|
|
 |
Un massacro nel cassetto
| Data: 21-08-2002 | | Fonte: "Herald" |
| Autore: Azmat Abbas |
|
N.E. BALCANI #574 - MACEDONIA
21 agosto 2002
Un massacro nel cassetto
di Azmat Abbas - ("Herald" [Lahore], giugno 2002)
[Secondo tutte le ricostruzioni indipendenti finora fatte, l'uccisione di sette cittadini stranieri avvenuta in Macedonia nel marzo scorso, e presentata dal governo di Skopje come un'azione contro terroristi legati ad al-Qaeda, non è stata altro che un massacro premeditato compiuto contro innocenti da parte degli uomini del ministro degli interni Boskovski. Tale massacro era evidentemente mirato a presentare il governo di Skopje come un paladino della "guerra mondiale contro il terrorismo", nonché a fare degli albanesi di Macedonia un obiettivo di tale guerra. Era l'ipotesi che avevamo dato come più probabile subito dopi i fatti (si vedano "Notizie Est" #537 dell'8 marzo e #548 del 9 maggio - si veda anche, per un profilo di Boskvoski, "Notizie Est" #461 del 4 agosto 2001) e che si è rivelata vera. Le inchieste del quotidiano greco "Eleftherotipia" e di quello statunitense "Wall Street Journal" avevano già documentato come le vittime fossero solo immigranti che vagavano per la Macedonia alla ricerca di un varco per passare in Grecia. L'articolo del mensile pachistano "Herald", che riportiamo qui sotto (corredato nell'originale da foto delle vittime e degli opuscoli rinvenuti su di loro), aggiunge ulteriori e precisi dettagli su questa vicenda. Come scriveva il quotidiano macedone "Utrinski Vesnik" il 18 giugno scorso, i diplomatici occidentali a Skopje sono consci di questi fatti, ma intendono (per ora) relegare il caso nel cassetto, al fine di non turbare gli equilibri politici a Skopje nell'imminenza delle elezioni parlamentari del 15 settembre prossimo. A nostro parere questo massacro viene tenuto "nell'ombra" per un altro, semplice motivo: è una dimostrazione imbarazzante di come la "lotta contro il terrorismo globale" venga utilizzata in maniera criminale per altri fini, squisitamente politici. L'articolo di "Herald" narra le storie di miseria e di ricerca di una vita migliore di questi sette giovani costretti a un'odissea come "clandestini" tra Iran, Turchia, Bulgaria e Macedonia, alla ricerca dell'eldorado greco: la stessa morte che hanno trovato in Macedonia per mano degli uomini di Boskovski, potevano in realtà trovarla anche per mano di qualche soldato di guardia a una frontiera. Il quadro complessivo che esce da tutta questa vicenda è davvero squallido: un boss criminale come Boskovksi che, con le sue bande paramilitari, si vedrà probabilmente garantire l'impunità grazie ai "timori" a ai "pudori" della cosiddetta comunità internazionale; la "guerra contro il terrorismo mondiale" che viene sempre più utilizzata, nei Balcani come altrove, per un salto di qualità nella gestione del potere con la violenza; il sistema del nuovo "muro" di Schengen che riduce la vita di sette giovani a qualcosa che non ha più un valore e che può essere stroncato brutalmente per cinici calcoli politici o, in alternativa, per rassicurare l'opinione pubblica sulla difesa dei confini dalla "invasione di orde di clandestini" - A. Ferrario]
Il 2 marzo scorso, sette uomini "che apparivano di origine medio-orientale" sono stati uccisi da colpi di fuoco sparati dalla polizia macedone nei pressi della capitale Skopje. Le autorità avevano allora descritto i morti come estremisti islamici che stavano tramando attacchi contro le ambasciate di Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania in Macedonia, un piccolo paese nell'Europa sud-orientale, che confina con Serbia, Bulgaria e Grecia.
