Voices against the war in Kosovo [1999]
  Voci contro la guerra in Kosovo [1999]

 
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06/15/99:

[Source: LE MONDE DIPLOMATIQUE]


Il nuovo ordine globale

di Ignacio Ramonet

La guerra che contrappone l'Organizzazione del trattato del Nord Atlantico (Nato) alla Repubblica federale di Jugoslavia*, ha aperto una nuova fase nella storia delle relazioni internazionali, e annuncia l'alba di un nuovo ordine globale.
Sapevamo che la guerra fredda si era conclusa nel 1989 con la caduta del muro di Berlino, mentre il dopoguerra era finito nel dicembre 1991 con la scomparsa dell'Unione sovietica, Oggi sappiamo che la crisi del Kosovo chiude un decennio (1991-1999) di incertezze e disordini, in cui la politica internazionale è andata avanti a tentoni, e delinea un quadro nuovo per il secolo che sta per iniziare.
La globalizzazione economica, che costituisce la dinamica di gran lunga dominante del nostro tempo, aveva bisogno di essere completata da un progetto strategico globale nel campo della sicurezza. Il conflitto del Kosovo ha fornito l'occasione per disegnarlo nelle sue grandi linee. Questa prima guerra della Nato appare, in questo senso, effettivamente inaugurale. Per la comunità mondiale si tratta di un vero salto nell'ignoto, di un'incursione in territori inesplorati, che senza dubbio può riservare molte buone sorprese, ma anche numerosi tranelli e pericoli.
In effetti, le cause, la conduzione e le finalità di questa guerra non hanno corrisposto in nulla a quelle cui si era abituati in conflitti della stessa natura.
Cause. Traendo a pretesto le atrocità commesse in Kosovo dal regime di Belgrado, la Nato ha puntato su argomenti di ordine umanitario, morale e persino di "difesa della civiltà" per motivare l'attacco. "E' una lotta per la civiltà", ha dichiarato ad esempio Lionel Jospin (1). La storia, la cultura e la politica, cause di tutti i conflitti fin dai tempi delle guerre puniche (2), sono diventate a un tratto dimensioni obsolete. Una rivoluzione non solo di ordine militare, ma anche, semplicemente, di ordine mentale.
In nome dell'ingerenza umanitaria, considerata oramai come moralmente superiore a tutto, la Nato non ha esitato a trasgredire a due dei maggiori dettami della politica internazionale: la sovranità degli stati e lo statuto dell'organizzazione delle Nazioni unite (Onu).
Ai tempi dell'Ancien régime, la sovranità risiedeva nella persona del re, per grazia di Dio. Sotto l'influenza dei filosofi illuministi, della rivoluzione americana (1776) e di quella francese (1789), in tutte le democrazie sorte da allora, essa risiede nel popolo ("Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella nazione", recita l'articolo 3 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino dell'agosto 1789).
Questo principio di sovranità autorizza un governo a regolare i propri conflitti interni in funzione delle proprie leggi, senza che nessuno possa ingerirsi negli affari interni di uno stato.
Un principio che data ormai da due secoli, volato in frantumi il 24 marzo scorso. Alcuni non senza ragione dicono: tanto meglio, dato che al riparo di questo principio, per il quale altri stati non possono intervenire per soccorrere le vittime, molti stati hanno commesso troppi abusi contro i propri cittadini. E nel caso della Jugoslavia, sebbene secondo il parere di molti sia stato formalmente eletto per via democratica, Slobodan Milosevic rimane ugualmente un despota, incolpato il 27 maggio scorso di "crimini di guerra" dal Tribunale internazionale dell'Aja. Un despota, un tiranno o un dittatore non riceve la propria legittimità dal popolo; perciò la sovranità del suo stato è soltanto un artificio legale, che gli consente di praticare l'arbitrio. Una sovranità di questo tipo non merita in alcun modo di essere rispettata, soprattutto quando il despota si rende responsabile di violazioni dei diritti umani o di crimini contro l'umanità.
Abbiamo visto anche, recentemente, che decisioni sovrane (adottate dall'insieme delle principali forze politiche di destra e di sinistra) di un paese incontestabilmente democratico come il Cile, nei riguardi di Augusto Pinochet, non sono state rispettate. E non hanno potuto evitare l'arresto dell'ex dittatore a Londra, e la richiesta di estradizione verso la Spagna, dove Pinochet potrebbe essere giudicato per crimini contro l'umanità.
