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L'esodo dei giovani e il genocidio dei bosniaci

Data: 26-01-2004 Fonte: "Slobodna Bosna"
Autore: Nidzara Ahmetasevic

N.E. BALCANI #749 - BOSNIA-ERZEGOVINA
26 gennaio 2004


L’ESODO DEI GIOVANI E IL GENOCIDIO DEI BOSNIACI
di Nidzara Ahmetasevic - ("Slobodna Bosna" [Sarajevo], 15 gennaio 2004)

Il più grande “esodo di cervelli” degli ultimi tempi: la migliore generazione che la Bosnia abbia mai avuto se ne è andata dal paese. Il primitivismo delle élite politiche scoraggia il ritorno dei giovani nei paesi d’origine


[Nota: Quelli che riportiamo qui sotto sono solo i brani più significativi della lunga intervista a Janja Bec pubblicata sull’ultimo numero di "Slobodna Bosna". Janja Bec, insegnante di sociologia presso alcune università europee, ha pubblicato il libro “Arcipelago Atlantica”, nel quale presenta i risultati della sua ricerca ed espone i motivi che hanno provocato l’esodo di tante persone giovani dai paesi dell’ex Jugoslavia, soprattutto dalla Bosnia-Erzegovina, nel periodo della guerra. La professoressa Bec, nell’intervista per la rivista “Slobodna Bosna”, conclude che questo può essere considerato il più grande “esodo dei cervelli” (brain drain) in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale - j.k.]

“Arhipel Alantida” , il libro della prof. Bec, è il primo studio che indaga sui motivi che hanno spinto i giovani a lasciare i paesi dell’ex Jugoslavia. La professoressa Bec ha cominciato le sue ricerche nel 1994, sotto il patronato dell’Open Society Institute di New York. Il target principale dei suoi studi erano i giovani che dal 1991, scappando dalla guerra, hanno cominciato ad abbandonare i propri paesi. La maggior parte delle persone cha hanno partecipato alla ricerca è nata nel 1973-74. Si tratta prevalentemente di donne. Nel questionario che la professoressa Bec ha inviato loro via posta c’erano domande che si riferivano alla loro provenienza geografica, al luogo di nascita, alle modalità di abbandono dei loro domicili, alle condizioni di vita in cui vivono ora, alle difficoltà che incontrano, a quello che trovano piacevole, alle paure che hanno, alle speranze, ai ricordi, ai luoghi dove si sentono a casa, a quando e se ci torneranno. A parte gli importanti dati statistici, questo studio sociologico fa luce su una generazione che ha passato l’infanzia in uno stato di benessere, per poi maturare in una situazione di catastrofe assoluta provocata dalla guerra. In base alle sue ricerche Janja Bec conclude che questi giovani oggi vivono divisi tra due mondi.

Secondo il suoi dati la maggior parte dei giovani che hanno abbandonato l’ex Jugoslavia apparteneva in passato alla classe media. Parlando delle esperienze più importanti acquisite nel paese in cui si sono trasferiti e dove hanno studiato, gli intervistati mettono in genere in risalto l’approfondita conoscenza di una nuova lingua, il fatto di aver acquisito un’indipendenza, la tolleranza e la capacità di combattere per la propria esistenza. Nei paesi dove attualmente vivono ammirano in primo luogo il rispetto per il lavoro e per le conoscenze professionali, ma trovano fastidioso il fato che tutto venga misurato in denaro. Quando gli si chiede: “Dove é la tua casa?”, quasi il 40% risponde: “Sia qua che là!”. La maggior parte rimanda al futuro la decisione di un possibile ritorno definitivo nel paese d’origine. La prima volta che sono tornati in visita nel paese di provenienza è pesata loro l’apatia, l’assenza di prospettive e il nazionalismo riscontratovi.