Opuscoli ritrovati presso uno degli uomini morti sono stati presentati come prova dei collegamenti tra il gruppo e l'organizzazione al-Qaeda di Osama bin Laden. Funzionari del governo macedone hanno affermato, secondo quanto è stato riportato, che gli opuscoli in lingua araba contenevano i nomi di altri terroristi e le date di precedenti riunioni. Il governo ha anche reso pubbliche fotografie di armi e di bombe a mano che, secondo le autorità, erano state rinvenute presso i "terroristi". Osservatori indipendenti, tuttavia, hanno notato che le armi sembravano essere nuove di zecca, mentre le divise da combattimeno che secondo le autorità gli uomini indossavano, apparivano stirate e come nuove.
"Herald" è riuscito a ottenere copie degli opuscoli sequestrati. E' subito risultato evidente che gli scritti in questione erano costituiti da un invito tascabile a prendere parte a una "majlis-e-aza" (riunione religiosa sciita) a Gujranwala, pieno dei nomi degli organizzatori e degli oratori, da un verso del Corano e da una copia del "Nad-e-Ali", un documento che si può trovare praticamente in ogni casa sciita. Le dichiarazioni contraddittorie del ministro degli interni macedone Ljube Boskovski hanno anch'esse intaccato la credibilità della linea ufficiale. In una dichiarazione emessa poco dopo le uccisioni, il ministro sosteneva che gli uomini erano probabilmente dei cittadini pachistani che stavano pianificando attacchi contro le ambasciate di Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania a Skopje ed erano stati uccisi da una pattuglia della polizia. In un'altra dichiarazione, resa di fronte ai media locali, egli ha affermato che i sette uomini erano stati uccisi in uno scontro a fuoco mentre si preparavano a tendere un'imboscata a soldati del governo su una strada di campagnia fuori dalla capitale.
Gli uomini uccisi non portavano alcun documento che potesse aiutare a stabilirne l'identità. Tuttavia, l'indirizzo riportato nell'invito per la "majlis-e-aza" è riuscito a portare "Herald" fino alla famiglia di Bilal Ussain Kazmi, con residenza a Kot Shahhan, nel Gujranwala. Dopo poche settimane tutti gli uccisi sono stati identificati, mentre le loro famiglie sono state individuate con l'aiuto di fotografie e informazioni ottenute da pachistani che vivono in Grecia. Tre delle vittime provenivano dal sottodistretto di Kharian, due dal Mandi Bahuddin e uno dal Gujranwala. La settima è stata identificata come un sikh di origine indiana. Nessuno di loro era collegato a gruppi locali della jihad, e tantomeno ad al-Qaeda. L'unico loro crimine sembra essere stato quello di andare alla ricerca di una prosperità economica in Grecia, anche se illegalmente.
Gli identificati sono Syed Bilal Hussain Kazmi, di Kot Shahan Gujranwala, Riaz Ahmed del villaggio di Bhao Ghaseetpur nel Kharian, Mohammad Asif Javed del villaggio di Dillowana nel Mandi Bahauddin, Omar Farooq del villaggio di Dheerkay nel Kharian, Ejaz Ahmed del villaggio di Savyaan nel Mandi Bahauddin e Khalid Mahmood del villaggio di Bhao Ghaseetpur nel Kharian.
Il ventiseienne Bilal Kazmi, o Bilal Shah, come veniva chiamato, era il secondo di sei figli e due figlie nati da Azra Bibi e Syed Jafar Hussain Kazmi. A metà degli anni '90 Bilal e suo fratello maggiore, Dabir Hussain Kazmi, avevano messo su insieme un'unità per la produzione di cerchioni per automobili. Un anno dopo, nel 1997, scontri tra la locale comunità sciita e attivisti dell'ora disciolta organizzazione Sipah-e-Sahaba, hanno portato alla morte di due membri di quest'ultima. Bilal e due altre persone sono stati accusati di tali uccisioni e hanno passato quasi due anni in prigione.
