Voices against the war in Kosovo [1999]
  Voci contro la guerra in Kosovo [1999]

 
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5/17/99:

I seguenti articoli sono tratti dal quotidiano ticinese "Il Giornale del Popolo", rubrica "Primo Piano" del 12.05.1999. Essi riportano importanti retroscena sulla missione OSCE in Kosovo, iniziata il novembre scorso in seguito all'accordo Holbrooke-Milosevic, e conclusasi un paio di giorni prima dell'inizio dei bombardamenti contro la Repubblica Federale di Jugoslavia.
I nuovi gendarmi del mondo

Moreno Bernasconi

Il "Giornale del Popolo" riporta oggi nuove, pesanti, denunce contro l'operato degli Stati Uniti durante la missione di verifica in Kosovo dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo (OSCE). Alle accuse esplicite formulate al GdP da alcuni verificatori svizzeri, si aggiungono oggi quelle puntuali di verificatori italiani: le testimonianze rilevano che le informazioni raccolte durante la missione sono state passate al vaglio dagli inviati anglo-americani, alcuni rapporti dei verificatori manipolati ed altri distrutti, le flagranti violazioni dei diritti dell'uomo da parte dell'UCK taciute o minimizzate e, invece, i rapporti sul comportamento dei Serbi stilati in modo unilaterale.
All'interno della missione ufficiale OSCE in Kosovo - affermano le fonti del GdP - una cellula parallela anglo-americana ha tirato le fila dando al rapporto un'impronta tale da accantonare la diplomazia e propiziare invece il precipitare di un intervento armato della Nato. Il portavoce dell'OSCE, che in un primo tempo aveva accusato i testimoni svizzeri di essersi lasciati prendere dall'emotività, oggi afferma che l'OSCE non è in grado "di verificare questi fatti, quindi non può né confermare né smentire".
Pur tenendo conto delle difficoltà evidenti di una missione in Kosovo avvenuta quando era già in atto un conflitto armato (in un contesto apertamente bellico, certe cautele cadono inevitabilmente e le zone grigie si moltiplicano) bisogna dire che queste testimonianze, benché settoriali e limitate, gettano una luce cruda sull'odierna egemonia degli Stati Uniti su scala mondiale, egemonia che viene esercitata purtroppo a gran danno dell'ordine giuridico internazionale faticosamente costruito a partire dagli accordi di Yalta. Se l'intervento armato nel Golfo, nel 1991, aveva visto le Nazioni Unite nel ruolo di servitore impotente degli interessi strategici americani, con l'intervento della Nato in Kosovo, gli Stati Uniti (e la loro "longa manus" atlantica in Europa, la Gran Bretagna) hanno abbandonato ogni ritegno, prendendo l'i niziativa di un conflitto che stavolta non ha neppure ricevuto l'avallo dell'ONU. Questa guerra riporta l'Europa e il diritto internazionale indietro di più di cinquant'anni.
L'OSCE - frutto maturo del disgelo, del processo di Helsinki e poi del crollo del muro di Berlino - è il simbolo della ricucitura dello strappo europeo provocato dal comunismo. Organismo di prevenzione e di gestione dei conflitti regionali ai sensi del capitolo VIII delle nazioni Unite, il suo ruolo (di primo piano nel caso della Bosnia) si è ridotto in quest'ultima vicenda a quello di apripista dei caccia della Nato.
Purtroppo, la fuga in avanti degli Stati Uniti sancisce un nuovo contesto internazionale in cui la Comunità delle Nazioni non sembra più avere un luogo in grado di garantire in modo efficace il diritto internazionale. Se viene bypassata l'ONU e manipolato l'operato delle organizzazioni per la sicurezza regionale come l'OSCE, chi potrà impedire che in altri continenti altre alleanze decidano di risolvere militarmente col pug no di ferro le proprie crisi regionali, intervenendo contro un altro Paese sovrano, magari per nobili motivi "umanitari"? Non credo che la Cina apprezzi particolarmente quanto sta capitando. Sarebbe assai pericoloso se le venisse la tentazione di cominciare a fare da sceriffo anche a lei, dall'altra parte del Pacifico.

