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Come Osama ha dato pieno mandato a Simeon

Data: 15-09-2002 Fonte: "Sega"
Autore: Svetoslav Terziev

N.E. BALCANI #576 - BULGARIA
15 settembre 2002


COME OSAMA HA DATO PIENO MANDATO A SIMEON
di Svetoslav Terziev - ("Sega" [Sofia], 12 settembre 2002)

**Dopo l'11 settembre forse il mondo è cambiato, ma la Bulgaria continua a essere la stessa**

Un anno dopo gli attentati negli USA, i media, i politici e i politologi cantano in coro ininterrottamente lo stesso ritornello: il mondo oramai non è più lo stesso. Per quanto riguarda il resto del globo forse è vero, ma la Bulgaria continua a vivere nel suo mondo ed è sempre la stessa. Non solo, dopo gli attentati dell'11 settembre, la Bulgaria ha ricevuto il segnale più forte del fatto che può proseguire così almeno fino al 2004, cioè fino al termine del mandato dell'attuale governo, che l'opposizione, sia quella di sinistra che quella di destra, sarà costretta a puntellare nonostante le sue aspirazioni di conquistare il potere. Perché e come accadrà tutto questo? Ci sono due obiettivi strategici che spingono la variegata classe politica a unirsi in un unico mazzo di fiori: l'entrata nell'UE e nella NATO. Il ritornello euroatlantico è la scusa più efficace di fronte al popolo per giustificare il fatto che attualmente non si sta facendo nulla di importante per il miglioramento della sua situazione. Dobbiamo entrare quanto prima nell'UE e nella NATO, così scorreranno fiumi di investimenti. Fino a quando ciò non si realizzerà, dovremo pazientare. E' questa, riassumendo, la filosofia che garantisce una lunga vita ai nostri politici e che mantiene il popolo relativamente docile. L'UE e la NATO hanno preso il posto del radioso futuro del comunismo, che era sempre imminente, ma non arrivava mai. Proprio come ai tempi del socialismo la cosa più importante era la direzione presa, e non la meta finale, oggi quello che i politici cercano di inculcare nella testa della gente è che bisogna essere soddisfatti della strada giustamente scelta e stringere i denti. Poiché si ispira al principio "per il popolo il futuro e per i politici... il presente", il governo di Simeon Saksgoburggotski ha bisogno di trovare un lumicino nel tunnel della miseria. E lo ha trovato dopo gli attentati negli USA, quando Washington all'improvviso ha rivalutato la Bulgaria e le ha dato conforto, affermando che la avrebbe accettata nella NATO. Il grande obiettivo comune ha spinto la classe politica e i partiti a serrare le fila, siglando un tacito reciproco patto di non aggressione fino al summit NATO che si terrà a Praga in novembre. L'opposizione pensa che dopo di esso si potrà sentire più libera di lottare per il potere, ma sta sbagliando i suoi calcoli.

Durante la prima seduta del parlamento dopo le vacanze estive, la leader della SDS, Nadezda Mihajlova, ha minacciato: "chiederemo un voto di sfiducia, se a Praga la Bulgaria non verrà invitata a entrare nella NATO". E se verrà invitata, come è più probabile? Il 5 settembre "Sega" ha pubblicato un'intervista con il ministro degli esteri bulgaro Solomon Pasi, il quale ha spiegato perché dopo Praga il governo diventerà ancora più intoccabile: "Non dimentichiamo che a Praga potremo solo ricevere un invito, mentre l'accettazione nella NATO è un'altra, nuova procedura che, con l'aiuto di Dio, dovrebbe essere portata a termine nel corso del 2004. Questa procedura richiederà che noi mettiamo in atto un enorme lavoro di lobby. L'adesione della Bulgaria, infatti, deve essere ratificata singolarmente dal parlamento di ogni paese membro, ivi incluso il Senato americano". Chi non sa contare, che lo impari dal ministro-matematico. Il processo di ratifica da parte dei 19 paesi membri continuerà per almeno due anni e se vi sarà un esito negativo, l'opposizione potrà facilmente essere accusata di averne la colpa perché ha fatto vacillare il governo che era riuscito a ottenere l'invito. Chi mai rischierebbero di fare spegnere il lumicino della speranza, quando il popolo ormai si sta avvicinando alla meta? A meno che i "rossi" [così vengono definiti i socialisti - N.d.T.], che attualmente hanno il migliore rating nei sondaggi, non riescano a convincere Washington di essere diventati degli adepti ancora più ferventi della NATO di quanto non lo siano i "gialli" [come vengono definiti gli uomini del NDSV, il movimento del premier Simeon Saksgoburggotski - N.d.T.]. O a meno che il popolo non prenda il destino nelle proprie mani, senza attendere che se ne occupino i politici.

