[Source:
Le
Monde Diplomatique]
i media e il conflitto nei balcani
Una macchina da guerra
Dopo un breve viaggio in Macedonia e in Kosovo, lo scrittore Régis
Debray ha pubblicato su Le Monde, il 13 maggio, una Lettera di un
viaggiatore al presidente della Repubblica, in cui rimproverava a Jacques
Chirac di avere una percezione errata dei motivi e dello svolgimento del
conflitto in corso nei Balcani. Non esente da grossolanità, la lettera ha
suscitato in Francia una polemica accesissima, di una violenza inedita.
Régis Debray, attaccato con argomentazioni spesso meschine e umilianti,
ha deciso di rispondere sul merito, smontando gli ingranaggi di una
macchina da guerra simbolica e mediatica, sempre più refrattaria alla
critica, alla dissidenza, alla ribellione. Ha scelto di farlo su Le Monde
diplomatique. Senza necessariamente condividerne le analisi, nell'intento
di contribuire a dipanare le fila di un dibattito che ha raggiunto
risonanza internazionale, il nostro giornale gli offre volentieri
ospitalità. (I. R.)
di Râgis DEBRAY *
Le Nouvel Observateur (20-27 maggio), Françoise Giroud.
Cappello: "Il migliore commento al viaggio di Régis Debray
l'osservazione di un ufficiale serbo: Mi chiedo se sa dove si trova".
Quest'osservazione non è mai stata fatta. Il presunto
"ufficiale", che altri non è che il giornalista Milivoje
Mihajlovic, responsabile del Media Center a Pristina, l'ha formalmente
smentita. Ma lei è una "grande esperta" a Parigi. E il suo
discorso una calunnia.
Les Dernières Nouvelles d'Alsace (16 maggio 1999), rassegna stampa,
grosso sottotitolo: "Una lettera aperta pro-Milosevic scatena una
polemica sui quotidiani francesi". Notizia sorprendente: un
intellettuale a favore del massacro? Il lettore alsaziano verrà informato
che questo pro-Milosevic ha incontrato e voluto incontrare a Belgrado solo
oppositori di Milosevic? No. Chiunque si interessa a ciò che passa nella
testa degli jugoslavi sarà considerato complice di criminali.
Ignominioso.
Libération (15 maggio 1999), riquadro: "Debray [] è rimasto
all'hôtel Grand e lì ha incontrato alcuni funzionari". Questo tizio
si è imboscato, ha visto solo pezzi grossi e ci ha raccontato delle
balle. Ma Libération ha forse verificato la clamorosa informazione con
l'interessato, presente a Parigi?
Inutile. Già, perché New York Times dixit. Cattiva traduzione,
rettificata l'indomani, che continuerà comunque a girare Le Monde (18
maggio 1999), Dominique Dhombres, sottotitolo, "Una testimonianza
singolarmente parziale". Con l'aiuto di citazioni frammentarie, un
caleidoscopio di cose viste pubblicate da Marianne, di cui tutti i
lettori, a giudicare dalle lettere ricevute, hanno già notato il
carattere confuso e aggrovigliato, diventa una losca arringa. Tutto falso.
Una cronista di fama non ha bisogno di verificare le sue fonti, un
giornale prestigioso non è tenuto a tradurre con esattezza, né a leggere
un testo prima di riassumerlo. Si tratta di gente accreditata, quindi
accreditante. Con le doti che si pretendono da un dilettante molti
professionisti affermati non supererebbero l'esame.
Tentiamo di fare qualcosa di utile. Risaliamo dalle sconcezze ai
procedimenti, e dai colpi bassi alle strutture. E' la Macchina che muove i
suoi bravi agenti. Loro la fanno girare, ma potrebbe girare anche da sola.
Cerchiamo di smontare questo automa, anche a costo di rimanere invischiati
nella morchia Per chi suona la campana? A chi è destinato questo rullo
compressore? A voi, cari amici e care amiche, non appena uscirete dalle
righe. I. Il come Un mostro molto ordinario. Interesse per un'epidemia di
menzogne ("Il caso Debray"): ingrandire al microscopio i
minuscoli ingranaggi di un potere maiuscolo, rispetto al quale chiunque,
autore o lettore, prende posizione, in tempi normali, senza fare
attenzione. Non i meccanismi del "pensiero unico", ma quelli
della sua realizzazione giorno per giorno. Fallito o riuscito, un
"linciaggio mediatico" non è una congiura. Complotto
improbabile, paranoia inutile. Il tenue diventa osceno, folle tiro
mancino. E' la microfisica della manipolazione ordinaria che si espone,
esplode con una gioia maligna, per un semplice cambiamento di proporzioni.
Un rapido giro nel retrobottega del far-credere ci farà scoprire
innanzitutto una serie di procedure apparentemente neutre su cui s'innesta
il nostro "politicamente corretto".
