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Giovanni Sartori "Il mio NO ad una guerra
sbagliata"
Corriere della Sera, 25 maggio 1999
Premetto che sul conflitto del Kosovo il governo D'Alema si è destreggiato al
meglio e che, a mio vedere, non poteva agire diversamente da come sta agendo. Ma qui
m'interrogo sui problemi di fondo posti da una guerra che non è, come dice il cardinale
Ruini, "anacronistica" ma che è invece un inedito, una prima visione.
Finora le guerre sono state difensive o aggressive, giuste o ingiuste, necessarie o no. Le
guerre invasive e aggressive sono un male assoluto. Le guerre difensive o giuste sono un
male minore, e comunque un male necessario. Ma ora siamo andati inventando la guerra
umanitaria: un intervento militare che viola la sovranità degli Stati che violano in modo
intollerabile i diritti umani delle loro minoranze. È, questa, una buona idea?
Se per buona idea si intende che l'idea è moralmente buona, la risposta è sì. Ma se per
buona idea si intende un'idea che funziona bene, allora temo che la risposta sia no.
L'intenzione è buona ma l'esito rischia di essere pessimo.
Il diritto di ingerenza umanitaria persegue il bene ma di fatto produce e ingigantisce il
male. Per quanto giusta, la guerra umanitaria è controproducente.
Deve essere chiaro che io non sono un pacifista a ogni costo e per tutte le stagioni. E
cer- to nemmeno appartengo alla schiera degli stupidelli che negli anni Settanta cantavano
better red than dead, meglio rossi (invasi dai sovietici) che morti. No, meglio liberi e
vivi. E se questa libertà dev'essere difesa con la guerra, questa guerra io la accetto.
Ma non accetto quella del Kosovo, e prego che questa tragica guerra sbagliata sia l'ultima
del suo genere.
Perché siamo intervenuti in Kosovo? Perché, ci viene detto, un sanguinario tiranno stava
attuando la pulizia etnica, se non addirittura il genocidio, degli albanesi kosovari. Ma
questo era, al momento dell'attacco, un processo alle intenzioni. È vero che Milosevic
aveva privato i kosovari della loro autonomia e che stava usando il pugno di ferro
dell'oppressore. Ma è altrettanto vero che il genocidio, nella misura a tutt'oggi ignota
in cui è avvenuto, è stato sicuramente intensificato dall'intervento Nato.
Può darsi che le bombe bastino a far vincere la guerra. Ma sempre più ci fanno perdere
la pace. Le bombe Nato distruggono un Paese, uccidono troppi innocenti, e soprattutto
moltiplicano a dismisura l'odio e il desiderio di vendetta delle parti. Quale sarà la
soluzione? Il coro di Rambouillet insiste nel chiedere che i profughi kosovari tornino
alle loro case. Bene. Il male è che rientrando gli albanesi faranno vendetta sui serbi,
che verranno a loro volta sterminati. A meno che il Kosovo non diventi, chissà per
quanto, un protettorato della Nato. Chissà per quanto, perché le memorie di odio sono
lunghe, e le memorie di odio balcanico sono già vecchie di almeno cinquecento anni.
Comunque la guerra del Kosovo vada a finire (e dopo due mesi di distruzioni davvero poco
umane dobbiamo a ogni costo cercare di farla finire), in ogni caso questa partita si
chiude a somma negativa: il problema è stato aggravato. E questo a prescindere dagli
sbagli. È per la ragione di fondo che dicevo, perché le guerre umanitarie sono guerre
intrinsecamente sbagliate.
Il punto che è sinora sfuggito al dibattito è che la guerra umanitaria attiva incentivi
perversi. Un incentivo è perverso quando premia chi invece dovrebbe essere scoraggiato.
Nel caso della ex Jugoslavia la domanda è: chi ha incassato benefici dalla guerra civile
"assistita" che l'ha smembrata? I molteplici popoli di povera gente che la
popolavano? Direi proprio di no. Tutti sono più poveri di prima (e ora vivono in entità
politiche che non sono economicamente viabili), tutti vivono fra macerie e distruzioni di
guerra, tutti si odiano di più.
La Croazia ha variamente deportato e massacrato nella Krajina 200 mila serbi. In Bosnia la
soluzione è stata di produrre tre precarie entità etniche: i croati in Erzegovina, i
musulmani a Sarajevo, i serbi nella Repubblica di Pale.
A casa, in Bosni a, non è tornato quasi nessuno, e i bosniaci costretti a trasferirsi
sono oltre un milione. E (senza contare i kosovari) il totale di profughi non riconosciuti
e non voluti da nessuno si aggira sui due milioni. Chi esce bene da tanta catastrofe sono
invece coloro che l'hanno attizzata: i fautori degli Stati etnici sui quali ora comandano,
e cioè i vari nuovi capi di Stato (che non sono moralmente migliori di Milosevic) con la
nuova nomenklatura che hanno portato con loro al potere.
Il primo incentivo perverso è dunque posto dal riconoscimento dello Stato etnico, o
meglio del principio che ogni etnia (o anche ogni religione) ha diritto al proprio Stato e
che la comunità internazionale deve assecondare questo principio. Poveri noi! Come ha ben
ricordato Claudio Magris, "in tutto il mondo esistono realtà analoghe (a quella del
Kosovo), e farle esplodere costa bagni di sangue". Io non li ho contati, ma nel mondo
i casi di minoranze etniche o religiose oppresse e perseguitate sono pressoché infiniti.
L'Africa pre-coloniale conteneva un minimo di seimila unita autoctone. Le vogliamo
ripristinare? Per fortuna no, per fortuna sono troppe. Anche così in Africa esistono casi
gravissimi. Nel 1994 in Ruanda gli hutu hanno sterminato 800 mila tutsi (questo sì che è
stato un genocidio), dopodiché la nazione tutsi vive oggi in uno sterminato campo
profughi tra lo Zaire e il Ruanda dal quale partono incursioni per uccidere hutu. Il che
assicura un conflitto che non finirà mai.
Africa a parte, la periferia dell'ex Unione Sovietica è piena di bombe pronte a
scoppiare. Per fortuna nessuno se la sente di teorizzare un diritto di intervento
umanitario contro la Russia, e nemmeno contro la Cina (per il Tibet), l'India e il
Pakistan (anche se lì musulmani e indù si scannano tra loro). Dunque, il mondo è pieno,
pienissimo di focolai di incendio. E il caso jugoslavo rischia di attizzarli.
Clinton fa il duro perché è stato fragile in sesso, e Blair, giovanilmente eccitato dal
proprio successo, fa oramai il Pierino primo della classe. Entrambi si stanno invece
dimostrando uomini piccoli alle prese con problemi molto più grandi di loro. Per loro
l'importante è oramai di salvare la faccia. Ma il problema è di capire che non si
debbono esorcizzare incentivi perversi e intraprendere guerre sbagliate. O così mi
sembra.
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