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"I serbi litigano, i montenegrini attendono"
| Data: 24-09-2001 | | Fonte: "Danas" |
| Autore: Autori vari |
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NOTIZIE EST #474 - SERBIA/MONTENEGRO
24 settembre 2001
I SERBI LITIGANO, I MONTENEGRINI ATTENDONO
("Danas", 22-23 settembre 2001)
[Per la settimana scorsa, e più precisamente per il 19 settembre, era previsto un incontro tra autorità di Belgrado e di Podgorica finalizzato a discutere del futuro dei rapporti tra Serbia e Montenegro. L'incontro tuttavia non si è svolto: l'articolo che segue ne analizza i motivi e le possibili conseguenze]
Non era poi molto difficile prevedere che il "primo round" dei colloqui statali serbo-montenegrini sarebbe sfociato in un insuccesso. L'incontro previsto per il 19 settembre a Belgrado sotto la regia del "padrone di casa", il presidente jugoslavo Vojislav Kostunica, e che infine non si è svolto, ha dimostrato che alcune precedenti dichiarazioni, relativamente ottimiste, riguardo alla "disponibilità di entrambe le parti al dialogo" sono state precoci o troppo ispirate a criteri di marketing. Sono state anche una conseguenza di esigenze interne (dei partiti) e delle valutazioni degli attori serbi e montenegrini di questa lunga e sfiancante disputa. Se Kostunica credeva veramente che assumendosi un ruolo molteplice - quello di partecipante e allo stesso tempo di mediatore dei colloqui - avrebbe convinto i funzionari montenegrini della sincerità e dell'imparzialità delle sue intenzioni, non vi è dubbio che egli abbia compiuto, nel giro di breve tempo, un'ennesima mossa che non si distingue affatto per la sua astuzia. Ha messo "in campo" il premier federale Dragisa Pesic, un fatto che le autorità montenegrine hanno interpretato come una provocazione o, più precisamente, come un tentativo da parte del presidente federale di vanificare, con un approccio (trucco sarebbe una parola eccessivamente forte) a prima vista procedurale e protocollare, la decisione formulata l'anno scorso dalla controparte di non riconoscere gli organi federali e, di conseguenza, di non trattare con loro. Djukanovic ha accettato che ai colloqui partecipasse anche Kostunica, in considerazione della posizione di quest'ultimo in Serbia e all'interno della DOS, ma non che egli si presentasse come selezionatore che decide chi giocherà contro chi e quali saranno le regole del gioco. Con questa mossa Kostunica non ha convinto né i montenegrini, né il proprio maggiore rivale "interno", Zoran Djindjic, il quale anch'egli non si è presentato ai colloqui, ritenendo che l'incontro non fosse stato ben preparato e che sarebbe quindi stato una pura perdita di tempo sedersi formalmente e mettersi ad aspettare, quando si sapeva già che Djukanovic e Vujanovic non sarebbero volati a Belgrado. Anche se il premier serbo afferma che per lui non è fondamentale chi siederà al tavolo delle trattative, bensì che si sappia cosa si vuola raggiunere, non è nemmeno un segreto che egli è meno incline all'ostinatezza legalistica (l'imposizione della presenza degli organi federali) e più favorevole a incontri diretti tra Podgocirca (Montenegro) e Belgrado (Serbia), naturalmente con la partecipazione di Kostunica. D'altronde, sia lui che la maggior parte dei membri della DOS non ritengono che la forma sia più importante dei contenuti. Sia la Serbia che il Montenegro hanno bisogno di un accordo - su uno stato unitario o su una separazione - e quindi queste imbarazzanti contese sul (non) riconoscimento degli uni e degli altri distoglie l'attenzione dell'opinione pubblica dalla sostanza dei fatti, portando invece in primo piano le dispute e le animosità ideologiche che dividono i diversi partiti e leader. Se bisogna giudicare dalle reazioni di Kostunica al fatto che al suo invito abbia risposto solo Dragisa Pesic, la data in cui cominceranno i colloqui (le trattative) rimane ancora ignota. Il capo dello stato federale ha invitato il medesimo circolo di persone, ha minacciato che "la responsabilità ricadrà su coloro che non sono venuti", ma, almeno pubblicamente, non dà segno della minima disponibilità a rinuciare alla posizione ostinata secondo cui lo stato federale "svolge la funzione di parte delle trattative". Osservazione che vale anche per l'altra parte, quella montenegrina. Una tale posizione, tuttavia, è logica anche nel caso di Kostunica, perché accettando trattative dirette tra Serbia e Montenegro egli delegittimerebbe, in una certa misura, anche se stesso quale presidente jugoslavo. In tal modo egli ha riconosciuto anche la propria responsabilità personale per non avere annullato, alla fine dell'anno scorso, le modifiche costituzionali, quasi un colpo di stato messo in atto da Milosevic nel luglio del 2000, con le quali il Montenegro è stato privato delle più essenziali caratteristiche statuali. E' rimasto impresso nella memoria il fatto che allora sia stata persa un'occasione per ottenere un atteggiamento disponibile da parte della dirigenza montenegrina. Invece di ciò, è accaduto che Djukanovic ha interpretato l'ignorare l'approccio di Milosevic come un proseguimento della politica di quest'ultimo e ha radicalizzato la propria posizione nei confronti dello stato unitario. Il Montenegro si è ulteriormente allontanato dalla Serbia. Contemporaneamente, sono caduti nel nulla gli sforzi di Kostunica per insistere a dimostrare che lo stato federale esiste, un fatto che lo ha messo, soprattutto in Serbia, in una situazione fortemente spiacevole.
