"La Repubblica", 7 maggio 1999
Non chiamatela guerra
di ADRIANO SOFRI
Qualcuno di noi ha perso il filo. Forse tutti.
Ufficialmente, questa non è una guerra, e non dev'esserlo. I generali la conducono come
una guerra. I commentatori, fautori o avversari, la
chiamano senz'altro guerra: manuali di polemologia, Clausewitz. Ufficialmente, si chiama
"azione militare": un igienismo. Javier Solana la chiama "campagna",
poi si distrae un momento e dice: "La nostra guerra".
Capisco bene che, arduo com' è fermare la guerra, sia ancora più arduo fermare
l'abitudine a chiamarla così. Ma bisogna provare.
E' una guerra questa? A chiamarla con l'altro nome -
"azione militare" - si rischia l'eufemismo, cinico o minimizzatore. Però è
vero anche il contrario: che a chiamarla guerra le si riconosce un'autorizzazione a metodi
spinti molto oltre quelli consentiti da un'azione di polizia internazionale.
Non è un caso che da "falchi" americani sia
venuta la richiesta a Clinton di dichiarare formalmente la guerra alla Jugoslavia.
Un'azione di polizia condotta attraverso bombardamenti aerei sull'intero territorio è una
boutade. Un'azione di polizia che si inauguri abbandonando il terreno, e le persone
indifese da tutelare, alle bande criminali, è una pazzia, se non una colpa grave. (Quando
si scopriranno le tombe dentro il Kosovo, allora sarà il tempo della vergogna).
La distinzione non è una mia fisima. In Parlamento,
D'Alema ha insistito: "Ho ascoltato quanti hanno espresso dissenso verso l' azione
militare della Nato, valutandola come un atto di guerra, anzi come la guerra.
Personalmente, non condivido questo giudizio...Non credo che questi attacchi militari
configurino l'inizio di una nuova guerra". Nei dibattiti, la distinzione non è stata
neanche presa in considerazione. Chiamarla guerra è pressoché inevitabile: ma la
sovrapposizione del significato comune a quello specifico comporta conseguenze enormi.
1. Gli scopi dell'intervento. Si è discusso su quali
fossero gli scopi iniziali veri dell'intervento. Due soprattutto, direi. Il primo: punire
Milosevic. Attribuisco questa intenzione specialmente agli americani, e a un loro
peculiare moralismo (non diverso da quello che sta dietro all'attaccamento alla pena di
morte). Esso predilige la prova di forza, piuttosto che la sanzione del Tribunale
internazionale. Il secondo scopo: proteggere le vite dei kosovari, a sventare l'epurazione
etnica (tecnicamente: il tentato genocidio; così per Kofi Annan) in corso. Non occorre
ripetere che il secondo
scopo è stato mancato, e anzi rovesciato nel suo contrario. Il primo scopo, quello del
castigo, non è dichiarabile, e non è definibile nella categoria dei moventi di una
guerra né di un'azione di polizia. Il secondo scopo - impedire il tentato genocidio -
rientra nei compiti caratteristici di un'azione di polizia.
2. La polizia internazionale. La nozione di "ingerenza
umanitaria", che appare azzardata a molti, attaccati al tabù della "sovranità
statale" (o, impropriamente, "nazionale"), è in realtà una nozione
timida. Si pronunciano anche formule temerarie, ma ancora in un senso allusivo, come
quella di "governo del mondo". La tendenza è a un esercizio della forza
legittima, un giorno sulla scala planetaria, e intanto su una scala multinazionale, contro
violazioni intollerabili, sia per la loro gravità rispetto a diritti fondamentali
universalmente riconosciuti, sia per i loro effetti nocivi
oltre i confini in cui sono compiute. Ora, l'esercizio della forza legittima richiede la
polizia e il tribunale. Perché c'è una riluttanza a parlare di polizia, piuttosto che di
guerra? Per una doppia ragione. Di abitudine, intanto. Il problema della criminalità
degli Stati è stato pensato
come il problema della guerra e della pace. La limitazione alle sovranità statuali è
stata intesa come una prevenzione della guerra, e l'impiego della forza come una guerra
giusta contro la guerra ingiusta, d'aggressione. Nella discussione filosofica le categorie
di guerra giusta e ingiusta sono restate dominanti: e lo sono ancora nella discussione di
questi giorni.
