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LE
MONDE DIPLOMATIQUE]
Il nuovo ordine globale
di Ignacio Ramonet
La guerra che contrappone
l'Organizzazione del trattato del Nord Atlantico (Nato) alla Repubblica
federale di Jugoslavia*, ha aperto una nuova fase nella storia delle
relazioni internazionali, e annuncia l'alba di un nuovo ordine globale.
Sapevamo che la guerra fredda si era conclusa nel 1989 con la caduta del
muro di Berlino, mentre il dopoguerra era finito nel dicembre 1991 con la
scomparsa dell'Unione sovietica, Oggi sappiamo che la crisi del Kosovo
chiude un decennio (1991-1999) di incertezze e disordini, in cui la
politica internazionale è andata avanti a tentoni, e delinea un quadro
nuovo per il secolo che sta per iniziare.
La globalizzazione economica, che costituisce la dinamica di gran lunga
dominante del nostro tempo, aveva bisogno di essere completata da un
progetto strategico globale nel campo della sicurezza. Il conflitto del
Kosovo ha fornito l'occasione per disegnarlo nelle sue grandi linee.
Questa prima guerra della Nato appare, in questo senso, effettivamente
inaugurale. Per la comunità mondiale si tratta di un vero salto
nell'ignoto, di un'incursione in territori inesplorati, che senza dubbio
può riservare molte buone sorprese, ma anche numerosi tranelli e
pericoli.
In effetti, le cause, la conduzione e le finalità di questa guerra non
hanno corrisposto in nulla a quelle cui si era abituati in conflitti della
stessa natura.
Cause. Traendo a pretesto le atrocità commesse in Kosovo dal regime di
Belgrado, la Nato ha puntato su argomenti di ordine umanitario, morale e
persino di "difesa della civiltà" per motivare l'attacco.
"E' una lotta per la civiltà", ha dichiarato ad esempio Lionel
Jospin (1). La storia, la cultura e la
politica, cause di tutti i conflitti fin dai tempi delle guerre puniche (2),
sono diventate a un tratto dimensioni obsolete. Una rivoluzione non solo
di ordine militare, ma anche, semplicemente, di ordine mentale.
In nome dell'ingerenza umanitaria, considerata oramai come moralmente
superiore a tutto, la Nato non ha esitato a trasgredire a due dei maggiori
dettami della politica internazionale: la sovranità degli stati e lo
statuto dell'organizzazione delle Nazioni unite (Onu).
Ai tempi dell'Ancien régime, la sovranità risiedeva nella persona del
re, per grazia di Dio. Sotto l'influenza dei filosofi illuministi, della
rivoluzione americana (1776) e di quella francese (1789), in tutte le
democrazie sorte da allora, essa risiede nel popolo ("Il principio di
ogni sovranità risiede essenzialmente nella nazione", recita
l'articolo 3 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino
dell'agosto 1789).
Questo principio di sovranità autorizza un governo a regolare i propri
conflitti interni in funzione delle proprie leggi, senza che nessuno possa
ingerirsi negli affari interni di uno stato.
Un principio che data ormai da due secoli, volato in frantumi il 24 marzo
scorso. Alcuni non senza ragione dicono: tanto meglio, dato che al riparo
di questo principio, per il quale altri stati non possono intervenire per
soccorrere le vittime, molti stati hanno commesso troppi abusi contro i
propri cittadini. E nel caso della Jugoslavia, sebbene secondo il parere
di molti sia stato formalmente eletto per via democratica, Slobodan
Milosevic rimane ugualmente un despota, incolpato il 27 maggio scorso di
"crimini di guerra" dal Tribunale internazionale dell'Aja. Un
despota, un tiranno o un dittatore non riceve la propria legittimità dal
popolo; perciò la sovranità del suo stato è soltanto un artificio
legale, che gli consente di praticare l'arbitrio. Una sovranità di questo
tipo non merita in alcun modo di essere rispettata, soprattutto quando il
despota si rende responsabile di violazioni dei diritti umani o di crimini
contro l'umanità.
