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"Mitrovica e dopo"

Data: 15-03-2000 Fonte: fonti varie
Autore: Autori vari

NOTIZIE EST #311 - KOSOVO
15 marzo 2000


MITROVICA E DOPO
a cura di Andrea Ferrario - (da fonti varie)

Le recenti, ripetute, "crisi di Mitrovica" e le polemiche che vi hanno fatto seguito indicano con chiarezza che ci troviamo per l'ennesima volta in una fase di tensioni e divergenze all'interno della NATO, e delle organizzazioni occidentali in genere, ulteriormente accentuate dal loro intrecciarsi con le evoluzioni interne alle forze politiche albanesi e serbe del Kosovo e con le politiche di Belgrado. Qui sotto cercherò di riassumere quelli che a mio parere sono gli elementi salienti della recente "crisi", senza pretese di completezza, visto il momento complesso e, in larga misura, confuso. Inoltre, mentre parte degli avvenimenti di Mitrovica è assolutamente chiara e confermata da svariate fonti, riguardo ad alcuni elementi, mi riferisco in particolare agli eventi del 13 febbraio, rimangono dei "vuoti informativi" enormi.

LA PRIMA CRISI DI MITROVICA: CACCIA ALL'UOMO
Il 2 febbraio un autobus che trasportava serbi da Mitrovica a Skenderaj (Srbica) è stato colpito da un razzo anticarro e due serbi sono rimasti uccisi, numerosi altri feriti. L'autobus era scortato dalla KFOR e quindi ancora una volta è stata messa in evidenza l'assoluta incapacità di quest'ultima di garantire la sicurezza della popolazione locale, in primo luogo quella di nazionalità serba. L'attentato è avvenuto in una zona, la Drenica, che è stata la "culla" dell'UCK e, storicamente, di ogni movimento insurrezionale del Kosovo. Si tratta inoltre approssimativamente della stessa zona in cui alcuni giorni fa è stato ferito un soldato russo della KFOR, successivamente deceduto (e per la cui uccisione è stato arrestato un ragazzo albanese di quindici anni). La linea di autobus era uno dei precari collegamenti ancora esistenti tra Mitrovica e i pochissimi serbi rimasti nell'area di Skenderaj e il fatto che sia stata colpita, nonostante fosse scortata dalla KFOR, costituisce un ulteriore motivo di paura e insicurezza per i serbi del luogo e gli altri serbi del Kosovo che vivono in comunità isolate. L'ubicazione geografica e la modalità di questo attentato fanno pensare a un atto deliberato da parte di soggetti albanesi (quali, è tutto da vedere), anche se la prudenza è d'obbligo. Il 3 febbraio cominciano le prime violenze a Mitrovica. I particolari fondamentali di questi primi avvenimenti sono abbastanza facilmente ricostruibili, eppure molti giornali hanno parlato erroneamente di "scontri etnici" scoppiati "dopo che una bomba a mano era stata gettata contro un caffè serbo" (la versione fatta circolare dalla ben poco affidabile Tanjug, controllata direttamente dal ministero dell'informazione di Belgrado), mentre in realtà tutte le altre agenzie di quei giorni parlano di una caccia all'albanese e al musulmano cominciata prima dell'attentato al caffé (si vedano, per esempio, le corrispondenze di AFP e Associated Press del 4 febbraio, che entrambe parlano di tre albanesi uccisi da bande di serbi mezz'ora prima dell'attentato al caffè serbo). Alla fine, gli "scontri etnici", cioè la ben organizzata caccia all'uomo da parte di bande serbe, lascia 11 morti, due di nazionalità turca, gli altri tutti albanesi, molti uccisi a sangue freddo nelle loro case e causa allo stesso tempo la fuga di larga parte dei pochi albanesi rimasti nella parte nord di Mitrovica, scacciati in maniera metodica dalle loro case dalle stesse bande di serbi. Nella manifestazione tenutasi poi il 7 febbraio a Mitrovica Nord, organizzata dal Consiglio Nazionale Serbo (SNV) cittadino, alti esponenti di quest'ultimo hanno implicitamente lodato la caccia all'uomo. Tra i vari interventi, quello del presidente del SNV, Vuko Antonjevic, che ha dichiarato ai presenti: "Vi ringrazio per quello che avete fatto alcune sere fa, quando avete dimostrato nel migliore dei modi come amate la vostra città e come questa città può essere difesa dal terrorismo musulmano. Avete risposto nel migliore dei modi, con una vera risposta serba" e, dopo di lui, il sindaco di Mitrovica Nord, Oliver Ivanovic, ha detto chiesto il ritorno delle forze jugoslave e ha aggiunto: "rimarremo su questo territorio... dobbiamo organizzarci, la nostra sicurezza è nelle nostre mani. Tutti voi avete degli obblighi" (AFP, 7 febbraio). Le reazioni internazionali a questi avvenimenti sono state più o meno "equidistanti", nonostante la violenza a senso unico (tipica la dichiarazione "moderata" di Solana che, a nome dell'UE, ha invitato "sia albanesi sia serbi a dare prova di moderazione"), mentre, come vedremo, nel successivo fine settimana di violenza di Mitrovica [per comodità, parleremo di "Mitrovica 1", "Mitrovica 2" e "Mitrovica 3", in quest'ultimo caso con riferimento alla marcia degli albanesi fino a Mitrovica] le reazioni hanno in larga misura preso di mira la parte serba e, in particolare, il governo di Belgrado.

Nella vita politica albanese, le violenze di Mitrovica sono venute immediatamente a ridosso dello scioglimento del Governo Temporaneo del Kosovo guidato da Hashim Thaqi (31 gennaio) e del Parlamento Parallelo controllato da Rugova (il parlamento ci ha messo due giorni in più e si è sciolto definitivamente il 2 febbrao), mentre in quella serba sono avvenute due giorni dopo che alla riunione del Consiglio Nazionale Serbo del Kosovo, svoltasi a Gracanica, i delegati di Mitrovica avevano votato contro la proposta del gruppo di Trajkovic e Artemie di entrare a fare parte del governo di Kouchner (AFP, 3 febbraio) e alla vigilia del viaggio dei due negli USA. A livello internazionale, il 29 gennaio era stata annunciata l'approvazione, anche da parte degli USA, del passaggio del comando della KFOR all'Eurocorps a partire dal mese di aprile. Tra gli avvenimenti successivi a "Mitrovica 1" e che hanno preceduto "Mitrovica 2" vanno innazitutto ricordati l'uccisione del ministro della difesa jugoslavo Bulatovic, a Belgrado, il 7 febbraio; le aperte minacce di liquidazione rivolte da Seselj ai media serbi non controllati dallo stato; l'annuncio di Blewitt, del Tribunale Internazionale dell'Aja, che Carla Del Ponte avrebbe chiesto un visto (senza tuttavia precisare in quale data) per potere recarsi a Belgrado a raccogliere testimonianze sull'UCK (AFP, 9 febbraio); inoltre, il 9 febbraio c'è stato a Lipljan un altro attentato con missile anticarro contro un autobus che trasportava serbi, questa volta non andato a segno, mentre negli stessi giorni tutti attendevano il vertice UE del 14 febbraio per la preannunciata, e poi approvata, cancellazione dell'embargo ai voli aerei con la Serbia. Sul teatro balcanico più in generale, l'8 febbraio c'è stata la definitiva sconfitta della HDZ alle elezioni presidenziali croate, con il conseguente "sblocco" della Croazia a livello internazionale.

Dopo "Mitrovica 1", e più precisamente l'11 febbraio, il settore francese del Kosovo è stato "invaso" da contingenti di altri paesi - uno dopo l'altro arriveranno i britannici, i tedeschi, gli italiani, gli statunitensi e altri ancora, ultimi tra i quali i più tentennanti greci. Negli stessi giorni il "Washington Post" pubblicava un articolo in cui si accusava nella sostanza il contingente francese di inefficienza e addirittura vigliaccheria nell'affrontare le violenze di Mitrovica, con un conseguente strascico di polemiche e di dichiarazioni nervose tra Washington e Parigi.

