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"Camion e cadaveri scomparsi"

Data: 01-06-2001 Fonte: "Vreme", "Independent"
Autore: Autori vari

NOTIZIE EST #442 - KOSOVO/SERBIA
1 giugno 2001


CAMION E CADAVERI SCOMPARSI

[La storia del camion frigorifero contenente decine di corpi ripescato dal Danubio, in Serbia, il 6 aprile 1999, ha avuto ampia eco nei media serbi. Negli ultimi giorni, il caso è giunto anche sulla stampa internazionale in seguito alla conferma ufficiale dei fatti da parte del Ministero degli Interni serbo, che promette di rivelare ulteriori particolari nei prossimi giorni. Lo stesso ministero ha inoltre specificato che i cadaveri contenuti nel camion erano 86. L'articolo di "Vreme" che riportiamo qui sotto è il più completo tra tutti quelli usciti poco dopo le prime rivelazioni. Successivamente, altre fonti, e in particolare i quotidiani "Politika" (http://www.politika.co.yu) e "Danas" (http://www.danasnews.com), hanno riportato numerose testimonianze a conferma della sostanza dei fatti. "Danas" ha addirittura pubblicato le foto del camion appena ripescato dal Danubio. Più sotto riportiamo brani di un lungo articolo dell'"Independent" di oggi sulle tecniche di occultamento delle prove relative ai crimini serbi in Kosovo nel 1999 (e una breve conferma de "Il Manifesto"). I materiali che pubblichiamo oggi vanno a completare la lunga serie di altre documentazioni relative alla campagna di disinformazione sulle vittime della guerra in Kosovo pubblicate da "Notizie Est". Nonostante le numerosissime conferme, ufficiali e non, e nonostante la notevole veridicità del caso, rimane buona regola un po' di prudenza, visti i precedenti come quello di Ljubenic e, soprattutto, in considerazione del fatto che la fonte di origine della notizia è comunque un ex dipendente del ministero degli interni serbo - A. Ferrario]


1) IL CARICO DELL'ORRORE
di Dejan Anastasijevic - ("Vreme", 10 maggio 2001)


Chiunque si fosse illuso della possibilità di cancellare in qualche modo le conseguenze della guerra in Kosovo è stato sottoposto in questi giorni a un brusco risveglio. Un numero finora non confermato di cadaveri, quasi sicuramente vittime di crimini di guerra, è letteralmente emerso sulla superficie del Danubio, in un'area della Serbia opposta a quella in cui probabilmente sono stati uccisi. Il testo su tale avvenimento, pubblicato in un giornale di provincia a due anni dai fatti, ha messo in moto uno degli scandali più imbarazzanti con cui il nuovo potere si è finora trovato ad affrontare. I cadaveri contenuti in un camion frigorifero estratti dal fiume non lontano da Kladovo hanno nuovamente aperto non solo la questione dei crimini commessi in Kosovo, ma anche la storia per nulla meno macabra dei tentativi di nascondere tali crimini. L'inconveniene è che le persone incaricate di condurre indagini sul caso, vi sono sicuramente coinvolte, in virtù della loro funzione, fin dal suo inizio.

LA STORIA DEL SOMMOZZATORE
I fatti di cui da due anni correva voce a Kladovo probabilmente non sarebbero mai usciti dall'ambiente locale se non ci fosse stato Dragan Vitomirovic, impiegato in pensione del Dipartimento della Sicurezza di Stato dedicatosi al giornalismo, e la sua rivista "Timocka krimi revija". Vitomirovic ha pubblicato in tale rivista, su cinque pagine, un articolo basato sulla testimonianza di Zivojin Djordjevic, sommozzatore professionista di Kladovo. Djordjevic ha descritto nei dettagli come il 6 aprile 1999, nel corso dei bombardamenti NATO, sia stato impegnato nell'estrazione di un camion frigorifero dal fondo del Danubio, presso la località di Tekije, non lontano da Kladovo. Il camio frigorifero era stato notato durante un periodo di magra del fiume da alcuni pescatori, che ne hanno dato notizia alla polizia locale, la quale, ritenendo che si trattasse di un incidente stradale, ha adottato le misure di routine e ha informato la Procura distrettuale. Il compito di Djordjevic era quello di fissarvi un cavo affinché l'argano potesse portarlo sulla riva. Nel giro di poco tempo, tuttavia, ci si è reso conto che in questo lavoro non vi era nulla che fosse di routine.

