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Astra: dall'underground all'etere (prima parte)

Data: 24-06-2003 Fonte: Notizie Est
Autore: Lorenzo Guglielmi

N.E. BALCANI #677 - SERBIA-MONTENEGRO
24 giugno 2003


ASTRA: DALL’UNDERGROUND ALL’ETERE (1)
di Lorenzo Guglielmi, da Belgrado

La vecchia questione centro-periferia e i nuovi spazi di visibilità per il movimento delle donne nei mass-media e nella società civile


PRIMA PARTE

BLOK 37, CANTIERE DELLA MEMORIA.

Novi Beograd è un esemplare suggestivo di città satellite “realsocialista”, pianificata sull’impulso dei grandi esodi dalle campagne, a partire dal secondo dopoguerra.
Dei boschi immensi e degli acquitrini che un tempo circondavano Belgrado rimangono soltanto macchie superstiti di pioppi e platani secolari, possibile ispirazione di un certo criterio urbanistico, tutt’ora visibile nell’equilibrio tra caseggiati e aree verdi ad uso sociale, nonostante la trascuratezza cronica degli ultimi anni.
L’altra sponda dell’Adriatico, cinquant’anni fa, stava vivendo la sua prima vera rivoluzione industriale. La Lega dei comunisti jugoslava aveva dato il via alle grandi opere di modernizzazione, interpretando secondo libero arbitrio da paese “non allineato” la severa partitura del marxismo scientifico e i grandi kombinat dell’autogestione ribattevano, con un epos sfavillante di tonnellate d’acciaio, in un clima di rumorosa euforia modernista.
Le antiche vicende di Kosovo Polje erano da secoli sospese tra storia e mito. Imbrigliate nella camicia di forza della storiografia ufficiale, avrebbero dovuto attendere ancora un trentennio per farsi riesumare e rinnovarsi come funesto detonatore emotivo della propaganda bellica di Slobodan Milosevic e della sua inteligencija. Gli anni ’90 sono stati il grande “black hole” (buco nero), come molte persone usano definire questo buio decennio, spesso scusandosi con umorismo per il loro "tarzan english". “Buco nero” è un’espressione significativa, perché precede di frequente un silenzio imbarazzato, che rivela la diffusa difficoltà di molti cittadini serbi nel confrontarsi con la propria storia. Storia che si ripete, la seconda volta come farsa amara.
Tredici anni fa, le prime libere elezioni relegarono i comunisti all’opposizione in Slovenia, mentre l’estrema destra dell’HDZ di Franjo Tudjman conquistava la Croazia, con una politica tutt’altro che conciliante nei confronti della tutela delle minoranze (in primis quella serba, che costituiva circa il 17% della popolazione). L’immediato embargo economico alle repubbliche di Slovenia e Croazia e l’invito alla ribellione rivolto da Milosevic ai serbi di Knin furono la cruda reazione: nella nuova spirale dell’odio etnico, era di una banale malvagita’ far leva sugli incubi serbi della seconda guerra mondiale, alimentati dalla rivalutazione del movimento ustascia croato. Quei mesi furono un colpo di grazia letale all’idea jugoslava di unità e fratellanza e dimostrarono, fin da principio, che il violento disgregarsi della federazione, i futuri assetti del paese e il destino di milioni di persone stavano in bilico su una scacchiera, prevalentemente governata dai due uomini forti di Belgrado e Zagabria, al di là di ogni considerazione sulle responsabilità politiche e morali dell’uno o dell’altro.
A distanza di breve tempo, la rapida guerra di indipendenza slovena, cinicamente ribattezzata “guerra del fine settimana”, sarebbe stato il preludio di altre tre guerre ben piu’ tragiche nel corso di un decennio: Croazia, Bosnia e Kossovo.