LA SECONDA CRISI DI MITROVICA: COSA E' VERAMENTE SUCCESSO?
Molto meno chiari degli eventi di "Mitrovica 1" sono stati quelli di "Mitrovica 2", che hanno avuto inizio il 13 febbraio. Questa seconda ondata di violenze è stata preceduta da una giornata estremamente "nervosa", quella dell'11 febbraio, durante la quale un soldato statunitense di sentinella nel settore USA è stato ferito da ignoti cecchini, mentre nei pressi di Obilic, tre soldati norvegesi della KFOR sono stati oggetto di spari, per i quali poi sono stati arrestati tre albanesi, e vicino a Glogovac un camion russo della KFOR è saltato su una mina messa di fresco su una strada trafficata, senza che vi siano state vittime (AFP, 12 febbraio). Il 13 febbraio, in giornata, le agenzie di tutto il mondo (tutte le notizie riportate qui sotto sono riprese dai dispacci di AFP, AP e UPI del 13-14 febbraio) riportano la notizia dell'"uccisione di un cecchino e il ferimento di altri cinque", definiti dal tenente colonnello Patrick Chanliau, portavoce locale della KFOR, "tutti terroristi albanesi". Vengono feriti anche due soldati francesi, uno dei quali abbastanza gravemente. Il "cecchino", secondo un altro portavoce, Philip Adino, è stato "ferito in maniera fatale alle ore 12.30 da soldati francesi". Uno dei primi lanci della AFP parla anche di scontri tra "forze di pace e cecchini durati per ore" - si tratta quindi di un fatto di portata veramente grossa. Tuttavia, nessuno, né i giornalisti né le forze NATO, né altre organizzazioni, forniranno mai spiegazioni complete e dettagliate su quanto accaduto. Sempre la AFP afferma che "la maggior parte degli scontri si è svolta nella enclave albanese all'interno della zona nord della città", cioè il quartiere di Bosnjacka Mahala. Tutte le agenzie parlano di "colpi d'arma da fuoco che echeggiano nella parte nord" di Mitrovica, senza dare ulteriori dettagli. Solo fonti serbe locali, non confermate da nessun altro, parlano vagamente di un attacco da parte di albanesi di Bosnjacka Mahala contro non meglio precisati serbi, ma gli scontri sono stati invece tra albanesi e NATO, come testimoniano le vittime esclusivamente albanesi e francesi. Oltre ai soldati francesi, quella mattina sono stati dispiegati, o erano presenti, nella parte nord contingenti tedeschi, danesi, britannici e italiani. La sera la AFP è entrata maggiormente nei particolari, affermando che gli scontri sono cominciati presso il ponte sul fiume Ibar vicino alla ferrovia [non quello più noto nel centro della città] quando un cecchino albanese ha sparato a un soldato francese della KFOR e "soldati italiani hanno risposto al fuoco, quindi sono state dispiegate truppe KFOR alla ricerca del cecchino, ne è seguita una sparatoria reciproca, durante la quale un altro soldato francese è rimasto ferito al braccio. [...] La KFOR ha quindi rafforzato la propria presenza e si è spinta all'interno della città per dare la caccia ai cecchini". Il soldati NATO si sono quindi diretti verso Bosnjacka Mahala? E' quello che si può intuire, ma nessuna fonte lo conferma e quello che è successo nel quartiere, o comunque "all'interno della città" rimane un mistero. Le agenzie parlano solo di una casa colpita da una granata (mostrata anche dalle televisioni di tutto il mondo, in riprese tuttavia da lunga distanza) e di sette albanesi feriti. E' interessante notare che il 26 febbraio, all'interno di un articolo che parlava di tutt'altro (gli attacchi contro le chiese ortodosse), il quotidiano romano "Il Manifesto" riportava delle strane dichiarazioni raccolte presso i militari italiani a Pec. Intervistando sulla situazione a Pec il "responsabile del reparto esploratori anfibi del reggimento Lagunari 'Serenissima', Alberto Mantovani", il corrispondente da Pec, Ugo Dinello, nota per inciso che "proprio il reparto esploratori anfibi dei Lagunari è appena tornato da Mitrovica, dov'era stato inviato in fretta e furia non appena, la settimana scorsa, erano comparsi i cecchini dalla parte albanese della città che con fucili di precisione tentavano di colpire i serbi oltre il fiume Ibar. Un particolare che la dice lunga su chi stia realmente soffiando sul fuoco degli scontri divampati in questi giorni. 21 lagunari esploratori sono stati quindi inviati al comando del maresciallo Francesco Finzi, e hanno snidato dai tetti gli snipers albanesi, ferendone un numero imprecisato". A parte il particolare grottescamente errato dei cecchini dalla parte albanese che sparano ai serbi oltre il fiume Ibar (le due uniche cose sicure e confermate di "Mitrovica 2" è che tutto si è svolto a Mitrovica nord, e solo tra KFOR e albanesi), che rienta nella normale routine disinformativa della testata, e a parte la strana descrizione dei tempi (i lagunari inviati a Mitrovica in fretta e furia? Vuol dire allora che vi è stato un vero e proprio blitz, visto che a Mitrovica tutto si è svolto nel giro di un po' di ore?) si lascia intendere, citando nomi e cognomi precisi di ufficiali, che gli italiani abbiano avuto un ruolo attivo e importante negli scontri, dispiegando i lagunari, di cui nessuno aveva mai parlato nei giorni immediatamente successiva agli scontri di "Mitrovica 2". A complicare ulteriormente il quadro, il 17 febbraio la NATO ha fatto ufficialmente marcia indietro e ha ammesso che nulla provava che l'albanese ucciso fosse un cecchino (UPI, e altre agenzie, 17 febbraio). I responsabili della KFOR non hanno fornito spiegazioni sulle modalità esatte del "cecchino", né sul perché è stato definito subito come tale o sul perché ci sono voluti ben quattro giorni per una smentita. Quello che è accaduto il 13 febbraio a Mitrovica è quindi assolutamente non chiaro e la KFOR evidentemente è riuscita efficacemente a impedire a ogni testimone di assistere anche solo a parte di quello che è successo, un fatto che farebbe pensare a un'operazione non poi così affrettata e improvvisata, visto che la città era al centro dell'attenzione dei media di tutto il mondo da una settimana. Per completezza, va infine ricordato che "Mitrovica 2" si è chiusa nei giorni immediatamente successivi al 13 febbraio con l'arresto di 40 persone, tutte albanesi, tranne una.

PARENTESI: BOSNJACKA MAHALA
C'è un altro particolare da aggiungere, tuttavia. Il quartiere Bosnjacka Mahala ha un suo ruolo non del tutto secondario nella vita politica degli albanesi del Kosovo, perché è la roccaforte del Partito Repubblicano guidato da Skender Hoti, una tra le formazioni più radicali che fino a poco tempo fa faceva parte della LBD, la coalizione guidata da Rexhep Qosja e dal suo partito LDS, sotto il cui ombrello avevano trovato posto anche formazioni minori più radicali e/o movimentiste, come il PPK e l'UNIKOMB. Il Partito Repubblicano, a quanto pare, gode di una buona popolarità a Mitrovica, soprattutto tra i giovani. I repubblicani e il quartiere di Bosnjacka Mahala erano saliti agli onori delle cronache nel dicembre scorso, quando una bomba aveva distrutto la loro sede ferendo due persone e, soprattutto aveva fatto scoprire alla KFOR la presenza di alcuni kalashnikov e bombe a mano, motivo per cui Skender Hoti era stato arrestato (UPI, 14 dicembre). Quello che colpisce, dell'attentato del dicembre scorso, è la coincidenza temporale con il raggiungimento, dopo trattative tenute nascoste, di un accordo tra Thaqi, Rugova e Qosja per un'amministrazione temporanea del Kosovo sotto la guida di Kouchner, alla quale per l'appunto tali forze minori e più radicali, e altre che facevano parte del governo Thaqi, come la LKCK, si sono fermamente opposte. La bomba è esplosa nella notte tra il 13 e il 14 dicembre, la mattina del 14 "Kosova Sot" usciva con la notizia del raggiunto accordo, che veniva poi confermata e ufficializzata il 15 dicembre .

