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I rischi di essere un piccolo fratello
| Data: 11-03-2003 | | Fonte: "Kapital", "Sega" |
| Autore: Autori vari |
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N.E. BALCANI #632 - BULGARIA
11 marzo 2003
I RISCHI DI ESSERE UN PICCOLO FRATELLO
I dubbi e le ironie di due testate bulgare sulla travolgente "love story militare" tra Sofia e Washington
[Concludiamo la serie di materiali sul nuovo "capitolo americano" della Bulgaria con due commenti, rispettivamente del settimanale "Kapital" (di tendenza liberal) e del quotidiano "Sega" (di tendenza socialdemocratica)]
ALLEARSI CON WASHINGTON CONVIENE DAVVERO?
(da "Kapital" [Sofia], 8-14 marzo 2003)
Nel suo ultimo numero, il settimanale bulgaro "Kapital" dedica un'intera sezione al tema dei rapporti tra Washington e Sofia alla luce della crisi irachena. Nell'articolo centrale, scritto da Ilin Stanev, si osserva come la settimana scorsa la Bulgaria, con la sua offerta di basi militari agli USA, sia entrata tra le "top news" di tutto il mondo: "Il fatto che la Bulgaria sia diventata una top news tuttavia è dovuto anche a una serie di coincidenze: la partecipazione di Sofia al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, la posizione geografica del paese come ponte verso il Medio Oriente e l'Asia Centrale, nonché la politica irachena di Washington, che ha bisogno assoluto di alleati. Proprio per questo la luce dei proiettori potrebbe spegnersi presto: entro un mese con ogni probabilità comincerà l'operazione contro l'Iraq, a fine anno scade il mandato della Bulgaria nel Consiglio di Sicurezza e nei prossimi mesi Sofia, volente o nolente, dovrà fare i conti soprattutto con l'UE. Tutto questo porta ad alcune domande. Quali sono i rischi a lungo termine che derivano dall'attuale esposizione del paese a livello di politica estera e come potranno essere ridotti al minimo nel futuro immediato? La seconda e forse più importante domanda è fino a che punto Sofia potrà sfruttare a proprio vantaggio i contraddittori successi ottenuti e se in ultimo la speranza di ricevere investimenti americani, di vedersi rimborsare parte del debito iracheno e aumentare l'interesse per le merci bulgare non si ridurranno a commenti ironici come quello pubblicato nei giorni scorsi dal 'Newsweek': 'Caspita, se per questi ragazzi Don Evans (il ministro americano del commercio - N.d.R.) è un forte segno di sostegno, saranno nostri amici per l'eternità'. Stanev individua come "il pericolo più immediato la richiesta da parte degli USA che la Bulgaria appoggi la nuova risoluzione in sede di Consiglio di Sicurezza, al fine di ottenere il semaforo verde per un'operazione contro l'Iraq". La Bulgaria a questo punto non ha una "terza" possibilità, cioè quella di astenersi, e quindi vi è il rischio che "i pesanti commenti formulati dal presidente francese rispetto alla Bulgaria diventino, in confronto a quello che gli sentiremo dire in futuro, semplicemente un'espressione di benevolenza. In un'intervista rilasciata la settimana scorsa all'emittente bTV, il ministro per le questioni europee, Meglena Kuneva, ha dichiarato che l'eventuale sostegno della Bulgaria a una risoluzione che autorizzi gli USA e i loro alleati ad attaccare l'Iraq potrebbe portare a un rallentamento delle trattative pre-adesione con l'UE". Kuneva, osserva "Kapital", ha rilasciato tale preoccupata dichiarazione di ritorno dalla Grecia, il paese che ha la presidenza di turno dell'Unione Europea. Il settimanale bulgaro dà più peso alle sue dichiarazioni, rispetto a quelle del ministro degli esteri italiano Frattini, il quale, durante una visita a Sofia, ha dichiarato che la posizione assunta dalla Bulgaria non inciderà sui rapporti con Bruxelles. L'UE non ha ancora approvato il bilancio per il periodo 2007-2013 e la Bulgaria, candidata all'adesione per il 2007, è stata messa in lista di attesa per molti capitoli importanti, in particolare quello relativo alle politiche agricole, un cui sviluppo negativo potrebbe avere conseguenze economiche molto pesanti per Sofia. "Sul lungo termine", scrive Stanev, "la crisi irachena intaccherà i rapporti tra USA ed Europa, indipendentemente dai commenti rassicuranti che verranno pubblicati. Allora sicuramente la Bulgaria dovrà fare una scelta e questa sceltà sarà necessariamente orientata all'UE. Tutte le promesse che Washington sta facendo in questi giorni, non hanno alcuna chanche di essere realizzate", a parte, forse, un'accelerazione del processo di adesione alla NATO. Quando si arriverà al momento decisivo, "si porrà la domanda di dove siano rimaste tutte le promesse di Washington, con la conseguenza di tutta una serie di delusioni e di scetticismo".