Abbiamo visto anche, recentemente, che decisioni sovrane (adottate
dall'insieme delle principali forze politiche di destra e di sinistra) di
un paese incontestabilmente democratico come il Cile, nei riguardi di
Augusto Pinochet, non sono state rispettate. E non hanno potuto evitare
l'arresto dell'ex dittatore a Londra, e la richiesta di estradizione verso
la Spagna, dove Pinochet potrebbe essere giudicato per crimini contro
l'umanità.
La creazione di un Tribunale internazionale (alla quale gli Stati uniti
restano ostili) ha lo scopo di giudicare gli autori di crimini contro
l'umanità, che sono imprescrittibili, indipendentemente da qualsiasi
decisione legale adottata da uno stato sovrano.
La sovranità degli stati peraltro è erosa dalla globalizzazione che
elimina i confini, omogeneizza le culture e riduce le differenze. Come ha
constatato Alain Joxe: "Le costituzione di un impero universale
(americano) attraverso l'estensione dell'economia di mercato provoca una
serie di balcanizzazioni-libanizzazioni, attraverso la distruzione delle
prerogative regolatrici degli stati tradizionali (3)".
Dove risiede, a questo punto, la sovranità di un paese? Stiamo andando
verso l'instaurazione, su scala planetaria e sotto l'egida dell'Occidente,
di "sovranità limitate" simili a quelle che negli anni '70
Leonid Breznev e l'Urss volevano instaurare negli stati dell'area
socialista? Si dovrà mettere in conto, in questo spirito, la risurrezione
della vecchia figura coloniale del "protettorato", cosa che
peraltro era già stata prevista per la Somalia nel 1991? E in realtà, è
questo che si sta facendo oggi in Bosnia e in Albania, e si vorrebbe fare
in Kosovo dopo la guerra.
La sovranità, dopo essere passata da Dio alla nazione, risiederà d'ora
in poi nell'individuo? Dopo la stato-nazione, ci stiamo avviando al
sorgere dello stato-individuo, in cui a ogni singolo vengano riconosciuti
gli attributi e le prerogative che finora appartenevano agli stati?
Indiscutibilmente, la globalizzazione e la sua ideologia,
l'ultraliberalismo, vedrebbero di buon occhio, o anzi incoraggerebbero una
trasformazione del genere, che le nuove tecnologie della comunicazione e
dell'informazione rendono tecnicamente concepibile. Per quanto riguarda l'Onu,
i bombardamenti contro la Jugoslavia sono stati decisi dalla Nato senza
che nessuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza li avesse
esplicitamente autorizzati. Per la prima volta in una questione di tale
gravità, abbiamo assistito all'emarginazione dell'Onu, l'unica
piattaforma internazionale per la risoluzione dei conflitti e il
mantenimento della pace. Numerosi indizi, fin dall'inizio degli anni 90,
tradivano il desiderio degli Stati uniti di privare l'Onu del suo ruolo:
il mancato rinnovo del mandato di Boutros Boutros- Gahli a vantaggio del
nuovo segretario Kofi Annan, ritenuto più docile nei riguardi delle tesi
di Washington; la firma degli accordi di Dayton sulla Bosnia (come di
quelli israelo-palestinesi di Wye River) sotto l'egida americana anziché
delle Nazioni Unite; la decisione unilaterale di bombardare l'Iraq senza
una risoluzione dell'Onu, ecc. Di fatto, tutto sta ad indicare che gli
Stati uniti non si adattano più all'Onu. Nella loro attuale situazione
egemonica, non accettano di essere imbrigliati dalle procedure legaliste
delle Nazioni unite. Ci si rende conto così che se quest'organizzazione
ha potuto esistere nel nostro secolo (dapprima sotto forma di Società
della nazioni) non è, come si è creduto, grazie a un progresso civile,
bensì semplicemente per la contemporanea esistenza di potenze di
dimensioni comparabili, nessuna delle quali poteva, almeno militarmente,
prevalere sulle altre. Questo equilibrio è stato rotto con la scomparsa
dell'Unione sovietica, e per la prima volta da due secoli un paese
un'"iperpotenza", come l'ha definita il ministro francese degli
affari esteri Hubert Védrine esercita sul mondo un dominio schiacciante,
nei cinque campi essenziali del potere: politico, economico, militare,
tecnologico e culturale. gli Stati uniti non vedono quindi alcun motivo
per condividere o limitare la propria egemonia, quando possono esercitarla
pienamente senza che nessuno (neppure le Nazioni unite) possa
contestargliela.