Osce: "Ci fu un'azione anglo-americana parallela"
Verificatori italiani denunciano chiari rapporti di forza all'interno della missione in Kosovo e operazioni "sottobanco"


Sarah D'Adda


Nuove accuse contro la manipolazione della missione Osce (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) in Kosovo ad opera di chi premeva sin dall'inizio per un intervento armato. Dopo le pesanti denunce lanciate da verificatori svizzeri (vedi GdP del 22 aprile), alcuni loro colleghi italiani rincarano la dose. Dalle testimonianze raccolte dal Giornale del Popolo nella vicina Penisola emerge che i verificatori americani e britannici, avvalendosi di mezzi indipendenti fuori dal controllo dell'Osce, avrebbero svolto una "missione parallela" volta per lo più a coprire le attività della guerriglia kosovara con la quale intrattenevano rapporti privilegiati.

D'altronde un articolo apparso qualche settimana fa sulla rivista italiana di geopolitica "liMes"
dal titolo "Hanno sabotato la missione dell'Osce: le strane vicende dei verificatori internazionali che avrebbero dovuto vegliare sull'applicazione dell'accordo Holbrooke-Milosevic in Kosovo" e secondo cui "Americani e britannici hanno usato l'Osce a sostegno dell'Uck, emarginando italiani, francesi e tedeschi" sposava questa stessa tesi. All'interno della missione Osce in Kosovo - iniziata in seguito agli accordi del 16 ottobre '98 tra l'emissario Usa nei Balcani Richard Holbrooke e il presidente della Federazione jugoslava Slobodan Milosevic e conclusa con l'evacuazione del 20 marzo - ha regnato la massima confusione.

Stando a Davide Pigaiani, verificatore italiano presente in Kosovo già dal novembre '98 e
incaricato dell'accoglienza e dell'istruzione degli altri verificatori, addirittura il mandato non era mai stato chiaro. "Avevamo a disposizione soltanto la linea guida, il political statement dell'Osce e vi era una grossa carenza di direttive. Eppoi sono emersi da subito problemi organizzativi.

La missione è partita a novembre e, secondo i piani, sarebbero dovuti entrare in Kosovo 2 mila verificatori, al ritmo di 125 ogni quattro giorni. Invece, a causa di un'infinità di complicazioni riscontrate alle frontiere, abbiamo avuto una media di 50-60 arrivi la settimana. A fine marzo, alla vigilia dell'evacuazione, eravamo in tutto 1390 verificatori. Il quartier generale a Pristina è stato il primo ad essere popolato, risultando ben presto sovradimensionato rispetto ai cinque comandi regionali. Tra questi ultimi, inoltre, non vi era alcun coordinamento. Ho avuto modo di notare che ogni comando regionale seguiva il proprio metodo.
All'inizio eravamo una cinquantina tra italiani, britannici e soprattutto americani. Noi italiani eravamo praticamente tutti relegati al centro di istruzione, o sparsi in giro, i britannici avevano in mano tutto l'Ufficio Operazioni (che hanno mantenuto fino alla fine) e gli americani continuavano ad entrare ed uscire dal loro Kdom". I Kdom (Kosovo diplomatic observation mission) erano le missioni nazionali di osservazione diplomatica inviate nella provincia serba dai Paesi del Gruppo di contatto nell'estate del '98, in virtù di accordi bilaterali con la Jugoslavia. Essi erano legittimati ad esistere finché la missione Osce non fosse diventata operativa: ovvero da agosto fino a novembre. Dopodiché, esse avrebbero dovuto venire assorbite dalla missione Osce. "Ogni Paese del gruppo di contatto aveva il suo Kdom - osserva un altro verificatore italiano, che preferisce rimanere anonimo - anche se gli unici ad essere effettivamente partiti sono stati quello russo, americano, inglese, canadese e francese. Britannici e americani, a differenza degli altri, non hanno però smantellato i loro Kdom, anzi.
Muovendosi più o meno ufficialmente con mezzi di cui non dovevano rendere conto all'Osce, hanno portato avanti una sorta di missione parallela. I primi a Prizren e i secondi a Kosovo Polje, vicino a Pristina". Su questo punto l'Osce di Vienna ribatte sostenendo che il Kdom britannico è stato il primo a venire assorbito dalla missione Osce, mentre ammette che quello americano è stato l'ultimo per il semplice fatto - ci dice il portavoce Mons Nyberg - che il centro regionale in cui avrebbe dovuto essere integrato ha tardato a vedere la luce.