LA TERZA CRISI DI MITROVICA: IL VIA AI CONFLITTI APERTI TRA "ALLEATI"
Nella settimana che intercorre tra "Mitrovica 2" e "Mitrovica 3" vi sono state numerose perquisizioni a Mitrovica nord. Il 19 febbraio sono giunti nella città anche 350 soldati USA, schieratisi nei quartieri settentrionali. Il 20 all'alba comincia una vasta operazione di perquisizioni a tappetto in tutta Mitrovica (francesi e statunitensi a nord, tedeschi e italiani a sud-est, britannici e canadesi a sud-ovest), durante la quale soldati USA vengono fatti oggetto di una sassaiola da parte di gruppi di serbi. L'operazione darà risultati irrisori, come era d'altronde scontato, ed è difficile non vederla come un atto intenzionalmente provocatorio. Lo stesso giorno, Kouchner punta indirettamente il dito contro Belgrado affermando che i fatti di Mitrovica sono stati pianificati in anticipo dal regime di Milosevic e che è stato prematuro cancellare l'embargo ai voli aerei con la Serbia (AFP, 20 febbraio). Il 21 febbraio proseguono le perquisizioni, mentre da Pristina parte la marcia di migliaia di albanesi verso Mitrovica, programmata già da tempo, ma che assume proporzioni maggiori del previsto. Sulla marcia e soprattutto sul numero di manifestanti entrati a Mitrovica ci sono dati contraddittori, ma la versione più credibile, e riportata dalle fonti con corrispondenti stabili in loco, è quella secondo cui una metà almeno dei manifestanti ha accettato di fermarsi a Vucitrn e solo metà di essi ha proseguito fino a Mitrovica, dove sarebbero entrate circa 30.000 persone, di cui una minoranza di qualche migliaio, soprattutto albanesi locali, si è diretta al ponte che divide in due la città e ha premuto per un certo tempo sullo sbarramento britannico disarmato, fino a quando le truppe francesi alle spalle di tale sbarramento hanno lanciato gas lacrimogeni (AP, 21 febbraio).

Tra il 20 e il 22 si susseguono l'una dopo l'altra le dichiarazioni di Robertson, Clark, Holbrooke e altri ancora, di netta accusa contro Belgrado per avere orchestrato gli avvenimenti di Mitrovica e per avere ammassato truppe al confine con il Kosovo. E' interessante notare, come abbiamo già accennato, che le reazioni occidentali sono state del tutto incongruenti: quando con "Mitrovica 1" c'è stata una vera e propria caccia agli albanesi, nei fatti e nei numeri delle vittime, la reazione generale è stata quella di attribuire pari colpa a "serbi e albanesi" e di parlare genericamente di scontri etnici; quando invece a "Mitrovica 2" si è trattato esclusivamente, stando alle informazioni rese pubbliche [rimangono comunque, come abbiamo visto, enormi "buchi informativi"], di scontri tra albanesi e forze NATO, hanno cominciato a emergere le prime accuse direttamente rivolte a Belgrado, che da parte degli USA si sono poi trasformate quasi in un coro in occasione di "Mitrovica 3", che ancora una volta è stato un "problema" tra albanesi e NATO. Ci sono tuttavia stati anche alti esponenti che hanno cercato di sminuire la situazione: secondo il generale francese Saqui de Sannes, gli avvenimenti di Mitrovica sarebbero interamente da attribuirsi a non meglio precisate "poche teste calde" (AFP, 22 febbraio), mentre il portavoce del Pentagono Bacon si è preoccupato di sminuire le dichiarazioni di Robertson, il quale parlava anche di un ammasso di truppe serbe ai confini con il Kosovo, dipingendo invece una situazione normale (UPI, 22 febbraio).

Il 23 febbraio i 300 soldati USA inviati a Mitrovica hanno abbandonato la città. Lo stesso giorno cominciava un vero e proprio tira e molla sull'invio di nuove truppe NATO in Kosovo. La UPI scrive il 23 febbraio che la NATO avrebbe dovuto decidere il giorno successivo sull'invio di altri 1.100-1.300 soldati, tra cui marines USA. Da parte sua, il comandante della NATO Clark, chiede in quella data l'invio di tre battaglioni o almeno 2.000 soldati aggiuntivi, da mobilitarsi per un breve periodo e da reperire attingendo alla riserva strategica di 4.700 uomini creata dagli USA per il Kosovo. Il Segretario alla Difesa Cohen rilascia invece una dichiarazione davvero contraddittoria: ""Francamente non prevediamo che [Mitrovica] sarà un problema a lungo termine, ma piuttosto un punto critico ["flashpoint" ] scoppiato solo negli ultimi giorni o settimane. Per questo riteniamo che una maggiore esibizione di forza e di più incisiva capacità sia essenziale al fine di inviare il segnale che tutto ciò deve smettere", aggiungendo che "tuttavia [la NATO] invierà tutte le forze richieste". Il giorno dopo, però, il segretario della NATO, George Robertson, fa sapere esplicitamente da Atene che in Kosovo ci sono truppe NATO a sufficienza per affrontare i recenti "scontri etnici" [sic] e la sua posizione viene condivisa lo stesso giorno dal portavoce del Pentagono, Bacon, il quale si dichiara "convinto che ci sia un numero adeguato di soldati in Kosovo, in questo momento". Dal Kosovo invece il tenente Clayton fa sapere che il numero dei soldati a Mitrovica verrà addirittura ridotto da 2.300 a 1.900, dopo che sarà finita l'"Operazione Ibar" di perquisizione. La notizia è subito confermata dal portavoce KFOR Anido, il quale precisa tuttavia che la riduzione sarà separata dall'eventuale dispiegamento di truppe francesi aggiuntive (AFP, 24 febbraio). Il 29 febbraio il generale Clark subisce un "mini processo" al Senato statunitense, dove difende ("di fronte a senatori scettici", scrive l'UPI) la sua decisione di inviare il 19 febbraio truppe USA nel settore francese e afferma che i dispiegamenti di truppe di paesi in settori non di loro competenza, come quello di soldati USA nel settore francese di Mitrovica, sarebbero proseguiti. "Si tratta di un principio molto importante, previsto dal piano operativo approvato dalla NATO", ha detto Clark. "E' sempre stato chiaro che forze dei vari paesi possono essere trasferite tra i diversi settori. Il principio del reciproco supporto attraverso i confini rimane un principio chiave. Non c'è mai stata l'intenzione che i diversi paesi 'possedessero' loro settori", ha proseguito il generale. Tuttavia, lo stesso giorno viene reso pubblico un documento riservato, la cui autenticità viene poi implicitamente confermata, con il quale il Pentagono il 20 febbraio (cioè a non più di 24 ore dalla decisione di Clark di inviare il contingente USA a Mitrovica) aveva "bacchettato" Clark avvisandolo che in futuro la Difesa USA dovrà essere informata prima che truppe statunitensi vengano impiegate in settori non di loro competenza. L'avvertimento è arrivato con una lettera personale del gen. Shelton, capo degli stati maggiori congiunti statunitensi, nella quale si specifica che secondo il Pentagono l'invio di truppe di rinforzo deve comunque avvenire solo in casi di emergenza, e non come routine "per affrontare carenze croniche". Clark, a sua volta, si è lamentato di fronte ai senatori del fatto che i francesi abbiano promesso rinforzi, tuttavia mai arrivati (AFP e UPI, 29 febbraio). Sempre il 29 febbraio la NATO annuncia ufficialmente che non vi sarà alcun dispiegamento di nuove truppe, anche se Robertson chiede in termini generici ai paesi dell'alleanza di prepararsi a mettere a disposizione 5.000 nuovi soldati nel prossimo autunno ("Albanian Daily News", 1 marzo). Per completare il quadro, il giorno prima, la KFOR aveva dato l'annuncio particolareggiato delle manovre NATO in Kosovo, di cui si parlava già da lungo tempo. Le manovre si terranno a partire dal 19 marzo e coinvolgeranno 2.000 uomini della "forza di riserva strategica" inviati appositamente in Kosovo. I soldati verranno messi a disposizione da Argentina, Italia, Olanda, Polonia, Romania e Stati Uniti.