Queste infime contorsioni di senso, tanto più invisibili quanto triviali,
si presentano come semplici "vincoli tecnici". Sono funzionali
all'economia. I supermercati dell'odio assicurano al bombardamento
mediatico il rischio minimo per il massimo danno collaterale. Il
bombardamento mediatico somiglia a quello aereo. Vivere le due esperienze
una dopo l'altra può servire a chiarire le regole del gioco neo-liberale
(l'esercito del Bene colpisce i cattivi due volte, prima con i missili
Tomahawk, poi con gli editoriali). 1.- Il contraddittorio è l'Abc dello
spazio pubblico; le modalità della sua rappresentazione o della sua
impaginazione possono segnare l'inizio della sua perversione. La forma è
un modo d'inquadrare il tema e fissa in partenza la natura del dibattito.
A Washington, come a Roma e a Berlino, i politici discutono apertamente
della guerra (della sua legittimità, delle sue modalità). In Francia, la
classe politica si è rifugiata in un linguaggio omogeneo, di frasi fatte,
e lascia gli intellettuali litigare fra loro, vanamente. Proprio per
tentare di abbattere questa parete divisoria troppo comoda e neutralizzare
i richiami all'ordine venuti dall'alto, che tanto intimoriscono i nostri
emicicli, ho indirizzato la mia lettera al presidente della repubblica
(responsabile della politica estera francese e capo delle forze armate),
smontando gli stereotipi del discorso ufficiale.
Faxando a Bernard Henri Levy e a Alain Joxe le bozze del mio articolo,
ventiquattro ore prima della sua pubblicazione, e mettendo le ingiurie
dell'ideologo in prima pagina e gli eccessi verbali dello
"specialista" in pagina interna, Le Monde, fin dall'indomani,
parava il colpo, riducendolo alla stregua di una classica partita di
catch. Questa gerarchizzazione imposta permetteva ai politici di defilarsi
("lasciamoli ai loro giochetti"), inventando una polemica
inesistente, visto che io non mi volevo assolutamente rivolgere a Bernard
Henri Levy, Dio mi scampi, curandomi assai poco delle fantasmagorie della
casa (Malraux, Drieu, etc.) I procuratori del Bene hanno l'abitudine di
appiattire la specificità delle situazioni storiche (di cui cercavo di
mostrare l'originalità inedita) su moduli passe-partout mutuati da un
passato che non hanno vissuto: Monaco, guerra di Spagna, nazismo,
Olocausto. Questo sfasamento iniziale verso il delirante e il
magniloquente poteva solo folklorizzare (eterno vizio parigino),
personalizzare ("Adieu, Régis Debray"), ideologizzare
(fascismo, nazionalismo, totalitarismo, ecc.), un dibattito che voleva
essere serio, pragmatico e soprattutto attuale. Riducendolo a un
chiacchierio da salotto e allontanandolo dalle stanze del potere.
Eccellente operazione di marketing, utile anche al governo, che viene
così sollevato dalle sue responsabilità.
Vediamo che la scelta dei primi interventi, in una polemica, e la loro
articolazione, costituiscono un esempio efficace di "violenza
simbolica". La virulenza e l'immediatezza di questi attacchi ad
hominem, gonfiati ad arte (in seguito al mio articolo sereno e privo di
invettive) fissavano il tono e il registro. Malgrado una parvenza di
equilibrio ristabilita in extremis, il senso dell'operazione sembrava del
tipo "affondiamo prima la nave, poi manderemo qualche scialuppa di
salvataggio, tanto per avere la coscienza tranquilla".
2. - La macchina è autoreferenziale e autogiustificatrice.
Riporta una sfilza di parole-prova (pizzeria, panetterie, negozi per
l'infanzia). Inutile interromperla. Ha l'ascolto selettivo, una sorta di
quasi-sordità, conseguenza di un funzionamento a circuito chiuso. La
stampa buona si autocita, rafforzandosi. Non che l'altra sia cattiva,
semplicemente non conta. L'Humanité (14 maggio) mi aveva offerto
ospitalità senza limiti di spazio, per definire con chiarezza il fondo
politico della questione, le responsabilità degli uomini e
l'inaccettabilità dei crimini, ma la condanna nei miei confronti
continuava, come se nulla fosse.
Perché "loro" non leggono l'Humanité. Tintin reporter nel
paese dei massacri vi pubblica il suo servizio? Verrà ignorato.
