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"Lo stallo tra Montenegro e Serbia"

Data: 08-02-2001 Fonte: "Danas", "Vreme"
Autore: Ivan Torov

NOTIZIE EST #397 - SERBIA/MONTENEGRO
8 febbraio 2001


LO STALLO TRA MONTENEGRO E SERBIA
di Ivan Torov - ("Danas", 3-4 febbraio 2001)


[Seguono più sotto brani da un articolo di "Vreme" sulla nomina ai vertici della polizia e dei servizi segreti serbi di personaggi coinvolti nei crimini compiuti in Kosovo]

Il nuovo premier serbo Zoran Djindjic ha forse pensato, subito dopo avere pronunciato il proprio giuramento nel Parlamento della Serbia, che in pratica non ci saranno ulteriori trattative tra Serbia e Montenegro? La sostanza del suo più recente messaggio a Milo Djukanovic si può riassumere in quanto segue: se voi in Montenegro siete disposti a rinunciare alla posizione che prevede l'esistenza di stati riconosciuti internazionalmente, potremo continuare le trattative su come integrarci. Se non siete disponibili non ci saranno trattative, potremo solo metterci d'accordo su come Serbia e Montenegro possono separarsi pacificamente. Non ci sono dunque passi indietro: Belgrado non rinuncia alla propria cosiddetta federazione minima e Podgorica da parte sua non rinuncia all'indipendenza e a un'eventuale unione con la Serbia. L'insuccesso dell'ultimo incontro a tre e dei colloqui tra Djukanovic, Djindjic e Kostunica ha in pratica legalizzato la creazione di una posizione di stallo nei rapporti statali serbo-montenegrini, sui quali tutti concordano che si trovano al loro livello più basso. Si è passati nei fatti alla fase di conferma e cementazione delle posizioni e quindi i discorsi sul proseguimento del dialogo diventano sempre meno convincenti. Non è comunque escluso che ci saranno alcuni contatti, forse anche ai massimi livelli, ma entrambe le parti fino alle elezioni di aprile continueranno a tacere rigorosamente, al fine di evitare di arrecare danno alle proprie piattaforme negoziali. In quanto politico pragmatico, il nuovo premier serbo, che in molte situazioni delicate o addirittura critiche ha insistito per ammortizzare e ammorbidire gli "slanci" eccessivamente solistici, e scarsissimamente riflessi da un punto di vista statuale, di Kostunica, questa volta ha abbandonato le maniere diplomatiche. Egli ha valutato che questo è il momento giusto per mettere di fronte al fatto compiuto l'opzione di Djukanovic: o questo, o quello! L'Unione Europea, il Consiglio d'Europa, Kofi Annan e la nuova amministrazione Bush hanno nel frattempo abbandonato la loro posizione "imparziale" nei confronti dell'indipendenza del Montenegro e sono passati nel campo dei suoi oppositori, dando il proprio sostegno al concetto di "Jugoslavia minima" di Kostunica. In tale modo l'incertezza riguardo al futuro delle trattative tra Serbia e Montenegro è stata quasi rimossa e lo stesso atto di una comunicazione orientata alle trattative è stato in pratica svuotato di senso. Invece di un proseguimento del dialogo, anche solo preliminare, da Belgrado è stata avviata una campagna decisamente ossessiva, è stata mobilitata l'oligarchia ecclesiastica, dopo una lunga pausa è stata attivata l'ala nazionale "preoccupata" dell'Accademia delle scienze e delle arti, la ramificata lobby montenegrina in Serbia ha messo in moto un meccanismo di influenze (e di mercanteggiamento)... Il tutto con l'intenzione di non consentire che le autorità ufficiali di Podgorica influiscano in maniera decisiva sul futuro corso degli sviluppi, ma anche affinché la realtà montenegrina si complichi nella massima misura possibile prima della messa in atto di mosse decisive.