La creazione di un Tribunale internazionale (alla quale gli Stati uniti restano ostili) ha lo scopo di giudicare gli autori di crimini contro l'umanità, che sono imprescrittibili, indipendentemente da qualsiasi decisione legale adottata da uno stato sovrano.
La sovranità degli stati peraltro è erosa dalla globalizzazione che elimina i confini, omogeneizza le culture e riduce le differenze. Come ha constatato Alain Joxe: "Le costituzione di un impero universale (americano) attraverso l'estensione dell'economia di mercato provoca una serie di balcanizzazioni-libanizzazioni, attraverso la distruzione delle prerogative regolatrici degli stati tradizionali (3)".
Dove risiede, a questo punto, la sovranità di un paese? Stiamo andando verso l'instaurazione, su scala planetaria e sotto l'egida dell'Occidente, di "sovranità limitate" simili a quelle che negli anni '70 Leonid Breznev e l'Urss volevano instaurare negli stati dell'area socialista? Si dovrà mettere in conto, in questo spirito, la risurrezione della vecchia figura coloniale del "protettorato", cosa che peraltro era già stata prevista per la Somalia nel 1991? E in realtà, è questo che si sta facendo oggi in Bosnia e in Albania, e si vorrebbe fare in Kosovo dopo la guerra.
La sovranità, dopo essere passata da Dio alla nazione, risiederà d'ora in poi nell'individuo? Dopo la stato-nazione, ci stiamo avviando al sorgere dello stato-individuo, in cui a ogni singolo vengano riconosciuti gli attributi e le prerogative che finora appartenevano agli stati? Indiscutibilmente, la globalizzazione e la sua ideologia, l'ultraliberalismo, vedrebbero di buon occhio, o anzi incoraggerebbero una trasformazione del genere, che le nuove tecnologie della comunicazione e dell'informazione rendono tecnicamente concepibile. Per quanto riguarda l'Onu, i bombardamenti contro la Jugoslavia sono stati decisi dalla Nato senza che nessuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza li avesse esplicitamente autorizzati. Per la prima volta in una questione di tale gravità, abbiamo assistito all'emarginazione dell'Onu, l'unica piattaforma internazionale per la risoluzione dei conflitti e il mantenimento della pace. Numerosi indizi, fin dall'inizio degli anni 90, tradivano il desiderio degli Stati uniti di privare l'Onu del suo ruolo: il mancato rinnovo del mandato di Boutros Boutros- Gahli a vantaggio del nuovo segretario Kofi Annan, ritenuto più docile nei riguardi delle tesi di Washington; la firma degli accordi di Dayton sulla Bosnia (come di quelli israelo-palestinesi di Wye River) sotto l'egida americana anziché delle Nazioni Unite; la decisione unilaterale di bombardare l'Iraq senza una risoluzione dell'Onu, ecc. Di fatto, tutto sta ad indicare che gli Stati uniti non si adattano più all'Onu. Nella loro attuale situazione egemonica, non accettano di essere imbrigliati dalle procedure legaliste delle Nazioni unite. Ci si rende conto così che se quest'organizzazione ha potuto esistere nel nostro secolo (dapprima sotto forma di Società della nazioni) non è, come si è creduto, grazie a un progresso civile, bensì semplicemente per la contemporanea esistenza di potenze di dimensioni comparabili, nessuna delle quali poteva, almeno militarmente, prevalere sulle altre. Questo equilibrio è stato rotto con la scomparsa dell'Unione sovietica, e per la prima volta da due secoli un paese un'"iperpotenza", come l'ha definita il ministro francese degli affari esteri Hubert Védrine esercita sul mondo un dominio schiacciante, nei cinque campi essenziali del potere: politico, economico, militare, tecnologico e culturale. gli Stati uniti non vedono quindi alcun motivo per condividere o limitare la propria egemonia, quando possono esercitarla pienamente senza che nessuno (neppure le Nazioni unite) possa contestargliela.
Le due trasgressioni il mancato rispetto della sovranità e la non accettazione dell'autorità delle Nazioni unite compiute dagli Usa in nome dell'intervento umanitario, pongono necessariamente alcuni problemi. Ad esempio: come conciliare l'impegno umanitario con l'uso della forza? Sono concepibili bombardamenti etici, soprattutto quando i numerosi errori di puntamento causano centinaia di vittime civili? Si può parlare di "guerra giusta" quando la sproporzione militare e tecnologica tra gli avversari è abissale? In nome di quale morale la legittima protezione dei kosovari deve comportare la distruzione dei serbi? Questi interrogativi assillano la coscienza della maggior parte dei dirigenti social-democratici (ex sessantottini, ex trotzkisti, ex maoisti, ex comunisti, ex pacifisti...) che hanno fatto parte della Love Generation, del Flower Power, che gridavano: "Make love, not war", intonavano canzoni antimilitariste (chi non ricorda Donovan e il suo Universal Soldier) e contestavano violentemente la guerra del Vietnam (che pure, secondo i criteri di oggi, era una "causa giusta" ...).