La confusione fra ricorso alla guerra e funzione di polizia
sovrastatuale non è una questione nominale. La guerra è una sospensione terribile della
legalità: una specie di superemergenza. Se si tratta di guerra, passa in second'ordine
l'attenzione al controllo di legalità da esercitare sulla funzione di polizia
internazionale (come su quella nazionale). La frase "Sono contro tutte le
guerre" (a parte l'incongruità: e la guerra antinazista?) taglia corto al problema
rimuovendolo: non è altrettanto facile pronunciare la frase "Sono contro tutte le
polizie".
3. Controversie internazionali? Dice Kofi Annan: "Non
possiamo né vogliamo accettare una situazione in cui un popolo sia brutalizzato dietro i
confini di un paese".
La Costituzione italiana vuole che l'Italia ripudi la guerra come mezzo di risoluzione
delle controversie internazionali, e fa bene. Ma è una "controversia
internazionale" la pulizia etnica nel Kosovo? È una "controversia
internazionale" il (riuscito) genocidio dei Tutsi da parte degli Hutu? Lo è il
tentato genocidio di cristiani e animisti nel Sud del Sudan? (Nella guerra del Golfo,
formalmente c'era, dopo l'invasione del Kuwait,
una "controversia internazionale"). Mi pare che la "controversia
internazionale" riguardi un conflitto fra Stati. La caratteristica dei genocidi (e
delle violazioni dei diritti umani) è di essere soprattutto l' opera di Stati contro
gruppi di popolazione chiusi nei loro confini. La Costituzione italiana non dice che
l'Italia ripudia il ricorso a una legittima forza di polizia internazionale dove siano
gravemente colpiti la vita e i diritti fondamentali di popoli e gruppi.
Le violazioni gravi dei diritti umani da parte degli Stati
equivalgono, sulla scala internazionale, a permanenze di giustizia tribale, di sangue, di
vendetta, contro le quali deve intervenire un'autorità "terza". La Jugoslavia
della pulizia etnica del Kosovo sta alla legalità internazionale come una enclave del
"doppio stato" mafioso, o un Nord di ronde armate padane stanno allo Stato
italiano e alla sua legalità.
4. Il pregiudizio sulla "polizia". C'è una
riluttanza ad affrontare il tema della polizia internazionale. Nessuno (più o meno)
obietta all'esistenza della polizia all'interno dei singoli Stati. Tuttavia l'
accettazione non va senza preoccupazioni e diffidenze, tutt'altro che infondate. Si fa una
decisiva differenza fra uno Stato democratico e uno Stato di polizia. Il linguaggio -
parole come "sbirro" - serba la memoria di una ostilità allo Stato e al suo
monopolio della forza. Del resto, è recente da noi la rivendicazione del disarmo della
polizia, risposta a uno storico abuso della polizia al servizio del privilegio sociale. Il
corrispondente internazionale dello "sbirro" è il "gendarme del
mondo". Cioè: la polizia del mondo.
Lo slittamento lessicale segnala una differenza essenziale,
fra una prepotenza che vuole dettare la legge del più forte, e una potenza volta a far
rispettare una legge. Che nella pratica (compresa la pratica di questi giorni) le due
aspirazioni si confondano pesantemente, non è una ragione per non distinguerle:anzi.
L'avversione "antimperialista" contro la nozione di gendarme del mondo non può
continuare a riparare nel tabù della sovranità statuale. Il controllo di legalità dei
comportamenti della polizia, così vitale per la civiltà degli Stati, lo è altrettanto
per le relazioni internazionali.
C'è un rapporto fra il "modello Rudolph Giuliani" e la conduzione
militare americana della "guerra" contro la Serbia.
