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"Russia (e Grecia) cambiano il proprio approccio verso la Serbia"

Data: 06-05-2000 Fonte: "Danas", "Monitor"
Autore: Autori vari

NOTIZIE EST #323 - RUSSIA/SERBIA
6 maggio 2000


RUSSIA (E GRECIA) CAMBIANO IL PROPRIO APPROCCIO VERSO LA SERBIA

[Seguono due articoli, rispettivamente da "Danas" e "Monitor", nei quali si esaminano le ultime manovre diplomatiche della Russia e dalla Grecia rispetto a Belgrado. Non convididiamo molte delle valutazioni che contengono, ma li riteniamo comunque utili per un'interpretazione degli sviluppi in corso nei Balcani. Tra i due articoli abbiamo inserito una rassegna di aggiornamenti sulle iniziative diplomatiche russe, e una breve nota sull'impasse diplomatica tra Italia e Jugoslavia - a.f.]

UN PRUDENTE ALLONTANAMENTO DA MILOSEVIC?
di Ivan Torov - ("Danas", 29 aprile-2 maggio 2000)


La battaglia decisiva per la Serbia (vincere o perdere) si combatterà forse... a Mosca? Naturalmente non è facile dare una risposta a una domanda posta in tal modo, ma la maggior parte degli avvenimenti della scorsa settimana, incentrati soprattutto sui dilemmi relativi a quale corso seguirà Vladimir Putin riguardo a uno scioglimento finale della crisi balcanica, lascia intendere che tutti i suoi attori contano sul ruolo, forse decisivo, della diplomazia russa. Le attese, finora, vengono motivate in maniera diversa, e tuttavia hanno in comune il fatto che l'occidente e le parti in conflitto sulla scena politica serba desiderano tutte che la Russia assuma qualche nuovo tipo di posizione costruttiva. Anche se la recente visita di Vuk Draskovic a Mosca ha creato notevole confusione riguardo ai presupposti secondo cui Putin avrebbe definitivamente "mollato" Milosevic, gli avvenimenti successivi hanno più o meno confermato le valutazioni secondo cui la diplomazia di Ivanov non desidera più svolgere il ruolo semplificato di sostenitrice ostinata della politica isolazionista del regime serbo. Non solo perché essa va contro i suoi interessi strategici, ma anche per il fatto che un ulteriore sostegno all'assolutismo di Milosevic bloccherebbe la ricerca di una risoluzione della crisi balcanica, provocherebbe nuove tensioni e aumenterebbe il rischio di confronti ancora più tragici. La Russia, se ha effettivamente cambiato la sua tattica nei confronti della Serbia di Milosevic, certamente non lo ha fatto, e non lo farà, in maniera radicale, bensì prudente e graduale, facendo attenzione a non schierarsi con nessuna delle parti. Ciò viene confermato nel migliore dei modi dal fatto che mercoledì scorso Slobodan Milosevic ha ricevuto "tra le righe" Sergej Lavrov, l'ambasciatore russo all'ONU (insieme a un collega cinese di rango inferiore), membro della missione delle Nazioni Unite, che deve visitare Belgrado e il Kosovo [in realtà la puntata dei due a Belgrado è stato uno "strappo" rispetto al programma della missione, che riguardava unicamente il Kosovo - si veda più sotto - N.d.T.]. Milosevic, indubbiamente, si rende conto che la posizione di Mosca nei suoi confronti sta cambiando, come è reso evidente in particolare dalle dichiarazioni non misurate di alcuni suoi collaboratori riguardo al capo della diplomazia russa, Ivanov, e dal fatto che il presidente della Jugoslavia stia conducendo proprio ora una campagna repressiva ossessiva nei confronti dei propri avversari politici.

