| Serve un veto assoluto contro l'uso
di proiettili all'uranio di
DARIO FO, FRANCA RAME, JACOPO FO
CORRIERE DELLA SERA, lunedì 31 maggio 1999 |
«Nel Golfo causarono migliaia di vittime, aborti, bimbi deformi».
«Spargere del materiale radioattivo è un crimine di guerra».
Caro direttore,
il 17 aprile il portavoce Nato, generale Giuseppe Marani, ha dichiarato che «proiettili
anticarro con uranio esaurito sono stati usati dai piloti alleati contro le forze serbe in
Kosovo» e ha aggiunto che questi proiettili «non comportano alcun rischio» perché
hanno un livello di radioattività «non superiore a quello di un orologio» (da il
manifesto 20 aprile '99).
Permetteteci di dubitare del buon senso di questa affermazione. L'uranio esaurito, ci
dicono i libri di fisica, ha una radioattività pari al 60% di quello naturale ed è un
prodotto di scarto delle centrali nucleari. Fino a ieri veniva immagazzinato con mille
precauzioni a costi altissimi.
Poi si è scoperto che poteva essere usato per ricoprire i proiettili anticarro. Al
momento dell'esplosione si incendia sviluppando una temperatura altissima e buca l'acciaio
come fosse burro. Bruciando si trasforma in una polvere sottilissima che si sparge
nell'aria.
Molti studiosi hanno sollevato gravi dubbi sul fatto che sia innocuo. Già nel '79 un
rapporto del «U.S. Army Mobility Equipement Research & Development Command»
sosteneva che l'uso di questi proiettili metteva in pericolo «non solo le persone nelle
immediate vicinanze ma anche quelle che si trovano a distanza sotto vento... le
particelle... si depositano rapidamente nei tessuti polmonari esponendo l'ospite a una
crescente dose tossica di radiazioni alfa, capace di provocare cancro e altre malattie
mortali».
Un altro studio commissionato dall'esercito americano (Science Applications International
Corp., luglio 1990) afferma: «L'uranio impoverito provoca il cancro quando penetra
nell'organismo e la sua tossicità chimica causa danni ai reni». Nonostante questi
avvertimenti i proiettili ricoperti di uranio esaurito furono usati nella guerra del
Golfo. Subito dopo, nel novembre 1991, il quotidiano londinese The Independent pubblicò
uno studio segreto dell'Ente atomico britannico (Ukaea) sui potenziali pericoli costituiti
dalla radioattività presente nelle zone dei combattimenti in Iraq e Kuwait a causa di
questi proiettili.
In questo momento il Pentagono si trova in grande imbarazzo perché dopo la guerra del
Golfo più di 80.000 veterani si sono ammalati della cosiddetta Sindrome del Golfo; più
di 4500 sono morti, centinaia sono i figli dei reduci nati deformi. Il 5 luglio 1998 il
Washington Post ha pubblicato un articolo che avalla la tesi sostenuta da molti
ricercatori: una delle cause principali di questa sindrome sono i proiettili all'uranio.
La Rai ha commissionato su questo argomento un documentario al regista Alberto D'Onofrio e
poi lo ha censurato.
Evidentemente però anche il Pentagono qualche dubbio lo deve avere: il San Francisco
Examiner del 17 agosto '97 riporta il testo di un manuale di addestramento militare Usa
che raccomanda di usare sempre guanti speciali toccando i proiettili e di indossare una
maschera speciale mentre questi vengono sparati, concludendo: «Ricordate di stare sempre
lontani, se possibile, dagli equipaggiamenti e il terreno contaminati».
Ma pare che la situazione in Iraq sia gravissima. Gli elicotteri Apache e gli aerei A10
sono dotati di un cannoncino a 7 canne in grado di sparare 4200 proiettili al minuto. Ogni
proiettile è ricoperto da circa 300 grammi di uranio. Le stime più prudenti parlano di
più di 300 tonnellate di uranio esaurito scaricate su Iraq e Kuwait. Decine di migliaia
sarebbero i morti, gli aborti e le nascite deformi, centinaia di migliaia i malati.
Il professor Siegwart-Horst Gunther, presidente della Croce Gialla, ha condotto uno studio
impressionante sulle malattie contratte da bambini che si erano trovati a giocare con i
bossoli esplosi di questi proiettili e sulle nascite deformi di bimbi e animali nelle zone
dei combattimenti.
L'esperienza di questo medico tedesco offre anche una prova indiretta della radioattività
di questi proiettili. Egli riportò in Germania un bossolo esploso per poterlo fare
analizzare e fu per questo condannato per violazione delle «leggi nucleari».
Le organizzazioni pacifiste americane hanno raccolto un dossier enorme sugli effetti di
questi proiettili non solo in Iraq, ma anche in Bosnia dove si è riscontrato un notevole
aumento di casi di leucemia nelle aree dove hanno operato gli A10 e in una zona del
Costarica dove i proiettili all'uranio esaurito sono stati usati in una esercitazione.
Ce n'è abbastanza per non sentirsi tranquilli davanti all'ammissione dell'uso di queste
armi in Kosovo. E certo non ci saranno molto grati i kosovari, visto che questo uranio è
radioattivo per secoli, almeno 4000 anni, secondo le stime più prudenti.
Alle interpellanze parlamentari di Semenzato e Paissan, il governo ha risposto che
l'Italia non usa queste armi e che si adopererà perché non si usino ma che non si sa
nulla di preciso perché c'è il segreto militare. Non è una risposta esauriente. In una
situazione così pericolosa non ci si può limitare a sperare che i pessimisti abbiano
torto. Anche la nostra più viva speranza è che l'uranio esaurito sia innocuo, anzi
preghiamo che si scopra che è un ottimo ricostituente, fa venire i denti più bianchi e
ridà la voglia di far l'amore agli amanti stanchi. Ma se non è così?
Spargere materiale radioattivo è un gesto da tribunale per i crimini di guerra. E il
fatto ci riguarda molto da vicino perché la polvere di uranio può essere trasportata dal
vento anche per centinaia di chilometri.
Forse sarebbe il caso che non si continuasse a far finta di niente e l'Italia ponesse un
veto assoluto all'uso di queste armi chiedendo l'apertura di un'indagine internazionale.
Se poi si stabilirà con certezza che fanno bene alla salute saremo lieti di acquistare un
centinaio di proiettili da tenere in giardino.
Speriamo che D'Alema non voglia rischiare di essere ricordato come un fiancheggiatore
degli autori di un genocidio. Uno che quando gli chiedono: «Ma lei non sapeva niente?»
risponde: «La Nato mi aveva assicurato...».
Per concludere vorremmo ricordare che la situazione è particolarmente insidiosa perché i
proiettili all'uranio sono un affare colossale, permettono di trasformare le scorie
nucleari (che è costosissimo conservare in modo sicuro) in una materia prima preziosa.
Le azioni delle imprese che producono questi ordigni stanno aumentando il loro valore
rapidamente. Per fortuna, volendo, si potrebbero ripulire l'Iraq e gli altri territori
contaminati, ma il costo di una simile impresa è stato stimato intorno ai 50-100 milioni
di miliardi di lire. Forse poi una stangatina fiscale non sarà sufficiente a pagare il
conto. |
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