Per pagare la difesa e, infine, per versare una compensazione alle famiglie dei due uomini morti, la famiglia di Bilal è stata costretta a vendere l'officina con tutti i suoi macchinari, cosè come il suo piccolo terreno agricolo. "Quando Bilal è stato rilasciato dalla prigione, la famiglia era in rovina", racconta Shaukat Hussain Kazmi, un parente della famiglia. E' stato in queste circostanze che Dabir ha lasciato il paese circa due anni fa. Dopo avere viaggiato attraverso l'Iran e la Turchia è giunto infine in Grecia, dove è riuscito a ottenere la residenza.
Il padre di Bilal, Jaffar Kazmi, che ora gestisce un negozio per la riparazione di orologi, ha raccontato a "Herald" che l'anno scorso anche suo figlio minore si è messo in cammino verso la Grecia. "Bilal si è recato in Iran con un visto regolare nel luglio del 2001 insieme a un cugino, Hasan Raza. Da lì avrebbero dovuto giungere in Grecia con l'aiuto di un agente", racconta Jaffar Kazmi. "Ma Hasan è tornato in Pakistan, mentre Bilal ha proseguito nel suo viaggio. L'ultima volta che ha chiamato a casa è stato circa cinque mesi fa, quando si trovava a Istanbul, in Turchia. Si prepararava a partire per la Grecia, ma successivamente Dabir ci ha informato in febbraio che Bilal era stato arrestato in Bulgaria".
Bilal, secondo la sua famiglia, era stato deportato dalla Turchia almeno tre volte. In un'occasione era stato abbandonato dal suo agente, un Sikh di nome Yoga Singh, vicino al confine tra Turchia e Bulgaria insieme ad altri 45 immigranti illegali. Ogni volta che Bilal riusciva a passare dall'Iran alla Turchia suo fratello Dabir doveva pagare 1.200 dollari al rappresentante dell'agente in Grecia.
Esiste un intero esercito di agenti, per la maggior parte provenienti dal Pakistan e dall'India, che è coinvolto nel contrabbando di carichi umani dall'Iran alla Turchia e infine alla Grecia, afferma Hasan Raza. "Il tragitto dipende dal pacchetto che si sceglie e che può costare tra gli 800 e i 1.500 dollari. La maggior parte della gente sceglie il pacchetto da 800 dollari e spesso trova la morte cercando di attraversare il confine senza corrompere i funzionari di frontiera. Il pacchetto da 1.500 dollari include documenti di viaggio falsi e bustarelle per i funzionari di frontiera. In tal modo la possibilità di essere uccisi diminuisce", spiega Raza.
La storia di Ejaz Ahmed, 22 anni, del villaggio di Savyaan nel Mandi Bahauddin, non è molto diversa. Secondo suo cugino Nazir Ahmed, Ejaz una volta è riuscito ad arrivare fino in Grecia, ma è stato arrestato e deportato in Turchia, da dove è stato mandato indietro in Iran e infine in Pakistan. Era il più giovane di cinque fratelli ed era un abile idraulico. L'unico motivo per cui ha lasciato il suo paese era quello di guadagnare dei dollari e migliorare la situazione finanziaria della sua famiglia", racconta Nazir Ahmed.
Ejaz è tornato in Pakistan nel luglio del 2001 dopo essere stato deportato dall'Iran. Nel giro di quattro mesi, tuttavia, si trovava di nuovo in Iran per cercare di trovare un agente che lo facesse arrivare illegalmente in Grecia attraverso la Turchia. Ejaz ha pagato 1.100 dollari per i servizi di un agente, Munir Ahmed, che gli ha promesso di portarlo in Turchia. Il figlio di Munir, Shabbir, lavorava a sua volta come agente in Turchia e ha richiesto altri 500 dollari per organizzare un arrivo sicuro di Ejaz in Grecia.