Alcuni dirigenti ecologisti faticano a conciliare un atteggiamento furiosamente bellicista con il loro discorso tradizionale in difesa dell'ambiente, constatando che la guerra in Jugoslavia, come qualsiasi guerra, è di per sé una catastrofe ecologica: distruzione di raffinerie di petrolio con emissioni di nubi tossiche, bombardamenti di fabbriche chimiche che inquinano i fiumi e distruggono la fauna, lancio di bombe alla grafite che liberano polveri cancerogene, bombe radioattive all'uranio impoverito, bombe a frammentazione che seminano centinaia di ordigni assimilabili a mine antiuomo (gli Stati uniti hanno rifiutato di firmare il Trattato di Ottawa che ne vieta l'uso); e inoltre, le bombe attive scaricate nell'Adriatico, con i conseguenti pericoli per i pescatori; ecc. Altri si chiedono perché, in nome dell'ingerenza umanitaria, la Nato non intervenga in altri paesi, in favore di popolazioni oppresse. Ad esempio, nel sud del Sudan, in Sierra Leone, in Liberia, in Angola, a Timor Est, in Tibet ecc. Altri ancora osservano che il concetto di intervento umanitario non sfugge a volte al principio dei due pesi e delle due misure. Ad esempio, nel caso dell'Iraq che gli Stati uniti e la Gran Bretagna continuano a bombardare quotidianamente senza alcun mandato internazionale la Francia, la Russia e la Cina sono favorevoli, per ragioni umanitarie, a una sospensione dell'embargo deciso dalle Nazioni unite, ma gli altri due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, appunto Stati uniti e Regno unito, vi si oppongono sistematicamente, sebbene questo embargo abbia già causato, direttamente o indirettamente, dal 1991, la morte di centinaia di migliaia di civili ...
Infine, sul diritto di ingerenza umanitaria qualcuno osserva che non dovrebbe trattarsi solo di un diritto del più forte. Ma come potrebbero farne uso i deboli? Si può immaginare, ad esempio, l'intervento di un paese africano contro uno stato americano per proteggere, in nome del diritto di ingerenza, i neri vittime di violazioni di diritti umani? O quello di un paese del Nordafrica contro uno stato europeo in cui i magrebini siano colpiti da discriminazioni sistematiche?
E perché non immaginare, come hanno fatto certuni, un diritto all'ingerenza sociale? Non è scandaloso che in seno all'Unione europea vi siano cinquanta milioni di poveri? Non si tratta forse di una gravissima violazione dei diritti umani? Si può accettare che su scala planetaria un essere umano su due viva con meno di 3.000 lire (1,53 euro) al giorno? O che un miliardo di persone viva in povertà estrema, con meno di 1.500 lire (0,76 euro) al giorno? Ciò che la Nato ha speso quotidianamente per bombardare la Jugoslavia (64 milioni di dollari, pari a 59 milioni di euro) basterebbe a nutrire 77 milioni di persone ....
Conduzione. Anche dal punto di vista della sua conduzione, questo conflitto nei Balcani è stata una guerra di tipo nuovo.
Mai, nella storia militare, uno scontro è stato diretto come lo ha fatto il generale Wesley Clark, comandante supremo della Nato, per il quale il principio dei "morti zero" era un imperativo assoluto. Non un solo militare dell'Alleanza è caduto in un'azione di guerra. Una cosa del genere non si era mai vista.
Le perdite materiali sono insignificanti. Nelle decine di migliaia di missioni aeree, la Nato ha perduto solo due aerei (i cui piloti sono stati però recuperati sani e salvi, su territorio nemico, da commandos specializzati), cosa che conferma il progetto del generale Clark di fare una "guerra senza perdite di aerei (4)". Non una nave, non un carro armato, non un elicottero sono stati danneggiati in azioni di guerra. Al contrario, la Jugoslavia ha subito distruzioni considerevoli. Le infrastrutture militari e industriali (tra cui le centrali elettriche) sono state in buona parte distrutte o rese inutilizzabili, così come le principali vie di comunicazione (ponti, ferrovie e autostrade). Tutti i sistemi elettronici sono disturbati, e le comunicazioni telefoniche intercettate in permanenza. Tra i militari serbi si conterebbero varie migliaia di morti. Secondo alcuni generali americani, il paese sarebbe già tornato indietro di decenni. Cinquant'anni di ricostruzione, frutto dello sforzo di due generazioni, sono stati cancellati in poche settimane. Il rapporto di forze sul piano militare tra la Nato e la Jugoslavia è talmente impari che di fatto è improprio parlare di guerra. In realtà è stata una punizione. Una punizione di un genere che nessun paese (ad eccezione dell'Iraq) ha mai subito.