Le due trasgressioni il mancato rispetto della sovranità e la non
accettazione dell'autorità delle Nazioni unite compiute dagli Usa in nome
dell'intervento umanitario, pongono necessariamente alcuni problemi. Ad
esempio: come conciliare l'impegno umanitario con l'uso della forza? Sono
concepibili bombardamenti etici, soprattutto quando i numerosi errori di
puntamento causano centinaia di vittime civili? Si può parlare di
"guerra giusta" quando la sproporzione militare e tecnologica
tra gli avversari è abissale? In nome di quale morale la legittima
protezione dei kosovari deve comportare la distruzione dei serbi? Questi
interrogativi assillano la coscienza della maggior parte dei dirigenti
social-democratici (ex sessantottini, ex trotzkisti, ex maoisti, ex
comunisti, ex pacifisti...) che hanno fatto parte della Love Generation,
del Flower Power, che gridavano: "Make love, not war",
intonavano canzoni antimilitariste (chi non ricorda Donovan e il suo
Universal Soldier) e contestavano violentemente la guerra del Vietnam (che
pure, secondo i criteri di oggi, era una "causa giusta" ...).
Alcuni dirigenti ecologisti faticano a conciliare un atteggiamento
furiosamente bellicista con il loro discorso tradizionale in difesa
dell'ambiente, constatando che la guerra in Jugoslavia, come qualsiasi
guerra, è di per sé una catastrofe ecologica: distruzione di raffinerie
di petrolio con emissioni di nubi tossiche, bombardamenti di fabbriche
chimiche che inquinano i fiumi e distruggono la fauna, lancio di bombe
alla grafite che liberano polveri cancerogene, bombe radioattive
all'uranio impoverito, bombe a frammentazione che seminano centinaia di
ordigni assimilabili a mine antiuomo (gli Stati uniti hanno rifiutato di
firmare il Trattato di Ottawa che ne vieta l'uso); e inoltre, le bombe
attive scaricate nell'Adriatico, con i conseguenti pericoli per i
pescatori; ecc. Altri si chiedono perché, in nome dell'ingerenza
umanitaria, la Nato non intervenga in altri paesi, in favore di
popolazioni oppresse. Ad esempio, nel sud del Sudan, in Sierra Leone, in
Liberia, in Angola, a Timor Est, in Tibet ecc. Altri ancora osservano che
il concetto di intervento umanitario non sfugge a volte al principio dei
due pesi e delle due misure. Ad esempio, nel caso dell'Iraq che gli Stati
uniti e la Gran Bretagna continuano a bombardare quotidianamente senza
alcun mandato internazionale la Francia, la Russia e la Cina sono
favorevoli, per ragioni umanitarie, a una sospensione dell'embargo deciso
dalle Nazioni unite, ma gli altri due membri permanenti del Consiglio di
Sicurezza, appunto Stati uniti e Regno unito, vi si oppongono
sistematicamente, sebbene questo embargo abbia già causato, direttamente
o indirettamente, dal 1991, la morte di centinaia di migliaia di civili
...
Infine, sul diritto di ingerenza umanitaria qualcuno osserva che non
dovrebbe trattarsi solo di un diritto del più forte. Ma come potrebbero
farne uso i deboli? Si può immaginare, ad esempio, l'intervento di un
paese africano contro uno stato americano per proteggere, in nome del
diritto di ingerenza, i neri vittime di violazioni di diritti umani? O
quello di un paese del Nordafrica contro uno stato europeo in cui i
magrebini siano colpiti da discriminazioni sistematiche?
E perché non immaginare, come hanno fatto certuni, un diritto
all'ingerenza sociale? Non è scandaloso che in seno all'Unione europea vi
siano cinquanta milioni di poveri? Non si tratta forse di una gravissima
violazione dei diritti umani? Si può accettare che su scala planetaria un
essere umano su due viva con meno di 3.000 lire (1,53 euro) al giorno? O
che un miliardo di persone viva in povertà estrema, con meno di 1.500
lire (0,76 euro) al giorno? Ciò che la Nato ha speso quotidianamente per
bombardare la Jugoslavia (64 milioni di dollari, pari a 59 milioni di
euro) basterebbe a nutrire 77 milioni di persone ....