IL DOPO-MITROVICA
Per finire, accenniamo qui sotto a quanto successo in Kosovo o in relazione al Kosovo nelle ultime due settimane. Ne facciamo solo un inventario schematico, per dare un'idea del clima di confusione e, soprattutto, di intense ripicche tra "alleati".

Innanzitutto, il 27 febbraio, con l'uccisione di un poliziotto e di un albanese armato, si "apre" nelle zone a maggioranza albanese della Serbia meridionale anche il capitolo dell'UCPMB (in realtà la situazione nella zona era grave già da lunghi mesi), cioè l'Esercito di Liberazione di Presheve, Bujanoc e Medvegje, riguardo al quale circolano le informazioni e le dichiarazioni più contraddittorie: esponenti dell'UCPMB che dichiarano a un giornale di essere tutti abitanti locali, altri che dichiarano invece di esssere ex membri dell'UCK provenienti dal Kosovo, anonimi funzionari della NATO che lasciano intendere di avere chiuso un occhio su di loro, altri che dicono che gli estremisti albanesi li vogliono coinvolgere in qualcosa in cui non si lasceranno mai coinvolgere - anche riguardo ai legami "kosovari" dell'UCPMB, come vedremo, circolano tesi assolutamente contraddittorie. La situazione nell'area ai confini con il Kosovo ha per un po' di giorni totalmente soppiantato il Montenegro nei discorsi, che circolano da ormai due mesi e con una frequenza e un'intensità davvero senza precedenti, sull'imminente scoppio di un nuovo conflitto armato nei Balcani.

C'è stata poi "Mitrovica 4", cioè il ferimento di numerosi soldati francesi, cittadini serbi e, in misura minore, anche albanesi, in seguito ad avvenimenti ancora una volta non del tutto chiari, tra i quali è assodato con sicurezza solo il lancio di una granata da parte di albanesi. Anche qui le versioni sono state assolutamente contraddittorie e confuse: le prime, come quelle della TV Montenegrina della sera stessa (che ha mostrato chiare immagini), o del corrispondente del quotidiano serbo "Danas", parlavano di un assedio di soldati francesi (attorniati da civili serbi) a una casa dove si trovavano albanesi armati - solo in un secondo tempo sono arrivate le spiegazioni, piuttosto confuse, sugli "scontri etnici". Lo stesso giorno, si trovavano in Kosovo i due "rivali" di lunga data Wesley Clark (a Mitrovica, dove si è incontrato con il leader serbo Oliver Ivanovic, dopo essersi incontrato con Thaci a Pristina), e il capo degli Stati Maggiori Congiunti Henry Shelton, quest'ultimo per potere avere "una visione diretta della situazione a Mitrovica e al confine del settore americano" con la Serbia meridionale (UPI, 7 marzo). Inoltre, nei giorni successivi, un alto ufficiale della polizia ONU (John Adams, della polizia britannica nell'Irlanda del Nord) criticherà attraverso il "Washington Post" (9 marzo) le forze francesi per non avere consentito ai poliziotti di svolgere indagini valide e verrà immediatamente trasferito da Mitrovica. ("The Times", 11 marzo).

Vi è stato anche l'importante viaggio di Kouchner e Reinhardt a New York per relazionare al Consiglio di Sicurezza, durante il quale è risultato chiaro il grado di confusione riguardo ai futuri assetti del Kosovo, nonché al finanziamento della missione ONU. Il quotidiano serbo "Danas" del 10 marzo scrive che a New York, "Reinhardt ha spiegato [alla riunione a porte chiuse del] Consiglio di sicurezza come intende mettere in atto la parte della Risoluzione 1244 che consente il ritorno in Kosovo di un numero limitato di poliziotti e soldati jugoslavi per provvedere alle operazioni di sminamento e proteggere il patrimonio culturale". Reinhardt non ha menzionato alcuna data, riguardo a un eventuale ritorno, anche se va notato che parla di come **egli stesso** intende mettere in atto tale rientro, e Reinhardt rimarrà in carica solo fino ad aprile. Non sembra tuttavia proprio pensabile che in questo momento si pensi a qualcosa del genere, visti i rischi di esplosioni che comporterebbe. Kouchner, a New York, ha da parte sua detto di "sperare che le elezioni in Kosovo si tengano entro l'anno", mentre fino a poco tempo fa si parlava più specificamente di settembre od ottobre e senza alcun accenno alla "speranza". In realtà, per organizzare elezioni è necessario prima effettuare qualche sorta di censimento. Quello in Kosovo verrà avviato dall'OSCE nelle prossime settimane, mentre in Serbia è cominciato, a cura dell'UNHCR e del governo di Belgrado, un censimento dei profughi dal Kosovo. I primi risultati ufficiali che stanno arrivando parlano tuttavia di cifre molto basse di persone registrate, come a Kraljevo, dove per ora i profughi individuati risultano essere 1.100, rispetto alle cifre di svariate volte più alte che ci si attendeva ("Danas", 7 marzo). Anche qui, sarà difficilissimo che il censimento dia dati più o meno inoppugnabili, visto che i profughi, soprattutto quelli serbi, di norma non sono concentrati in campi, ma abitano invece presso parenti, o in altre sistemazioni disperse. Al di là di ogni valutazione, il risultato sarà comunque che la validità di ogni elezione in Kosovo potrà essere contestata, anche fondatamente, da chiunque. Inoltre, se le elezioni non saranno organizzate entro ottobre, sarà necessario rinviarle di molto, visto che le condizioni invernali, in un paese ancora disastrato come il Kosovo, ne impedirebbero il regolare svolgimento.

L'indice del livello di lotte intestine in ambito NATO è stato dato anche dalle recenti rivelazioni sull'esistenza, all'interno dell'alleanza atlantica, di una "talpa" che durante i bombardamenti NATO del 1999 avrebbe passato i piani riguardanti gli obiettivi da colpiare alla Serbia, rivelazioni prima smentite, poi vagamente confermate e infine arricchitesi del particolare che la "talpa" era americana (rivelazione della "Tageszeitung", la quale però non ne fornisce l'identità) e che avrebbe fatto la spia per motivi "ideali": si tratta di una bell'imbarazzo per Washington, che va a controbilanciare il precedente imbarazzo francese per il caso Bunel, anche lui spia per motivi "ideali". Proprio in questi giorni il ministro degli esteri cinese, Tang Jiaxuan, è tornato a riaprire il caso dell'ambasciata di Pechino bombardata dagli USA a Belgrado nel maggio scorso. Egli ha dichiarato di non accontentarsi più dei risarcimenti (circa 56 miliardi di lire al governo, più 10 miliardi alle famiglie delle vittime) pagati dagli USA e ha affermato che "gli Stati Uniti hanno l'obbligo di informare la Cina del vero esito delle indagini e di portare i perpetratori del bombardamento di fronte alla giustizia" (AFP, 10 marzo).