Perché la strategia della Nato ha costretto la Jugoslavia a restare passiva, impotente, a fronte delle forze dell'Alleanza, rimaste comunque fuori dalla sua portata. Ma in realtà si sono svolte due guerre. La prima del forte contro il debole, la Nato contro la Jugoslavia, che, lo abbiamo detto, è stata più propriamente una punizione. L'altra, del debole contro il più debole, della Serbia contro i kosovari, delle forze di Belgrado contro l'Uck. Da una parte, una guerra sofisticata, elettronica e tecnologica; dall'altra, massacri a colpi d'accetta, deportazioni di massa, stupri, esecuzioni sommarie.
Altra originalità di questo conflitto: la Nato ha dichiarato esplicitamente di non voler uccidere. Neppure i militari serbi, e meno ancora i civili. E' una guerra di missili contro missili, macchine contro macchine. Quasi un videogioco. E non appena un errore di puntamento ha provocato vittime innocenti, l'Alleanza si è profusa in scuse ed espressioni di rincrescimento, pentimento e rimorso. Schiacciare l'avversario in astratto, ma non uccidere un nemico concreto. "Nella neoguerra, ha osservato Umberto Eco, davanti all'opinione pubblica perde chi ha ucciso troppo (5)". Ecco la nuova legge imposta da questa guerra, sulla quale i media hanno vigilato con attenzione. La loro manipolazione è stato uno dei principali obiettivi delle parti in conflitto. A questo riguardo, non si notano innovazioni di rilievo rispetto al modello della guerra delle Malvine (6), messo a punto fin dal 1982, e applicato in particolare durante la guerra del Golfo.
Sostanzialmente, la Nato ha applicato un dispositivo messo a punto dal 1982 e rettificato in base alle lezioni tratte dalla guerra del Golfo. In due parole, si è trattato di rendere la guerra invisibile e di rimanere la fonte principale di informazione dei giornalisti. Questi ultimi, indiscutibilmente più prudenti, non sempre sono riusciti a evitare questa nuova forma di censura democratica e di propaganda affabile. Tanto più che dall'altra parte la censura tradizionale e la propaganda grossolana non hanno aiutato certo a far emergere la verità.
Così i media si sono ridotti a commentare un'immagine centrale assente: quella delle atrocità commesse dalle forze di Belgrado contro le popolazioni civili del Kosovo. Molte testimonianze di deportati hanno descritto questi crimini, sulla cui realtà non ci possono essere dubbi (7), ma nessuna immagine ce li ha mostrati, nessun reporter li ha visti con i suoi occhi; e questo rappresenta un insuccesso per la macchina mediatica, in particolare quella audiovisiva, che da una decina d'anni tentava di persuaderci che informare era essenzialmente farci assistere all'evento.
Da qui le polemiche tra i difensori della "verità ufficiale" della Nato e alcuni osservatori dissidenti e iconoclasti che si sono recati sul posto. Ad esempio, in Gran Bretagna, il ministro degli affari esteri Robin Cook non ha esitato a redarguire pubblicamente John Simpson, corrispondente da Belgrado della Bbc, accusandolo di essere un "complice di Milosevic", semplicemente perché aveva attratto l'attenzione sulle scuole distrutte, sugli oppositori democratici al regime serbo ecc. Il governo (laburista) britannico è arrivato addirittura a fare pressioni chiedendo il rimpatrio del giornalista, cosa che la Bbc ha rifiutato. In Italia, il corrispondente della Rai Ennio Remondino, che ha duramente criticato i bombardamenti di Belgrado e in particolare quello dell'edificio della Tv serba, è stato ferocemente attaccato e trattato da "agente di Milosevic" da giornalisti e intellettuali in uniforme. Infine, in Francia Régis Debray è stato fatto segno a un vero e proprio linciaggio per le sue osservazioni, riportate dopo un breve soggiorno nel Kosovo, che non collimavano con la verità ufficiale (leggere le pagine 8 e 9).