Conduzione. Anche dal punto di vista della sua conduzione, questo
conflitto nei Balcani è stata una guerra di tipo nuovo.
Mai, nella storia militare, uno scontro è stato diretto come lo ha fatto
il generale Wesley Clark, comandante supremo della Nato, per il quale il
principio dei "morti zero" era un imperativo assoluto. Non un
solo militare dell'Alleanza è caduto in un'azione di guerra. Una cosa del
genere non si era mai vista.
Le perdite materiali sono insignificanti. Nelle decine di migliaia di
missioni aeree, la Nato ha perduto solo due aerei (i cui piloti sono stati
però recuperati sani e salvi, su territorio nemico, da commandos
specializzati), cosa che conferma il progetto del generale Clark di fare
una "guerra senza perdite di aerei (4)".
Non una nave, non un carro armato, non un elicottero sono stati
danneggiati in azioni di guerra. Al contrario, la Jugoslavia ha subito
distruzioni considerevoli. Le infrastrutture militari e industriali (tra
cui le centrali elettriche) sono state in buona parte distrutte o rese
inutilizzabili, così come le principali vie di comunicazione (ponti,
ferrovie e autostrade). Tutti i sistemi elettronici sono disturbati, e le
comunicazioni telefoniche intercettate in permanenza. Tra i militari serbi
si conterebbero varie migliaia di morti. Secondo alcuni generali
americani, il paese sarebbe già tornato indietro di decenni.
Cinquant'anni di ricostruzione, frutto dello sforzo di due generazioni,
sono stati cancellati in poche settimane. Il rapporto di forze sul piano
militare tra la Nato e la Jugoslavia è talmente impari che di fatto è
improprio parlare di guerra. In realtà è stata una punizione. Una
punizione di un genere che nessun paese (ad eccezione dell'Iraq) ha mai
subito.
Perché la strategia della Nato ha costretto la Jugoslavia a restare
passiva, impotente, a fronte delle forze dell'Alleanza, rimaste comunque
fuori dalla sua portata. Ma in realtà si sono svolte due guerre. La prima
del forte contro il debole, la Nato contro la Jugoslavia, che, lo abbiamo
detto, è stata più propriamente una punizione. L'altra, del debole
contro il più debole, della Serbia contro i kosovari, delle forze di
Belgrado contro l'Uck. Da una parte, una guerra sofisticata, elettronica e
tecnologica; dall'altra, massacri a colpi d'accetta, deportazioni di
massa, stupri, esecuzioni sommarie.
Altra originalità di questo conflitto: la Nato ha dichiarato
esplicitamente di non voler uccidere. Neppure i militari serbi, e meno
ancora i civili. E' una guerra di missili contro missili, macchine contro
macchine. Quasi un videogioco. E non appena un errore di puntamento ha
provocato vittime innocenti, l'Alleanza si è profusa in scuse ed
espressioni di rincrescimento, pentimento e rimorso. Schiacciare
l'avversario in astratto, ma non uccidere un nemico concreto. "Nella
neoguerra, ha osservato Umberto Eco, davanti all'opinione pubblica perde
chi ha ucciso troppo (5)". Ecco la
nuova legge imposta da questa guerra, sulla quale i media hanno vigilato
con attenzione. La loro manipolazione è stato uno dei principali
obiettivi delle parti in conflitto. A questo riguardo, non si notano
innovazioni di rilievo rispetto al modello della guerra delle Malvine (6),
messo a punto fin dal 1982, e applicato in particolare durante la guerra
del Golfo.
Sostanzialmente, la Nato ha applicato un dispositivo messo a punto dal
1982 e rettificato in base alle lezioni tratte dalla guerra del Golfo. In
due parole, si è trattato di rendere la guerra invisibile e di rimanere
la fonte principale di informazione dei giornalisti. Questi ultimi,
indiscutibilmente più prudenti, non sempre sono riusciti a evitare questa
nuova forma di censura democratica e di propaganda affabile. Tanto più
che dall'altra parte la censura tradizionale e la propaganda grossolana
non hanno aiutato certo a far emergere la verità.