"Loro" non leggono Marianne. Ma "loro" chi? Il vociare
informato e informante. I dominati leggono i dominanti, non viceversa. Non
mescoliamo le carte 3. - La gerarchizzazione implicita delle fonti
favorisce l'auto-intossicazione dei centri di legittimità, effetto
perverso del loro dominio unilaterale. Alla segregazione degli estremi,
nel microcosmo editoriale, corrisponde, su scala mondiale, l'ignoranza se
non la denigrazione delle cosiddette fonti periferiche Con mio sommo
stupore, appena giunto in Kosovo descritto dai nostri grandi media come
"terra proibita", "inferno senza testimoni",
"notte e nebbia" -, ho trovato una decina di giornalisti che,
dall'inizio dei bombardamenti o anche da prima, non avevano smesso di
lavorare. Ma poiché le loro testimonianze e le loro analisi, non
coincidono con le nostre, sono state cancellate. E' stato deciso che non
sono liberi, nei loro movimenti e nei loro scritti. Il che, come si può
facilmente verificare, è falso.
Tra loro, diversi greci. atei o liberi pensatori, comunque sono di cultura
ortodossa, quindi, a quanto pare, non affidabili. Non si tratterebbe di
persone, ma di filo-slavi irriducibili. Un ateniese non è altro che un
membro della sua tribù? La testimonianza, da me menzionata, di un medico
franco-greco di passaggio a Pristina, Odysséas Boudouris, ammirevole per
la sua imparzialità, viene brutalmente smontata da Libération (14
maggio). La sua lettera di protesta ai nostri giornali rimane lettera
morta.
Sembra che per tutto, compreso "l'errore" di Koritza, le nostre
televisioni si accontentino della versione di Bruxelles senza tentare di
equilibrare le valutazioni di fonti diverse. I briefing e i testimoni. La
carta stampata citerà al massimo le interminabili polemiche Nato-Tanjug,
senza preoccuparsi di stabilire le ragioni e i torti, come se a Pristina
non ci fosse un corrispondente dell'Afp, e altri due o tre di diverse
nazionalità, raggiungibili in tempo reale, in grado di recarsi sul posto,
interrogare le vittime e stabilire la veridicità dei fatti. Questi ultimi
hanno giudicato sconcertante la scusa degli "scudi umani" nel
caso di Koritza. Forse preferiamo, anche sulla base di dati di fatto,
schierarci con la Nato dalla parte del torto anziché con i greci, i
turchi, i francesi e i canadesi dalla parte della ragione? Quelli che
fanno la guerra a tavolino sono forse più credibili dei corrispondenti di
guerra "locali"?
4. - Risposte sviate. Il riutilizzo da parte della Macchina delle
ricusazioni dell'imputato, sollecitate e diffuse attraverso i suoi canali,
la rimette allegramente in moto. La smentita diventa parte integrante
della conferma. Davanti a voi, viene aperta, periodicamente, una sorta di
finestra-ghigliottina, sulla quale siete garbatamente invitati a poggiare
il capo.
Esempio. Ascoltando Laurent Joffrin a France-Inter (15 maggio) tuonare
contro ciò che definiva il mio reportage su Le Monde (quando l'unico
reportage che ho scritto, quello per Marianne, non era ancora uscito),
replico punto per punto alle sue argomentazioni, per iscritto, con un
pezzo intitolato: Precisazioni a Laurent Joffrin, inviato alla sua
trasmissione radiofonica. Risultato: il mio testo esce sul numero
successivo di Nouvel Observateur, con un altro titolo e i riferimenti a
France-Inter cancellati. Trasformato, a mia insaputa, in una risposta al
suo editoriale scritto, che io non conoscevo né potevo conoscere, essendo
in realtà una risposta alla mia risposta (classico tiro mancino).
Reputando di dover fornire dei chiarimenti a voce a fronte di
interpretazioni malevole, e anche a possibili ambiguità o imprecisioni da
parte mia, mi sono volentieri prestato a fornire tali chiarimenti. Marcel
Trillat, su France 2, in differita, ha dato una versione ridotta ma
imparziale e fedele della nostra intervista (alle 20:00 del 15 maggio),
senza trucchi, abusi o "montaggio tendenzioso". Tenuto conto
dell'inutilità delle risposte e delle rettifiche, mi è sembrato alla
fine impossibile bloccare la marcia inesorabile della macchina
ingannatrice affrontandola sul suo stesso terreno.
Tanto valeva lasciar perdere.
5. - La distorsione chiamata taglio. I vincoli di tempo (dibattito
televisivo con Arlette Chabot e Alain Duhamel, interventi interrotti dopo
due minuti, nonostante le assicurazioni) e di spazio (nella carta
stampata), che i giornalisti professionisti gestiscono alla perfezione,
mettono l'universitario, abituato ai tempi lunghi dell'argomentazione, in
una situazione precaria: preso tra due fuochi deve attenersi a una doppia
ingiunzione: "Sia breve e ci dica tutto". Bel trucco. Il taglio
diventa allora uno sport pericoloso, rispetto al quale bisogna agire con
la massima prudenza. Se avessi rifiutato, nella mia apostrofe a Le Monde,
di tagliare all'ultimo momento alcuni passaggi che la redazione riteneva
astratti, già noti o fuori contesto, conservandone la scansione
originale, il lettore si sarebbe accorto che si trattava di
un'"opinione" basata su alcune osservazioni, e non di un
reportage, né tanto meno di un'inchiesta (che Le Monde normalmente
pubblica su due pagine o a puntate). Questo dettaglio fondamentale non è
un alibi ma un avvertimento. Sullo schermo come sulla stampa, taglio
avvisato mezzo salvato.