Qual è stato il ruolo di Osama in questo insieme di circostanze? Quando il mondo è stato colpito dalla shock per gli attentati dell'11 settembre, hanno cominciato a succedere cose inattese. George Bush, che era riuscito a malapena a superare il suo concorrente Al Gore alle presidenziali, oltretutto con un conteggio dei voti più che sospetto nello stato della Florida, dove è governatore suo fratello Jeff, all'improvviso si è trovato a essere il presidente americano dal rating più alto nella storia degli Stati Uniti, con il 90% di giudizi positivi. Colpito dalla tragedia, il popolo si è raccolto intorno al proprio leader ufficiale, indipendentemente dal fatto che prima lo amasse o meno. L'invisibile e onnipresente minaccia terroristica, impersonata da Osama bin Laden, ha fatto sì che anche gli stati si raccogliessero intorno all'unica superpotenza del mondo tramite la creazione di una coalizione antiterrorismo. Bush è diventato il leader mondiale riconosciuto da tutti, senza avere fatto nulla di importante nel corso del precedente primo anno del suo mandato. Nel caso di Bush è chiaro che la fortuna è arrivata grazie a bin Laden, ma che vantaggi ha portato quest'ultimo a Simeon? La Bulgaria ha aderito alla coalizione antiterroristica offrendo per l'ennesima volta i propri servigi agli americani. Questi ultimi hanno utilizzato il nostro territorio durante la loro guerra contro i talebani, decollando e atterrando nei nostri aeroporti e chiedendoci poi poi un battaglione di igienisti per i bisogni di "toilette" dei loro contingenti nell'Afghanistan povero d'acqua - con ciò si sono esauriti i nostri impegni di alleati. Abbiamo ricevuto lodi e dichiarazioni di gratitudine, ma quando il discorso cadeva sulla NATO, nessuno menzionava più dei soliti 4-5 paesi come candidati all'imminente allargamento dell'alleanza a Praga.

Così è stato fino alla fine di marzo di quest'anno, quando il ministro degli esteri Solomon Pasi ha annunciato da Bucarest la lieta novella: gli USA all'improvviso avevano cambiato la propria posizione ed erano ormai disponibili ad accettare un "grande allargamento" della NATO. L'inversione di rotta è stata tanto improvvisa, che Pasi non è riuscito a nascondere la propria meraviglia. Evidentemente era successo qualcosa di estraneo alla Bulgaria per cui perfino il grande estimatore di buone notizie Solomon Pasi non ha osato attribuirsi dei meriti. "Per me la novità più grande è stata quella dell'appoggio che i leader dei democratici e dei repubblicani in Senato hanno dato all'allargamento", ha commentato Pasi il 26 marzo, durante l'incontro con il gruppo di Vilnius a Bucarest. E' in quella sede che è venuto a conoscenza della lettera inviata il 20 marzo al premier romeno Adrian Nastase, nella quale i senatori Tom Dashiell e Trent Lot hanno dichiarato che l'ipotesi di un allargamento massimo del patto aveva l'appoggio di entrambi i grandi partiti americani. I due si sono pronunciati in tale lettera a favore di un "solido allargamento" dell'alleanza". E' la prima volta che si incontra un tale accento nella politica americana, ha sottolineato allora Pasi. Quest'ultimo ha indicato come secondo momento molto importante dell'incontro il discorso del vicesegretario di stato Richard Armitege, nel quale si sottolineava che l'imminente allargamento della NATO sarebbe stato il più massiccio. Durante l'incontro è stato posto un accento molto importante sulla collaborazione tra Bulgaria e Romania avviata nel corso degli ultimi mesi, ha osservato Pasi. Si potrebbe pensare che noi siamo entrati in gioco grazie alla Romania, ma i meriti vanno cercati altrove. La verità è venuta a galla molto presto.