Così i media si sono ridotti a commentare un'immagine centrale assente:
quella delle atrocità commesse dalle forze di Belgrado contro le
popolazioni civili del Kosovo. Molte testimonianze di deportati hanno
descritto questi crimini, sulla cui realtà non ci possono essere dubbi (7),
ma nessuna immagine ce li ha mostrati, nessun reporter li ha visti con i
suoi occhi; e questo rappresenta un insuccesso per la macchina mediatica,
in particolare quella audiovisiva, che da una decina d'anni tentava di
persuaderci che informare era essenzialmente farci assistere all'evento.
Da qui le polemiche tra i difensori della "verità ufficiale"
della Nato e alcuni osservatori dissidenti e iconoclasti che si sono
recati sul posto. Ad esempio, in Gran Bretagna, il ministro degli affari
esteri Robin Cook non ha esitato a redarguire pubblicamente John Simpson,
corrispondente da Belgrado della Bbc, accusandolo di essere un
"complice di Milosevic", semplicemente perché aveva attratto
l'attenzione sulle scuole distrutte, sugli oppositori democratici al
regime serbo ecc. Il governo (laburista) britannico è arrivato
addirittura a fare pressioni chiedendo il rimpatrio del giornalista, cosa
che la Bbc ha rifiutato. In Italia, il corrispondente della Rai Ennio
Remondino, che ha duramente criticato i bombardamenti di Belgrado e in
particolare quello dell'edificio della Tv serba, è stato ferocemente
attaccato e trattato da "agente di Milosevic" da giornalisti e
intellettuali in uniforme. Infine, in Francia Régis Debray è stato fatto
segno a un vero e proprio linciaggio per le sue osservazioni, riportate
dopo un breve soggiorno nel Kosovo, che non collimavano con la verità
ufficiale (leggere le pagine 8 e 9).
Finalità. Per quanto riguarda le finalità, gli scopi e gli obiettivi
reali di questa guerra, l'Unione europea e gli Stati uniti hanno
perseguito, ciascuno per la sua parte e per motivi diversi, disegni molto
precisi, che però non vengono resi pubblici. L'Unione europea è stata
mossa da considerazioni strategiche. Ma l'importanza strategica di una
regione non corrisponde più ai criteri del passato. Un tempo, una zona
era "strategicamente importante" quando il suo possesso
conferiva considerevoli vantaggi militari (accesso al mare, a un fiume
navigabile, a un rilievo in posizione dominante, a un confine naturale
ecc.), permettendo di controllare ricchezze essenziali (petrolio, gas,
carbone, ferro, acqua ecc.), o vie commerciali vitali (stretti, canali,
alture, vallate ecc.).
Gli interessi strategici Nell'era dei satelliti, della globalizzazione e
della "nuova economia" basata sulle tecnologie
dell'informazione, una simile concezione dell'importanza strategica è
largamente superata. Il Kosovo non presenterebbe in questo senso nessun
interesse strategico, e il suo possesso non comporterebbe per la potenza
occupante né vantaggi militari, né ricchezze decisive, e neppure il
controllo di una via commerciale vitale.
Dove risiede allora attualmente, per un'entità opulenta come l'Unione
europea, l'importanza strategica di un territorio?
Essenzialmente nella capacità di quest'ultimo di esportare i propri
malanni: caos politico, insicurezza cronica, emigrazione clandestina,
delinquenza, mafie legate alla droga ecc. Da questo punto di vista, dopo
la caduta del muro di Berlino, sono due le regioni che presentano per
l'Europa un'importanza strategica di prim'ordine: il Maghreb e i Balcani.
La crisi del Kosovo si è avvelenata nel 1997, quando dopo la sua
implosione l'Albania è piombata nello sfascio; in quel periodo questo
paese ha fornito indirettamente ai combattenti dell'Uck l'occasione per
procurarsi armi con facilità, e la possibilità di disporre di un
santuario sicuro per le loro incursioni in Kosovo. Questa "guerra di
liberazione" di un territorio fanaticamente rivendicato da due
avversari decisi ad andare fino in fondo minacciava di essere lunga e
crudele. Poteva l'Unione europea permettersi di convivere per cinque o
dieci anni con un conflitto del genere alle sue porte, con tutte le
prevedibili ricadute sulla Macedonia e sul resto dei Balcani? E con decine
di migliaia di profughi ansiosi di raggiungere, passando per l'Italia, gli
altri paesi dell'Unione? La risposta a queste domande sono stati i
bombardamenti della Nato.