6 - "L'effetto paravento" (Ignacio Ramonet). Cioè la
sostituzione della sostanza con la forma, o del grande con il piccolo. Noi
bombardiamo un paese. Quante scuole sono state danneggiate? Trecento, lei
dice? Come fa a saperlo? E se fossero duecento ventidue o centotrentatre?
Non ha verificato. Non se ne vergogna? Certo. Posso essermi sbagliato, si
sbagliano anche le bombe. Ma, in definitiva vogliamo discutere del numero,
d'altronde in continua crescita, o piuttosto del fatto che le scuole e le
università jugoslave sono chiuse? Vogliamo cancellare i sintomi per
ignorare l'entità del male: la paralisi degli studi e l'abbandono a se
stessi dei giovani jugoslavi quel genere di cose che è difficile
immaginarsi da lontano. Il riferimento ad un dato, o ad una parola fuori
contesto (per esigenza di concisione) permette quindi di focalizzare un
punto particolare che, da esemplificativo, diventa emblematico.
Appiattimento della prospettiva, che sfocerà, nei commenti, dai toni
grotteschi o odiosi. Ad esempio come osiamo fare un'analisi della
situazione attuale degli albanesi del Kosovo attraverso l'immagine di una
pizzeria in città? Ma perché bisogna tacerne l'esistenza? Il visitatore,
con la testa piena di immagini di caccia all'uomo, rimane piuttosto
stupito. Deve nascondere il suo stupore? Voler concludere che un dettaglio
insolito, ma non privo di senso, possa rappresentare il quadro nella sua
totalità e magari spiegarcelo è indice di malafede.
7. - Un'arma divertente e sempre efficace: la posta dei lettori o le
redazioni ventriloque. Ciascun giornale si caratterizza per le lettere che
riceve. Chi fa la scelta? E con quali criteri? Le lettere pubblicate
rispecchiano le tendenze del giornale? O viceversa? Mistero. Una cosa è
certa: chi approva una certa presa di posizione scrive volentieri
all'autore, chi la condanna scrive normalmente alla redazione. Nessun
legame tra le lettere che io ricevo e quelle pubblicate dalla "buona
stampa".
II. IL PERCHE' Numerosi giornalisti francesi della carta stampata di
tendenze molto diverse per non parlare degli stranieri hanno visitato di
recente il Kosovo. Jacques Marie Bourget, (Paris Match), Bernard Guetta
(Repubblica), Elisabeth Lévy (Marianne), Victor Loupan (Le Figaro),
Paul-Marie de La Gorce, ed altri. Non vengono messi sotto accusa per aver
visto e riferito quello che ho visto e riferito io stesso; delle acque che
si confondono, dove ristagna il passato; una feroce guerra civile, un
esodo dalle cause molteplici; né buoni né cattivi; "Il cuore della
città si può leggere su Paris-Match (27 maggio), se ci limitiamo ad
esso, ha un aspetto normale: c'è un fioraio che vende tulipani, e le
panetterie, gestite tutte da albanesi, sono aperte".
Allora, come la mettiamo, ero io ad avere le traveggole e Bourget no?
Certo, un capro espiatorio non s'improvvisa. E' necessario che siano
presenti determinate condizioni. Non parliamo poi dell'equazione politica.
Non si rinuncia al piacere di regolare, attraverso la mia persona, un
conto in sospeso con una famiglia, con una corrente di pensiero tenace e
irritante come un sassolino nella scarpa. Da molto tempo i repubblicani
sono fonte d'irritazione per i nostri media. Prima, seconda sinistra.
Storia vecchia. Più interessante è l'equazione professionale. Io non
sono un giornalista, e certe redazioni hanno creduto che volessi salire in
cattedra. Comprendo che una professione destabilizzata, ferita dalle
critiche, prenda cappello con una certa facilità, ma la mia lettera era
indirizzata a un presidente e non ai direttori dei giornali. Il mio
discorso era rigorosamente politico. Chi può confondere il giornalismo
d'inchiesta rispettabile con la polizia del pensiero, meno rispettabile?