La Bulgaria e la Romania stanno preparando le loro basi aeree e i loro porti: se gli USA desidereranno utilizzarli per gli attacchi contro l'Iraq sono entrambe disposte a soddisfare una tale richiesta, ha scritto già il 26 marzo l'autorevole giornale americano "Washington Post". In una corrispondenza da Bucarest il giornale si richiama a una dichiarazione di Solomon Pasi, il quale, rispondendo a una domanda relativa all'Iraq, aveva affermato che "la prossima volta che [gli USA] richiederanno appoggio, o avranno bisogno di appoggio, la Bulgaria sarà un ottimo alleato". Anche funzionari romeni hanno espresso una disponibilità analoga. Gli aeroporti bulgari e romeni verranno utilizzati in caso di attacchi contro l'Iraq, aveva scritto alcuni giorni prima la rivista militare "Jane's Defence". Sotto il titolo "La Bulgaria e la Romania acquisiscono una nuova importanza; La guerra rafforza le speranze dei due paesi di entrare nella NATO", il quotidiano "Washington Post", vicino ad ambienti ufficiali della Casa Bianca, ha scritto che la regione del Mar Nero, già utilizzata in occasione della guerra contro l'Afghanistan, potrebbe servire anche per un attacco contro l'Iraq. Le candidature di Bulgaria e Romania alla NATO stanno diventando molto serie, ritengono diplomatici degli USA, della NATO e dell'Europa Orientale interpellati dal giornale. Preso da un impeto di felicità per la possibile realizzazione del sogno di vedere il nostro paese nella NATO, Pasi si è trattenute a stento dallo sputare il rospo: la fortuna sta sorridendo alla Bulgaria a tutto scapito dell'Iraq. Tuttavia, il presidente del parlamento bulgaro, Ognjan Gerdzikov, non molto uso alla moderazione diplomatica, ha detto le cose a chiare lettere: "La Bulgaria adempierà rigorosamente i propri impegni internazionali se gli aerei americani desidereranno utilizzare le basi aeree in Bulgaria e Romania, in caso di un'eventuale campagna contro l'Iraq", ha dichiarato con decisione in un'intervista rilasciata all'agenzia romena Mediafax, quando gli si chiedeva di commentare le affermazioni della stampa occidentale che parlavano di una tale eventualità. Gerdzikov si era recato anch'egli a Bucarest per un incontro parlamentare di routine il 28 marzo, due giorni dopo Pasi e il premier Sakskoburggotski. A quanto pare, l'emozione dei primi due era stata tanto contagiosa, che Gerdzikov ha perso il controllo e ha suscitato scandalo con la sua sincerità. Quando ha cominciato a giustificarsi, affermando di non essere stato compreso correttamente, gli è corso in aiuto lo stesso Pasi, confermando le sue parole: "Il signor Gerdzikov è un deputato e non deve essere censurato. Fino a oggi ha dato prova di essere uno che sa quello che dice", è stato il commento del ministro degli esteri. La sensazione di imbarazzo comunque è rimasta e da allora nessun politico ha menzionato l'Iraq come un'eventuale vittima di un attacco americano-bulgaro. Tutti si sono limitati a dichiarare che finora non è stato chiesto alcun aiuto e che se verrà richiesto si vedrà. E' sorprendente che perfino la SDS, che ha sempre sventolato alto il vessillo della NATO, si è anch'essa dileguata e no si è sentita nemmeno una volta la sua voce a sostegno delle minacce di Bush di attaccare l'Iraq.