5. Il "contratto sociale". Nessuno può
sottovalutare i pericoli provenienti dal monopolio e dall'esercizio smargiasso o stupido
di una forza internazionale. Ma si tratta dei pericoli che democrazia e civiltà corrono
in ogni Stato l'eventuale abuso delle forze di polizia, o militari, o della giustizia. Né
sono superiori ai pericoli che comporta la rinuncia a una prevenzione e sanzione
internazionale delle sopraffazioni più gravi contro
gruppi umani indifesi. Una simile regolazione deve ricevere, prima ancora che una
legittimazione formale, una giustificazione sostanziale nella volontà delle persone, dei
cittadini. Equivalente a quella che, nel corso di secoli, filosofi e giuristi hanno
immaginato per spiegare la formazione dello Stato e della legge. Per un profano come me,
le più affascinanti fra queste spiegazioni sono anche le più fantasiose: la teoria del
"contratto sociale", di un patto attraverso il quale gli umani escono da uno
stato di natura ed entrano in un volontario vincolo sociale, fra loro, e di tutti con un
sovrano. Questa descrizione è stata a volte considerata realisticamente dai pensatori,
che si innamorano di una costruzione mitologica (e dei suoi fini, democratici o
autoritari) al punto di immaginarla come una cosa avvenuta davvero. Oggi noi assistiamo,
rispetto alla formazione di una legalità internazionale e dei suoi istituti, al processo,
in parte intenzionale, in parte (maggiore) incontrollato e caotico, di un nuovo
"contratto sociale". Si ripetono, rispetto all'autorità internazionale,
divisioni che hanno opposto le concezioni dello Stato; fra fautori della sovranità e
della
volontà popolare, o invece della sovranità dello Stato giustificato da se stesso, della
potenza come razionalità e fonte di diritto. Noi siamo meno intelligenti dei sapienti
antichi. Però sappiamo, a nostre spese, qualcosa di più sugli umani e gli altri animali.
Vantaggio che può indurci a tener stretto l'amore per la democrazia e la libertà, senza
farci illusioni. Dunque a perseguire comportamenti giusti, conoscendo la distanza fra
propositi ed effetti, e la forza d'inerzia delle cose.
E' l'esperienza di questi giorni, salvo che per chi fugga dalla prova dei fatti: il
"pacifismo" dell'ideologia, e il cinismo del principio "à la guerre comme
à la guerre".
Abbiamo fatto esperienza della necessità (mancata) di una prevenzione, quella cui
si dà il nome fittizio di "interposizione", e che corrisponde alla presenza di
una polizia sul territorio; della trasformazione precipitosa dell'intervento di protezione
e di repressione in una guerra unilaterale e schiacciante. In un'azione di polizia, il
principio della proporzione fra mezzi e fini è decisivo. Il principio della prevenzione -
dunque, dell'interposizione necessaria e non effimera - altrettanto. Le strategie scelte
non potranno restare succubi del calcolo delle vite proprie da risparmiare, al costo della
dissipazione di vite altrui.
Se, in un paese, dei sequestratori prendono degli ostaggi,
e se ne fanno scudo, è difficile ammettere che la polizia dia loro un ultimatum, li
avverta che qualunque conseguenza sugli innocenti ricadrà moralmente su loro, e attacchi
a tappeto ammazzando gli uni e gli altri. (Benché possa succedere, purtroppo). Perché un
simile atteggiamento dovrebbe essere ammesso quando si tratta di una polizia
nord-atlantica che si
misura con il criminale Milosevic e i suoi scudi umani?
La sede di una televisione non si deve bombardare, non per rispetto della libertà di
informazione, che lì è una caricatura, bensì per salvaguardare le persone che ci stanno
dentro. Lo stesso vale per la Zastava, se gli operai la presidiano. Quelli che parlano
della guerra, spiegano che la guerra non si può fare con un braccio legato dietro la
schiena. Se si smette di giocare alle guerre, e ci si propone un'azione di polizia, il
braccio legato dietro la schiena non è altro che il vincolo della legalità: la vera
differenza fra le bande degli epuratori dei villaggi e la "comunità
internazionale".
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