Stando invece al verificatore italiano, la realtà sarebbe stata alquanto diversa dalla versione ufficiale: i britannici avrebbero continuato ad utilizzare i mezzi del loro Kdom, anche se ufficialmente assorbito in seno alla missione, sfuggendo al controllo dell'Osce e creando così un "doppio sistema". A quale scopo? Secondo quanto pubblicato dalla rivista di geopolitica italiana liMes, i Kdom britannici ed americani "continuavano a portare avanti le cosiddette "shadows operations", ovvero operazioni segrete di copertura dell'attività della guerriglia kosovara, raccogliendo rapporti e inviandone copie rigorosamente "epurate" alla missione di verifica dell'Osce". I verificatori Osce da noi interpellati confermano questa tesi, concordando sul fatto che era risultato evidente fin dall'inizio che i membri britannici e soprattutto americani intrattenessero relazioni privilegiate con i comandanti dell'Uck (Esercito di liberazione del Kosovo). Relazioni personali che coltivavano sganciati dall'Osce.
Ingerenza nella confusione

"I settori più sostanziosi della missione erano gestiti dagli anglo-americani - osserva Davide Pigaiani, verificatore italiano. - Vienna aveva pianificato tutto, assegnando incarichi precisi. Tale pianificazione è stata però stravolta in Kosovo.
Arrivavano persone con un compito preciso che veniva poi cambiato sul posto, generando confusione. Il generale inglese Drewienkiewicz, vicecomandante di missione per quel che riguardava il settore Operazioni, ha pesantemente ingerito in molti altri settori: anzitutto perché è stato uno dei primi ad arrivare, poi perché, in mancanza degli altri vicecomandanti, aveva preso in mano tutto lui.
Tutto l'Ufficio Operazioni del quartier generale era interamente composto da personale britannico. E questo contro qualsiasi norma anche di buon senso trattandosi di una missione internazionale..." Una questione sfuggita al comando di Vienna? "Non so quali fossero i contatti tra i vertici della missione e Vienna - risponde Pigaiani. - Comunque, per quanto riguarda il settore Sicurezza, se l'organigramma proveniente da Vienna prevedeva l'affidamento del ruolo di caposettore effettivamente ad un americano, lo stesso assegnava le altre posizioni-quadro a persone provenienti da altri Paesi. In realtà, però tale settore è stato quasi interamente gestito dagli americani.
E quello della Sicurezza, soprattutto all'inizio, era indubbiamente quello più importante". L'Osce di Vienna, ammette che gli americani e i britannici fossero in netta maggioranza negli uffici Operazioni e Sicurezza, sottolineando però che questo non significa necessariamente che ne detenessero il controllo assoluto... "Spesso quando arrivavano nuovi verificatori - aggiunge Pigaiani - veniva loro detto che il loro ruolo era cambiato perché erano arrivati troppo tardi.
Al centro di istruzione arrivava direttamente il generale Drewienkiewicz, spiegando che erano stati costretti a mettere mano all'attribuzione dei compiti poiché la missione evolveva continuamente, e certi incarichi necessitavano di persone diverse da quelle rite nute idonee da Vienna".
E così, in una missione in cui regnava il caos, l'asse anglo-americano è riuscito a mettere le mani sui settori-chiave.