Prima di tutto ci si è resi conto, quando al primo tentativo il cavo ha ceduto, che il camion frigorifero era molto più pesante di quanto avrebbe dovuto essere, a giudicare dalle sue dimensioni. Oltre a ciò, la cassa era serrata con una catena e un lucchetto pesanti, un particolare non normale per un trasporto di carne. Quando, grazie all'uso di un cavo più resistente e di un argano più grande fatto venire dalla centrale idroelettrica di Djerdap, la parte posteriore del camion ha cominciato a emergere lentamente dall'acqua, si è avuta una vista che nessuno di coloro che quel giorno si trovavano lì riuscirà a dimenticare fino alla fine della propria vita. "Abbiamo innalzato un po' la parte posteriore, lasciando che l'acqua colasse, al fine di potere portare più facilmente il camion sulla riva", ha raccontato Djordjevic, spiegando che dopo di ciò è stata tagliata la catena ed è stata aperta la cassa del camion. "Dalla cella frigorifera hanno cominciato a scivolare fuori dei cadaveri. Molti cadaveri di donne, bambini e vecchi", scrive nel testo della "Timocka krimi revija". "Alcune donne indossavano calzoni alla zuava, alcuni bambini e vecchi erano nudi. Una vista orrenda. Insieme a Bosko, un tecnico del reparto criminale della sezione distrettuale del Ministero degli Interni di Kladovo, che era con me, abbiamo esaminato confusi il carico, tendando di riportare i cadaveri all'interno, perché la gente che passava nei dintorni si stava ormai raccogliendo tutto intorno. Ho tenuto Bosko per le mani, in modo tale che potesse fotografare dall'alto l'interno della cella frigorifera. Abbiamo quindi rapidamente chiuso gli sportelli e siamo andati immediatamente ad avvissare i dirigenti della sezione distrettuale del Ministero degli Interni di Kladovo". Il camion frigorifero, secondo Djordjevic, era fissato a dei blocchi di cemento e, a giudicare dallo stato dei cadaveri, era stato gettato nel Danubio in qualche punto più in alto di Tekija, andando controcorrente, almeno alcuni giorni prima.

IL CASO VIENE MESSO A TACERE
Dopo che il camion con il carico scottante è stato finalmente portato a riva, è stato chiamato un servizio di pompe funebri privato di Kladovo, affinché trasportasse i cadaveri nell'obitorio, ma vi è stata un'incomprensione, perché lo sfortunato, al quale non era stato comunicato il numero dei "clienti", è arrivato con sole quattro bare. Tutte queste complicazioni hanno portato Miroslav Srzentic, il vice-procuratore distrettuale, a fissare l'inizio delle indagini per il giorno successivo. Le indagini, tuttavia, non sono mai cominciate, perché nel corso della notte è giunto l'alt da Belgrado. Srzentic, il quale nel frattempo è stato promosso a procuratore provinciale, afferma che il suo capo di allora, Krste Majstorovic gli ha comunicato il 7 aprile che "non vi saranno sopralluoghi", perché "non è accaduto nulla", e che tutto ciò che riguarda il camion frigorifero deve essere considerato come segreto di stato. Srzentic afferma che la spiegazione gli è sembrata strana, ma che in considerazione dello stato di guerra in quel momento in atto, non ha pensato ad opporsi. Lo stesso giorno, a quanto si racconta, è giunto un nuovo camion frigorifero con targa di Belgrado, che dopo avere caricato il contenuto del primo camion, si è messo in viaggio in direzione di Donji Milanovac. La "Timocka krimi revija" scrive inoltre che il primo camion frigorifero, di marca Mercedes e di colore verde, con targa PE (Pec), e recante sugli sportelli il nome di un proprietario di nazionalità albanese, è stato rimorchiato, vuoto, fino a Petrovo Selo, dove si trova la base delle Unità Speciali Antiterroristiche (SAJ) e che lì è stato fatto saltare in ario con trenta chili di esplosivo. Del camion, si dice, è rimasto solo parte del paraurti, che è volato fino a una piantagione di susini nelle vicinanze.