Finalità. Per quanto riguarda le finalità, gli scopi e gli obiettivi reali di questa guerra, l'Unione europea e gli Stati uniti hanno perseguito, ciascuno per la sua parte e per motivi diversi, disegni molto precisi, che però non vengono resi pubblici. L'Unione europea è stata mossa da considerazioni strategiche. Ma l'importanza strategica di una regione non corrisponde più ai criteri del passato. Un tempo, una zona era "strategicamente importante" quando il suo possesso conferiva considerevoli vantaggi militari (accesso al mare, a un fiume navigabile, a un rilievo in posizione dominante, a un confine naturale ecc.), permettendo di controllare ricchezze essenziali (petrolio, gas, carbone, ferro, acqua ecc.), o vie commerciali vitali (stretti, canali, alture, vallate ecc.).
Gli interessi strategici Nell'era dei satelliti, della globalizzazione e della "nuova economia" basata sulle tecnologie dell'informazione, una simile concezione dell'importanza strategica è largamente superata. Il Kosovo non presenterebbe in questo senso nessun interesse strategico, e il suo possesso non comporterebbe per la potenza occupante né vantaggi militari, né ricchezze decisive, e neppure il controllo di una via commerciale vitale.
Dove risiede allora attualmente, per un'entità opulenta come l'Unione europea, l'importanza strategica di un territorio?
Essenzialmente nella capacità di quest'ultimo di esportare i propri malanni: caos politico, insicurezza cronica, emigrazione clandestina, delinquenza, mafie legate alla droga ecc. Da questo punto di vista, dopo la caduta del muro di Berlino, sono due le regioni che presentano per l'Europa un'importanza strategica di prim'ordine: il Maghreb e i Balcani.
La crisi del Kosovo si è avvelenata nel 1997, quando dopo la sua implosione l'Albania è piombata nello sfascio; in quel periodo questo paese ha fornito indirettamente ai combattenti dell'Uck l'occasione per procurarsi armi con facilità, e la possibilità di disporre di un santuario sicuro per le loro incursioni in Kosovo. Questa "guerra di liberazione" di un territorio fanaticamente rivendicato da due avversari decisi ad andare fino in fondo minacciava di essere lunga e crudele. Poteva l'Unione europea permettersi di convivere per cinque o dieci anni con un conflitto del genere alle sue porte, con tutte le prevedibili ricadute sulla Macedonia e sul resto dei Balcani? E con decine di migliaia di profughi ansiosi di raggiungere, passando per l'Italia, gli altri paesi dell'Unione? La risposta a queste domande sono stati i bombardamenti della Nato.
Per gli Stati uniti, il Kosovo non presenta un interesse strategico, né nel senso passato, né in quello moderno del termine. A loro, entrati a ritroso nella crisi dei Balcani dal 1991, il Kosovo ha fornito un pretesto ideale per assicurarsi un risultato al quale conferisce grande importanza: la nuova legittimazione della Nato. Questa organizzazione di difesa, costituita ai tempi della guerra fredda, era stata concepita per affrontare l'attacco di un avversario preciso: l'Unione sovietica. Con la scomparsa dell'Urss, nel dicembre 1991, e dopo il tracollo dei paesi comunisti e la dissoluzione del Patto di Varsavia, anche la Nato avrebbe dovuto sciogliersi, per essere sostituita, nell'Europa occidentale, da un'organizzazione di difesa specifica (leggere, a pag. 16, l'articolo di Bernard Cassen). A questo Washington si oppone, perché vuole rimanere una potenza europea; e ha fatto quindi di tutto per rafforzare la Nato ed estenderne l'influenza, accogliendo in essa tre paesi dell'Est (Polonia, Repubblica ceca e Ungheria).
"Indiscutibilmente conferma un analista americano la Nato doveva sussistere in ragione dell'influenza politica che procura agli Stati uniti in Europa, e in quanto blocca lo sviluppo di un sistema strategico europeo rivale a quello degli Stati uniti (8)". La crisi del Kosovo ha fornito agli Stati uniti l'occasione per applicare il nuovo concetto strategico della Nato, alcune settimane prima della sua adozione ufficiale a Washington, il 25 aprile 1999 (9). Il risultato non era scontato. Tanto che alcuni esponenti ufficiali americani si erano chiesti a un certo punto se in fin dei conti non sarebbe stato più efficace intervenire con un mandato delle Nazioni unite, come nel Golfo, piuttosto che nel quadro della Nato, con le complicazioni imposte dalla consultazione permanente di 19 governi (10).
Sarebbe stato ancora più facile per gli Stati uniti decidere, come avrebbe peraltro consentito la loro supremazia militare, di agire unilateralmente. Per imporre, sotto l'imperio del mercato, un nuovo ordine globale. Sconvolgente? Non per il generale William J. Perry, ex segretario alla difesa del presidente Clinton, che ha affermato: "Gli Stati uniti sono il solo paese che abbia interessi globali, e sono quindi il leader naturale della comunità internazionale (11)".