UNA SORPRESA PER DJUKANOVIC
Non vi sono dubbi che il radicale cambiamento della posizione della comunità internazionale nei confronti delle aspirazioni montenegrine a un'indipendenza statale abbia meravigliato, se non addirittura scosso, le fila del gruppo di governo di Djukanovic. Forse in una certa misura ha addirittura spaventato quest'ultimo, ma non lo ha fatto vacillare (cosa che la Belgrado ufficiale desiderava e si attendeva) nell'insistere affinché prosegua il cammino già avviato per il riconoscimento internazionale di un'indipendenza statale del Montenegro nei fatti già ottenuta. Il vertice statale della repubblica insiste in questi giorni per ammortizzare e relativizzare l'influenza dell'inatteso cambiamento di posizione della comunità internazionale (il viaggio di Djukanovic in America servirà certamente a questo [come abbiamo già visto, Djukanovic è stato l'unico, tra i capi di stato e i leader politici della regione, a non essere stato ricevuto da Powell, e questo in maniera ostentata - N.d.T.]), ribadisce la disponibilità a continuare i negoziati con Belgrado e allo stesso tempo effettua mosse che a tutti, perfino agli oppositori politici, sembrano ragionevoli e opportune. Sono state indette elezioni parlamentari anticipate per il 22 aprile, è stata raggiunta una sorta di consenso tra i principali partiti politici e se l'eventuale coalizione del blocco montenegrino (DSP, SDP, LSCG e forse anche il partito degli albanesi locali), come si prevede, riuscirà ad avere la meglio in occasione delle elezioni, il referendum sul futuro status statuale del Montenegro sarà inevitabile (con ogni probabilità si svolgerà a giugno).

LE PREOCCUPAZIONI DELLA DOS
Nonostante i calcoli di alcuni circoli politici e governativi di Belgrado, secondo cui indicendo elezioni anticipate Djukanovic è entrato in una zona a rischio altissimo, sembra che tale posizione rifletta più che altro i loro desideri che nel frattempo le tensioni politiche (le divisioni riguardo a svariati aspetti) in Montenegro si complichino più di quanto corrisponda alla realtà dei fatti. Per quanto ciò in questo momento possa sembrare paradossale (vista l'assenza di un sostegno internazionale), Djukanovic si trova ancora in una certa misura in posizione di vantaggio. Forse non grande, né decisivo, ma pur sempre vantaggio. Poiché il delineamento dell'indipendenza statale montenegrina è andato tanto avanti quando ancora governava Milosevic, e ogni ritorno alla situazione passata, precedente (che a Belgrado sarebbe gradito) sarebbe sia per Djukanovic sia per lo stesso Montenegro un grande rischio, il presidente montenegrino ha optato per le elezioni anticipate come test serio e democratico dopo il quale saprà quale sarà il suo futuro: se la sua idea di un Montenegro indipendente ha messo radici, oppure se, al contrario, dovrà uscire dalla scena governativa. Ci sono alcune altre circostanze che continuano a essere a suo favore. La Serbia, anche senza volerlo, nei prossimi mesi sarà occupatissima con l'allarmante situazione nel sud della Serbia, con l'avvicinarsi delle elezioni generali in Kosovo e con le pressioni sempre più forti provenienti da tutto il mondo affinché Slobodan Milosevic e gli altri sospettati di crimini di guerra vengano consegnati all'Aja. Se a tutto questo si aggiungono le disperate condizioni economiche e sociali nello stato, la minaccia di scioperi e di disordini a sfondo sociale, nonché il pericolo reale che a causa dell'inasprirsi dei rapporti tra Kostunica e il Tribunale dell'Aja gli aiuti finanziari promessi vengano rimandati a data da definirsi, non è reale attendersi che l'attenzione delle autorità della DOS nella federazione e in Serbia si concentri più di tanto su Podgorica. Potrebbe accadere, nei fatti, che il "problema Montenegro" venga lasciato al premier federale Zoran Zizic (sul quale quest'ultimo sta lavorando assiduamente), alla preoccupata élite nazionale serbo-montenegrina in Serbia, alla chiesa e, in particolare, ai media di regime "liberati" di Belgrado. Non è da sottovalutare nemmeno la valutazione degli esperti di politica di Podgorica secondo cui un eccessivo influsso delle sfere di "interesse" di Belgrado potrebbe causare divisioni anche all'interno della DOS, nella quale alcuni settori non nascondono la propria avversione nei confronti dello stile e del modello delle pressioni esercitate sul Montenegro. Djukanovic conta anche sugli scontri già cominciati al vertice della propria opposizione. In primo luogo quelli nel Partito Socialista Popolare (SNP). L'abbandono del posto di leader da parte di Momir Bulatovic, secondo un'opinione generalizzata, è una conseguenza del tentativo di una trojka (P. Bulatovic - Zizic - Bozovic) di "ripulire" prima delle elezioni la biografia del proprio partito, cercando di darsi l'immagine di partito proeuropeo reformista e abbandonando l'ipoteca dell'incrollabile fedeltà a Slobodan Milosevic, protrattasi per anni. Rimane il grande punto di domanda su se sia possibile realizzare tutto ciò nel breve periodo di tempo che rimane fino alle elezioni e al referendum, con la "cacciata" di Momir Bulatovic e un congresso di partito, senza che allo stesso tempo le dispute ai vertici del SNP si trasformino in uno scisma programmatico e ideologico.