Per gli Stati uniti, il Kosovo non presenta un interesse strategico, né
nel senso passato, né in quello moderno del termine. A loro, entrati a
ritroso nella crisi dei Balcani dal 1991, il Kosovo ha fornito un pretesto
ideale per assicurarsi un risultato al quale conferisce grande importanza:
la nuova legittimazione della Nato. Questa organizzazione di difesa,
costituita ai tempi della guerra fredda, era stata concepita per
affrontare l'attacco di un avversario preciso: l'Unione sovietica. Con la
scomparsa dell'Urss, nel dicembre 1991, e dopo il tracollo dei paesi
comunisti e la dissoluzione del Patto di Varsavia, anche la Nato avrebbe
dovuto sciogliersi, per essere sostituita, nell'Europa occidentale, da
un'organizzazione di difesa specifica (leggere, a pag. 16, l'articolo di
Bernard Cassen). A questo Washington si oppone, perché vuole rimanere una
potenza europea; e ha fatto quindi di tutto per rafforzare la Nato ed
estenderne l'influenza, accogliendo in essa tre paesi dell'Est (Polonia,
Repubblica ceca e Ungheria).
"Indiscutibilmente conferma un analista americano la Nato doveva
sussistere in ragione dell'influenza politica che procura agli Stati uniti
in Europa, e in quanto blocca lo sviluppo di un sistema strategico europeo
rivale a quello degli Stati uniti (8)".
La crisi del Kosovo ha fornito agli Stati uniti l'occasione per applicare
il nuovo concetto strategico della Nato, alcune settimane prima della sua
adozione ufficiale a Washington, il 25 aprile 1999 (9).
Il risultato non era scontato. Tanto che alcuni esponenti ufficiali
americani si erano chiesti a un certo punto se in fin dei conti non
sarebbe stato più efficace intervenire con un mandato delle Nazioni
unite, come nel Golfo, piuttosto che nel quadro della Nato, con le
complicazioni imposte dalla consultazione permanente di 19 governi (10).
Sarebbe stato ancora più facile per gli Stati uniti decidere, come
avrebbe peraltro consentito la loro supremazia militare, di agire
unilateralmente. Per imporre, sotto l'imperio del mercato, un nuovo ordine
globale. Sconvolgente? Non per il generale William J. Perry, ex segretario
alla difesa del presidente Clinton, che ha affermato: "Gli Stati
uniti sono il solo paese che abbia interessi globali, e sono quindi il
leader naturale della comunità internazionale (11)".
note:
* Gli articoli sulla guerra contenuti in questo numero sono stati scritti
prima che, con le trattative, si aprisse una fase nuova. Gli ultimi
sviluppi non modificano tuttavia la sostanza delle analisi esposte.
torna al testo (1) Le Monde, 22 maggio
1999.
torna al testo (2) I tre conflitti tra
Roma e Cartagine, nel terzo e nel secondo secolo a.C.
torna al testo (3) Alain Joxe, "Le
nouveau statut des alliances dans la stratégie américaine", Cahiers
d'études stratégiques, n&oord 20, Parigi, primavera 1997.
torna al testo (4) International Herald
Tribune, 18 maggio 1999.
torna al testo (5) Le Figaro, 3 maggio
1999
torna al testo (6) Leggere La Tyrannie
de la communication, Galilée, Parigi, 1999.
torna al testo (7) Cfr. Wiliam Branigin,
"US Details Serb Terror in Kosovo", International Herald
Tribune, 12 maggio 1999.
torna al testo (8) Cfr. William Pfaf,
"What Good is Nato If America Intends to Go It Alone?",
International Herald Tribune, 20 maggio 1999.
torna al testo (9) Leggere ampi stralci
del documento che definisce il "Nuovo concetto strategico
dell'Alleanza" in El PaÆs, Madrid, 26 aprile 1999.
torna al testo (10) Cfr. William Pfaff,
op. cit.
torna al testo (11) William J. Perry,
"La construction d'alliances par le leadership global et la dynamique
d'enlargement" (discorso del 4 marzo 1996), in Cahiers d'études
stratégiques, op. cit.
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