In un altro articolo dello speciale sui rapporti con gli USA, nel quale si mettono in dubbio le effettive intenzioni di Washington di dare sostegno economico alla Bulgaria, "Kapital" cita indirettamente anche l'Italia: "La società Entergy, che è il maggiore investitore americano in Bulgaria, ha venduto all'italiana Enel Produzione il proprio pacchetto di maggioranza nella società incaricata di realizzare il megaprogetto per la centrale termoelettrica Marica-Iztok 3. [...] Questa operazione è solo il primo passo per un pieno ritiro della Entergy dal nostro paese. Se un investitore di tali dimensioni abbandona completamente la Bulgaria, è difficile che altre aziende USA si sentano incoraggiate a investire nel nostro paese, per quanto l'amministrazione americana si sforzi di presentarci come un'economia di mercato che funziona". Anche sull'effettiva portata della proposta USA di trovare una soluzione per il rimborso del debito iracheno nei confronti di Sofia il settimanale bulgaro rimane scettico: è vero che grandi compagnie come la Mobil/Exxon e la Chevron/Texaco potrebbero prendersi carico di una tale operazione, ma attualmente il debito iracheno viene scambiato sul mercato a prezzi pari al 10-15% del valore nominale e in genere operazioni come quella che potrebbe essere messa in atto per il debito verso la Bulgaria riguardano solo la somma principale, e non comprendono gli interessi cumulati. L'entrata nelle casse di Sofia sarebbe quindi di gran lunga inferiore alla cifra prospettata di 1,7 mld di USD.
(titolo di "Notizie Est - Balcani"; sunto a cura di A. Ferrario)
3 MARZO: L'INIZIO DELLA "PRESENZA" AMERICANA IN BULGARIA
di Svetoslav Terziev - ("Sega" [Sofia], 3 marzo 2003)
Il 3 marzo potrebbe diventare una doppia festa nazionale bulgara, se il governo non smentirà se stesso. In questa data potremo festeggiare d'ora in poi non solo la fine della presenza ottomana in Bulgaria, ma anche l'inizio di quella americana. Oggi in tutto il mondo è il primo giorno lavorativo dopo il fine settimana e ci siamo svegliati con la notizia dello scioccante rifiuto di Ankara di acconsentire all'arrivo dei soldati americani sul suo territorio. Ankara ha promesso di riesaminare ancora una volta la decisione nei prossimi giorni, ma chi saprà aspettare fino ad allora? E' il momento giusto per dimostrare agli americani che non hanno nei Balcani un amico migliore della Bulgaria. Il governo bulgaro deve dichiarare subito la propria disponibilità a prendere il posto della Turchia come più fedele amico degli USA, invitando gli americani a fare del nostro paese una piazza d'armi per colpire l'Iraq da nord. Una reazione molto rapida è importante, perché abbiamo una forte concorrenza, nella fattispecie i romeni. Anche loro si sono fatti avanti per attirare la forza d'urto americana sul proprio territorio. Ma noi abbiamo dei vantaggi e dobbiamo sfruttarli: dopo tutto, siamo più vicini all'Iraq. Gli americani sono persone concrete e capiranno che la geografia della Bulgaria risulta loro più utile. E' sufficiente calcolare quando cherosene risparmieranno, se diminuiranno di 200-300 km la lunghezza del ponte aereo per l'attacco. Anche nella corsa a cronometro siamo meglio piazzati rispetto alla Turchia e alla Romania. A differenza di loro, il nostro governo già la settimana scorsa ha fatto capire che non verrà fermato da tormentate procedure parlamentari sull'apertura dei confini a truppe straniere.