Rispondendo a una domanda sulle caratteristiche del “brain drain” nei territori dell’ex Jugoslavia, la professoressa Bec si sofferma sui motivi che l’hanno spinta a dedicarsi a questo fenomeno: “Questo tema fa parte delle altre analisi che cercano di scoprire ciò che è avvenuto in questi luoghi di sofferenza. La mia prima ricerca si occupava dei crimini di guerra e del genocidio. Io, persona che proviene dal popolo serbo, mi sono dedicata a scoprire quello che il popolo serbo ha fatto ai bosniaci musulmani. Quindi, ho fatto ricerche sul genocidio. Per ora sono l’unica che insegna questi argomenti agli studenti di tutta questa area . Purtroppo sono diventata un’esperta in questo ramo. Durante le guerre vivevo in Germania e ho potuto seguire il modo in cui vivevano questi ragazzi. E mi sono preoccupata per quel che ho visto. Perché, quando un territorio rimano privo di persone giovani, istruite, dotate di energia, che hanno una visione e la buona volontà di fare qualcosa, tale territorio si può definire morto.”

Nei suoi studi Janja Bec ha riservato un’attenzione particolare al ”brain drain” di guerra. Lo definisce come un abbandono dei paesi poveri da parte delle generazioni giovani, d’élite e vitali.
“Nel mio libro sottolineo che questa generazione è la migliore mai esistita in questi territori. Dal punto di vista storico, dell’istruzione, e per la sua sensibilità emotiva, per l’apertura mentale, la anti-xenofobia, l’amore, il rapporto verso il sesso, gli atteggiamenti che riguardano i rapporti uomo-donna, i bambini, la famiglia… Per questi motivi, secondo il mio parere, si tratta della generazione migliore. Perché è nata nel periodo della maggiore prosperità materiale di questi luoghi, nel periodo dello sviluppo e di una grande apertura del paese. “

I paesi dell’ex Jugoslavia Janja Bec li definisce come paesi di periferia, che risentono molto negativamente dell’esodo delle giovani persone istruite. Considerati questi fenomeni, la professoressa Bec propone una particolare visione del genocidio:
“Ritengo che i teoretici del genocidio non mi daranno ragione, però è un fatto che la realtà è cambiata. Secondo la definizione, il “brain drain” non fa parte del genocidio, secondo me invece sì. Perché priva un popolo della sua parte più vitale, riducendo la sua capacità di resistenza. Per questo motivo, secondo il mio parere, il “brain drain” fa parte del genocidio. Anzi, “dell’éliticidio”, avvenuto in tutti questi territori. Il “brain drain” fa parte di questo “éliticidio” che dovrebbe essere incluso in qualche nuova definizione del genocidio. Una grande parte dell’élite sociale, soprattutto quella bosniaca musulmana, è stata fisicamente eliminata. In modo pianificato, organizzato, sistematico… Poi abbiamo questo “brain drain” provocato dalla guerra. Le persone sono state fisicamente trasferite. La terza forma dell’”éliticidio” è quella di una totale limitazione dell’élite culturale e intellettuale.”

La professoressa Bec aggiunge che questi giovani, da lei presi in esame, vivono nei vari paesi del mondo, parlano 2-3 lingue straniere, si dedicano allo studio e hanno elevati standard di vita e d’istruzione. Parlando della situazione politica e delle attuali élite che regnano da queste parti, Janja Bec aggiunge:
“Le élite che abbiamo sono primitive, egoiste, sono una brutta copia delle élite straniere. Anche qua siamo alla periferia del mondo ricco, senza un particolare senso del bene comune. Il ritorno di queste giovani persone cambierebbe sicuramente le cose. Sarebbero come dei ponti in grado di unire i pregi del loro mondo di origine con quello che hanno trovato fuori.”

Ma per ora, il 40% deglii esaminati ha risposto di “no” alla domanda se si sentono spinti a tornare a casa considerate le idee, le visioni e i metodi dell’attuale élite politica ed economica dei loro paesi d’origine. Tuttavia, nonostante la situazione presente, la più grande speranza di questi giovani rimane la possibilità di tornare un giorno, partecipando in modo attivo ai processi di ricostruzione, nell'ambito dei quali qualcuno riuscirà a notare e a sfruttare in modo giusto le loro competenze.

(traduzione e redazione a cura di Jasenka Kratovic)

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Data: 26-01-2004 Fonte: "Slobodna Bosna"
Autore: Nidzara Ahmetasevic





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