Nazir Ahmed afferma che la tariffa per fare passare illegalmente Ejaz dall'Iran alla Turchia è stata depositata presso la moglie di Munir, Irshad Begum, dalla famiglia di Ejaz a Mandi Bahauddin. La famiglia si è procurata tale somma vendendo oggetti di casa e contraendo prestiti presso parenti. Quando è stato contattato dalla famiglia di Ejaz in febbraio, l'agente in Turchia, Shabbir, ha detto che le autorità bulgare avevano arrestato Ejaz per ingresso illegale nel paese e che un tribunale lo aveva condannato a tre mesi di prigione. "Un mese dopo circa, gli ho telefonato nuovamente e Shabbir ha mentito affermando che Ejaz sarebbe stato liberato entro dieci giorni", racconta Nazir Ahmed. "Shabbir ha anche promesso che Ejaz avrebbe raggiunto la Grecia in modo sicuro". Né Munir Ahmed, né suo figlio e sua moglie hanno visitato la loro casa a Mandi Bahuddin dopo che la morte di Ejaz è venuta a conoscenza degli abitanti locali.
Altre due vittime, Khalid Mahmood e Riaz Ahmed, provenivano dal villaggio di Bhao Ghaseetpur nel Kharian. Mahmood era sposato e aveva tre figlie piccole, si guadagnava da vivere vendendo il latte delle sue mucche e guidando il trattore di un possidente terriero locale. Era partito per la Grecia circa otto mesi fa.
Ahmed Khan, un anziano del villaggio, ha raccontato a "Herald" che un certo numero di abitanti di Bhao Ghaseetput e di altri villaggi dell'area si erano trasferiti all'estero negli ultimi anni. Il miglioramento improvviso delle condizioni finanziarie delle famiglie di tali emigranti aveva spinto altri a seguire il loro esempio. Khalid Mahmood, racconta, non è stato mai coinvolto in alcuna attività criminale e non è stato l'unico uomo del villaggio a venire ucciso mentre cercava di raggiungere l'Europa. "Era il più giovane di due fratelli. Suo fratello maggiore vive in Kuwait", racconta con tristezza Ahmed Khan. "Ora che Khalid è morto non c'è più nessuno che si prenda cura dei suoi genitori anziani, della sua vedova e delle bambine rimaste orfane".
Riz Ahmed, figlio di Maher Din, abitava nel villaggio di Sargodha, ma lavorava a Bhao Ghaseetpur, dove si prendeva cura del bestiame di un'altra persona. Riaz Ahmed proveniva da una famiglia molto povera e lavorava per uno stipendio di 1.500 rupie al mese. "Sono sicuro che non avesse denaro, ma siamo stati felici di venire a sapere che aveva raggiunto l'Iran e si stava preparando a raggiungere la Grecia", aggiunge Ahmed Khan. "Era un bravo ragazzo, che lavorava duro e non aveva alcuna inclinazione criminale".
Ahmed Khan racconta che moltissime persone del suo villaggio e delle aree circostanti sono emigrate in paese occidentali e che la Grecia è stata una delle mete preferite. Le famiglie ipotecano i loro terreni e altri oggetti di valore per garantirsi i fondi necessari per il viaggio, che in alcuni casi si traduce in un colpo di fortuna, ma più spesso non fa altro che aumentare la loro miseria. Le famiglie di Khalid e Riaz ora sono venute a conoscenza della morte dei loro cari. Ma sono povere e analfabete e mancano anche delle energie e delle risorse per riportare a casa i loro corpi.
Mohammad Asif Javed, che abitava nel villaggio di Dillowana, nel Mandi Bahauddin, ha abbandonato il Pakistan circa sette mesi fa, prima di essere ucciso nel marzo di quest'anno. Suo cugino Abbas ha raccontato allo "Herald" che Javed aveva passato circa tre mesi in Iran e un altro mese ancora in Turchia prima di raggiungere la Bulgaria. Tuttavia il suo agente non è riuscito a farlo passare in Grecia e Asif è stato deportato in Turchia. "L'ultima cosa che sono venuto a sapere è che nella terza settimana di febbraio l'agente di Asif si stava preparando a farlo passare in Grecia, insieme ad altre persone, attraverso la Macedonia. Il viaggio attraverso la Macedonia è meno costoso [circa 600 dollari], ma bisogna camminare per giorni lungo un area montagnosa per raggiungere il confine greco", afferma Abbas.