Dopo che la stampa della capitale ha ripreso ampi passi del testo di Vitomirovic, i rimanenti attori della storia hanno confermato le affermazioni del sommozzatore e hanno aggiunto alcuni nuovi particolari. Si afferma, per esempio, che del caso è stato immediatamente informato il generale Vlastimir Djordjevic Roda, allora capo del Dipartimento della pubblica sicurezza, e che le fotografie dei cadaveri, prese dal già menzionato tecnico Bosko della sezione locale del Ministero degli Interni, sono state inviate prima a Bor e poi a Belgrado. Solo il principale testimone di Vitomirovic, cioè il sommozzatore Zivadin Djordjevic, in successive dichiarazioni ha negato alcune delle sue affermazioni originali. In un'intervista concessa alla televisione YU info e, un giorno dopo, a B92, Djordjevic ha dichiarato che i cadaveri erano in tutto una trentina, che non si ricorda della targa di Pec e ha smentito che alcune donne indossassero pantaloni alla zuava. Vitomirovic, a sua volta, ha affermato di avere riportato fedelmente le parole di Djordjevic, e ha indicato addirittura il numero di telefono del proprietario del camion frigorifero riportato sulla portiera (029 22 997). Egli ritiene che le successive dichiarazioni di Djordjevic siano conseguenza della paura o di minacce, visto che afferma egli stesso di essere stato oggetto di minacce dopo che il testo è uscito. Lo hanno minacciato, afferma, persone che si sono presentate come funzionari del Ministero degli Interni e lo hanno consigliato, nell'interesse nazionale, di fare sì che le indagini su tale caso cessassero.

Se si mette tutto assieme, si riscontra che il gruppo operativo di indagine, formato l'8 maggio di quest'anno dal capo del Dipartimento della pubblica sicurezza Sreten Lukic [su di lui si veda in "Notizie Est" #397, 8 febbraio 2001 - N.d.T.], non potrà fare poi molto sul terreno. I cadaveri sono stati portati chissà dove, il paraurti che in occasione dell'esplosione è volato nella piantagione di susini non è stato trovato da nessuno dei giornalisti, così come sono scomparse tutte le fotografie di Bosko. Tutto quello che abbiamo sono le dichiarazioni dei testimoni, le quali, tuttavia, nonostante alcune contraddizioni, coincidono in maniera più che sufficiente e non possono essere ignorate. Nessuno, d'altronde, nega che si tratti di cadaveri di bambini, donne e anziani e, tenendo conto delle circostanze, è più che chiaro che si tratta di vittime di un crimine di guerra compiuto in Kosovo.