IL RICORDO DI BAKER
Se in aprile il presidente del Montenegro vincerà le elezioni insieme al SDP e al LSCG, egli potrà continuare a rafforzare la campagna per il referendum e a cercare di convincere i paesi sviluppati del fatto che egli desidera un "divorzio" pacifico dalla Serbia, vale a dire che non vi è da temere in alcun modo che l'indipendenza del Montenegro getti olio sul fuoco balcanico, come negli ultimi tempi affermano sempre più spesso Djindjic e Kostunica. Nei fatti, già ora alla Podgorica ufficiale giugnono rassicurazioni dalla comunità internazionale - a parte le nuove posizioni assunte - secondo cui quest'ultima non farà nulla per complicare ulteriormente la situazione e rispetterà la decisione dei cittadini espressa in un referendum. Allo stesso tempo ci si ricorda di un'esperienza analoga di una decina di anni fa, quando James Baker, a nome dell'amministrazione Bush (senior), aveva fatto di tutto a Belgrado per cercare di fare sì che i litigiosi capi delle ex repubbliche jugoslave salvassero la Federazione Socialista Jugoslava, mentre un po' di mesi dopo Washington aveva accettato la realtà riconoscendo la Slovenia e la Croazia. E' possibile che anche Colin Powell, il nuovo segretario di stato dell'amministrazione di Bush (junior), faccia qualcosa del genere, ma, come ritiene Daniel Server, ottimo conoscitore delle faccende locali, direttore dell'Iniziativa Balcanica presso l'Institute for Peace di Washington, l'Europa e l'America riconosceranno un Montenegro indipendente dopo un'eventuale tale decisione adottata con un referendum. Prima che ciò avvenga ci saranno sicuramente rimbrotti e verranno poste condizioni per gli aiuti finanziari, ma se tutto si svolgerà pacificamente e senza pesanti ripercussioni per i rapporti complessivi a livello balcanico, il ritorno del Montenegro alla posizione di stato indipendente (in associazione alla Serbia o senza di essa) non verrà probabilmente impedito. Nei fatti, molti dilemmi sono stati nel frattempo risolti. Il Montenegro andrà alle elezioni, e dal loro esito dipenderà se ci sarà un referendum e che esito avrà quest'ultimo. Belgrado, intanto, canta vecchi ritornelli rimprovevoli e paternalistici, sicura del fatto che i montenegrini si scotteranno da soli con la minestra e alla fine dovranno accettare cose che ora non passano loro nemmeno per la testa. Ora rimane solo la domanda: chi riuscirà a trattenere i nervi più a lungo? E chi stringerà più forte la mano a chi!

(titolo di "Notizie Est")


2) L'OMBRA DEL KOSOVO
di Dejan Anastasijevic - ("Vreme", 1 febbraio 2001)


[Sull'autenticità delle intercettazioni dei "servizi segreti occidentali" di cui si parla sotto il sottoscritto nutre forti dubbi. La loro autenticità o meno non altera comunque la sostanza di quanto viene scritto - A. Ferrario]

[...] Le persone nominate [ai vertici dei servizi segreti e della pubblica sicurezza] in questi giorni dal governo della Serbia [sono in grado di adempiere l'obiettivo di risanare i settori di loro competenza]?

