Berna ha rimpatriato con la forza 1767 rifugiati
pagando a Milosevic 4 milioni ciascuno. Molti sono spariti nel nulla
- Fabrizio Gatti -
DAL NOSTRO INVIATO
GINEVRA - Un kosovaro in Svizzera vale 3200
franchi, in lire poco meno di quattro milioni. È il prezzo che la Confederazione ha
pagato al regime di Slobodan Milosevic per ogni profugo che la Jugoslavia si è ripresa.
Un accordo tra il governo di Berna e quello di Belgrado prevedeva che i cittadini scappati
dal Kosovo e non in regola con i documenti fossero rimpatriati con la forza: senza alcuna
preoccupazione per la loro fine. All'aeroporto di Zurigo le autorità elvetiche ne hanno
consegnati 1767: direttamente nelle mani dei poliziotti serbi che sono stati autorizzati a
volare e operare sul territorio svizzero, sempre a spese dei contribuenti svizzeri.
È andata avanti così fino a marzo, inizio della
guerra, mentre il resto d'Europa da tempo stava facendo il contrario. Per otto espulsi è
già sicura la scomparsa, dopo gli interrogatori nelle caserme jugoslave. Molti altri
potrebbero essere stati uccisi. Nemmeno gli oppositori si sono salvati. Anche loro,
insieme con gente comune e intere famiglie, sono stati restituiti allo Stato da cui erano
scappati. Contro l'accordo, da mesi in Svizzera si battono le associazioni impegnate
nell'accoglienza, fra cui la comunità di padre Cornelius Koch, l'amico di don Renzo
Beretta ucciso lo scorso gennaio da un vagabondo al confine comasco. Neppure le
conseguenze della guerra hanno indotto a una revoca. Spiega il console elvetico Ferruccio
Beltrametti: "L'accordo non ha subito nessuna sospensione o revoca, è ovvio che
attualmente non è applicabile. È stato firmato il 3 luglio 1997 e - dice il diplomatico
- è entrato in vigore il primo settembre 1997. I firmatari sono stati, da parte della
Confederazione svizzera, il consigliere federale Arnold Koller e, da parte della
Repubblica jugoslava, il ministro degli Interni, Zoran Sokolovic. Fino ad oggi sono stati
rimpatriati 3326 cittadini della Repubblica jugoslava, dei quali 1767 con l'aiuto
delle autorità svizzere, gli altri 1559 hanno lasciato la Svizzera con i propri
mezzi".
Il problema di molti kosovari all'estero è che
nessuno, per ovvie ragioni, prima di scappare ha potuto richiedere a Belgrado il
passaporto, il visto e mettersi in regola con la legge svizzera. Non ha garantito i
rifugiati nemmeno il fatto di essere in gravidanza, avere una casa e un impiego in uno dei
cantoni, di non avere mai commesso reati o di essere perseguitati politici. Poco più di
due anni fa il Consiglio federale ha deciso di non rinnovare più i permessi stagionali di
lavoro. E oltre 12 mila albanesi del Kosovo si sono trovati, da un giorno all'altro, nella
condizione di immigrati illegali. Ecco l'ultimatum inviato a un oppositore, 50 anni, di
Pristina, che chiede l'anonimato: "Facendo corso a una decisione federale... lei è
autorizzato a risiedere a Ginevra fino al 31 marzo 1999". Non è stato restituito
alla polizia serba con la moglie e i figli perché allo scoppio della guerra la Jat, la
compagnia aerea di Belgrado, ha sospeso i voli. Sfiora l'umorismo l'ultimatum, mai
revocato, spedito a Losanna a un giornalista kosovaro ricercato: "Se non possedete
documenti di viaggio validi - è scritto - siete tenuti a farne richiesta senza ritardo
presso l'ambasciata della Repubblica federale della Jugoslavia".
Secondo l'ambasciata elvetica a Roma, nel 1998 la
Confederazione ha sborsato l'equivalente di 1200 miliardi di lire per l'assistenza ai
rifugiati. Ci sono, però, anche i miliardi versati al regime di Milosevic. I 3200 franchi
a persona moltiplicati per i 1767 profughi espulsi fanno un totale di 5 milioni 654 mila
franchi già spesi: in lire sono quasi 7 miliardi. E se la guerra non avesse fermato
l'operazione, la cifra avrebbe potuto superare i 60 milioni di franchi. Il governo di
Berna aveva posto un termine entro cui eliminare dal territorio la presenza di profughi
kosovari. È l'articolo 6, comma 2: "La Confederazione svizzera si sforza di portare
a buon fine, entro un periodo di 4 anni, il rimpatrio delle persone tenute a
partire". Tra queste persone, anche chi "è stato privato della nazionalità j
ugoslava in virtù della legge jugoslava sulla nazionalità, senza possedere altre
nazionalità": l'identikit dei kosovari in fuga.
Berna non dà informazioni sui costi del patto con
la Jugoslavia. È Ueli Leuenberger, l'attivo fondatore e direttore dell'Università
albanese di Ginevra, a denunciare il versamento di 3200 franchi per ogni profugo
restituito. "Si continua ogni giorno ad espellere una decina di rifugiati kosovari -
scrive inascoltato Leuenberger nel giugno '98, in una lettera pubblica -, consegnandoli
già a Kloten agli sbirri serbi di Milosevic, che incassano per ogni rifugiato 3200
franchi". Kloten è l'aeroporto di Zurigo. Fino al 24 marzo atterravano sei voli Jat
a settimana. Per ogni volo, 11 posti erano quasi sempre prenotati: 4 per i poliziotti
serbi, 7 per i profughi riconsegnati nelle loro mani dai colleghi svizzeri.
La Germania, prima della Svizzera, aveva stipulato
un accordo simile con il governo jugoslavo. Ma lo aveva revocato dopo la scoperta che 203
degli 860 kosovari rimpatriati erano stati picchiati o torturati all'arrivo dalla polizia
che cercava notizie sull'opposizione in Europa. Gli studenti dell'Università albanese a
Ginevra hanno saputo di quanto stava accadendo da un connazionale. Una mattina alle 5 il
ragazzo è stato svegliato dalla polizia: "Gli hanno detto di prendersi le sue cose -
raccontano due amici, che chiedono l'anonimato -. A Zurigo, sulla pista dell'aeroporto,
non credeva ai suoi occhi: gli svizzeri lo stavano consegnando ai poliziotti serbi. Ma
sull'aereo c'era un kosovaro di troppo ed è stato l'unico a poter tornare a Ginevra. Sono
venuti a prenderlo un'altra mattina. Non sappiamo più niente di lui".