Vogliamo prendercela sempre e comunque con Serge Halimi o con Pierre
Bourdieu? Strano spettacolo: c'è chi deride ogni giorno corporazioni,
populismo e demagogia, aizzando in maniera demagogica la corporazione
contro i teorici imbecilli colti sul fatto. "Il mediologo con le mani
nel sacco" titola Pierre Georges su Le Monde. L'anti-intellettualismo
frutta sempre.
Salvo che qui monetizza un'ignoranza crassa. E' un "bidone"
intellettuale. La mediologia non è la critica dei media più di quanto la
psicanalisi lo sia dei lapsus. Se i puristi dell'inchiesta e delle fonti
si fossero degnati di rifarsi ai sette numeri dei Cahiers de médiologie (Gallimard)
e ai cinque volumi della raccolta "Champ médiologique" (Odile
Jacob), avrebbero constatato che nessuno di essi è dedicato al
giornalismo o ai media. Giocando su una consonanza hanno ingannato i loro
lettori sulla persona e sulla cosa. Da parte mia sono lieto di aver potuto
rendere omaggio alla professione, con delle lunghe interviste ai
corrispondenti del Los Angeles Times e dell'Agence France Presse a
Pristina. Gente che ti fa venire voglia di salutare il Giornalista, come
altri fanno venire voglia di salutare l'Artista. 1.- Daniel Bougnoux fa
una distinzione fondamentale tra comunicazione e informazione. In tempo di
guerra, la stampa d'informazione sceglie la comunicazione. Avvolge senza
svelare.
Non prende le distanze ma si chiude a riccio. Non raffredda, ma riscalda.
Blinda la sua chiusura, coesione e connivenza, rifuggendo da lacerazioni e
rotture, per proteggere l'integrità del la sua bolla ( o delle sue bolle
ad incastro come una matrioska: la redazione, i lettori, il pubblico, il
paese l'Occidente). Diamo uno sguardo alla nostra stampa nazionale nel
1914-18, nel 39-40, nel 54-62: c'è un sistematico lavaggio dei cervelli.
La comunicazione non è un'idea innocente. Non funziona senza
disinformazione. Scomparsa di documenti importanti.
Limitazione del campo di osservazione. Uccisione simbolica degli
informatori in grado di farsi ascoltare. Rimozione post-moderna degli
intrusi: il taglio sostituisce la censura, la caricatura sostituisce
l'accusa, l'epiteto infamante il rinvio a giudizio. I vecchi riflessi
restano, ma il nuovo consiste nella cura che mostra la "buona
stampa" a spacciare la comunicazione per informazione. (Quando
"la sinistra" è al governo e si inventa una guerra di
"centro-sinistra", la buona stampa è quella allineata, quella
di "centrosinistra", Libération, Le Monde, Le Nouvel
Observateur. Un governo di destra avrebbe altri punti di riferimento). La
si definirà, a giusto titolo, stampa farisaica- di un farisaismo che
consiste nell'osservare i rituali dell'obiettività svuotandoli del loro
significato: i segni della virtù senza la virtù. La messa senza la fede.
I periodi di guerra hanno sempre una forte capacità di radiografia
sociale. Fanno gettare la maschera a un'intera società (Marx ne era
rimasto incantato già nel 1870, durante la guerra franco-prussiana).
Quello che rivela questo "conflitto armato", a distanza e per
procura, è forse un'invariante mascherata in tempo di pace: la
subordinazione della deontologia all'ideologia (o alla linea editoriale
del giornale, che, in definitiva, prevale sulla posizione dei
giornalisti). Subordinazione tanto più perniciosa (o simbolicamente
efficace), in quanto non dichiarata (né ai lettori né tanto meno a se
stessa). Gli organi di stampa che vorrebbero apparire al di sopra delle
parti (diamo un'informazione imparziale sulla guerra, venite da noi per
farvi un'idea), sembrano più esposti di quelli che accettano di essere
sopravanzati dalla situazione (siamo in guerra e ci schieriamo pro o
contro). Il che genera una tranquilla ipocrisia: l'obiettività sui
generis o la deontologia su misura. Noto una rigorosa coincidenza fra la
bocciatura senza appello del mio articolo e l'impegno individuale di chi
mi ha contestato. I professionisti che lanciano fulmini
"rigorosamente tecnici" nei miei confronti, (benché sia
scrittore e filosofo, non appartengo alla corporazione), sono stranamente
quelli che si sono schierati a favore della "guerra umanitaria",
con veemenza.: da l'Evénement a certi redattori di Charlie Hebdo,
passando per Le Monde e Libération. Gli altri, da L'Humanité a Le Figaro
non hanno trovato nulla da ridire sulle mie impressioni di viaggio. E non
a caso: visto che i loro inviati si sono espressi più o meno negli stessi
termini. Joffrin è spiacente ma categorico: con la mia "Lettera di
un viaggiatore al Presidente su una guerra insensata" (titolo prima
dei tagli), chiunque, anche un giovane praticante si sarebbe esposto a
critiche. Joffrin ha diretto due redazioni militanti che hanno compiuto la
spedizione punitiva.