BRUCIAMENTO E INCENERIMENTO
A questo punto, la storia già così fosca acquisisce toni ancora più scuri, poiché esistono indizi secondo cui nel corso della guerra in Kosovo vi sono stati tentativi sistematici, e in genere molto bene organizzati, per nascondere le dimensioni dei crimini e per cancellarne le tracce. Un network americano che si chiama American Radio Networks ha pubblicato alla fine dell'anno scorso un reportage molto bene documentato sul fatto che un grande numero di cadaveri di albanesi è stato bruciato negli altoforni del complesso di Trepca, richiamandosi tra le altre cose alle dichiarazioni di due membri delle Unità per le Operazioni Speciali (JSO), i quali affermano di avere partecipato direttamente all'operazione. I cadaveri, secondo le dichiarazioni di uno di loro che si presenta come "Branko", sono stati posti su nastri trasportatori con i quali il coke e i minerali venivano versati nel forno e bruciati a una temperatura di alcune centinaia di gradi superiore a quella dei normali crematori. L'idea era quella di distruggere tutto quello che potesse servire come prova, perfino le tracce microscopiche di DNA. "Non si trattava di nasconderli, bensì di distruggerli completamente", afferma Branko, "in modo tale che fosse come se non fossero mai esistiti". E interessante notare come Branko affermi che per il trasporto dei cadaveri sono stati utilizzati "dei piccoli camion frigoriferi, di solito quelli che si utilizzano per il trasporto di latte e gelati, con 20-30 cadaveri in ogni carico". "Dovevamo stare attenti che la NATO non ci riprendesse, anche se questo rallentava il lavoro", spiega.

Michael Montgomery, il giornalista autore di questo reportage, afferma di essere venuto a conoscenza di racconti secondo cui alcuni singoli "carichi" del genere sono andati dal Kosovo anche in Serbia e sono stati distrutti in un altro modo, ma di non essere riuscito a trovare prove dirette. Una conferma del fatto che tali racconti non siano forse privi di fondamento, vengono da una parte inatessa: dal Tribunale militare di Nis. In tale sede, nel corso del processo contro un gruppo di membri dell'Esercito jugoslavo per l'uccisione di una coppia di anziani in Kosovo - altrimenti l'unico tale processo di tale tipo tenutosi dalla guerra fino a oggi - è venuto alla luce che uno degli accusati, il riservista Nebojsa Dimitrijevic, era membro di una "unità per il bruciamento" dei cadaveri, mentre un testimone, presentato come membro di un "gruppo per l'incenerimento definitivo". Reagendo a un testo dello "Observer" di Londra, nel quale l'esistenza di tali unità viene messa in collegamento con la distruzione delle tracce dei crimini di guerra, il Servizio informazioni dello Stato maggiore dell'Esercito jugoslavo ha affermato che si tratta di disinformazioni sensazionalistiche, perché "tali unità esistono, per motivi sanitari, ovunque nel mondo". Si tratta di una spiegazione, tuttavia, che non suona nemmeno lontanamente convincente (perché l'incenerimento?) e dall'esercito ci si aspetterebbero delle spiegazioni molto più complete.

PROFUMI
Se torniamo al camion frigorifero emerso dal Danubio, diventa chiaro che i dati chiave su cosa sia effettivamente avvenuto si trovano all'interno del Ministero degli Interni della repubblica [cioè della Serbia - N.d.T.]. Da lì, qualcuno ha dato l'ordine di inviare un altro camion frigorifero per raccogliere i cadaveri e questo qualcuno sa dove sono stati portati e cosa è successo dopo. Se non lo ha fatto personalmente il generale Vlastimir Djordjevic Rodja, egli dovrebbe comunque, per natura delle cose, sapere chi ha emesso una tale disposizione. Rodja non è più capo del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, ma è sempre in servizio, in particolare nel sud della Serbia, intorno a Bujanovac. Tuttavia, Rodja non avrebbe potuto fermare le indagini che Srzentic aveva già avviato, ma lo poteva fare solo l'allora procuratore della repubblica Dragisa Krsmanovic, che oggi è aiutante in tale Procura. In merito a dove e perché sono state uccise le persone contenute nel camion frigorifero dovrebbe sapere qualcosa anche il successore di Rodja alla guida del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, il generale Sreten Lukic, che a quel tempo era coordinatore di tutte le unità del Ministero degli Interni in Kosovo. Se si tiene conto del fatto che l'ordine di creare una commissione di inchiesta è venuto proprio da Lukic, sarà interessante vedere se anche lui si troverà nell'elenco dei testimoni. Per ora vi sono motivi più che sufficienti per essere scettici riguardo all'esistenza della volontà politica per chiarire fino in fondo questo caso.