La piu’ ricca e industrializzata Repubblica di Slovenia, poteva riallacciarsi alla zattera mitteleuropea, svincolandosi dalla zavorra balcanica, senza troppo rumore.
In tempi più recenti, i “cuginastri subalpini”, sono ritornati in Serbia in grande stile: il loro grande centro commerciale Mercator è la nuova Mecca dello shopping a Novi Beograd e nel fine settimana arriva gente da tutta la Serbia, anche solo per guardare, mentre l’ insegna svetta alta, al quindicesimo piano del grattacielo accanto a quello dove abito io. Sembra la bandierina rossa di un Risiko pacifico, stendardo global impiantato a colpi di libero mercato e, talvolta, è la stella polare che mi guida nell’indistinto paesaggio notturno di questa città satellite, tra strade e palazzi di disorientante linearità.
Di giorno Novi Beograd è un cantiere di memorie a cielo aperto.
Nei primi giorni guardavo con stupore l’ expò tardosocialista di vecchie Lada, Trabant, Zastava, e Wartburg, che ancora sfilano per i viali e mostrano le fasi storiche di una stessa terra attraverso l’evoluzione paradigmatica delle targhe, dal tricolore con e senza stella, fino all’ultima sigla SCG, Serbia e Montenegro, epitaffio di una Jugoslavia che aveva cessato d’esistere molto tempo prima del 4 Febbraio 2003, quando il Parlamento Federale ha adottato la nuova Costituzione, che prevede per entrambi gli stati la possibilita’ di raggiungere entro tre anni l’indipendenza totale per via referendaria.
Nel quartiere dove vivo, giovani in larghe tute rapper giocano a basket, amoreggiano e bighellonano sullo sfondo di cartelloni pubblicitari grandi quanto grattacieli, in un continuo battibecco di graffiti e murales. “DOS è la migliore”, croci cetniche, stelle rosse e facce caricaturali, si avvinghiano sui muri delle case, mentre un tale testardo di nome “Bobo ’88, blok (caseggiato) 37 ama Marija blok 24”. Quindici anni e le spalle già gravate da vicende politiche che non gli appartengono.
I marciapiedi sciancati e i bidoni debordanti di pattume, infine, portano alla pijaca (piazza, termine familiare), unico spazio davvero aperto, un lindo e vivace approdo per i piccoli commercianti, che ogni giorno si spingono fin qua dalla profonda Serbia contadina. Nella pijaca lambita da un’incostante brezza primaverile, il sorriso dell’oriente si fa nuovamente largo, di un’antica e aspra malinconia.
Alcuni zingari assorti nella canicola vendono ai bordi delle strade patate novelle e fragole con forme e sapori d’altri tempi, misurandone il peso con piombi e bilance a piatti di rame.
Nel blok 37, all’ombra dei platani, oltre le tende dei mercanti, spunta timida la veranda del bar San Marino, miraggio mediterraneo giallo e blu, di fronte a un vecchio manifesto del Partito Radicale Serbo, che penzola sulla finestra impolverata di un retrobottega. Altro che buchi neri. Il colore sbiadito della locandina è simbolo del “popolo celeste”, chiaro segnale del Regno dei Cieli, conquistato, secondo il mito di Kosovo Polje, attraverso l’omonima battaglia persa contro i turchi. La più grande apologia di una sconfitta che la storia europea conosca, se non altro per la sua valenza culturale contemporanea. Parlando con la gente soprattutto di una certa età l’incubo dei turchi e la sacralità del suolo serbo emergono facilmente nei discorsi sulla Serbia. Con ossessiva abitudine.
La perdita di fatto del Kosovo, riconquistato dalla sua maggioranza albanese, non fa che cronicizzare ancor di più questa mentalità. E l’impressione è quella di una vita ancora “coniugata al presente remoto”, almeno per le vecchie generazioni, compresa quella dei padri nati nel secondo dopoguerra.