LA VISITA NON UFFICIALE DI MARJANOVIC A MOSCA
La Belgrado ufficiale, in maniera lenta ma sicura, sta perdendo il sostegno russo, nonostante il fratello di Milosevic, Borislav, ambasciatore jugoslavo a Mosca, cerchi di convincere tutti che nella strategia della Russia rispetto alla Serbia non sia cambiato nulla. Il sostegno dato da Ivanov al vescovo Artemije e a Momcilo Trajkovic per la loro decisione di entrare come osservatori nell'amministrazione di Kouchner e l'insistenza per la creazione delle condizioni per un ritorno dei serbi in Kosovo, vengono vissuti nei circoli del regime serbo come un tremendo schiaffo, più concretamente come una presa di distanza di Mosca dalla distruttività della politica ufficiale serba e jugoslava. Rimane ancora un enigma se il "misterioso" soggiorno non ufficiale del premier serbo Mirko Marjanovic a Mosca e la visita ufficiale già annunciata, e poi rimandata alla metà di maggio, del ministro degli esteri jugoslavo Zivadin Jovanovic, costituiscono o meno un tentativo disperato di convincere gli amici russi che una modifica radicale del loro corso nei confronti della Serbia di Milosevic sarebbe estremamente rischiosa anche per gli interessi globali russi nella regione balcanica, nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Ma ormai non è più un enigma poi così grande, perché Milosevic è cosciente del fatto che perdendo la Russia, anche solo come alleato prudente e trattenuto, verrebbe definitivamente lasciato al proprio destino. O meglio, alla propria arte di ricorrere per ancora un po' di tempo ad altri, meno sottili, metodi per rimanere al potere, come le repressioni, le persecuzioni, i processi, la diffusione della paura, e forse anche il tentativo di mettere lo scompiglio nei tentativi di creare un equilibrio nei rapporti tra Russia e Occidente mediante l'apertura di un nuovo conflitto armato. E' sintomatico che tutto questo accada poco più di un mese e mezzo prima della riunione di giugno del Consiglio di sicurezza dell'ONU, che verrà dedicata al Kosovo e alla valutazione dei risultati ottenuti in un anno dalla missione militare e civile dell'organizzazione mondiale. In tale prospettiva, la Russia è estremamente necessaria a tutti come potenziale alleato: all'Occidente, affinché Putin consenta, insieme a una modifica del lavoro e del mandato della missione, il proseguimento del protettorato militare e civile internazionale in Kosovo; a Milosevic, per sostenere la sua tesi secondo cui l'ONU ha fallito nella provincia e quindi è giunto il momento di modificare in maniera radicale il modello di mantenimento della pace, oppure di lasciare il "problema" a Belgrado, che in tale campo ha una "ricca esperienza". Per quanto riguarda quest'ultimo tema, Mosca è più vicina ai propri partner occidentali e quindi sarebbe una sensazione di livello mondiale se dovesse porre il veto al proseguimento del mandato e offrire in tal modo a Milosevic la più grande soddisfazione e il maggiore sostegno possibile.

CONCETTI INCONCILIABILI
Si prevede che una posizione simile la avrà anche la Cina, la quale - nonostante i suoi stretti legami con il regime di Belgrado - non ha assolutamente alcun motivo di mandare all'aria, solo per Milosevic, i propri interessi strategici nei confronti del mondo sviluppato. A New York, tuttavia, verrà spezzata la lancia riguardo ai tentativi di alcuni circoli occidentali di decidere già a giugno lo status politico del Kosovo. Se tale tema verrà messo all'ordine del giorno, cosa che non è affatto sicura, si incroceranno tre concetti diametralmente opposti e, si direbbe, inconciliabili nell'interpretazione della sostanza della risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza, approvata l'anno scorso. La Russia è pressoché categoricamente favorevole, nonostante il cambiamento di posizione rispetto a Milosevic, alla tesi secondo cui bisogna conservare l'integrità territoriale della federazione jugoslava, e questo vuol dire che il Kosovo dovrebbe rimanere nella Jugoslavia, ma non necessariamente nella Serbia. La Belgrado ufficiale non accetta nessun'altra soluzione se non un Kosovo nella Serbia e nella federazione jugoslava, anche se accettando la risoluzione 1244 l'anno scorso, essa ha messa la firma sotto la possibilità di un "trasferimento" della provincia dalla repubblica alla federazione. Rimane però molto dubbio che ai diplomatici di Milosevic verrà consentito di influire in qualsivoglia modo sull'esito finale, sempre che di tale tema si discuta. Gli albanesi del Kosovo, che si sono convinti di essere gli unici vincitori, parlano nuovamente dell'opzione più militante e dicono "o l'indipendenza, o una nuova guerra" (Rugova), cosa che lascia poco spazio al compromesso e a soluzioni diverse.