Un caso forse? Pierre Georges condivide la sua indignazione e il suo
rammarico: "una serie impressionante di errori elementari parliamo
qui da un punto di vista strettamente professionale, del minimo che si
richiede a una matricola di una scuola di giornalismo, della verifica e
confronto delle informazioni , della molteplicità delle fonti, del
rifiuto di riportare impressioni una vera e propria catastrofe". Mi
è parso di capire che la sospensione degli attacchi contro la Jugoslavia
la ritiene una catastrofe ancora più grave. Semplice coincidenza? Lo
stesso giorno due professori di giornalismo, di orientamento diverso mi
hanno fatto i complimenti per il mio articolo. Insomma, i nostri
guerrafondai l' hanno bocciato e i non interventisti l'hanno giudicato
passabile. A ciascuno la propria deontologia. I nostri quattro quotidiani
nazionali hanno ricevuto via fax, il 20 maggio pomeriggio, il cosiddetto
appello "dei 23" che invitava il primo ministro a un dibattito
serio e sereno sulla fondatezza della guerra e ad "arginare il clima
d'intolleranza diffuso nel nostro paese; un clima in cui si replica con
l'ingiuria al minimo cenno di dissenso". Tra i firmatari, due
generali, vari ex ambasciatori (di cui uno presso la Nato), e un ex
ministro degli esteri. E anche, scusate se è poco, i vari Aubrac,
Cartier- Bresson, Pascal Lainé e vi faccio grazia degli altri. Le Figaro
(una mezza pagina) e L'Humanité (una pagina intera) hanno pubblicato
l'appello integralmente, e lo hanno commentato il giorno dopo, oltre a
pubblicare l'elenco completo dei firmatari. Non una parola su Le Monde,
che ne avrebbe giudicata "inopportuna" la pubblicazione, e due
righe su Liberation, fra le notizie brevi, il sabato di Pentecoste. Le
scuole di giornalismo insegnano a distinguere tra fatto e commento.
Poiché non si aveva voglia di commentare, in questo caso, si è deciso
che l'appello a un primo ministro da parte di esponenti del clan ostile a
questa guerra, non costituisce un fatto. "Mancanza di spazio".
Spazio che non manca quando si tratta di criticare le tesi
neo-negazioniste del sottoscritto.
In generale, nel caso di proclami scomodi, si raccomanda di smarrire i
fogli in corridoio per un giorno o due e di rispondere il terzo giorno
alle proteste dei firmatari; "siamo spiacenti, ma non è più di
attualità".
Insomma, quando si è un giornale serio, si rispettano le regole del
mestiere pubblicando in prima pagina le ingiurie ad hominem, e passando
sotto silenzio gli interrogativi di fondo sulla nostra diplomazia e la
nostra strategia garbatamente posti otto giorni dopo da diplomatici e
strateghi. Comunicare in questo caso vuole dire : "la questione non
sarà posta" L'imparzialità, privilegio di pochi o prassi
quotidiana? Le lezioni di professionalità impegnerebbero solo chi le
ascolta? 3. - Il Kosovo è diventato in Francia per quanto tempo ancora?
una terra mitica, in cui la classe intellettuale (e l'opinione che essa
ispira) proietta i suoi fantasmi e i suoi riferimenti; in cui l'esodo
straziante e reale di una popolazione sembra, in definitiva, valere meno,
ai nostri occhi, dei conti immaginari che ci permette di regolare con la
nostra stessa storia. Un giorno qualcuno ricostruirà l'avventura
interiore rappresentata per una generazione dalla processione di questi
paesi martiri, il Biafra, l'Afghanistan, la Cambogia , e lo sfogo che essi
hanno offerto ai nostri conflitti psichici. Il Kosovo è probabilmente il
più vicino, per la geografia e anche per le risonanze. Tentare di
restituirlo anche in minima parte alla sua realtà, complessa e
frustrante, equivale inevitabilmente a spogliarlo del suo valore
simbolico, a demistificarlo, e quindi a ferire la carne viva di certe
sensibilità. Mi pare possibile analizzare l'entità degli investimenti
affettivi di cui è stata oggetto in Francia questa guerra, tramite la
sovrapposizione dei diversi strati cronologici della nostra memoria
collettiva. Ogni generazione, ogni sensibilità, ogni francese medio, può