note:
* Gli articoli sulla guerra contenuti in questo numero sono stati scritti prima che, con le trattative, si aprisse una fase nuova. Gli ultimi sviluppi non modificano tuttavia la sostanza delle analisi esposte.

torna al testo (1) Le Monde, 22 maggio 1999.

torna al testo (2) I tre conflitti tra Roma e Cartagine, nel terzo e nel secondo secolo a.C.

torna al testo (3) Alain Joxe, "Le nouveau statut des alliances dans la stratégie américaine", Cahiers d'études stratégiques, n&oord 20, Parigi, primavera 1997.

torna al testo (4) International Herald Tribune, 18 maggio 1999.

torna al testo (5) Le Figaro, 3 maggio 1999
torna al testo (6) Leggere La Tyrannie de la communication, Galilée, Parigi, 1999.

torna al testo (7) Cfr. Wiliam Branigin, "US Details Serb Terror in Kosovo", International Herald Tribune, 12 maggio 1999.

torna al testo (8) Cfr. William Pfaf, "What Good is Nato If America Intends to Go It Alone?", International Herald Tribune, 20 maggio 1999.

torna al testo (9) Leggere ampi stralci del documento che definisce il "Nuovo concetto strategico dell'Alleanza" in El PaÆs, Madrid, 26 aprile 1999.

torna al testo (10) Cfr. William Pfaff, op. cit.

torna al testo (11) William J. Perry, "La construction d'alliances par le leadership global et la dynamique d'enlargement" (discorso del 4 marzo 1996), in Cahiers d'études stratégiques, op. cit.

 

 

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