IL CENTRO CERCA LA PERIFERIA

A casa della famiglia P. è un pomeriggio qualunque di un fine settimana, all’ora del pasto.
Con loro divido l’appartamento, sul lato del blok 37 che costeggia il grande Bulevar Arsenija, importante raccordo autostradale.
I signori P. sono originari della Bosnia, da quello che ho potuto intendere col mio rudimentale serbo-croato da conversazione, ma devono aver girato un po’ per tutta l’ex Jugoslavia.
Il padre di famiglia, infatti, è un graduato del “due volte ex” esercito jugoslavo, di stanza a Backa Topola. Uomo tutto di un pezzo, quando ti stringe la mano si presenta con dirompente intonazione da basso russo e ti lascia in corpo ben poco fiato, come una prova di virilità già persa a tavolino. Il signor M., torna a casa soltanto il fine settimana, ma una certa disciplina casalinga sembra esser custodita da alcuni richiami all’ortodossia sparsi per il salotto e dalla bandiera nazionalista, che sventola sulle foto ricordo dell’intera famiglia, poggiate sopra il televisore.
Osservo la sequenza di immmagini: Nazione, Famiglia, Televisione, e ogni tanto Dio sottoforma di ninnoli e piccole icone in legno, confidenzialmente chiamato in causa come un numero verde telefonico, quando la cecità di fronte ai delitti commessi in nome della propria gente diventa insostenibile. In questo kit del buon patriota, simile a una “laica Trinità postmoderna”, la religione appare ridursi a rituale coreografico, debole per spirito e ideologia, in palese dissonanza coi poco castigati atteggiamenti della giovane figlia sedicenne della famiglia P. e di molte altre sue coetanee, del tutto simili alle altre “replicanti lolite” che passeggiano per le vie delle nostre capitali europee più alla moda. Cartoline illustrate di questo genere compongono un quadro abbastanza ricorrente e banale, se soltanto si ha occasione di girare per le case della gente comune, per certi locali pubblici, e soprattutto per le strade di questi sobborghi. Novi Beograd è il più grande comune della Serbia e, fin dagli anni ’80, fu laboratorio politico di importanza strategica per il cinismo politico dei grandi centri di potere. Dal disagio quotidiano delle masse colpite dalla crisi economica e dall’emarginazione, il partito di Milosevic riuscì a distillare un enorme serbatoio di consensi e, infine, di voti : un ultimo passo di democrazia formale, ma indispensabile a guadare il vecchio sistema politico verso le nuove forme di nazionalismo post-comunista.
Nei grandi “Meetings della Verità” - spesso alimentati da una stampa promotrice più di revisionismo storico che di esame critico della storiografia - le nuove e le vecchie generazioni potevano riabbracciarsi nell’illusione di un patrimonio comune; dagli stadi alle fabbriche in crisi nera, fino alla più profonda Serbia rurale, nutrita di un antico patrimonio orale di leggende e miti. Il discorso di Slobodan Milosevic del 28 giugno 1989 per la commemorazione della battaglia di Kosovo Polje omogeneizzava per migliaia di persone sei secoli di storia, comprimendoli in una sola immagine di unità nazionale: l’antico guerriero serbo, i cetnici e partigiani, la modernità socialista e la difesa dell’ortodossia e dell’Europa contro il pericolo dell’Islam, il passato più remoto e le ferite rimaste aperte dalla seconda guerra mondiale, tutti ricongiunti nella chiamata alla guerra, come nuovo orizzonte del possibile e ultima risorsa per difendere una Jugoslavia inverosimile, nuovamente stravolta dal grandeserbismo. Tutto e il contrario di tutto, nella migliore tradizione populista.
Eppure, nell’essenza più profonda del linguaggio, non c’è molto di diverso da quello che succede nella nostra Europa Unita, alle varie latitudini del revival etnonazionale, dove le subculture “pop” sono insieme prodotti e strumenti della grande fabbrica del consenso, sintomatologia di un bisogno di “rassicuranti ossessioni”. Da queste parti il fenomeno si presenta soltanto in forme più estreme e drammatiche, ma è sufficiente passeggiare a Trieste, città-specchio per l’Europa Centro-orientale, per vedere come l’eccidio delle foibe, a distanza d’oltre sessant’anni, continui a esser manipolato in senso revanscista da certa destra reazionaria e nostalgica che, anche grazie all’aiuto di una sinistra sempre divisa e spaventata da se stessa, sembra esser riuscita nell’intento di rafforzare la rimozione dalla memoria collettiva delle “nostre” pulizie etniche ai tempi dell’invasione delle truppe dell’Asse nei Balcani.