[...] L'occultamento dei crimini è anch'esso un crimine, non solo all'Aja, ma anche di fronte alla giustizia serba, che in questi giorni si sta sforzando di riacquisire la credibilità persa da lungo tempo. Quello che è nell'interesse del pubblico e della giustizia, tuttavia, non deve necessariamente essere nell'interesse dei politici, che continuano ad astenersi dal fare ballare troppo questa barca. Come spiegare altrimenti la reazione acida, e soprattutto tardiva, dei più alti funzionari dello stato? Tutti questi ultimi, con l'eccezione di Goran Vesic, che ha espresso pubblicamente il suo timore che "di fatti del genere ce ne saranno altri", danno l'impressione di avere voglia di riuscire in qualche modo a nascondere questo caso sotto il tappeto. Il ministro della giustizia Vladan Batic ha dichiarato di "non avere l'intenzione di tornare retroattivamente sul camion", come se, non voglia iddio, ci fosse già stato dentro.

Il ministro federale della polizia Zoran Zivkovic ha commentato il caso in massima parte legandolo al contesto dei serbi scomparsi, e il ministro della polizia della repubblica, Dusan Mihajlovic, cinque giorni dopo che i principali quotidiani di Belgrado avevano riportato il testo di Vitomirovic ha dichiarato: "in questi giorni non ho tempo per leggere i giornali". Probabilmente il commento più originale è stato quello pronunciato dal presidente del governo Zoran Djindjic, il quale, rispondendo a una domanda sul possibile coinvolgimento del generale Lukic nel caso con il camion frigorifero e nei crimini di guerra in generale, ha affermato che la priorità del suo governo è la lotta alla criminalità organizzata. Senza curarsi di cercare di dimostrare l'innocenza di Lukic, Djindjic ha affermato che "coloro che possiedono case da gioco e profumerie sono molto più pericolosi" dei criminali di guerra.

Forse il premier potrebbe comunque risparmiare qualche profumeria: ci sarà bisogno di molta acqua di colonia per nascondere il puzzo che proviene dal camion frigorifero.


2) "NON HO MAI TROVATO I LORO CORPI"
di Justin Huggler - ("The Independent", 1 giugno 2001)

L'ultima volta che Vjollca Berisha ha visto i suoi figli è stato quando giaceva nel loro sangue nel retro di un camion pieno di corpi. Non riesce a sopportare il peso di parlarne, ora. Ha accettato di parlarci, ma non viene fuori nessuna parola. Incrociare il suo sguardo è qualcosa che non si riesce a sopportare. E' suo padre a raccontare la sua storia, mentre lei siede in un angolo e piange.

Suo marito e due dei suoi figli erano tra le 50 persone, per la maggior parte donne e bambini, circondate dalla polizia serba in una pizzeria di Suhareka il 26 marzo 1999. Hanno sparato ad alcune di esse e ne hanno uccise altre con una granata. Quando la polizia ha pensato che fossero tutte morte, hanno caricato i corpi nel retro di un camion. Vjollca e suo figlio di otto anni erano feriti, ma ancora vivi. Ha preso il bambino ed è saltata. Il retro del camion che se ne andava è stata l'ultima cosa che ha visto del resto della sua famiglia. "Non ho mai trovato i corpi". E' quasi l'unica cosa che le sento dire. I figli di Vjollca erano solo due tra le migliaia di albanesi uccisi dalle forze serbe e i cui corpi sono scomparsi in Kosovo nel corso dei bombardamenti aerei della NATO nel 1999. [...]

Nexhat Bytyqi era scivolato fuori dalla casa a Trnje, in cui suo nipote ferito si stava nascondendo, per andare a prendere un po' d'acqua. I corpi di 16 membri della sua famiglia giacevano nel giardino. La polizia serba gli ha impedito di tornare alla casa ed egli è stato costretto a vivere alla macchia per tutta la durata della guerra. Quando alla fine è riuscito a tornare a casa, suo nipote era scomparso e non è stato più rivisto da allora. E i corpi erano tutti scomparsi. Il cugino di Nexhat afferma di avere visto dei camion venire a prenderli, e di avere sentito che i corpi venivano caricati.

