stato un fenomeno di riflusso dalle città alle campagne. Questo è ancor più grave alla luce di una situazione infrastrutturale che fino al 1991 si caratterizzava per un discreto livello di sviluppo, specialmente nel settore agroalimentare, nell’industria pesante e in quella chimica.
Il sistema statale uscito dagli Accordi di Dayton possiede una “specificità” - volendo usare un aggettivo neutro – assolutamente unica in Europa. Il paese è costituito da due entità sub-statuali, la Federazione di Bosnia-Erzegovina, che raggruppa l’etnia croata e quella bosniaco-musulmana, e la Repubblica Srpska, che riunisce l’etnia serba. La prima è divisa in dieci cantoni con forte autonomia, mentre la seconda è organizzata in regioni. Il risultato è una debole struttura “confederata” che presenta due alfabeti, due eserciti e due polizie, tre prassi legali più o meno distinte (nel senso che la stessa Federazione croato musulmana è tutt’altro che compatta), tre sistemi di telecomunicazione spesso mal integrati e un mercato che patisce tutta questa divisione.
Nel dopoguerra l’edilizia per la ricostruzione e il commercio hanno vissuto il periodo di boom, trainando l’economia a tassi di crescita stimati attorno al 20%. I più alti al mondo, ma non c’è da stupirsi, quando un sistema deve ripartire da sottozero. Fino a quando la Repubblica Srpska non ha iniziato a collaborare con le istituzioni internazionali, lo sviluppo in Bosnia ha avuto due velocità, specialmente nella crescita dei salari che risultano tutt’ora di circa un terzo superiori nella Federazione croato-musulmana. I tassi di disoccupazione s’aggirano attorno al 40% nella Federazione di Bosnia-Erzegovina e al 36% in Repubblica Srpska. Questi dati vanno letti con consapevolezza per la forte approssimazione: su poco meno di 4 milioni di abitanti (registrati nel 1991!) , adesso la Bosnia ha 282.473 disoccupati nell’ultima statistica del 2002. Soltanto nel Cantone Erzegovina-Neretva, cioè nell’area di Mostar, ne sono registrati 22.304. Negli ultimi anni la crescita economica è fortemente rallentata. Gli ultimi reports ufficiali parlano di un 3,3% inferiore al 6% pianificato per poter tornare al livello di reddito del 1991. Il 2003 è pronosticato come l’anno dello slancio economico verso il futuro. Entro la fine dell’anno dovrebbero essere privatizzate le imprese statali della BiH, mentre una nuova normativa sugli investimenti stranieri renderà meno oneroso investire in un paese che già considera fiscalmente il capitale estero alla pari di quello locale.
( fonti di riferimento: http://www.ice.it/estero2/sarajevo/default.htm , http://www.kfbih.com }
MOSTAR E IL PROGETTO LINK.
Se i dati sono finora poco confortanti e scarsamente attendibili, la situazione socio-politica è ancora più ingarbugliata e continua a fare da freno allo sviluppo economico. L’area di Mostar, per esempio, è dotata di grandi potenzialità, a partire dalle risorse idriche naturali. Eppure il livello municipale e microeconomico locali riflettono la frammentazione istituzionale dell’intero assetto della BiH, con in più la peculiarità di una città dotata di 6 municipalità con un Comune centrale, ma rimasta divisa dalla guerra tra due zone, amministrativamente e culturalmente non comunicanti: la comunità croato cattolica di Mostar ovest e quella bosniaco-musulmana di Mostar est. Organizzare un’attività di impresa dotata di una visione di insieme per l’intera area e capace di spingere alla collaborazione i soggetti economici di entrambe le comunità, è un compito difficile ma di importanza vitale per lo sviluppo futuro. Il Centro Servizi “Link” è nato nell’ambito del progetto dell’O.N.G. italiana COSPE per sostenere lo sviluppo e la creazione di imprese produttive e di servizio. L’intento è quello di associare cittadini e imprenditori privati del territorio di Mostar al di là dell’appartenenza etno-confessionale. Lo scopo comune è quindi l’attività di impresa. Link è un’organizzazione democratica, a base elettiva, che rappresenta tutte le imprese associate (aderenti per semplice e libera sottoscrizione) ed eroga loro servizi reali.