Il “turbofolk”, musica spazzatura della Serbia ai tempi dell’embargo, ma comune per sonorità e contenuti a tutta l’area balcanica, in fin dei conti non è un prodotto puramente autoctono, ma filtra e rielabora, attraverso le macerie della “cortina di ferro miloseviciana”, tanti elementi del peggiore modernismo occidentale, irrobustendo il cocktail nichilista di corse in automobile, sesso, alcol e machismo. Aperte le frontiere, passato l’inferno della guerra in Kosovo e dei bombardamenti NATO, l’evoluzione dell’onda turbofolk ha trovato uno dei più naturali sbocchi nell’euforica e colorata TV Pink, nuovo impero dei media, che ha molte cose da raccontare, come ogni cosa cresciuta in fretta dal niente. Imprenditore di questa rete televisiva è un certo Zeljko Mitrovic, un tempo legato a doppio filo al partito JUL di Mira Markovic, moglie di Milosevic, ma subito pronto a salire sul carro dei vincitori, iscrivendosi al partito DS del defunto premier Djindjc.
Il partito della sinistra unita jugoslava nasceva privo di una autentica anima politica. L’ideologia di facciata era un riciclaggio di vari comunismi internazionali, mentre il corpo, all'opposto, fu subito ingombrante e s’impose come agenzia monopolistica nella gestione di un’intricata rete di rapporti clientelari, economico-finanziari e criminali. Iscriversi allo JUL significava aver libero accesso a privatizzazioni, appalti, agevolazioni nel settore delle imprese e in tutte le attività commerciali più o meno lecite, compreso il traffico di armi, droga ed esseri umani. L’entrata nella lobby di Mira-Lady Machbeth e il pagamento della tangente assicurava una salda copertura alle proprie attività.
Mitrovic, così, è riuscito a scalare le vette del settore mass-media, partendo dagli scantinati delle sale di registrazione, passando per la gavetta radio di musica turbofolk e infine fondando poco meno di dieci anni fa casa discografica e TV; non senza competenze e professionalità di marketing, evidentemente, dal momento che Pink detiene il quasi monopolio degli spettatori nel pubblico giovanile. “Poche notizie e poca politica, ma molto spettacolo” mi risponde soddisfatto, col candore dei suoi quattordici anni, il ragazzo più piccolo della famiglia.
E la Serbia non è certo un paese a crescita zero.
Tv Pink, trasmette serial tv americani e latinoamericani, molti film hollywoodiani, compresi quelli con nerboruti eroi e città intere che vanno in fumo per catturare (morto) il singolo pazzo criminale di turno e, infine tanta musica pop, talk shows e notizie gossip, secondo un modello ibrido di successo, clonazione sottotitolata in cirillico dei più commerciali programmi di Mediaset ed MTV.
Certe analogie con la televisione di casa nostra meriterebbero un capitolo a sé.
Dopo due anni di empasse parlamentare, con la promulgazione di una nuova legge sull’informazione pubblica ricalcata su standard europei, il Radiodifuzni Savet (Consiglio di nove saggi per la riforma televisiva) è prossimo a emanare una risoluzione decisiva e vincolante sulla concessione dell’etere nazionale a soli due network privati, mettendo un poco di ordine nella “metastasi mediatica” che ha colpito la Serbia negli ultimi anni. Circa 150 emittenti TV e 700 radio private, prive di licenza di trasmissione, sgomitano ogni giorno per i cieli della Serbia, per aver la loro quota di frequenza su un territorio grande quanto Piemonte e Liguria!
Fino al 2000, era relativamente facile ottenere una fetta di etere, per chiunque fosse disposto a pagare un po’ si soldi, in cambio di una concessione che, tuttavia, non aveva alcun valore legale e pertanto poteva essere revocata arbitrariamente. Solo tele BK e Pink ottennero una regolare licenza per la diffusione nazionale, per motivi politici. Un diritto acquisito che nessuno si sognerebbe mai di sottrarre, per mettere i concorrenti tutti sulla stesa linea.
BK, televisione dei fratelli Karic e “figlia” del Partito Socialista di Milosevic, e’ l’alternativa tradizionalista a TV Pink e percio’ destinata a un pubblico piu bigotto, anche se per ben tre volte fu temporaneamente oscurata dal regime per esser andata un po’ troppo sopra le righe.