Fortemente impressionati dalla gentilezza dimostrata dal presidente George Bush nell'accogliere due volte alla Casa Bianca in meno di un anno il nostro premier Simeon Sakskoburggotski, il ministro degli esteri Solomon Pasi e il suo collega della difesa Nikolaj Svinarov hanno invitato uno dopo l'altro gli americani ad aprire basi militari sul territorio bulgaro. Gentilezza per gentilezza. E perché mai avrebbero dovuto prima chiedere l'opinione del parlamento? Dopo tutto erano stati a Washington con il premier, e non con i deputati. E non ha importanza che gli americani non ci abbiano ancora nemmeno chiesto tali basi. L'importante è arrivare prima degli altri nell'elenco dei questuanti e quando arriverà il momento, si vedrà chi è primo nella fila. Abbiamo anche un terzo vantaggio rispetto agli altri. Il premier turco ha esitato fino all'ultimo momento non perché non lo allettassero i famosi 15 miliardi di dollari in aiuti e prestiti che gli americani avevano promesso alla Turchia, ma perché i turchi sono usciti in massa per le strade protenstando. Quando il 94% della popolazione dichiara di essere contro la guerra, i politici devono riflettere, prima di prendere delle decisioni. Anche da noi il popolo non vuole la guerra, ma non esce in strada a protestare. Oppressa dai problemi quotidiani, la gente si aggrappa ai vecchi motti del tipo: non sono in grado di risolvere i miei problemi, figurati se posso occuparmi di quelli mondiali. E aspetta che la tempesta passi. I governanti di Sofia sono davvero fortunati ad avere un popolo così mansueto. Ma anche il popolo deve essere contento dei suoi governanti, perché si prendono cura della sua sicurezza. Secondo l'ultima strategia militare, l'esercito bulgaro non dovrà avere più di 45.000 uomini, il che vuole dire che gli americani in armi saranno molti di più: 65.000 soldati aspettano nervosamente nel Mediterraneo e cercano un terreno adatto su cui sbarcare. E dove rimanere per tutto il tempo che riterranno necessario. Potranno andare e tornare, riposarsi e riprendersi, fino alla piena vittoria contro il terrorismo nel mondo. Perché non è solo l'Iraq la minaccia. Venerdì il ministro degli esteri Solomon Pasi ha dichiarato a chiare lettere che siamo esposti a pericoli provenienti da tutta l'Asia. Perché siamo diventati il confine tra l'Europa e l'Asia e gli americani ci sono necessari per difenderci. Il ministro non ha indicato nemmeno un paese asiatico con il quale siamo in rapporti conflittuali e che ci minacci, ma in fin dei conti ha ragione. Quando si diventa alleati degli USA, che si sono creati nemici in tutto il mondo, bisogna prepararsi alle conseguenze. Così la presenza militare americana nel nostro paese ci diventerà sempre più necessaria. Domani potrebbe saltare fuori che siamo in guerra con la Corea del Nord e, perché no, anche con il Vietnam, con il quale gli americani hanno vecchi conti da saldare.
| Data: 11-03-2003 | | Fonte: "Kapital", "Sega" |
| Autore: Autori vari |
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