 

"Verificatori USA facevano rapporto alla loro ambasciata sui colleghi di altre nazionalità tacciati di filo-serbismo"

Tra le principali denunce emerse dalle testimonianze dei verificatori svizzeri, figurava la smaccata parzialità della missione a favore dei guerriglieri albanesi. Una parzialità sfociata nella manipolazione dei rapporti sulle violazioni dei diritti umani da parte dell'Uck (esercito di liberazione del Kosovo), che sarebbero stati epurati quando non stralciati. Le nostre fonti avevano citato in particolare un episodio rivelato da un verificatore italiano. Interpellata a Vienna per un commento il giorno dopo la pubblicazione dell'articolo sul GdP, l'Osce aveva però rifiutato di rispondere a tale accusa in quanto basata su una testimonianza di "seconda mano".
Siamo quindi risaliti al verificatore italiano citato dai colleghi svizzeri, in modo da poter udire l'accaduto da una fonte diretta. Fonte di cui manterremo l'anonimato su sua richiesta. "Sono andato in Kosovo con l'intenzione di assumere un atteggiamento il più neutrale possibile - afferma. - Non sono assolutamente filoserbo, anzi, dal momento che ho preso parte alla missione fin dal suo inizio, posso senz'altro dire di essere stato tra i primi a fare rapporto sulle atrocità compiute dai poliziotti serbi. Ma, come era mio compito, riferivo anche delle violenze compiute da membri dell'Uck, che talvolta rapivano e uccidevano civili serbi.
Io stesso sono stato minacciato di morte da un comandante dell'Uck: mi aveva accusato di essere filoserbo e mi aveva detto di non farmi vedere dalle sue parti perché mi avrebbe ucciso. Negli ultimi tempi, inoltre, verso l'inizio di marzo, nella zona a sud vicino a Urosevac, l'Uck entrava nei villaggi per convincere o forzare le persone ad allontanarsi, per poi chiamare i media internazionali sul posto e mostrare come i serbi fossero responsabili della pulizia etnica. E' vero che i serbi i villaggi li svuotavano, eccome. Questo è un fatto che non va certo messo in discussione: prima procedevano all'evacuazione e poi alla distruzione delle case. Bisogna tuttavia anche ammettere che in molti casi, soprattutto a sud di Pristina, l'Uck era coinvolto in queste operazioni di propaganda. L'ho constatato di persona.
Il fatto è che tutti i rapporti stilati da noi ufficiali dei Diritti umani su tali fatti non sono però mai stati inseriti nel bollettino giornaliero dell'Osce. Ciò significa che tali informazioni venivano "perse" - come apparentemente sarebbe capitato a molti rapporti da me stesso redatti - oppure censurate". Da chi? "Dalla Fusion, ovvero il centro che raccoglieva tutti i documenti e che dava il quadro generale di ciò che accadeva. E la cui composizione, guarda caso, era prevalentemente anglo-americana".
Ma arriviamo al fatto. "Prima dell'evacuazione, siamo stati incaricati di distruggere tutti i documenti. Per caso, mi sono imbattuto in certe carte che non avrebbero dovuto essere lì: rapporti "confidential" redatti da due verificatori americani (di cui la nostra fonte cita addirittura i nomi, ndr) ed inviati direttamente all'ambasciata americana e agli americani che lavoravano all'interno della missione, nei quali si indicavano come filoserbi, e perciò inaffidabili e pericolosi, alcuni verificatori russi, francesi ed olandesi, tra cui io. Durante la distruzione di tali carte ho inoltre trovato documenti interni, scritti a mano da alcuni interpreti albanesi, in cui facevano rapporto agli americani sulle attività dei verificatori con i quali andavano in pattuglia, giudicando se erano filoserbi o meno".
Interpellato a Vienna, il portavoce dell'Osce Mons Nyberg, dopo essersi consultato con esponenti della missione in Kosovo attualmente dislocati in Macedonia, preferisce non commentare l'accusa. "Non siamo in grado di verificare questo fatto, quindi non possiamo confermarlo né smentirlo".

 

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