ritrovarvi l'eco, osiamo dire, dei suoi rimorsi o delle sue nostalgie. I
figli di Pétain e della vergogna proiettano sullo schermo jugoslavo gli
anni 30 e 40: è necessario bombardare Pristina e Belgrado perché gli
Alleati non hanno bombardato Auschwitz. I nostri genitori hanno fatto
finta di non vedere, hanno lasciato partire i treni. Non ripeteremo lo
stesso errore. E tanto peggio per il serbo medio (che, a quanto si dice,
si è comportato assai meglio del suo omologo francese durante
l'Occupazione). Da qui la forza delle immagini dei vagoni traboccanti di
gente, dei kosovari ammassati sui binari delle stazioni, sotto l'occhio
delle sentinelle. Con la differenza che un treno che porta all'esilio, in
Macedonia, non è esattamente la stessa cosa di un treno che porta allo
sterminio in Polonia (e fare un confronto non equivale ad assolvere).I
figli di Robert Schuman e dell'Alleanza Atlantica e i nostri garbati
centristi proiettano gli anni 50: il mondo libero suona la grancassa,
l'America ci protegge, ringraziamola e stiamole vicini. Gli
anti-totalitaristi del 1968 vedono in Milosevic il Marchais, il Breznev
cui allora non hanno potuto fare la pelle. L'Occidente sembra a corto di
sangue e di catarsi. Avendo vinto la guerra contro il comunismo con
l'aiuto attivo dei comunisti Gorbaciov e Eltsin, ha bisogno di un nemico
da immolare, nella debita forma, militare e penale, di un trofeo
insanguinato per chiudere il secolo. La generazione dei diritti dell'uomo,
dei boat-people, del dovere d'ingerenza proietta gli anni 70 e 80: la
democrazia umanitaria deve regnare ovunque in Europa, la legalità
internazionale non era altro in fondo, che il pretesto diplomatico per
l'omissione di soccorso alle persone in pericolo o alibi per la viltà
morale. Al che la generazione degli anni 90, quella di Sarajevo e del
Ruanda, nauseata dalle scappatoie e dai trabocchetti del "puramente
umanitario", aggiunge: "basta con le mozioni nero su bianco e
con le infermiere piene di abnegazione, ora bisogna colpire, e farla
finita con queste canaglie, una volta per tutte". Di fronte a
opinioni così varie, non stupisce che l'opinione pubblica possa ancora
dividersi. Tutte queste frustrazioni, queste aspirazioni accumulate, non
solo nell'ambiente ma dentro ciascuno di noi, compreso il sottoscritto,
sono comprensibili e legittime. Immergono il Kosovo in una soluzione
chimica ultrasensibile. Si capisce come un articolo di circostanza che
poneva un problema politico-militare in senso stretto, con le coordinate
sue proprie, trasposto in un ambiente così saturo, abbia potuto
"cristallizzare", in un batter d'occhio, come l'amore di
Stendhal, ma in senso contrario. Ossia "l'operazione dello spirito
pubblico che trae da tutto ciò che gli si presenta, la scoperta... che
l'oggetto odiato ha nuove imperfezioni". L'ambiente slavo ha un'altra
memoria, e quindi altre reazioni. La mia unica temerarietà: avere evocato
come problema di politica estera quello che è divenuto qui un problema
interno e nevralgico, con una valenza al tempo stesso simbolica e
affettiva. Ma un eccesso di precauzioni (oratorie o no), può sbloccare un
dibattito e superare dei tabù? A volte è necessario piegare il bastone
in senso contrario per raddrizzarlo. 4. Con l'idealismo umanitario, il
manicheismo morale, ma anche con le differenziazioni sessuale, culturale e
comunitaria, assistiamo al ritorno in pompa magna dell'essenzialismo
(corollario interno: l'odio di Sartre). Come le donne, i bretoni e i
teen-agers, i serbi, i croati o i kosovari hanno un'essenza fissa, uno
status, un destino.
Guardiamoci bene dal rapportarli a un contesto, a una storia , che
potrebbero ribaltarsi. L'essenziale è acquisito: inutile andare a vedere
sul posto, se non per verificare che tutto è conforme alla sua
definizione ontologica. La Vittima kosovara, passiva, senza armi né
strategia. Il Carnefice serbo, fascista irriducibile e integrale. Ciò che
si vede laggiù deve coincidere con quello che si è pensato qui.