Noi di Notizie Est abbiamo intervistato Armando Cassanelli, il coordinatore del progetto del Cospe Firenze, per cercare di capire quali sono i punti di forza e di debolezza riscontrati in questo tipo di azione.
( Per ulteriori informazioni: cospe@mostar.ba e link.center@mostar.ba )
L’INTERVISTA
Notizie Est: In questo momento della tua vita lavori col C.o.s.p.e. di Firenze per lo sviluppo di “Link”, la rete associativa creata per il mondo delle imprese dell’area di Mostar. Il C.o.s.p.e. è una Organizzazione non Governativa del cosiddetto settore “no profit”. Qual è la tua esperienza di lavoro pregressa?
Armando Cassanelli: Diciamo che questa attività è coerente con il mio percorso professionale, ma questa è la prima esperienza di coordinamento all’interno di una struttura O.N.G.. Infatti alle spalle ho 18 anni di esperienza di lavoro nella Confederazione Nazionale Artigiani. Dal 1 ottobre 2002 al 1 ottobre 2003 starò in periodo di aspettativa a Modena e lavorerò a questo progetto a Mostar.
N.E.: Questo progetto di rete associativa di imprese come è stato concepito (mi riferisco a un breve profilo storico) e soprattutto - se è possibile sapere - con quali modalità di finanziamento?
A.C.: Il progetto è stato scritto nel 2000. Quindi, dopo tutto l’iter necessario, è partito nel luglio 2002 e durerà fino al 2005, anno di scadenza. Il 56% dei finanziamenti provengono dal Ministero degli Affari Esteri, mentre il resto è diviso tra Regione Toscana, vari donatori privati e due donatori istituzionali, cioè le due Confederazioni nazionali artigiani di Modena e Firenze.
N.E.: Quali sono stati a grandi linee gli sviluppi della realtà associativa di Link?
A.C.: Sotto il profilo istituzionale e partecipativo posso dire che c’è stata una crescita positiva.
Link era già presente sul territorio prima del 2002. Tuttavia era nata come associazione di persone fisiche, mentre nell’ultimo anno s’è trasformata in un’associazione di imprese e ha visto crescere i propri soci da 40 a 106.
N.E.: Mostar è una città divisa dalla guerra. Immagino sia difficile lavorare a qualsiasi progetto internazionale rivolto a promuovere la collaborazione tra le due entità nazionali. Su quale humus originario avete cercato di mettere radici?
A.C.: Se adesso la situazione è ancora globalmente negativa, in origine nel mondo economico era ancor peggio. Ci sono due associazioni imprenditoriali, ma sono esclusivamente formate su base etnica, cattolici da un lato e musulmani dall’altro. Rispondono a logiche fortemente lobbistiche e clientelari. Fanno pressione ognuna sul suo referente etnico-politico municipale, ma sono prive di una comune prospettiva di crescita. Stanno semplicemente a contarsi tra di loro. Non c’è una definizione di politica minima a favore delle imprese e dei rapporti con le istituzioni locali e internazionali.
N.E.: Questo vuol dire che voi come C.o.s.p.e. avete raggiunto l’obiettivo primario di creare una struttura etnicamente mista?
A.C.: Si, questo obiettivo è stato raggiunto. Il gruppo dirigente è formato in parti uguali di personale di entrambe le etnie. Il personale internoa Link, inoltre, è composto da 5 persone, più 4 consulenti esterni a contratto. Hai avuto modo forse di parlare a riguardo anche con Francesca, la tua collega stagista?
N.E.: Si, qualcosa Francesca mi ha accennato. Veniamo al ruolo economico associativo di Link a Mostar. Come opera Link? Cosa cerca di offrire in più rispetto alle altre associazioni nazionali di riferimento?