LA POSIZIONE DELICATA DELL'OCCIDENTE
Sembra che nella posizione più delicata si trovi proprio l'Occidente. Esso è cosciente del fatto che l'indipendenza sarebbe una bomba a orologeria per l'intera regione, ma un accordo secondo cui il Kosovo dovrebbe rimanere nell'ambito della Jugoslavia, da una parte lo metterebbe in conflitto con gli albanesi, e dall'altra potrebbe essere interpretato come il lancio di una cintura di salvataggio al presidente jugoslavo. Per questo ci si può fin da ora attendere che tra i paesi occidentali prevarrà la posizione secondo cui è troppo presto per una decisione definitiva sullo status politico del Kosovo, tanto più che secondo loro sulla sua forma influirà in maniera decisiva l'esito desiderato della crisi di potere in Serbia, ovvero l'eventuale dipartita di Milosevic, nonché l'esito dell'attuale scontro nei rapporti tra Serbia e Montenegro. Tutto questo dovrebbe all'incirca tradursi in quanto segue: fare tutto il possibile per ridurre la durata in vita del regime di Milosevic, ma allo stesso tempo continuare a convincere Milo Djukanovic a non affrettarsi con un referendum per la secessione del Montenegro. In caso contrario, egli affretterebbe e incoraggerebbe proprio quello che solo gli albanesi desiderano, ovvero l'applicazione della soluzione più radicale, la creazione di un Kosovo indipendente, visto che senza Montenegro la Jugoslavia cesserebbe di esistere e la risoluzione 1244 colloca il Kosovo proprio in Jugoslavia. L'annunciata visita di alcuni giorni della missione speciale ONU in Jugoslavia e in Kosovo ha proprio lo scopo di verificare la situazione sul terreno prima della seduta di giugno del Consiglio di sicurezza. Slobodan Milosevic mercoledì ha ricevuto i suoi "precursori", cioè l'ambasciatore russo e il vice ambasciatore cinese all'ONU, che, come afferma il comunicato del suo gabinetto, hanno "sostenuto l'integrità territoriale della Jugoslavia", ma gli esperti avvisano che da tali formulazioni non bisogna trarre conclusioni ampie e definitive su come la Russia e la Cina scioglieranno i propri dilemmi.


NOTA: IL LAVORO DIPLOMATICO DELLA RUSSIA NEI BALCANI
(a cura di Andrea Ferrario)

Riguardo al lavoro diplomatico della Russia nei Balcani, vi sono da aggiungere alcune brevi, ma importanti notizie degli ultimi giorni. La prima è quella della visita imprevista a Belgrado dell'ambasciatore russo all'ONU, Sergej Lavrov, accompagnato dal viceambasciatore cinese all'ONU, Shen Guofeng. I due sono membri della delegazione ONU che successivamente, il 29 e 30 aprile, ha visitato al completo il Kosovo, con un viaggio già concordato nella prima metà di marzo da Reinhardt e Kouchner (si veda "Notizie Est" #321). I due si sono incontrati con il viceprimo ministro Sainovic e il ministro degli esteri Jovanovic, e successivamente con il presidente Milosevic. L'ufficio di quest'ultimo ha emesso un comunicato nel quale si afferma che "la Russia e la Cina hanno espresso il loro supporto per la posizione di Belgrado rispetto alla sovranità, all'integrità territoriale e all'indipendenza della Jugoslavia" (AFP, 26 aprile). Secondo la UPI, tale viaggio a Belgrado sarebbe stato effettuato all'insaputa del Consiglio di sicurezza dell'ONU, la cui missione composta da otto membri doveva recarsi unicamente in Kosovo. Secondo il "New York Times" del 30 aprile, la tappa fatta dai due diplomatici a Belgrado prima di arrivare in Kosovo rappresenterebbe "un riconoscimento simbolico della sovranità della Jugoslavia sul Kosovo". Lo stesso giornale, inoltre, riferisce della protesta ufficiale di un altro membro della delegazione, il canadese Fowler, per questa tappa imprevista dei due suoi colleghi. Kouchner, da parte sua, si è lamentato del fatto che gli altri membri del Consiglio di sicurezza, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, abbiano lasciato a russi e cinesi il ruolo preminente in questa delegazione in Kosovo, preferendo optare per un'altra che si reca in questi giorni in Congo. L'ambasciatore russo Sergej Lavrov al termine dei due giorni di visita in Kosovo nell'ambito della missione ONU si è nuovamente recato a Belgrado, dove ha avuto ancora un colloquio con il ministro degli esteri jugoslavo Jovanovic (AFP, 30 aprile), un lavoro di "spola diplomatica" che lascia pensare a qualcosa di più di semplici eventi simbolici o di immagine. Nei giorni in cui la delegazione ONU era in visita in Kosovo, inoltre, l'agenzia Beta ha diffuso un comunicato (riportato in "Danas" del 29 aprile-2 maggio) con il quale il generale Leonid Ivasov, alto funzionario del ministero della difesa russo, ha preannunciato che il 10 maggio vi sarà una seduta del Comitato permanente militare unitario tra la NATO e la Russia, nell'ambito della quale Mosca presenterà ufficialmente un "piano serio" per la soluzione della situazione in Kosovo, che sarà il principale tema della riunione. A presentare tale "piano per la soluzione della situazione nella Provincia" sarà il gen. Kvasnjin, responsabile per le collaborazioni internazionali. Ivasov ha affermato che la "Russia insisterà per l'approvazione di misure immediata mirate alla realizzazione della Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza sul Kosovo e alla stabilizzazione della situazione in tale provincia jugoslava". Ieri, infine, il ministro della difesa jugoslavo Dragoljub Ojdanic si è recato in visita a Mosca, dove si è incontrato con la sua controparte russa, il maresciallo Igor Sergeev, che aveva visitato la Jugoslavia nello scorso dicembre (AFP, 5 maggio). Tra gli altri sviluppi degli ultimi giorni, va registrato l'annuncio ufficiale del fatto che Carla Del Ponte, procuratore capo del Tribunale dell'Aja, ha chiesto il visto per la Jugoslavia, richiesta che era stata preannunciata nel dicembre scorso come imminente e finalizzata a raccogliere informazioni per documentare eventuali imputazioni riguardanti l'UCK. I funzionari dell'ambasciata jugoslava all'Aja hanno detto a Del Ponte di "non attendersi una risposta alla sua richiesta di visto" ("Free 92 News", 26 aprile 2000).

