Voices against the war in Kosovo [1999]
  Voci contro la guerra in Kosovo [1999]

 
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6/15/99:

[Source: Il Manifesto, 15/06/1999]

Perché in Kosovo la guerra non è finita

di GIULIO MARCON (Presidente dell'Ics)

Era il 1993, quando "il manifesto" pubblicò un mio articolo di risposta a Paolo Flores D'Arcais, che "Cuore" non volle ospitare. A coloro che chiedevano l'intervento militare contro i serbi, rispondevo: "Cosa volete, bombardare Belgrado e invadere la Serbia, fare una nuova guerra nel cuore d'Europa?". Era una domanda retorica e paradossale, per radicalizzare polemicamente le conseguenze dell'interventismo "democratico" di quegli anni, che ancora non si spingeva a teorizzare la guerra alla Serbia.

Era anche un'implicita consapevolezza del possibile risultato (tragicamente confermato) di una politica occidentale che combinava la legittimazione degli etnicismi escludenti e dei nazionalismi "buoni" contro quelli "cattivi", con la costruzione del nuovo ruolo diffusivo della Nato e il progressivo ridimensionamento politico, diplomatico e militare della Federazione russa. Uno scenario speculare alla profezia provocatoria e intelligente (1994) di John Galtung, il teorico più lungimirante del pacifismo europeo, quando denunciava la costruzione di un'Europa a tre facce: quella cattolica-protestante sotto le insegne della Nato e della Ue, quella cristiano-ortodossa tagliata fuori dai processi di integrazione occidentale e quella slavo-musulmana delle enclave, a macchia di leopardo (Kosovo, Bosnia, Caucaso), sotto la progressiva tutela Nato e con un occhio alla Turchia.

In questo contesto, è ormai evidente che la soluzione raggiunta per il Kosovo e per porre fine ai raid della Nato lascia aperte incognite di ambivalente decifrazione e segna la strada di un futuro - per tutta l'area balcanica - gravido di tensione e di nuovi conflitti. E' il prezzo (insieme a quello di una difficile ricostruzione) che dovrà pagare l'Europa: anni di instabilità, di minacce violente, di sottosviluppo in un'area cruciale di raccordo con l'Europa centro-orientale, il Medio Oriente, i paesi islamici moderati. E' finita la guerra della Nato e la pulizia etnica, ma parlare di "dopoguerra" e di pace è esagerato. Si tratta invece di una situazione latente di conflitto a bassa intensità e che potrebbe esplodere in nuovi violenti scontri.

A tutto ciò si è giunti anche per le ambiguità e il doppiogiochismo americano (che coprono un disegno chiaro e consapevole), ora pienamente alla luce. Rambouillet e i drammi dei profughi - come ha ricordato candidamente l'"International Herald Tribune" del 11/6 - non c'entravano niente: la guerra era stata già decisa dalla Albright un anno fa e rinviata a causa dell'"affaire" Lewinski. Rambouillet - sotto l'ammanto moralistico della sacrosanta difesa dei diritti dei kosovari - era solo un pretesto per ottenere due risultati: legittimare l'intervento e incastrare gli europei nell'operazione. Per uguale ambiguità ora, la "smilitarizzazione" dell'Uck rischia di essere una semplice "boutade": il comandante della Nato, Clark mette le mani avanti ("sarà difficile realizzarla...") e domenica il convoglio dell'Acnur che ha riportato gli operatori dell'Ics a Pristina ha incontrato posti di blocco dell'Uck a fianco di quelli della Nato. E parte di Prizren, e di altri centri, è sotto controllo dei guerriglieri kosovari. Inevitabile è ora l'esodo dei serbi che la presenza dei russi può solo rallentare. Così, scambiare - come fanno gli americani - il comando unificato della forza multinazionale, prevista dall'accordo, con il comando unificato della Nato è un semplice raggiro verso la Federazione russa e l'Onu.

In questo quadro, la ricostruzione (ma è possibile senza un'idea di riconciliazione, integrazione, ricomposizione del tessuto sociale?), senza un accordo politico chiaro, rischia avere basi fragili. Torna in campo l'idea di una Conferenza per i Balcani. Il ruolo dell'Unione europea (con la proposta di un Patto di Stabilità) è ovviamente centrale. Ma anche il ruolo di paesi come la Macedonia e la Slovenia (che pure non smetterà mai di espiare del tutto il peccato originale della rottura della Federazione, all'origine del disastro attuale) può essere prezioso nell'avvio di un processo che deve, come minimo, mettere insieme tutti i pezzi della vecchia Jugoslavia. Bisogna finalmente ridare un ruolo alla società civile, alle forze democratiche, alle organizzazioni dei cittadini di quei paesi. E' anche per questo che l'Ics, (con Regione Marche, Tavola della Pace, Coordinamento degli Enti Locali per la Pace), preparando la IIa marcia Perugia-Assisi (26 settembre) promuoverà una Conferenza della società civile per la pace, la democrazia, la cooperazione nei Balcani, ad Ancona il prossimo 21 e 22 settembre.

Attenzione a non ripetere lo scenario della Somalia di 6 anni fa: provocazioni, attentati, guerra per bande, crisi della "forza internazionale". Sono possibili altre strade? Una è la prospettiva di un assetto confederativo della Repubblica Federale Jugoslava, con garanzie delle minoranze e una fondamentale clausola di non dissoluzione, per un certo numero di anni, garantita dall'Onu e dall'Unione europea. Il tempo necessario a costruire l'integrazione dei Balcani in Europa e affrontare le istanze nazionali e delle minoranze: questo potrebbe dare una risposta alla richiesta delle forze autonomiste del Kosovo e di integrità della nuova Jugoslavia e porterebbe paradossalmente a una situazione simile alla "vecchia" Jugoslavia prima della sua dissoluzione, favorita - non fa male ricordarlo - proprio dalle politiche filonazionaliste dei governi europei.

 

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