A.C.: I punti qualificanti del progetto sono tre. In primo luogo c’è un’associazione di imprenditori come prima realtà con interessi comuni. Se il trend di crescita continua a questi livelli, in tre anni si raggiungerà il livello di 250-300 soci. Le istituzioni locali e internazionali si stanno dimostrando aperte e fiduciose verso questa realtà. Siamo interlocutori riconosciuti. In secondo luogo, c’è un centro servizi da potenziare e sviluppare. E in terzo luogo, la politica del credito in sostegno agli investimenti.
N.E.: L’associazione mi sembra positivamente avviata. E’ la base di partenza, ma cosa puoi dirmi del centro servizi e delle politiche di credito alle imprese?
A.C.: Nelle politiche del credito le cose stanno per cambiare in positivo. Finora lo stato di grande precarietà dell’economia reale ha fatto si che le banche non concedessero crediti, per l’assenza di garanzie. E’ stato un circolo vizioso. Tutto veniva rimandato al settore specialistico della microfinanza, col quale noi abbiamo avuto a che fare. Tuttavia, questo imponeva tassi di interesse alle stelle, ben la di sopra dei normali istituti di credito. Questo non era certo un incentivo allo sviluppo economico dell’area, semmai è il modo migliore per strozzare un’economia che già stenta a ripartire. Ogni sei mesi a Mostar apre una banca nuova. Soprattutto aprono istituti internazionali: tedeschi, austriaci e croati. Ad esempio la Zagrebacka Banka, che è legata a Unicredito italiano. Ma il sistema bancario spesso riproduce localmente le stesse divisioni etiche della società civile. Ci sono quindi “corsie etniche” preferenziali per il credito, che non sono esplicitamente dichiarate nell’offerta ai clienti - perché non è legale discriminare le persone- ma che vengono esercitate di fatto. Comunque tra alcuni soggetti del sistema bancario e la nostra associazione ci sono trattative in corso per un nuovo tipo di convenzione sul credito, che probabilmente andrà in porto. Ci sono due istituti bancari importanti che sono interessati alla stipula della convenzione. Per motivi di riservatezza non posso comunicarti i nomi. Lo scopo di tale convenzione è quello di aiutare gli investitori nel campo imprenditoriale che non possono dare sufficienti garanzie, facendo si che l’associazione nostra si assuma parte del rischio rispetto al credito concesso dalla banca all’investitore. Una serie di istituti di credito italiani ci hanno assistito tecnicamente in questo progetto. Il progetto partiva dalla considerazione che la stragrande maggioranza dei nostri soggetti associati non aveva avuto mai problemi di insolvenza. Quindi basta con la delega alle società di microcredito, che verrà invece sostituita con la gestione diretta del debito da parte dell’associazione, ovviamente con assunzione di parte del rischio. Adesso abbiamo un fondo attorno ai 900.000 marchi, che basta per assumersi la responsabilità in questa nuova operazione di credito per un triennio circa. Sulla questione del centro servizi, invece, non mi sento di dirti che sono soddisfatto. Ci sono molte cose da rivalutare.
N.E.: Ecco, appunto, puoi spiegarmi nello specifico le funzioni che dovrebbe avere tale centro servizi e quali sono i problemi che avete incontrato?
A.C.: I servizi erogati sono molti e diversificati sotto diversi aspetti: la consulenza alle imprese per esempio, riguarda l’assistenza nella fase di preparazione e valutazione, l’assistenza nelle procedure amministrative e nella creazione del business plan. Quindi c’è la consulenza legale e contrattuale per la redazione dei contratti commerciali e di lavoro, la consulenza gestionale per tutti gli aspetti della contabilità aziendale: adempimenti fiscali, contributivi e buste paga, nonché la redazione e l’analisi dei bilanci. Inoltre un altro aspetto importante sono i corsi di formazione per manager e personale, compresa ovviamente l’informatica di base. Abbiamo già delle collane realizzate e disponibili. Altri servizi erogati sono inoltre la consulenza sul credito e sui rapporti internazionali, dove serve assistenza nella preventivazione delle offerte, nel contatto con i clienti e fornitori esteri attraverso l’accesso a banche dati e, infine, supporto di traduzione e interpretariato.