L'ONDATA DI NERVOSISMO
Il 29 febbraio il "Times" di Londra ha pubblicato un articolo in cui viene data un'interpretazione dei retroscena degli ultimi sviluppi tra i paesi della NATO. Secondo il giornale, "il rifiuto del Pentagono di consentire alle truppe USA di essere dispiegate a Mitrovica nord [...] è l'ultimo tra i tanti indizi del fatto che l'America, soprattutto in un anno di elezioni, non è disposta a subire vittime in conflitti lontani da casa, anche se ciò significa perdere la faccia di fronte agli alleati. La posizione di Washington è stata sottolineata durante la guerra aerea contro i serbi, quando agli aerei USA è stato vietato di volare basso e i tanto vantati Apache americani sono stati tenuti a terra. Questa volta, la mossa americana [di escludere l'invio di truppe USA in altri settori del Kosovo] ha sollevato serie preoccupazioni sulle capacità operative della NATO e ha indebolito il comando del generale Klaus Reinhardt, il comandante tedesco della NATO [...]. Ufficiali della NATO hanno detto che solo tre paesi hanno finora operato in Kosovo senza limitazioni di ordine politico. Si tratta di Gran Bretagna, Francia e Italia. Gli altri, affermano, hanno dettato dei limiti sui luoghi in cui le loro truppe possono essere inviate e sulle responsabilità che possono essere loro assegnate". In un altro articolo pubblicato lo stesso giorno, il "Times" cita il generale tedesco Joachim Spiering, nuovo capo del quartier generale della NATO per il Nord Europa, cioè il quartiere generale che fornisce circa i due terzi delle truppe della KFOR, secondo cui "non si puà fare affidamento sul fatto che determinati paesi mettano a disposizione soldati, quando necessario, e quelli tra di essi che dispongono di forze rapidamente dispiegabili spesso impongono limitazioni al loro impiego. 'Abbiamo molti uomini sotto le armi, ma sono troppi quelli che non possiamo usare. O non sono addestrati, oppure sono soldati di leva e le costituzioni dei rispettivi paesi proibiscono loro di dispiegarli al di fuori dei confini nazionali', ha detto Spiering, aggiungendo: 'Il mio timore è che rimarremo nei Balcani per lungo tempo. In Kosovo le cose potrebbero peggiorare sia politicamente che militarmente. Siamo impegnati per molti anni e avremo difficoltà a trovare le truppe necessarie. Se ci sarà un'altra crisi potremmo trovarci in difficoltà nel reagire'" ("The Times", 29 febbraio).

Anche in Francia e in Italia le acque sembrano agitate, riguardo alle rispettive missioni in Kosovo. In Italia, il 25 febbraio il "Corriere della Sera" pubblica un'esplosiva intervista al gen. Mazzaroli, vicecomandante delle forze KFOR, nella quale il militare spara a zero indiscriminatamente su tutti gli alleati e sulla politica del governo italiano, che non avrebbe sostenuto l'impegno militare in Kosovo, e nei Balcani in genere, con un parallelo sforzo diplomatico ed economico, un'accusa che fa a pugni con la realtà della capillare e invadente presenza politica di Roma nella regione balcanica. Non riferendosi ad alcun fatto preciso, si deve intuire che l'intervista mirasse a obiettivi politici, oppure che il generale si sia sfogato in seguito a situazioni che lo avevano già posto in una posizione problematica con il governo, altrimenti è difficile capire come un ufficiale di alto grado si sia rovinato anni di carriera solo per accusare il proprio governo di una ben poco credibile latitanza nei Balcani. E' difficile non mettere in relazione con tutto questo le notizie di fonte militare italiana riportate dal "Manifesto", guarda a caso il giorno successivo, cioè il 26 febbraio, sulla presunta azione del reggimento Lagunari "Serenissima" a Mitrovica contro cecchini albanesi, molti dei quali sarebbero stati feriti, notizie clamorose, riportate con dovizia di particolari (come abbiamo visto nella prima parte: "21 lagunari esploratori sono stati quindi inviati al comando del maresciallo Francesco Finzi, e hanno snidato dai tetti gli snipers albanesi, ferendone un numero imprecisato"). Nessuno si è mai curato di smentire queste clamorose notizie e lo stesso quotidiano ha pubblicato in maniera anomala e "trasversale", nascoste in un testo che parlava di tutt'altro, come abbiamo già visto. A confermare l'agitazione generale nel campo della politica italiana in Kosovo è arrivata nei giorni scorsi la notizia dell'abbandono dell'incarico da parte del prefetto italiano di Mitrovica, Mario Morcone, nominato solo a dicembre. Secondo il quotidiano "La Repubblica" l'abbandono di Morcone avrebbe "colto di sorpresa la presidenza del Consiglio e il ministero degli esteri", che starebbero "lavorando per convincere il prefetto a tornare sui suoi passi" ("La Repubblica", 10 marzo).

Maretta anche a Parigi, dove i settimanali "Le Point" e "Le Canard enchainé" hanno pubblicato, rispettivamente il 25 febbraio e il 1 marzo, due rendiconti, recanti la data dell'11 e 13 febbraio scorso, inviati dal comando del contingente francese in Kosovo e dalla direzione dei servizi segreti militari al centro operativo interarmate (COIA) presso il capo di stato maggiore. Nel primo documento, redatto prima degli avvenimenti di Mitrovica del 13 febbraio, si accusa Kouchner ("fedele al suo personaggio molto politico", si scrive), di avere annunciato prematuramente un rafforzamento della sicurezza nella città, senza tenere conto delle difficoltà pratiche e con un atteggiamento improntato alla sicurezza e allo spontaneismo, che non tiene conto della dimensione economica e sociale. Nel secondo documento, quello dei servizi segreti militari redatto dopo "Mitrovica 2", le accuse sono ben più dirette e si scrive che il rappresentante dell'ONU "difende una tesi a lui cara" nel ricostruire gli avvenimenti, "cercando di trovare a ogni costo degli indizi di un'azione dei serbi" durante gli incidenti". Questi documenti hanno provocato naturalmente un grande imbarazzo. Il ministro della difesa Richard ha disposto l'apertura di un'inchiesta, auspicando che "le autorità militari sul posto facciano dei rapporti fattuali, precisi e dettagliati", rendendo così le informazioni più pertinenti. Richard ha inoltre accusato, senza fare nomi, "qualcuno che ha dei conti da regolare ed esaspera delle differenze di opinione che esistono tra tutte le persone che hanno responsabilità in una crisi" ("Le Monde", 4 marzo).

A COSA PENSA BELGRADO
Negli stessi giorni ha fatto sentire la sua voce anche il generale Vladimir Lazarevic, diventato a febbraio comandante della Terza armata, competente per il Kosovo, dopo la promozione del suo ex comandante Pavkovic a capo di stato maggiore. In un'intervista a "Danas", pubblicata il 3 marzo, il generale fa il punto sulla corrente posizione jugoslava. Ecco alcune sue affermazioni: "L'esercito jugoslavo ha il diritto legittimo di tornare giù [in Kosovo], perché il Consiglio di sicurezza ha garantito la sovranità della Jugoslavia sul Kosmet [abbreviazione di Kosovo e Metohija] e le forze internazionali non sono riuscite a stabilizzarvi la situazione, cosa alla quale erano tenute. [...] Un ritorno con la forza, tuttavia, è l'ultima opzione", ha detto il generale a Danas, affermando di preferire che non si arrivi a ciò perché ci sono "altri modi" e "varianti che hanno la precedenza". Egli ha detto di essere convinto che il Consiglio di sicurezza deciderà comunque di ridefinire il ruolo e gli impegni delle attuali forze internazionali in Kosmet, o addirittura di ritirarle. "Non è certo difficile intuire che, soprattutto gli americani, stanno preparando la propria ritirata. Hanno molti problemi laggiù, da quello del completamento delle proprie forze, che stanno diventando sempre più esili, a quello de i soldati che se ne vanno in permesso e poi non tornano, fino al fatto di essere risponsabili della situazione disastrosa nel Kosmet. Diventa sempre più chiaro che il Consiglio di sicurezza dovrà assicurare che le truppe internazionali o le forze civili nel Kosmet comincino a mettere in atto gli impegni presi, oppure dovrà richiamarle e assegnare eventualmente il mandato a qualcun altro, forse l'Eurocorps di cui si parla sempre di più. [...] Devo dire di essere intimamente convinto del fatto che in giugno il Consiglio di sicurezza confermerà che in un anno le forze internazionali in Kosmet non hanno messo in atto la Risoluzione 1244 e che si comincerà a rispettare la sovranità della Jugoslavia, nonché il fattore serbo, andando alla ricerca di una soluzione politica per il Kosmet [...]. Se ci sarà almeno un briciolo di verità e giustizia in giugno [...] dovrebbero cominciare a crearsi le condizioni per una soluzione definitiva del problema del Kosmet nello spirito della Risoluzione. [...] Sono convinto che in tale caso vi sarà posto per il ritorno del nostro esercito e della nostra polizia in Kosmet, come scrive nella Risoluzione" ha detto Lazarevic, concludendo con l'affermazione che i soldati della Terza armata sono ansiosi di tornare "nella propria zona originale e di garantire la sicurezza come hanno fatto quando erano lì".