I CALCOLI DI DJUKANOVIC
Da parte sua, Djukanovic ha evidentemente calcolato - conoscendo bene tutto quello che accade nei vertici della DOS, i rapporti tra Kostunica e Djindjic, nonché tra i loro partiti - che recandosi a Belgrado e accettando la ricetta messa a punto da Kostunica per le trattative avrebbe rafforzato proprio le posizioni dei suoi più accaniti rivali e opponenti: il presidente jugoslavo e la coalizione di opposizione montenegrina. Anche dando per buone le valutazioni di alcuni osservatori che in questi giorni hanno espresso l'opinione secondo cui le autorità montenegrine avrebbero smussato la loro ostinatezza e sarebbero pronte a giungere a qualche tipo di compromesso reciprocamente accettabile, non era reale attendersi che i montenegrini si sarebbero precipitati a Belgrado per esprimere la loro cooperatività "mentre in Serbia gli stessi serbi si dividono e litigano". Al presidente montenegrino, nei fatti, è stata nel frattempo offerta una buona occasione per proseguire la propria tattica di indugiare e tirare per le lunghe. Non gli mancano certo i problemi anche in Montenegro. E' sotto pressione per le accuse e le indagini parlamentari relative allo "scandalo del tabacco", mentre il favore del popolo per uno stato indipendente risulta stagnante o diminuisce leggermente (non aumentano nemmeno i sostenitori della "jugoslavità" e cresce invece la percentuale di coloro che, rassegnati, non si pronunciano), il suo governo di minoranza è eternamente appeso a un filo ed egli non osa nemmeno pensare a nuove elezioni. Oltre a tutto questo, persistono le pressioni provenienti dall'estero affinché si trovi un modello di convivenza con la Serbia e di sicuro egli è preoccupato di non sapere ancora se gli Stati Uniti, dopo la tragedia dell'11 settembre, continueranno ad essere generosi (in termini di dollari). Poiché sa che il sostegno dell'Unione Liberale del Montenegro (LSCG) è insicuro e traballante, Djukanovic sta giocando con l'diea di creare un cosiddetto "governo di concentrazione" che riunisca tutti i partiti parlamentari, e in particolare quelli dell'opposizione, contando sul fatto che una tale manovra gli darà ancora un po' di tempo per temporeggiare e tirare per le lunghe prima di affrontare il fatto che è necessario prendere qualche decisione, se non vuole che l'evolversi degli eventi abbia l'ultima parola. I suoi rivali all'opposizione sono favorevoli a un tale governo, nel quale vedono un'occasione per indebolire la posizione di Djukanovic, ma pongono le loro condizioni: prima di tutto le trattative con la Serbia e poi l'organizzazione del referendum con un quesito rigorosamente concordato. Se in questo modo si è in una certa misura conquistato la buona volontà dei propri opponenti interni e ha favorito una certa attenuazione delle tensioni politiche, soprattutto quelle tra DPS e SNP, rimane il fatto che egli ha aumentato i sospetti del suo partner di coalizione, il SDP, al quale sembra (così come all'Unione Liberale), che Djukanovic stia preparando una "capitolazione", ovvero una relativizzazione e forse addirittura anche una rinuncia al referendum e all'indipendenza.
LA TATTICA DEL PRENDERE TEMPO
Così, volente o nolente, il presidente montenegrino si è trovato al centro di una specie di "triangolo delle Bermude" (opposizione - SDP e LSCG - Serbia e federazione), ogni uscita dal quale è potenzialmente molto sgradevole per la sua posizione e per quella del DPS. Per questo la decisione di non recarsi a Belgrado ai piedi di Kostunica e Pesic, così come quella di annunciare che il referendum si terrà entro la fine di aprile del prossimo anno, si possono interpretare come la scelta di una tattica ormai sperimentata - un ulteriore tirare per le lunghe, almeno fino a quando a qualcuno (a Podgorica o a Belgrado) non salteranno i nervi. Lo scontro di concezioni e di leadership tra Kostunica e Djindjic e gli scontri latenti all'interno della coalizione federale DOS-"Insieme per la Jugoslavia" possono servirgli, a prima vista, come un alibi solido per non andare troppo in fretta. E' più conveniente aspettare i prossimi sviluppi e vedere come si risolverà eventualmente il conflitto tra DSS e DS, se e quando ci saranno nuove elezioni in Serbia, chi le vincerà, se resisterà l'alleanza tra DOS e Predrag Bulatovic, in quale direzione si muoverà il contesto internazionale e balcanico dopo gli attacchi terroristici di New York e Washington. Tutto questo, o almeno parte di esso, potrebbe tuttavia attirare Djukanovic in una trappola. La domanda fondamentale è se il tempo davvero va a suo vantaggio e se i liberali montenegrini gli consentiranno di cambiare continuamente alleanza e di "prendersi gioco dell'indipendenza del Montenegro". Potrebbero rifiutargli i propri favori di alleati nella coalizione anche i socialdemocratici del SDP di Rakicevic, e non è nemmeno reale attendersi che i partiti "filojugoslavi" si accontenteranno di attendere che il DPS si stabilizzi. Se anche solo una di queste pericolose bombe a orologeria nella tattica vecchio-nuova di Djukanovic dovesse scoppiare, il presidente montenegrino verrebbe messo letteralmente con le spalle al muro. Quale decisione potrebbe adottare in tali circostanze, rimane per ora difficile indovinarlo.
| Data: 24-09-2001 | | Fonte: "Danas" |
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