Voices against the war in Kosovo [1999]
  Voci contro la guerra in Kosovo [1999]

 
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Il Manifesto - 10 Luglio 99

GIORNALISTI DI PARTE E INTELLETTUALI DISATTENTI

UNA GUERRA E DUE MISURE

- EDWARD SAID -

Nessuno può dubitare che gli eventi verificatisi in Kosovo in seguito alle azioni brutali di Slobodan Molosevic e alla risposta della Nato hanno creato una situazione assai peggiore di quella precedente all'inizio dei bombardamenti. Il costo in termini di sofferenze umane, per tutte le parti in causa, è stato spaventoso e per quanto riguarda la tragedia dei profughi e la distruzione della Jugoslavia non ci potrà essere un aggiustamento o un rimedio per almeno una generazione, forse anche di più. Come può testimoniare qualsiasi persona cacciata dal suo paese e privata di tutto, non vi è alcuna possibilità di un semplice e non problematico ritorno alla propria casa; né può esserci un risarcimento (al di là della semplice pura vendetta che alle volte dà una sorta di, e del tutto illusoria, soddisfazione) commisurato alla perdita non solo e non tanto della casa, quanto della società e di un generale ambiente di vita. Attraverso la combinazione di vari elementi, la cui importanza di ciascuno relativamente agli altri non potremo mai sapere con esattezza, e nonostante la propaganda della Nato così come quella serba, il Kosovo è stato "pulito" per sempre della speranza di una futura coesistenza tra differenti comunità.

Un certo numero di giornalisti onesti qui e là ormai ammettono che in realtà non sappiamo affatto quel che è avvenuto per quanto riguarda il problema della pulizia etnica degli albanesi da parte dei serbi dal momento che i bombardamenti della Nato sul Kosovo, le azioni dell'Uck e la brutalità degli atti individuali o collettivi serbi hanno avuto tutti luogo, improvvisamente, nello stesso tempo: cercare di attribuire colpe o responsabilità in un caos di quel tipo, oltre a guadagnare qualche punto per giustificare se stessi a livello di discussione pubblica, è estremamente difficile se non impossibile.Di sicuro non si può negare che gli illegali bombardamenti dell'alleanza atlantica hanno ingigantito e accelerato la fuga della popolazione dal Kosovo. Il fatto che l'alto comando Nato, con in testa Bill Clinton e Tony Blair, abbia potuto pensare che il numero dei profughi potesse diminuire in seguito ai bombardamenti sfida qualsiasi immaginazione. Del resto, nessuno dei due leader ha mai provato, e questo è un punto importante, su di sé gli orrori della guerra; nessuno dei due ha mai combattuto, nessuno dei due ha la più vaga idea di che cosa significhi cercare disperatamente di sopravvivere, di proteggere e sfamare la propria famiglia.

Già solo per questi motivi Clinton e Blair meritano la più dura condanna a livello morale; e visto lo spaventoso curriculum di Clinton in Sudan, Afghanistan e in Iraq - tralasciando le sue gesta per i corridoi della Casa bianca - dovrebbe essere anche lui incriminato come criminale di guerra al pari di Milosevic. In ogni caso, in base delle leggi Usa Clinton ha comunque violato la costituzione, facendo una guerra senza l'approvazione del Congresso. Il fatto che abbia anche violato la carta dell'Onu è una ulteriore, pesante aggravante.

Un minimo senso morale impone che se si decide di intervenire per alleviare le sofferenze o correggere una ingiustizia (come recita la famosa idea della ingerenza umanitaria che tanti liberal occidentali hanno tirato di qua è di la per giustificare la guerra) almeno si dovrebbe essere sicuri di non peggiorare la situazione. Una considerazione che è stata ignorata dai leader della Nato, i quali si sono tuffati in una guerra mal preparata, superficiale, cinica, segnando, a sangue freddo, la sorte di centinaia di migliaia di kosovari. Kosovari che si sono visti costretti a lasciare la provincia colpiti dalla vendetta serba o dal volume e dall'intensità dei bombardamenti (al di là della ridicola favola sulle bombe intelligenti) diventando così due volte vittime.