La sesta vittima, Omar Farooq, viveva nel villaggio di Dheerkay, situato lungo le rive del fiume Chenab, nel distretto di Gujrat. Era il più grande di tre figli di Sabir Hussain, che lavorava in una fabbrica di mattoni. La notizia della morte di Omar è giunta solo un mese dopo quella della morte di suo fratello minore in un incidente stradale. Sabir Hussain è crollato in seguito alla morte dei suoi due figli e la famiglia ora dipende totalmente dall'aiuto degli abitanti del villaggio.
La settima vittima è stata identificata come Sham Singh, un Sikh di origine indiana. "Tutti gli uomini uccisi facevano parte del 'carico' di un certo Sibat Hussain Shah, che risiede in Grecia", racconta Dabir Hussain Kazmi, che ha contattato lo "Herald" dalla Grecia per telefono. Egli ha aggiunto che i principale contatti di tutti gli agenti in Iran, Turchia e Bulgaria erano Sibat Shah e i suoi fratelli, che provengono da un villaggio vicino a Mandi Bahauddin. "Yoga Singh, che accompagnava il 'carico' proveniente dalla Bulgaria, sapeva tutto del ragazzo sikh, ma non rivela la sua identità e il suo indirizzo", afferma Dabir Kazmi.
Dabir ha raccontato di avere saputo da Sibat Shah che Bilal e alcuni altri pachistani erano stati arrestati in Macedonia alcune settimane prima delle uccisioni. "Le autorità macedoni avevano arrestato due albanesi sequestrando loro delle armi. Due giorni dopo, Bilal e gli altri sono stati arrestati e le autorità macedoni si sono insospettite nei confronti di Bilal dopo avergli trovato addosso il "Nad-e-Ali" e i versi coranici. E' stata l'ultima notizia che ho avuto di lui".
L'uccisione di sette innocenti rappresenta il lato oscuro della guerra degli USA contro il terrorismo, nell'ambito della quale governi di altri paesi ora sembrano inventare minacce estremistiche nella speranza di conseguire obiettivi politici propri. Nel contesto di questo particolare caso, Christopher Cooper, del "Wall Street Journal", afferma che l'evento potrebbe costituire un tentativo di convincere l'Occidente che la minoranza albanese in Macedonia ha attratto elementi islamici esterni e minaccerebbe quindi la sicurezza della regione.
Le famiglie di Bilal Shah e di Ejaz Ahmed hanno fatto di tutto per richiamare l'attenzione del governo nel tentativo di riportare a casa le loro salme. Hanno contattato anche l'Ansar Burney Trus. "Abbiamo fornito i certificati di nascita e altri documenti del caso relativi alle vittime al console generale della Macedonia. Tuttavia non possiamo fare alcuna affermazione sicura su quando le salme ci verranno consegnate", sottolinea l'avvocato Abdul Qadir dell'Ansa Burney Trust.
"E' una vergogna", afferma Jafar Hussain Kazmi, "che il governo del Pakistan non condanni nemmeno l'uccisione di suoi cittadini e sembri completamente disinteressato a portarne a casa le salme". E' chiaro che la "guerra contro il terrorismo" è responsabile di più di una vittima innocente.
(titolo di "Notizie Est" - traduzione di A. Ferrario)
| Data: 21-08-2002 | | Fonte: "Herald" |
| Autore: Azmat Abbas |
|
|
 |

|
 |
 |
Copyright © 1997-2005 Notizie Est. Tutti i diritti riservati
|