ALCUNE CONCLUSIONI

L'"eplosività" della prolungata crisi di Mitrovica è dovuta al fatto che in essa si intrecciano gli acuti conflitti in atto nel mondo politico rispettivamente serbo, albanese e occidentale. Tale esplosività viene inoltre esasperata dal fatto che il contesto generale dell'intrecciarsi di questi fattori è una sempre maggiore inefficienza dell'intervento NATO e ONU in Kosovo, unita a una situazione generale dei Balcani drammatica e sempre meno gestibile secondo i criteri finora adottati dall'occidente. Per completare questa rassegna su Mitrovica, riportiamo alcune osservazioni sui primi tre elementi (serbi, albanesi, NATO/ONU).

I SERBI DEL KOSOVO
"Notizie Est" ha già pubblicato nei giorni scorsi un lungo articolo di "Danas" sugli sviluppi politici all'interno delle varie forze che compongono il panorama politico serbo del Kosovo ("Notizie Est" #308), dal quale risulta evidente il momento cruciale di frattura tra le forze serbe di Mitrovica e quelle del resto del Kosovo, frattura che ha al suo centro l'opportunità o meno di partecipare alle strutture di governo dell'ONU. La coincidenza con lo scoppio di "Mitrovica 1" non può a tale proposito non saltare agli occhi. Rispetto a quanto scrive l'articolo di "Danas", va aggiunto che i leader serbi di Mitrovica hanno un curriculum (nei casi in cui è dato conoscerlo) davvero poco incoraggiante: Oliver Ivanovic, che ha preso le redini della situazione, ma non è mai stato eletto da nessuno, è stato un alto dirigente aziendale nel Kosovo controllato da Milosevic e, sebbene pare non sia iscritto a nessun partito, è opinione generale tra gli stessi serbi del Kosovo che sia legato alla JUL, il partito di Mira Markovic; il portavoce del SNV, Kabasic, fino a prima dell'arrivo del ritiro delle forze jugoslave, era un poliziotto alle dipendenze del Ministero degli Interni di Belgrado. Anche il vescovo Artemije e Momcilo Trajkovic hanno operato parziali svolte "moderate" (e più che ambigue) solo in tempi recentissimi e l'affidamento a loro di una rappresentanza politica della minoranza difficilmente riuscirà ad avere mai successo, visto il loro passato. In genere il mondo politico serbo del Kosovo sembra essere ancora privo di ogni elemento di effettiva democrazia e interamente monopolizzato da leader squalificati, che vivono di rendita sui rapporti con Belgrado o con la comunità internazionale e, soprattutto, sull'emarginazione e la paura dei serbi rimasti in Kosovo. L'ala di Mitrovica è ancora apertamente favorevole a una cantonizzazione del Kosovo, quella di Gracanica (Artemije e Trajkovic) ha abbandonato tale linea solo a dicembre, entrambe tuttavia sono ferme sull'insistenza per una piena reintegrazione del Kosovo nella Serbia e per il ritorno delle forze militari e di polizia jugoslave, una soluzione assolutamente improponibile per la schiacciante maggioranza dei kosovari. Fino a quando rimarranno una tale dirigenza (e una tale mancanza di democrazia), nonché i progetti che rimandano direttamente alla situazione passata, la minoranza serba non riuscirà a trovare alcun ruolo politico effettivo in Kosovo, se non facendo gli interessi di Belgrado o di qualche capitale straniera, e non quelli dei serbi locali. A completezza del quadro va ricordato che nelle enclave serbe del Kosovo rimangono ancora attive le strutture dei partiti del regime jugoslavo e che in Serbia continua a esistere un'amministrazione parallela controllata dal governo centrale (quella che si è portata via le anagrafi del Kosovo, per intenderci).

IL MONDO POLITICO ALBANESE
Nell'ultimo rapporto dell'International Crisis Group, intitolato "Cosa è successo all'UCK" (http://www.crisisweb.org), si usa, per dare un'identità unica ai gruppi frazionati che compongono le strutture di potere albanesi del Kosovo, il termine "nomenklatura". Ci sembra uno dei termini più efficaci per descrivere una classe politica evidentemente divisa e scarsamente coordinata, se non per gruppi più o meno separati, e che tuttavia condivide interessi comuni. Tale nomenklatura trae ormai legittimità in maniera quasi esclusiva dai propri rapporti privilegiati con l'amministrazione ONU e le strutture della KFOR, oppure dalle posizioni locali conquistate in situazione di guerra e che nel contesto di oggi non dovrebbero costituire una legittimazione del potere, se vi fosse democrazia. La leadership albanese del Kosovo ha fatto leva su questo capitale accumulato nel tempo non solo per evitare, ma in alcuni casi anche per cancellare ogni dibattito politico, come d'altronde aveva già fatto nel corso della guerra del 1998-1999, e questo vale sia per l'UCK che per la cerchia di Rugova, non a caso poi trovatisi insieme a dare una delega in bianco alla NATO a Rambouillet. Esemplare della sostanza di questa nomenklatura è la conservazione della struttura di comando dell'UCK all'interno del Kosovo Protection Corps (KPC), ottenuta in cambio della smobilitazione della formazione armata. Si tratta di una struttura di comando priva di ogni significato, se non quello di prolungare nel tempo la posizione privilegiata di una ristretta casta che vive di rendita atteggiandosi di fronte ai kosovari a "futuro esercito del Kosovo" e accettando nei fatti una soluzione ben diversa proposta dai loro partner occidentali. L'atteggiamento borioso dei dirigenti e dei quadri del KPC (che si esprime anche attraverso gli atti di violenza perpetrati da esponenti della formazione) suona tanto più grottesco quanto più è chiaro che i "partner" occidentali sono in fin dei conti molto più forti di questa nuova casta albanese, la quale è invece politicamente tanto più debole quanto più distaccata dalla popolazione che pretenderebbe di tutelare. Il KPC trova un suo analogo nell'Amministrazione Temporanea del Kosovo, creata in grande segreto e all'oscuro dell'intera popolazione del Kosovo, escludendo le forze politiche non appiattite sulle posizioni di Thaci, Rugova e Qosja e nella quale questi ultimi due sono riusciti a perpetuare i loro gruppi di potere che non potevano trovare posto nel KPC.