Cominciamo dal generale-colonnello Sreten Lukic, il nuovo capo del Dipartimento della Pubblica Sicurezza. Nella sua biografia ufficiale è scritto che il generale Lukic è nato a Visegrad nel 1955, che fino a ora è stato a capo della Direzione per gli affari relativi ai paesi limitrofi, che prima di tale incarico "ha passato un certo tempo in Kosmet [Kosovo-Metohija]" e che "negli ambienti della polizia è noto per essere un appassionato di tiro a segno". Nelle note biografiche, tuttavia, non si scrive che Lukic dall'inizio del 1998 e fino alla fine della guerra con la NATO è stato capo del Comando del Ministero degli Interni per il Kosovo-Metohija e che in tale qualità ha coordinato tutte le forze speciali e regolari della polizia nel corso di tale periodo. Ciò significa che Lukic, in considerazione della sua funzione, è responsabile di tutto quello che è successo in tale periodo, ivi inclusi i massacri nella Drenica (i villaggi di Cirez, Likosane e Prekaz) nel marzo del 1998, così come i massacri di Senik e Poklek nell'estate dello stesso anno. Inoltre, Lukic ha avuto un ruolo chiave nelle persecuzioni di massa contro gli albanesi del Kosovo durante i bombardamenti della NATO e come minimo in alcune carneficine di massa nell'ambito di tale suo lavoro. Lukic per tutto questo periodo di tempo è stato in contatto diretto con l'allora vicepresidente del governo, Nikola Sainovic, il quale a sua volta prendeva ordini direttamente da Milosevic. Sia Milosevic sia Sainovic sono stati per tale motivo accusati dal Tribunale dell'Aja e in occasione dell'emissione dell'accusa il giudice Louise Arbour ha a più riprese menzionato anche il generale Lukic.

Nel gennaio 2000 il giornale "Washington Post" ha pubblicato, richiamandosi a fonti dei servizi occidentali, dettagli relativi a una conversazione telefonica tra Lukic e Sainovic. Il tema della conversazione era il massacro di Racak e dal testo si vede come i due si siano messi d'accordo per nascondere le tracce del massacro, o almeno per scaricarne le responsabilità su qualcun altro. La conversazione termina con la proposta di Sainovic a Lukic di riprendere quanto prima il controllo di Racak (dal quale la polizia intanto si era ritirata) e di impedire agli organi d'indagine internazionali di effettuare un'ispezione. Anche se il rapporto completo su quanto è effettivamente accaduto a Racak non è ancora accessibile al pubblico - il rapporto di Helena Ranta è secretato fino a quando non terminerà l'indagine del Tribunale - il generale Lukic dovrebbe saperne più di tutti sulla vicenda. In ogni caso, Milosevic ha apprezzato molto il suo lavoro in Kosovo: il 13 maggio dell'anno scorso lo ha promosso e lo ha decorato, e Lukic successivamente, in qualità di incaricato di Milosevic, ha distribuito medaglie e decorazioni agli altri membri del ministero degli interni che si sono distinti.

Ma non è tutto. Di Lukic si sospetta che sia stato indirettamente coinvolto nel caso di rapimento del viaggiatore di un treno a Strpce, per il quale a giudicare da ogni indizio è responsabile un suo lontano parente, Milan Lukic, capo di una formazione paramilitare di Visegrad. Sredoje Lukic, un altro suo lontano parente, è stato per anni capo della sicurezza di stato a Bajina Basta e di lui si sospetta che sia stato pesantemente coinvolto in una serie di crimini nella Bosnia orientale nella primavera e nell'estate del 1992.

Nemmeno le altre nomine lasciano spazio all'ottimismo. Il vice di Lukic sarà Goran Radosavljevic, il quale fino a poco tempo fa occupava il posto di capo dell'OGP (Gruppo operativo di pattugliamento), un'unità speciale che è stata anch'essa estremamente attiva nelle persecuzioni contro i civili in Kosovo e alla quale, tra le altre cose, viene attribuito il massacro nel villaggio di Cuska durante i bombardamenti della NATO, sul quale esistono documenti. Tra i potenziali vice del nuovo capo del Dipartimento della Sicurezza di Stato [i servizi segreti] Goran Petrovic vengono fatti i nomi di David Gajic, ex capo della Sicurezza di Stato in Kosovo, e Milutin Popivoda, amico intimo di Milorad Vucelic, il cui nome è collegato alle malversazioni compiute nel Marketing della RTS (televisione di stato serba) ai tempi in cui era un feudo di Vucelic.

La scelta di queste persone è in grave contraddizione con tutte le promesse che abbiamo sentito pronunciare dalla DOS negli ultimi mesi.


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Data: 08-02-2001 Fonte: "Danas", "Vreme"
Autore: Ivan Torov





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