E L'ITALIA?
Non ci si può non domandare, in questi giorni di intensa attività diplomatica riguardo alla Serbia, come mai non si senta parlare dell'Italia, che negli ultimi anni è stata in Occidente uno degli interlocutori privilegiati di Belgrado. In realtà il quadro attuale non sembra per nulla roseo per la politica italiana nei confronti della Serbia: l'invasione del suo spazio di interlocutore privilegiato di Belgrado da parte di Russia e Grecia, e, a quanto si intuisce, anche di Stati Uniti, coincide con una situazione di blocco nei rapporti tra Roma e Belgrado. Da alcuni mesi (l'annuncio è stato dato il 19 febbraio), infatti, l'Italia ha nominato ad ambasciatore in Jugoslavia Giovanni Caracciolo, in sostituzione di Riccardo Sessa, ma Caracciolo non ha ancora avuto il gradimento dalle autorità jugoslave. Parallelamente, le due ambasciate jugoslave a Roma, quella in Italia e quella in Vaticano, sono anch'esse prive dei rispettivi ambasciatori, dopo il richiamo del montenegrino Lekic dalla prima e l'abbandono della seconda da parte di Maslovaric. A tutto questo si aggiunge la lunga assenza dalla scena politica del presidente della Serbia Milutinovic, generalmente ritenuto uno dei politici serbi dalle relazioni migliori con la diplomazia italiana, che recentemente ha subito una delicata operazione chirurgica, dopo un lungo periodo di malattia. L'Italia quindi in questo momento delicato non si trova certo nella posizione ideale per proseguire il proprio ruolo di primo piano verso la Serbia.


L'ISOLAMENTO INTERNAZIONALE DI MILOSEVIC
di Bozo Nikolic - ("Monitor" [Podgorica], 28 aprile 2000)