Che tra la popolazione albanese vi sia già molta insoddisfazione per la presenza occidentale in Kosovo è evidente, e sicuramente questa insoddisfazione andrà crescendo. In tale situazione il rischio è che la "nomenklatura" punti a una fasulla radicalizzazione, mirata a criminalizzare gli oppositori agli occhi dei potentati occidentali e, magari, a guadagnare posizioni nei confronti di questi ultimi con forme di ricatto. L'altro rischio è che tale radicalizzazione si produca spontaneamente, ma con forme apolitiche e/o terroristiche, che la condurrebbero comunque nel medesimo vicolo cieco comodo ai vertici albanesi del Kosovo e alle forze di occupazione occidentali (e a Belgrado). A Mitrovica, e anche nella zona di Presevo, Bujanovac e Medvedje, tra gli altri numerosi fattori in gioco, c'è sicuramente anche uno di questi due tipi di radicalizzazione, o addirittura il sovrapporsi di entrambi. Per citare un esempio, l'International Crisis Group accenna a voci anonime (e va sottolineato che a tutt'oggi tali rimangono) secondo cui nelle zone a maggioranza albanese al confine con il Kosovo ci sarebbe lo zampino della LKCK, una delle forze più radicali e ora in opposizione a Thaci e alla decisione di quest'ultimo di partecipare all'amministrazione temporanea di Kouchner - un'ipotesi credibile come altre, se si pensa che la LKCK, per esempio, ha avuto notevoli problemi con gli statunitensi proprio nella zona USA a ridosso di quella di Presevo. Ma i fatti di Presevo, o anche solo le voci sul ruolo della LKCK, potrebbero essere anche una montatura del gruppo di Thaci tesa a mettere fuori gioco scomodi oppositori, o una provocazione degli ambienti Rugova/Bukoshi, quest'ultimo sempre in possesso delle centinaia di miliardi raccolti negli anni passati tra l'emigrazione albanese. L'AFP citava proprio in questi giorni la voce (ancora una volta, rimasta solo tale) secondo cui l'UCPMB sarebbe una creazione di Bukoshi & Co., mirata ad accumulare capitale politico in questo momento critico (UPI, 4 marzo). Se all'interno del mondo politico albanese non riusciranno a prendere vita forze democratiche, che prendano chiaramente le distanze da ONU, NATO e tutto lo strascico di istituzioni e ONG che collaborano con esse, puntando a un autentico autogoverno del Kosovo, ogni radicalizzazione rischierà di diventare uno strumento nelle mani di altri. Ottant'anni e più di lotte per l'emancipazione e nazionale e sociale degli albanesi del Kosovo costituiscono a tale proposito un ampio patrimonio storico per l'apertura di un nuovo capitolo.

Parlando di Mitrovica, infine, è necessario inoltre dire che nessuna soluzione positiva sarà possibile, nemmeno per gli albanesi, senza che questi ultimi affrontino in maniera esplicita e concreta la questione della situazione delle minoranze, in primo luogo quella serba, e delle violenze e dell'emarginazione alle quali sono sottoposte. Tra le forze politiche albanesi nessuna può dire di averlo fatto veramente. Va senz'altro premesso che nel caso specifico dell'attuale situazione di Mitrovica non si tratta, come hanno invece lasciato intendere molti organi di stampa, di una zona di cui si tratterebbe di difendere la "multietnicità" o di un ultimo bastione della "difesa serba", ma del frutto di un'operazione cosciente, sistematica e programmatica di espulsione violenta degli albanesi, di occupazione e di spartizione con mezzi militari, eseguita e sancita da due soggetti: le forze jugoslave in ritirata e i loro uomini locali, da una parte, le forze della NATO, dall'altra. Si tratta di una situazione di cui si può solo chiedere l'immediata cancellazione. Ma Mitrovica è solo una parte del Kosovo e non deve servire come paravento per evitare di guardare a situazioni ben diverse, generalizzate e documentate, di violenza contro la minoranza serba e di emarginazione della stessa. Casi sistematici come quelli di Prizren, per fare solo uno tra tanti esempi possibili, indicano con chiarezza che c'è una diffusa nomenklatura albanese locale che specula su questo, magari con fini di arricchimento e non "etnici", ma che tali poi diventano a livello politico. E questa nomenklatura locale, anche se in massima parte agisce per conto proprio e non in base a un programma generalizzato, condivide tuttavia con la nomenklatura "più alta" i medesimi interessi di autoreplicazione e quindi quest'ultima va giudicata come solidale e corresponsabile, politicamente, con la prima. Nei fatti, entrambe basano il proprio potere anche su questa violenza e le loro occasionali prese di distanza verbali dagli atti di violenza suonano pertanto non solo false, ma anche provocatorie. E non è tutto: in alcuni casi è evidente che sia i "capoccia" locali sia i vertici più alti intessono legami di reciproca tolleranza ricattatoria con gli organismi internazionali proprio sulla base di queste violenze ("tu taci su quello che faccio, io non ti creo problemi di sicurezza", da una parte e "ti lascio fare i tuoi giochi locali, basta che non mi rompi le uova nel paniere per i giochi più grandi di te", dall'altra). Il desiderio di vendetta ormai ormai è solo una rara eccezione e, anche se è vero che uno dei problemi fondamentali nei rapporti tra serbi e albanesi rimane che non è stata, né si prevede che verrà presto fatta, giustizia per le immense violenze subite dai secondi, la quantità di tempo passata cambia senz'altro le cose. Analogamente, hanno ragione gli albanesi a prendersela con l'ONU e la NATO quando queste ultime accusano i primi di non fare niente per cancellare le violenze, dal momento in cui sono ONU e NATO a essere responsabili della sicurezza, della giustizia, dell'amministrazione e di ogni altro aspetto della vita pubblica del Kosovo. Ma questo vale solo se si vuole giustamente dare un altolà all'arroganza degli organismi internazionali, non per evitare di affrontare il problema delle minoranze e avallare, di conseguenza, la situazione esistente.

LE INTERMINABILI GUERRE INTERNE ALL'OCCIDENTE
Le ultime crisi di Mitrovica hanno portato alla luce anche un altissimo livello di conflittualità interna agli "alleati" occidentali. Qui sotto riassumeremo quelli che ci sembrano essere i fattori più rilevanti di tale conflittualità (sulla quale torneremo ancora in futuro).

Innanzitutto, tra i fattori principali, vi è l'attuale contesto generale in Kosovo e attorno al Kosovo. La possibilità di trovare per il Kosovo soluzioni "stabilizzatrici" (uno status del Kosovo accettabile per gli albanesi, ma che non rompa gli equilibri regionali) diventa sempre più lontana man mano che passa il tempo e la situazione sul terreno si incancrenisce. Il problema del "buco nero" della Serbia in mezzo ai Balcani e di Milosevic che non solo rimane saldo al potere, ma sembra non avere alternative credibili a tempo breve, è l'altro grande problema, al quale va a sommarsi quello di un regime che, essendo messo internazionalmente alle corde, ha poco da perdere nel lanciarsi in nuove operazioni di guerra. Infine, vi è un proliferare sempre maggiore di organizzazioni che gestiscono la situazione sul terreno, le cui ambizioni e il cui protagonismo trovano nell'attuale situazione caotica del Kosovo l'ambiente ideale per aumentare o per imporre il proprio peso contrattuale (per esempio, l'OSCE rimasta in sordina dopo i bombardamenti, potrebbe vedere ora aumentare il proprio ruolo con il censimento e le elezioni previste, la cui organizzazione è di sua competenza).