Shefqet Gashi ha visto suo padre venire ucciso con un colpo da fuoco. Li ha visti preparare il corpo per la sepoltura nel cimitero locale. Ma quando è tornato alla fine della guerra e ha cercato il corpo, quest'ultimo non era più lì.

Alcuni media occidentali hanno accusato queste persone di mentire, di esagerare i crimini commessi dai serbi contro di loro. Hanno accusato l'Occidente di avallare queste bugie al fine di giustificare la campagna aerea della NATO. Se ci sono state uccisioni, affermavano, dove sono i corpi? Un articolo pubblicato da "The Spectator" metteva Suhareka, dove Vjollca ha perso la sua famiglia, tra "i massacri che non sono mai accaduti".

Ma ora la verità ha cominciato a emergere. Tutte queste scomparse si sono verificate alla fine del marzo 1999. Giorni prima, un incontro segreto si era tenuto a Belgrado. In occasione di tale incontro, ha rivelato successivamente la polizia serba, Milosevic aveva ordinato al suo ministro degli interni, Vlajko Stojilkovic, di eliminare tutte le prove di crimini di guerra in Kosovo.

Nel giro di alcuni giorni è cominciata una macabra operazione di pulizia. Non erano solo gli squadroni della morte ad aggirarsi per il Kosovo mentre le bombe della NATO piovevano. C'erano anche disseppellitori di cadaveri. Il Kosovo è una terra di tombe vuote. Gli investigatori sono tornati ripetute volte su diversi siti in cui testimoni avevano indicato lo svolgersi di massacri, e hanno trovato tombe scavate di fresco - ma nessun corpo. A volte facevano delle scoperte strane, soncertanti: il corpo di un uomo anziano, vestito con gli indumenti di un bambino ucciso il cui corpo era sparito; il corpo di un uomo che indossava indumenti forati da pallottole, sebbene non avesse ferite da pallottole. [...]

Uno dei parenti di Vjollca mi porta a vedere la pizzeria in cui la sua famiglia è morta, insieme a molti altri. I serbi hanno caricato immediatamente i corpi nei veicoli - non lasciavano alcuna prova dietro di loro. "Vi erano altre persone vive su quel camion", afferma improvvisamente Vjollca.

Gli investigatori hanno trovato una fossa comune che pensavano contenesse i corpi di Suhareka. Cinque o sei oggetti - il notes di un bambino, un paio di scarpe, il documento di identità della sorella di Vjollca - sono stati trovati sul posto. Ma non è stato abbastanza per convincerla. Hanno trovato 48 paia di scarpe. Ha verificato ogni paio. Nessuno di essi apparteneva alla sua famiglia. E' diventato chiaro che i serbi avevano sparso le prove, nel tentativo deliberato di confondere le idee, in tutto il Kosovo. Era parte integrale delle operazioni di pulizia il garantire che i corpi non potessero essere prodotti come prova contro l'ex regime. A Pec, Shefqet Gashi ci porta sul luogo in cui suo padre è stato ucciso. Vi è una placca dove il padre di Shefqet è morto sulla soglia di casa sua. Porta le sue date: 25.06.1922 - 27.03.1999. E' stato troppo lento nello scappare quando la famiglia ha sentito i serbi arrivare. Gli altri sono fuggiti.

Gli assassini hanno lasciato i corpi per le strade, nei punti in cui erano morti - erano circa 50. Veniamo portati di casa in casa e ci viene indicato dove si trovavano. quella notte qualcuno è andato in giro per le strade a raccogliere i corpi di casa in casa. Nessuno li ha visti - quelli che erano ancora in città si nascondevano - ma il mattino i corpi erano scomparsi.