Stiamo cercando di analizzare il perché i servizi forniti sono stati venduti in misura inferiori alle previsioni. Ci sono ragioni etniche, politico-economiche e strettamente connesse alla grande fetta di attività in nero. E su questo aspetto i problemi sono in parte legislativi e in parte di controllo finanziario. Gli obblighi di contabilità sono inferiori che da noi. Il sistema contabile è disastroso e scarseggiano i controlli verso gli evasori fiscali, che tendono a crescere quanto più piccola e familiare è la struttura dell’impresa. Le imprese sopra un certo numero di dipendenti e con un buon giro di clientela tendono a volersi regolarizzare in misura maggiore. Era proprio sul tema dei servizi forniti dall’associazione che attendevamo una risposta più positiva, perché è questo l’aspetto che crea il vero valore aggiunto dell’associarsi. Io impresa X mi associo anche perché posso avere tutta una serie di vantaggi nei servizi erogati in favore della mia attività. Non voglio dire che l’aspetto di una politica comune con le istituzioni sia secondario, ma è senz’altro un processo pieno di complicazioni. Tanto più in Bosnia. Da sola questa funzione di rappresentanza non sostenere l’intera esistenza dell’associazione. Un problema essenziale è quello della costruzione di un rapporto di fiducia, che puoi immaginare quanto sia difficile in una città come questa. Di base, è necessario che il cliente si senta sicuro in un clima di riservatezza, quando viene a richiedere un servizio. Questa sede, come puoi vedere è “open space” : un soggetto che chiede una consulenza fiscale, per esempio, può non sentirsi assolutamente a suo agio. La nuova sede che abbiamo acquistato è meno da O.N.G. e più da ufficio commerciale. In questo senso è meglio. Prova a immaginarti a parlare delle tue magagne, magari di un problema fiscale o di insolvenza in uno spazio dove tutti origliano.
N.E.: Ieri sera con Dario Terzic si ironizzava su questi “soggetti multietnici da esposizione”, spesso alimentati da lauti finanziamenti internazionali, ma poveri di reale incisività. Cosa puoi dire tu riguardo all’associazione creata con Link?
A.C.: Non ne tesso le lodi, ma almeno a livello direttivo si discute e si decide insieme. Ieri, per esempio si sono riuniti musulmani e croati e hanno preso delle decisioni comuni. Non so quante realtà di questo tipo esistano nell’economia locale. Hanno deciso sulla nuova sede e sul pranzo sociale di inaugurazione. Siamo all’inizio.
N.E.: Quanti sono nel gruppo dirigente e quanto dura la carica?
A.C.:Nel gruppo dirigente sono sette, in carica per due anni, eletti da tutti i 106 attuali soci. In Link lavorano due ragazze croate e tre musulmane, mentre dei quattro consulenti esterni tre sono croati.
Uno di loro è proprio Dario Terzic, il giornalista corrispondente di Osservatorio Balcani.
N.E.: Parliamo un po’ di attività economiche. I dati statistici in tutta l’ex Jugoslavia vanno un po’ presi con le pinze. Sono spesso poco attendibili e privi di fonti di riferimento. Sul sito ufficiale del Governo si parla di 6.504 “business entities”-attività economiche registrate nel 2002, solo per il Cantone Erzegovese-Neretva di Mostar. Sul totale, 500 sono imprese edili. Sapendo poi come funziona il settore edile, chissà quanta manodopera nera assorbe in quel 40% e più di disoccupati. Non si trovano dati che ne descrivano le dimensioni, ma presumibilmente l’edilizia dovrebbe essere il secondo settore, stando alle tabelle. Qual è la situazione a Mostar? C’è un piano regolatore o qualcosa di simile?
A.C.: Sarebbe importante averlo, non solo nell’interesse pubblico ma anche nell’interesse del settore investimenti privati. L’assenza di un piano regolatore incentiva le attività in nero.