[Nella prima parte dell'articolo, il giornalista Nikolic traccia un quadro del cambiamento della politica russa verso la Serbia simile a quello dipinto da Torov nel pezzo di "Danas" tradotto qui sopra. Nikolic, tuttavia, prende in esame anche gli importanti sviluppi sul "lato greco"] [...] Un altro paese che fino a ieri era alleato di Belgrado, la Grecia, sta lentamente deviando dalla propria posizione di sostegno a Belgrado. La Grecia, infatti, sa che se vuole diventare uno stato europeo moderno e prospero dove introdurre dei radicali cambiamenti e delle ampie riforme. I greci hanno dimostrato di essere decisi a farlo, dando il loro appoggio, in occasione delle elezioni, al programma di modernizzazioni che il premier Simitis sta mettendo in atto dal 1996, quando egli è succeduto nella guida del governo allo spesso imprevedibile Andreas Papandreu. Durante i quattro anni di Simitis, non solo la Grecia, il membro più povero dell'Unione Europea (UE), si è trasformata economicamente, ma anche la sua politica estera ha cominciato a cambiare orientamenti. Al ministero degli esteri greco non si ritiene più che Atene debba essere vincittrice assoluta in ogni sua relazione, e quindi si cercano migliori contatti con l'Albania, mentre i rapporti con la Bulgaria e la Romania sono più normali. Si progetta, inoltre, un "nuovo inizio" con la Macedonia, sebbene non si rinunci alla richiesta che la ex repubblica jugoslava scelga un nome chiaramente diverso da quello della provincia greca settentrionale. Sono migliorati anche i rapporti con l'"arcinemico", cioè la Turchia. La decisione di Atene (presa in occasione del summit UE dell'anno scorso) di rinunciare al pluriennale veto contro l'accettazione della Turchia come candidato ufficiale all'ammissione all'UE - nonché i recenti accordi tra Atene e Ankara sulla lotta comune contro il terrorismo, hanno creato il clima per un dialogo ragionevole. Le questione principali, cioè Cipro divisa e il controllo del Mar Egeo, rimangono, ma Simitis e il suo ministro degli estero Jorgos Papandreu, figlio di Andreas (ma di madre americana), sono pronti a rispondere alla sfida di un proseguimento dei negoziati con la Turchia. Dopo questi passi di politica estera, una cosa è diventata chiara: il passo successivo doveva essere un allontanamento della Grecia dal regime di Milosevic. La prima mossa in tale direzione è stata la riunione della settimana scorso, durata due giorni, che ha riunito un centinaio di partecipanti e osservatori dell'opposizione e della Chiesa serbe, e l'erede al trono serbo Aleksandar Karadjordjevic, ad Atene, sotto lo slogan: "E' tempo di cambiamenti, è tempo di democrazia". Anche se un'alta fonte del ministero greco degli esteri ha smentito che la Atene ufficiale abbia qualsiasi rapporto con l'organizzazione di tale incontro, il giornale greco "Elefteros tipos", richiamandosi a fonti diplomatiche bene informate, ha affermato che la Grecia ha assunto il ruolo di "postino del Dipartimento di Stato". E' vero che Papandreu, uomo aperto alle nuove idee, non ha presenziato alla riunione, ma egli ha passato alcune ore in conversazione con membri della delegazione dei serbi del Kosovo e politici di opposizione accompagnati da membri del Gruppo 17. In tale occasione, il presidente del Partito Democratico, Zoran Djindjic, ha affermato di "attendersi il sostegno del nostro amico". "Lo avrete", ha risposto brevemente Papandreu. Un messaggio breve, ma molto chiaro per Milosevic - difficilmente potrà contare ancora sul sostegno diretto della Atene ufficiale. Quindi, il cerchio della politica estera intorno a Milosevic si fa sempre più stretto. Ed è difficile resistere alla tentazione di pensare che tutte le fila vengano tirate, in maniera raffinata, da esperti degli Stati Uniti. La perdita del sostegno da parte del "mondo ortodosso" è l'ultimo colpo che Belgrado può sopportare dall'estero. E' vero, Milosevic può ancora contare sul sostegno della Cina, ma egli sa che nei rapporti di forza internazionali questo non sarà certo un grosso "asso nella manica". "In questo momento è bloccato, fermo come un automobile in un ingorgo stradale", afferma un diplomatico americano, alludendo al fatto che nel gioco strategico internazionale Milosevic non ha più spazio di manovra, né alleati fedeli. Quale potrà essere il risultato dei nuovi giochi di politica estera intorno a Milosevic? "La comunità internazionale fa tutto quello che è in suo potere. Se qualcuno pensa che noi prendiamo le armi per fare il lavoro che dovrebbe fare qualcun altro, sbaglia i propri calcoli", osserva un diplomatico straniero. In altre parole: ora tocca all'opposizione serba. L'Occidente, alla fine, dopo un anno di sostegno, si aspetta una mossa giusta all'interno delle forze serbe. Tanto per cominciare: che siano unite, o almeno associate nella lotta contro il regime. Ma esiste un problema, relativamente a questa strategia della comunità internazionale - anche Milosevic fa affidamento sulle "capacità" dell'opposizione serba di unirsi.


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Data: 06-05-2000 Fonte: "Danas", "Monitor"
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