Il giorno successivo, Shefqet è scappato in Albania. Mentre passava accanto al cimitero sulla via per uscire dalla città, ha visto suo padre morto giacere in un camion di fianco a una fossa appena scavata. Quando è tornato dopo la guerra, gli investigatori, guidati dalla gente locale, hanno aperto 205 fosse scavate di recente. La maggior parte di esse erano vuote, ma in alcune di esse vi erano corpi di abitanti di villaggi situati dall'altra parte del Kosovo. I serbi, evidentemente, avevano spostato le prove da un posto all'altro.

Nel villaggio di Pastasell, gli abitanti locali hanno visto i predoni di cadaveri all'opera. Qui erano state uccise centosei persone, tra le quali il figlio di Mete Krasniqi - messe in fila contro lo steccato, 10 alla volta, e mitragliate. Mete e gli altri sopravvissuti hanno sepolto i corpi. Un mese dopo, si stava nascondendo nei boschi insieme all'UCK quando li ha visti venire per prendersi i corpi.

"C'erano due camion, uno verde militare, e uno giallo civile. Gli uomini portavano tute da lavoro arancioni", afferma. "Hanno scavato riaprendo le fosse e hanno portato via i corpi". Da allora, alcuni dei corpi sono stati trovati, sparsi in diversi siti, sia vicini che distanti. I camion sono andati di villaggio in villaggio, lasciando alcuni corpi qua, alcuni corpi là. Altri non sono mai stati trovati, come nel caso dei corpi delle vittime più giovani, due ragazzi di 14 anni. Nel villaggio di Citakova, gli investigatori del tribunale dell'Aja hanno portato alla luce da una tomba il cadavere di un uomo che indossava indumenti di un bambino. Gli indumenti sono stati identificati come appartenenti a un bambino di 13 anni scomparso, che faceva parte di un gruppo di 36 bambini visto per l'ultima volta nella moschea del villaggio di Qirez dopo che erano stati separati dagli adulti. Successivamente è emerso dalle affermazioni delle vittime che i paramilitari serbi avevano ordinato a tutta la gente di cambiarsi di vestito. Successivamente alcuni degli adulti, ivi incluso l'uomo anziano, sono stati portati via e uccisi. Un secondo gruppo è stato portato in prigione in Serbia. Nessuno ha mai più visto i bambini.

[Il caso di Vjollca Berisha, particolare del camion incluso, era stato segnalato a suo tempo (6 aprile 2000) anche da una fonte non certo sospettabile di manipolazioni "filoalbanesi", e cioè il quotidiano romano "Il Manifesto", che riportava alcuni particolari eloquenti (l'articolo è di Astrit Dakli): "[...] [A Suhareka] Nessuno pensa a un'inchiesta. Non i locali, per i quali i colpevoli sono comunque "tutti i serbi", e nemmeno le autorità internazionali - quantomeno non sembra esserci nessuna attività inquirente sul posto. Un inviato del tribunale dell'Aja l'ha interrogata una volta, nel luglio '99, e poi lei non ha saputo più nulla, né le risulta che qualcuno abbia fatto qualcosa o abbia incriminato i responsabili, che pure sono noti. Nessuno cerca i corpi delle vittime. I sei uomini sono stati trovati immediatamente - i serbi li avevano accatastati e bruciati lì davanti a casa - ma gli altri, 16 donne e 26 bambini, no. Vicino al villaggio dove erano diretti i camion degli assassini si sono trovati alcuni oggetti degli uccisi, ma i corpi devono esser stati poi portati altrove, probabilmente sparpagliati in varie fosse. Una, con dentro tre persone, è stata trovata per caso e Vjollca è stata chiamata a identificare i cadaveri. Poi le ricerche sono state abbandonate perché tutti hanno troppo da fare a rimettere in piedi la città, distrutta quasi completamente"]

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Data: 01-06-2001 Fonte: "Vreme", "Independent"
Autore: Autori vari





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