Affermare che il fenomeno non necessariamente rispecchia l'essenza sarebbe
un sotterfugio sospetto, o un'ingenuità desolante. Una rapida
ricognizione sul posto, Macedonia e Jugoslavia, non mi ha ispirato nessuna
verità inappellabile. Tuttavia la realtà non corrisponde all'idea
ingenua che ce ne facciamo a casa nostra. Una certezza negativa. Non ho
nessun'altra idea ben definita, l'ammetto, in grado di sostituire quelle
che ritengo troppo comode. Una situazione imbarazzante, ne convengo, ma in
fin dei conti il lavoro di un intellettuale non consiste in primis nello
smontare i luoghi comuni, nell' infilare una pagliuzza nell'ingranaggio
del sistema? Nel confrontare le parole con i fatti? Ad esempio, è proprio
necessario continuare a parlare "della trattativa di Rambouillet",
quando chiunque ricostruisca le due fasi di quella non-trattativa vi
scoprirebbe piuttosto un'abile manovra per presentare un ultimatum già
preparato? E' proprio necessario dire "la comunità
internazionale" per designare le potenze occidentali? La Cina, la
Russia, l'India, l'Africa non ne fanno anch'esse parte? La Nato ha già
preso il posto dell'Onu? Infine, è lecito svendere le parole della Shoa e
definire "genocidio" qualunque spostamento forzato di una
popolazione? Non è proprio questo il vero revisionismo? la
banalizzazione, per una propaganda di circostanza, dell'Olocausto, ridotto
alla stregua di un marchio itinerante con cui bollare sistematicamente il
nemico del momento, ovunque esso sia. L'uso indifferenziato delle parole
non sfocerà un giorno nell'indifferenza di fronte alle sofferenze umane
affogate in confusionismo utilitaristico e sprezzante? La mancanza di
attenzione linguistica non porterà forse allo straniamento dalle violenze
a distanza? A tale riguardo, è giunto il momento di dare il giusto peso
agli avvertimenti di Claude Lanzmann, che, se mi è concesso, considero
più attendibile di tanti paranoici. I miei killer della carta stampata si
sono sbagliati su tutti i fronti, ruolo e bersaglio. In fin dei conti cosa
ho da dirgli? A quanto pare voi incarnate la democrazia, lo spirito
d'apertura, la civiltà contro i nuovi barbari. Non è così. Siete il
volto attuale del fanatismo. I nostri nuovi farisei. Non mi sorprende
affatto che il vento di questa crociata del forte contro il debole gonfi
le vostre vele di inquisitori. Voi seminate il terrore con l'aggettivo,
senza dimostrazione. Voi non andate a verificare, picchiate. Contro
l'eretico e il peccatore, i San Benito del giorno ("nazional-repubblicano",
"anti-americano", "rosso-bruno") vi servono come
argomentazione, e credete di avere discusso una tesi o smentito un fatto
quando vi siete limitati a screditare chi la presenta. Su questa guerra,
sui Balcani, come su tutto il resto, voi avete la verità innata.
Giustizia garantita. In fondo, non dovete imparare niente da nessuno, né
tanto meno dal reale, probabilmente troppo balcanico, troppo sanguemisto
per la vostra purezza di angeli sterminatori.
Voi abolite la Storia, la critica e il libero giudizio. Voi sostituite
l'idea con l'immagine, il complesso con il semplice, l'assenso con il
sospetto. "Il metodo è la dottrina" diceva lo storico Cochin.
Il vostro tono, i vostri tic e i vostri titoli parlano per voi:
iperbolici, teatrali, fulminanti.
"l'Illuminismo contro l'oscurantismo": finché non vi ho visto
all'opera il vecchio cliché scolastico mi sembrava desueto, se non
addirittura pericoloso. Avevo torto. Ormai so che sarà necessario
marcarvi stretti. Come Diderot con gli ignorantelli, Anatole France con i
bacchettoni, Walter Benjamin con la peste bruna nazista e Victor Serge con
gli stalinisti. Con minore efficacia, ma ripercorrendo il medesimo
cammino. Si, ridete pure, la lotta continua. I vostri editti servivano da
richiamo. Non ci molleremo più. E' una promessa.
Vi battete pubblicamente in venti contro uno, disarmato e con le spalle al
muro. Coraggio. Dalla vostra parte avete lo stato, la Nato, il numero, la
Tv, la satira e la grande stampa. La vostra force de frappe,
incomparabile, incute soggezione a molti.
Poiché tenete gli altri a rispettosa distanza, vi illudete di suscitare
rispetto. Errore. Araldi dell'Occidente, ne avete soltanto il corpo, gli
apparati di coercizione e di persuasione, non lo spirito né il genio. Voi
usurpate il posto del libero spirito; non riuscirete a confiscarlo.
Vincerete, non convincerete. Anche se vi rimane il potere di chiamare
bianco ciò che è nero e nero ciò che è bianco. Il potere di
trasformare un interlocutore che in Serbia si è rifiutato di avere il
minimo contatto con il regime in un fautore di Milosevic, un ricercatore
della verità in un impostore; un viandante in un imboscato, il rifiuto di
prendere posizione in un partito preso; e chi dubita e diffida delle
verità troppo semplici in un credulone. Bella impresa, non c'è che dire.
Effimera, ma voi andrete fino in fondo, ormai avete preso gusto alla
velocità.
Ricordatevi bene: anche se li assassinerete sul piano fisico e morale,
l'anima degli uomini che rifiutano di sottomettersi è immortale..
note:
* Filosofo e scrittore
|