Tanto più nel boom della ricostruzione post-bellica. Inoltre sarebbe molto utile per noi avere le previsioni di espansione degli insediamenti sia abitativi che industriali. Per questo incontreremo le comunità politiche delle municipalità locali, ma non ci aspettiamo troppe risposte. Dobbiamo ancora approfondire.
N.E.: Quindi si torna sempre al problema del potere politico. Se la città è divisa in sorta di sei municipalità-feudo - tre a Mostar est e tre a Mostar Ovest - la comune amministrazione col sindaco a rotazione, che questa volta è croato, che ruolo svolge?
A.C.: Come ti ha spiegato ieri Dario Terzic, il ruolo è di formale e debole rappresentanza, perché la città è divisa in due parti, su tutto, perfino sui conti correnti. L’unica cosa delle sei municipalità recentemente caduta sotto un’amministrazione centralizzata è la nettezza urbana. Puoi immaginarti, allora la dispersione che c’è tra una quantità infinita di interlocutori politici. Il problema, a mio avviso, è che la divisione etnica si ripercuote anche nell’amministrazione centrale. Molti croati poi, sono arrabbiati con la capitale Sarajevo, ma la quantità di finanziamenti che arrivano da Sarajevo per il Cantone Neretva è ben inferiore rispetto all’ammontare dei soldi provenienti dalla Comunità Internazionale, che a Mostar piovono molto più che altrove e vengono gestiti direttamente dalle municipalità. La gestione dei finanziamenti, quindi, è molto più in mano alle singole municipalità, secondo un decentramento senza regole. Inoltre c’è un alto livello di corruzione ovunque. Basta pensare che di recente ci siamo trovati di fronte alla richiesta di un politico locale, che per parlare a un incontro chiedeva denaro, come fosse una pratica normale.
N.E.: Torniamo alla questione dell’organizzazione interna del lavoro. Ho l’impressione che troppo spesso nei progetti internazionali di cooperazione e sviluppo ci sia una sproporzione tra l’ambizione degli obiettivi e la breve durata degli incarichi. Tu hai vent’anni di esperienza di lavoro nel campo delle imprese ma mi hai confermato che, prima di arrivare a Mostar, di Bosnia sapevi molto poco. Adesso a ottobre scade il tuo mandato e tu te ne ritorni a casa. E’ vero che tu sei in aspettativa per tornare al tuo lavoro di prima, ma c’é una massa di lavoratori internazionali che si sposta velocemente da un progetto all’altro, da un paese all’altro. Il turn-over spesso molto alto forse incentiva uno spreco di cosiddette risorse umane. Con tutte le buone intenzioni che un individuo può avere, non credi che questo modo di lavorare sia controproducente?
A.C.: Io sono il secondo coordinatore alla Cospe e seguo il progetto redatto dal mio predecessore.
Logica vorrebbe che chi fa il progetto poi lo gestisse, più o meno direttamente. Invece no . La persona prima di me ha fatto le cose davvero bene, però io mi trovo a interpretare qualcosa che non ho ideato io. Non so che dirti riguardo la volatilità di tanti lavoratori internazionali. Comunque, a mio avviso, questi tipi di progetti non dovrebbero gestirli le O.N.G. no profit, perché non hanno il tipo di preparazione adatta. Vanno benissimo per questioni come il trafficking o i rifugiati, ma non per gestire direttamente un’associazione di imprese. L’ideale forse sarebbe essere affiancati nel lavoro da operatori che hanno una formazione umanistica, ma per mantenere una coerenza con gli obiettivi di un progetto sulle imprese non si può partire da una mentalità di lavoro da associazione socio-culturale. Io vengo da una cultura di sinistra e mi domando come realizzare forme di democrazia economica attraverso strumenti sociali come appunto l’associazione delle imprese. Però serve un certo tipo di mentalità in questo settore e di condivisione dei valori di impresa. Non so quanto il no profit possa gestire efficacemente progetti come questi.
| Data: 22-07-2003 | | Fonte: Notizie Est |
| Autore: Lorenzo Guglielmi |
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