Ora ci troviamo difronte al colossale lavoro di risistemare un milione di persone nelle proprie case senza alcuna idea chiara di quale sarà il loro futuro. Autodeterminazione? Autonomia sotto la Serbia? Occupazione militare della Nato? Divisione del paese? Sovranità congiunta? Con quali tempi? Chi pagherà? Sono solo alcuni degli interrogativi - dando per scontato che l'accordo raggiunto con l'intervento della Russia funzioni - ai quali nessuno ha dato ancora risposta. Cosa si intende, ad esempio, che alcune centinaia di poliziotti o soldati serbi potranno tornare, come recita l'accordo tra i belligeranti per la sospensione delle ostilità militari? Chi li proteggerà dalla violenza albanese e chi controllerà le loro azioni? Chi proteggerà i serbi del Kosovo?

Aggiungiamo poi a tutto ciò il costo esorbitante della ricostruzione del Kosovo e della Serbia e abbiamo una massa di problemi che supera i limitati poteri di ragionamento e di sofisticazione politica di ciascuno e di tutti gli attuali leader della Nato.

Quel che mi preoccupa di più, tuttavia, in quanto cittadino americano, sono le conseguenze della vicenda del Kosovo sull'ordine internazionale. Un aspetto particolarmente preoccupante sul quale riflettere è costituito dalle guerre "pulite", "senza conseguenze", nelle quali il personale militare americano e i loro mezzi sono praticamente invulnerabili alle risposte o agli attacchi del nemico. In realtà esse hanno una struttura, come ha sostenuto l'autorevole giurista internazionale Richard Falk, simile alla tortura nella quale l'investigatore carnefice ha il potere assoluto di decidere e utilizzare qualsiasi metodo voglia; la vittima, senza alcun potere, viene lasciata alla volontà del suo persecutore. Lo status dell'America nel mondo è oggi al punto più basso della sua storia: quello di uno stupido bullo in grado di infliggere agli altri danni come nessun altro bullo che lo ha preceduto.Il budget militare degli Usa è del 30% più alto del budget totale degli altri stati della Nato presi insieme. Più di metà degli stati del mondo hanno subito la minaccia o la realtà di sanzioni economiche o commerciali degli Usa. Stati paria come l'Iraq, la Korea del Nord, il Sudan, Cuba e la Libia - paria perchè così li hanno definiti gli Usa - portano sulle spalle il peso della "rabbia" americana; uno di questi, l'Iraq, è sottoposto ad un vero e proprio genocidio che lo sta dissolvendo, grazie alle sanzioni Usa che continuano al di là di qualsiasi ragionevole obiettivo, se non quello di soddisfare il senso della vendetta di chi si ritiene dalla parte del giusto. Qual è l'obiettivo di tutto ciò e quale messaggio viene così lanciato al mondo? Si tratta di un messaggio di terrore che non ha nulla a che vedere con la sicurezza, gli interessi nazionali, o ben definiti obiettivi strategici. Si tratta del potere per il potere. E quando Clinton attraverso la radio si rivolge ai serbi o agli iracheni per dire loro che non avranno alcun aiuto finché non cambieranno i loro governi, si tratta di una manifestazione di una arroganza senza alcun limite.