Alcuni mesi più tardi hanno cominciato a emergere pubblicamente alcuni fatti, che hanno completato il quadro della fortuna che inaspettatamente ha cominciato a sorriderci. Già nel novembre dell'anno scorso, dopo la fine dell'operazione in Afghanistan, il presidente George Bush aveva deciso di passare a una guerra contro l'Iraq. Aveva già assaporato il gusto della vittoria, come già suo padre Bush senior dopo la guerra del Golfo, quando quest'ultimo era riuscito a ottenere un rating positivo dell'89%. Il figlio aveva addirittura superato il padre e sentiva bisogno di andare oltre. Questa volta però non aveva un motivo evidente per attaccare l'Iraq e che gli permettesse di raccogliere nuovamente intorno a sé una coalizione internazionale. Gli USA si sono ritrovati soli come mai in passato. Solo la Gran Bretagna ha dato loro appoggio. Gli altri alleati più fedeli, Germania, Canada, Turchia, Arabia Saudita e molti altri, si sono tirati indietro. Né l'ONU, né la NATO, né l'Unione Europea hanno dato sostegno alla sua idea. Gli americani hanno ricevuto perfino il rifiuto di utilizzare per attacchi contro l'Iraq le basi alleate che da anni servono loro come trampolino di guerra verso la regione. Dopo che la Turchia ha detto di no, si è reso necessario trovare una piazza d'armi più a nord e i territori vicini più comodi sono risultati essere quelli di Bulgaria e Romania. Da quel momento hanno cominciato a risuonare i sentimenti di gratitudine di Washington nei confronti dell'amore fino ad allora non corrisposto dei due candidati balcanici alla NATO. Questi ultimi hanno allora cominciato a credere che solo gli Stati Uniti avrebbero potuto garantire loro l'entrata nell'alleanza e hanno cominciato a dare prova di un'obbedienza assoluta, cosa che li ha messi sotto cattiva luce agli occhi degli altri membri della NATO. Per soddisfare gli USA, la Bulgaria ha evitato il 30 giugno di appoggiare nel Consiglio di sicurezza la propria stessa risoluzione per il proseguimento della missione di pace in Kosovo. Il motivo era la disputa in corso tra Europa e USA in relazione al Tribunale penale internazionale, del quale la Bulgaria è tra i fondatori e per il quale tuttavia non potevamo sacrificare la nostra nuova vicinanza agli Stati Uniti. Un mese dopo, il 5 agosto, la Bulgaria ha preso una posizione diversa dall'UE e dal mondo arabo, decidendo di non appoggiare la risoluzione per il ritiro di Israele dai territori occupati. Il motivo era ancora una volta lo stesso - gli USA erano contrari. La Romania non è stata da meno. Ci ha addirittura sorpassati nella sua servilità, firmando prima tra tutti un accordo con Washington per la concessione dell'immunità ai cittadini americani di fronte al nuovo tribunale dell'ONU. Gli sforzi dei due paesi hanno ricevuto nuovo impulso. Il 4 settembre il presidente romeno Ion Iliescu si è vantato del fatto che il segretario di stato americano Colin Powell, con il quale si era incontrato a Johannesburg nel corso del summit per la Terra, gli aveva confermato di attendersi un risultato positivo a Praga in novembre. Iliescu ha dichiarato che gli USA e il presidente Bush si stanno orientando con decisione verso l'idea di un massiccio allargamento della NATO, che includerà la Romania e la Bulgaria. Una settimana dopo, il 10 settembre, il presidente bulgaro Georgi Parvanov si è sentito dire da Colin Powell più o meno lo stesso: la NATO si allargherà "dal Baltico al Mar Nero". Le prospettive di un'accettazione nella NATO si sono fatte più rosee, ma in compenso quelle per l'entrata nell'UE ne hanno risentito, da quando la Bulgaria e la Romania hanno dimostrato la loro tendenza a non unirsi alla politica comune europea quando devono scegliere tra Europa e USA. In occasione del summit di Elsinor svoltosi all'inizio di settembre, i premier dei 15 hanno direttamente estromesso i due paesi dal loro ordine del giorno più immediato. Hanno deciso di punirli, rifiutandosi di comunicare loro in dicembre, quando si terrà l'incontro di Copenhagen, le scadenze (le cosiddette "carte stradali") per l'accettazione nell'UE, che Bulgaria e Romania desideravano così tanto. Se si tirano le somme, un anno dopo l'11 settembre, il risultato è che ci siamo avvicinati di più alla NATO, ma di meno all'UE. E che non daremo presto l'addio a Simeon Sakskoburggotski.

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Data: 15-09-2002 Fonte: "Sega"
Autore: Svetoslav Terziev





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