L’accortezza che hanno avuto Mitrovic e i fratelli Karic nell’appoggiare senza alcuna riserva la DOS, nell’autunno del 2000, e la loro forza finanziaria si sono visibilmente capitalizzate nella composizione del Consiglio nazionale per la Radiodiffusione, dove siedono sei uomini di loro fiducia. TV Pink, inoltre, rispetto a una giudizio che dovrebbe contemplare gli aspetti della programmazione tanto tecnici che qualitativi, parte già con molti punti di vantaggio, forte di un’audience a livelli esorbitanti in tutte le ore del giorno e della notte, del sostegno finanziario delle multinazionali che lottano per accaparrarsi i suoi spazi pubblicitari, dei contratti miliardari con l’industria cinematografica di Hollywood.
In questo conflitto per lo spazio televisivo nazionale, la grande vittima sacrificale potrebbe essere proprio B92, il baluardo dei media indipendenti.
Ogni cosa potrebbe facilmente far pensare a un nuovo segno dei tempi, a un gattopardesco trapasso senza alternativa dall’anestesia ideologico-invasata di “uno Stato una Nazione” a quella di un neoconsumismo, depoliticizzato all’apparenza, che prima ancora di farsi dato reale e statistico, si radica come orizzonte esistenziale e mentalità, mentre i salari medi ufficiali restano da fame e l’economia parallela garantisce grandi profitti solo per pochi.
Tuttavia il quadro, fortunatamente, non è così semplificabile. Mi dedico a queste meditazioni, mentre la famiglia P. finisce di mangiare, se non che, all’improvviso e proprio su Pink TV i turbamenti di un giovane attore con nome da torero, vengono interrotti da uno spot diverso dal solito. Una ragazza dalla pelle ingrigita e senza luce si allontana avvolta in un foglio di giornale, su uno sfondo di annunci, raccolta col corpo, a testa bassa, trasmettendo un senso di paura e bisogno di auto protezione, con forza e immediatezza.
“Dietro questo genere di annunci si nascondono i mercanti di esseri umani”, recita il breve spot, “Il mercato delle donne è tra le più sviluppate e ragguardevoli organizzazioni criminali. Non farti ingannare. Apri gli occhi!”
La campagna è, appunto, “Apri gli occhi”, promossa dall’Anti Sex Trafficcking Association (Astra). Gli autori sono dello staff di Radio B92, giovani e pazienti tessitori della più estesa e indipendente rete di informazione di cui la Serbia abbia potuto godere negli anni ‘90.
Astra, l’associazione di donne contro il Sex trafficking committente dello spot, sta raggiungendo livelli di visibilità fino a poco tempo fa impensabili per un soggetto di quella rete di movimenti femminili, che proprio in Serbia ha avuto un importante centro operativo, fin dal 1991, dopo che il regime rispose alle prime proteste studentesche con i carri armati.
A quell’epoca, nel bel mezzo della guerra contro la Croazia, invitare alla diserzione e promuovere un’ utopia traditrice della Ragion di Stato non era certo semplice, all’ombra di una stampa largamente allineata e di un sistema politico abilissimo nel domare il dissenso, con un misto di indifferenza, controllo capillare dei media e, all’occorrenza, feroce repressione selezionata. Di guerre ne sono passate quattro e le poche immagini dello spot di Astra fanno pensare a una “piccola vendetta”, ma questo termine non è chissà che gradito a queste donne coraggiose, da tredici anni promotrici di una politica ghandiana, in un paese dove le sfere del potere dimostrano tutt’ora una drammatizzazione estrema della lotta politica e la violenza rimane una risorsa di facilmente spendibile.
Tutti a Belgrado, dall’uomo della strada alla classe intellettuale, quando nomini l’omicidio Djindjic, finiscono per approdare a simili argomentazioni, ossia ai regolamenti tutt’ora in corso tra cosche criminali e potere politico, in una connivenza reciproca difficile da svelare in ogni meccanismo. Mi viene dunque concessa la definizione di “piccola rivincita morale e culturale”, perché anche di questo si tratta.
I movimenti femminili in Serbia sono circa una sessantina. Tra i più conosciuti a livello internazionale ci sono il Belgrade Women Center, il Center for Women Studies, fortemente concentrato sulla ricerca, e le Donne in Nero, di matrice libertaria.
Una sola cosa sembra certa: dopo il 5 ottobre 2000, caduto il vecchio regime, centro e periferia stanno ricominciando a vivere, a comunicare e ridefinirsi, in un processo di democratizzazione ancora embrionale, ma tutto da scoprire.

(continua)

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Data: 24-06-2003 Fonte: Notizie Est
Autore: Lorenzo Guglielmi





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