Oltre a questi aspetti generali, più strettamente politici, vi sono invece i fattori specifici dello scontro tra "alleati". Innanzitutto, l'Unione Europea dopo la guerra del Kosovo ha varato un programma di costruzione di una propria identità militare, che farà prossimamente il primo passo fondamentale con l'assegnazione per un semestre all'Eurocorps del comando della KFOR, e avrà come altre scadenze il vertice UE di giugno in Portogallo e quello di Nizza in dicembre. Questo processo comporta già ora una ridefinizione dei rapporti tra alleati europei e Stati Uniti e, in generale, del ruolo della NATO, ridefinizione che trova nel Kosovo la "cavia" naturale. Ma la costruzione di un'identità militare dell'UE comporta anche una reimpostazione dei rapporti tra i vari membri dell'Unione e tra quest'ultima e i paesi europei non UE (in particolare in casi come quello della Turchia, che non fa parte dell'UE, ma fa parte della NATO, o come quelli dei paesi dell'Europa Orientale che hanno avviato processi distinti di adesione all'UE e alla NATO). Vi è poi anche il problema dello eccessivo stress che comporta la capillare presenza militare dei paesi NATO nei Balcani, sia in termini militari (difficoltà a muoversi nel caso di nuove crisi) sia in termini politici (la macchina militare deve naturalmente essere accompagnata da una presenza politica su diversi fronti instabili). Un segno di questo stress è che le forze KFOR in Kosovo sono andate diminuendo e il loro totale (circa 38.000) è decisamente inferiore a quello previsto in principio (circa 50.000), senza contare che queste forze devono spesso svolgere compiti di polizia per il mancato invio del numero di poliziotti previsti. L'Italia è uno degli esempi più eloquenti di queste situazioni problematicche. L'Eurocorps è un problema per i vertici italiani, perché pure essendo europeo, l'Italia non ne fa parte e, perdipiù, a quanto scriveva "Le Monde" (30 gennaio), l'approvazione del assegnazione a tale corpo del comando della KFOR è stata possibile solo promettendo alla Turchia la possibilità di condividere il successivo semestre di comando, che avrebbe dovuto invece essere tutto italiano. Dal punto di vista delle forze impegnate sul campo, l'Italia sembra avere raggiunto la saturazione delle proprie capacità di impegno militare all'estero e nel caso di altre, nuove crisi gravi, avrebbe grosse difficoltà a dispiegare nuove forze, con tutte le conseguenze che questo ha anche sul piano politico-diplomatico.

Ai problemi tra USA ed Europa, e tra gli stessi europei, vanno ad aggiungersi anche i problemi interni agli stessi Stati Uniti. Il primo e più evidente è che quest'autunno vi saranno le elezioni presidenziali (come sottolinea l'articolo del "Times"), a loro volta seguite da un periodo di interregno di alcuni mesi prima dell'insediamento della nuova amministrazione. Questo vuol dire che da qui fino al prossimo autunno gli Stati Uniti dovranno essere molto attenti a non finire in situazioni imbarazzanti. Oltre questo problema tecnico, tuttavia, si confermano come ancora vive e intense le divergenze all'interno della stessa amministrazione e dei vertici militari, risultate evidenti l'anno scorso man mano che proseguivano i bombardamenti contro la Jugoslavia. Ritorna il conflitto tra il gen. Shelton e il gen. Clark, che durante la guerra aveva visto il secondo svolgere lo ruolo di falco, ma risultare poi perdente (il suo termine di "pensionamento" anticipato dall'incarico scadrà a breve e Shelton è riuscito a ottenere il diritto di nominarne il successore), tanto che ora Albright non sembra più fargli da tutrice. Anche per gli Stati Uniti risulta problematica la gestione di una situazione di cui ancora non sono chiari gli esiti e che viene affrontata con approcci diversi dall'amministrazione di Washington, dai militari sul terreno e dai diplomatici con maggiore influenza nella regione ("Notizie Est" ha per esempio seguito le mosse di Richard Miles, ambasciatore a Sofia "competente per la Serbia", rispetto al quale segnalamo che negli scorsi giorni è riuscito a fare nominare il suo numero 2 in Bulgaria, Christopher Dell, a capo della missione USA a Pristina ["Sega", 1 marzo]), Non è un caso che in queste ultime settimane le rivelazioni di fonti anonime sui retroscena dell'ultima guerra e dei quasi nove mesi di "pace" siano state più che abbondanti sulla stampa - segno che i conti tra le varie fazioni sono lontani dall'essere stati chiusi.

Pur rimanendo la stessa micidiale macchina militare (e politica) che è sempre stata, la NATO nei Balcani è quindi in questo momento, per i motivi elencati sopra, molto vulnerabile. Non va comunque dimenticato che la sua esistenza rimane fondamentale e irrinunciabile per le politiche dei paesi imperialisti. E nel corso dell'ultimo anno abbiamo purtroppo visto come abbia saputo alla fine imporsi costi quello che costi.


AGGIORNAMENTO: ARRIVANO I FRANCESI E GLI ITALIANI

A conferma del clima contradditorio all'interno della NATO è arrivata ieri la notizia che a Mitrovica verranno inviati nuovi contingenti dell'alleanza e più in particolare 700 francesi e 300-400 italiani (del reggimento San Marco). Contemporaneamente, a prefetto della città, dopo l'abbandono dell'italiano Morcone, verrà nominato lo statunitense William Nash, che ha già comandato truppe USA in Bosnia nel 1995 e 1996. Quindi è stata smentita con i fatti la dichiarazione di Robertson del 24 febbraio, secondo cui non ci sarebbero stati aumenti di truppe. I francesi avevano già offerto 700 soldati subito dopo "Mitrovica 3", il 23 febbraio, ma da allora non se ne era più parlato.

Gli uomini del reggimento San Marco (chiamati anche i "marines" italiani), che andranno ad affiancarsi a quelli francesi già di stanza a Mitrovica, dovrebbero partire fra una decina di giorni ed avevano "già trascorso alcuni mesi tra i monti kosovari", secondo quanto scrive il "Corriere della Sera" di oggi. Il reggimento è formato da due battaglioni, uno d'assalto e uno logistico, e fa parte della Forza di Intervento Rapido dell'esercito italiano. Il San Marco collabora strettamente con i lagunari, di cui abbiamo parlato più sopra - ecco cosa si scrive nel sito della Associazione Lagunari Truppe Anfibie - Sezione di Bergamo: "Con il San Marco - sostiene l'aiutante Parodi, 49 anni, milanese prestato a Venezia - stiamo affinando una cooperazione che consentirà migliori automatismi nelle operazioni congiunte specie all'estero". Inoltre, prima di entrare a tutti gli effetti nei lagunari, è necessario passare un periodo di addestramento nel San Marco ("si diventa invece "anfibi" solo dopo 12 settimane di addestramento con i "San Marco" all'isola di Pedagne (Brindisi)"). Gli uomini del San Marco avrebbero dovuto prendere parte alle manovre KFOR in Kosovo, che si terranno dal 19 marzo al 10 aprile [!], ma vi hanno rinunciato per potersi schierare a Mitrovica, secondo quanto scrive l'AFP (14 marzo). L'Italia quindi non parteciperà a tali manovre. A tale proposito, il "Corriere della Sera" osserva che "l'Italia è in una situazione critica. I reparti disponibili per l'impiego immediato sono esauriti. E per soddisfare le esigenze della Nato si è dovuto far ricorso alle cosiddette 'riserve strategiche' ". Inoltre questa decisione è stata accompagnata da altre, pesanti dichiarazioni di alti gradi militari, dopo quelle del gen. Mazzaroli del 25 febbraio scorso: "I militari vanno dove decidono i politici e i vertici delle Forze armate - ha commentato l'ammiraglio Fernando De Vita, presidente del Cocer interforze, l'organo di rappresentanza delle Forze armate -. Ma pretendono che il sistema Paese sia al loro fianco. Oggi non è così".

Da segnalare infine che oggi tutte le fonti affermano che l'Italia, con l'arrivo degli uomini del San Marco, sarà il paese con il contingente più numeroso nella KFOR, 6.300 uomini (di cui 1.240 in Albania e 230 in Macedonia). Il 15 dicembre il "Sole 24 Ore" citava la cifra di 4.977 uomini italiani nella KFOR, tra Kosovo e Macedonia, segno che il contingente italiano è andato aumentando negli ultimi tre mesi in misura decisamente maggiore rispetto al nuovo aumento previsto ora.

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Data: 15-03-2000 Fonte: fonti varie
Autore: Autori vari





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