Il tribunale internazionale che ha definito Milosevic come un criminale di guerra non ha alcuna credibilità nelle attuali circostanze se non applica gli stessi criteri a Clinton, Blair, Albright, Sandy Bergere, al generale Clark e tutti gli altri le cui intenzioni criminali calpestano qualsiasi decenza e legge di guerra. Se consideriamo quanto Clinton ha fatto solamente all'Iraq, Milosevic, con tutta la sua brutalità, nella scala della malvagità è un semplice dilettante rispetto al presidente americano. Quel che rende i crimini di Clinton ancora peggiori è il suo tentativo di ammantarsi di una ipocrita e fraudolenta aria di preoccupazione alla quale, cosa ancor più preoccupante, sembrano credere i neo-liberal che ora governano il nuovo mondo Natopolitano. Meglio un onesto conservatore che un liberal imbroglione.Questa situazione, già malsana, è ulteriormente aggravata dai media che non hanno certo giocato il ruolo proprio dei reporter imparziali, ma quello di testimoni di parte e parziali di fronte alla crudeltà e alla follia della guerra. Nel corso dei 79 giorni di bombardamenti devo aver osservato almeno una trentina di briefing della Nato e non ricordo che 4 o forse 5 domande che, magari alla lontana, mettessero in discussione le sciocchezze di Jamie Shea, George Robertson e, il peggiore, Javier Solana, l'ascaro della Nato che ha semplicemente venduto la sua anima socialista alla egemonia globale Usa. Non vi era il minimo scetticismo da parte dei media, nessun tentativo di andare oltre il "chiarire" le posizioni della Nato usando generalmente ex militari (mai donne) per spiegare le virtù dei bombardamenti terroristici della Nato. Allo stesso modo commentatori e intellettuali liberal - in un certo senso questa è stata la loro guerra - hanno ignorato la distruzione delle infrastrtture della Serbia (stimate in 136 miliardi di dollari) nel loro entusiasmo per l'idea che "noi" stavamo facendo qualcosa per fermare la pulizia etnica. Inoltre i media non hanno riportato, o l'hanno fatto in modo molto limitato, l'impopolarità di questa guerra negli Stati uniti, in Italia, in Grecia e in Germania. Nessun cenno è stato fatto a quanto è avvenuto solamente quattro anni fa in Rwanda, in Bosnia, o alla cacciata di 350.000 serbi dalle Krajne ad opera di Tudjman o le persecuzioni ai danni dei kurdi in Turchia, all'uccisione di centinaia di migliaia di civili iracheni o - per tornare a quando tali fenomeni cominciarono a manifestarsi in epoca moderna - alla pulizia etnica ai danni dei palestinesi di Palestina nel 1948, che continua ancor oggi con il sostegno dei liberal. In cosa di sostanziale, con il loro modo di guardare e di agire nei confronti delle "razze inferiori" Barak, Sharon, Netanyahu e Eitan sarebbero diversi da Milosevic e Tudjman? Nel mondo del dopo-guerra fredda la questione di fondo è quindi se gli Usa con la loro politica militar-economica, che conosce solo il profitto e l'opportunismo, domineranno il mondo o se sarà possibile sviluppare una sufficientemente valida resistenza a livello intellettuale e morale. Per noi che viviamo in questa sfera o che siamo cittadini di questo paese, il primo dovere è quello di demistificare lo svalutato discorso e le immagini usate per giustificare le pratiche e l'ipocrisia americana, collegare tra loro le politiche americane messe in pratica in posti come Burma, l'Indonesia, Iran, Israele con quelle realizzate ora nei Balcani e in Europa - rendere ogni ambiente sicuro per gli investimenti e gli affari americani - e mostrare come esse siano sostanzialmente le stesse, anche se si cerca di farle sembrare differenti. Non ci può essere infatti alcuna resistenza senza memoria né universalismo.

Se la pulizia etnica è un male in Jugoslavia - e non c'è dubbio che lo sia - lo deve essere anche in Palestina, Turchia, Africa e ovunque essa si manifesti. Le crisi non finiscono una volta che la Cnn spegne i riflettori. Non ci possono essere due pesi e due misure. Se la guerra è crudele e profodamente rovinosa, lo è anche se i piloti americani bombardano da 30.000 piedi di altezza e non vengono colpiti. E se la diplomazia va sempre preferita al ricorso alle armi allora dobbiamo usare le diplomazia ad ogni costo.

In ultimo, se la vita degli esseri umani è sacra, allora non può essere cinicamente sacrificata se le vittime non sono bianchi o europei.

Ciascuno di noi deve cominciare la sua azione di resistenza nel proprio paese nei confronti di quel potere che, come cittadini, possiamo influenzare, ma purtroppo un dilagante nazionalismo che si maschera sotto i panni del patriottismo e di preoccupazioni morali ha preso il posto della coscienza critica e pone quindi la lealtà alla propria "nazione" davanti ad ogni cosa. A quel punto non c'è altro che il tradimento degli intellettuali, e una totale bancarotta morale.

Da Al-Ahram Weekly

 

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