Voices against the war in Kosovo [1999]
  Voci contro la guerra in Kosovo [1999]

 
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6/15/99:

[Source: Le Monde Diplomatique]

i media e il conflitto nei balcani

Una macchina da guerra


Dopo un breve viaggio in Macedonia e in Kosovo, lo scrittore Régis Debray ha pubblicato su Le Monde, il 13 maggio, una Lettera di un viaggiatore al presidente della Repubblica, in cui rimproverava a Jacques Chirac di avere una percezione errata dei motivi e dello svolgimento del conflitto in corso nei Balcani. Non esente da grossolanità, la lettera ha suscitato in Francia una polemica accesissima, di una violenza inedita. Régis Debray, attaccato con argomentazioni spesso meschine e umilianti, ha deciso di rispondere sul merito, smontando gli ingranaggi di una macchina da guerra simbolica e mediatica, sempre più refrattaria alla critica, alla dissidenza, alla ribellione. Ha scelto di farlo su Le Monde diplomatique. Senza necessariamente condividerne le analisi, nell'intento di contribuire a dipanare le fila di un dibattito che ha raggiunto risonanza internazionale, il nostro giornale gli offre volentieri ospitalità. (I. R.)

di Râgis DEBRAY *

Le Nouvel Observateur (20-27 maggio), Françoise Giroud.
Cappello: "Il migliore commento al viaggio di Régis Debray l'osservazione di un ufficiale serbo: Mi chiedo se sa dove si trova". Quest'osservazione non è mai stata fatta. Il presunto "ufficiale", che altri non è che il giornalista Milivoje Mihajlovic, responsabile del Media Center a Pristina, l'ha formalmente smentita. Ma lei è una "grande esperta" a Parigi. E il suo discorso una calunnia.
Les Dernières Nouvelles d'Alsace (16 maggio 1999), rassegna stampa, grosso sottotitolo: "Una lettera aperta pro-Milosevic scatena una polemica sui quotidiani francesi". Notizia sorprendente: un intellettuale a favore del massacro? Il lettore alsaziano verrà informato che questo pro-Milosevic ha incontrato e voluto incontrare a Belgrado solo oppositori di Milosevic? No. Chiunque si interessa a ciò che passa nella testa degli jugoslavi sarà considerato complice di criminali. Ignominioso.
Libération (15 maggio 1999), riquadro: "Debray [] è rimasto all'hôtel Grand e lì ha incontrato alcuni funzionari". Questo tizio si è imboscato, ha visto solo pezzi grossi e ci ha raccontato delle balle. Ma Libération ha forse verificato la clamorosa informazione con l'interessato, presente a Parigi?
Inutile. Già, perché New York Times dixit. Cattiva traduzione, rettificata l'indomani, che continuerà comunque a girare Le Monde (18 maggio 1999), Dominique Dhombres, sottotitolo, "Una testimonianza singolarmente parziale". Con l'aiuto di citazioni frammentarie, un caleidoscopio di cose viste pubblicate da Marianne, di cui tutti i lettori, a giudicare dalle lettere ricevute, hanno già notato il carattere confuso e aggrovigliato, diventa una losca arringa. Tutto falso.
Una cronista di fama non ha bisogno di verificare le sue fonti, un giornale prestigioso non è tenuto a tradurre con esattezza, né a leggere un testo prima di riassumerlo. Si tratta di gente accreditata, quindi accreditante. Con le doti che si pretendono da un dilettante molti professionisti affermati non supererebbero l'esame.
Tentiamo di fare qualcosa di utile. Risaliamo dalle sconcezze ai procedimenti, e dai colpi bassi alle strutture. E' la Macchina che muove i suoi bravi agenti. Loro la fanno girare, ma potrebbe girare anche da sola. Cerchiamo di smontare questo automa, anche a costo di rimanere invischiati nella morchia Per chi suona la campana? A chi è destinato questo rullo compressore? A voi, cari amici e care amiche, non appena uscirete dalle righe. I. Il come Un mostro molto ordinario. Interesse per un'epidemia di menzogne ("Il caso Debray"): ingrandire al microscopio i minuscoli ingranaggi di un potere maiuscolo, rispetto al quale chiunque, autore o lettore, prende posizione, in tempi normali, senza fare attenzione. Non i meccanismi del "pensiero unico", ma quelli della sua realizzazione giorno per giorno. Fallito o riuscito, un "linciaggio mediatico" non è una congiura. Complotto improbabile, paranoia inutile. Il tenue diventa osceno, folle tiro mancino. E' la microfisica della manipolazione ordinaria che si espone, esplode con una gioia maligna, per un semplice cambiamento di proporzioni. Un rapido giro nel retrobottega del far-credere ci farà scoprire innanzitutto una serie di procedure apparentemente neutre su cui s'innesta il nostro "politicamente corretto".
Queste infime contorsioni di senso, tanto più invisibili quanto triviali, si presentano come semplici "vincoli tecnici". Sono funzionali all'economia. I supermercati dell'odio assicurano al bombardamento mediatico il rischio minimo per il massimo danno collaterale. Il bombardamento mediatico somiglia a quello aereo. Vivere le due esperienze una dopo l'altra può servire a chiarire le regole del gioco neo-liberale (l'esercito del Bene colpisce i cattivi due volte, prima con i missili Tomahawk, poi con gli editoriali). 1.- Il contraddittorio è l'Abc dello spazio pubblico; le modalità della sua rappresentazione o della sua impaginazione possono segnare l'inizio della sua perversione. La forma è un modo d'inquadrare il tema e fissa in partenza la natura del dibattito. A Washington, come a Roma e a Berlino, i politici discutono apertamente della guerra (della sua legittimità, delle sue modalità). In Francia, la classe politica si è rifugiata in un linguaggio omogeneo, di frasi fatte, e lascia gli intellettuali litigare fra loro, vanamente. Proprio per tentare di abbattere questa parete divisoria troppo comoda e neutralizzare i richiami all'ordine venuti dall'alto, che tanto intimoriscono i nostri emicicli, ho indirizzato la mia lettera al presidente della repubblica (responsabile della politica estera francese e capo delle forze armate), smontando gli stereotipi del discorso ufficiale.
Faxando a Bernard Henri Levy e a Alain Joxe le bozze del mio articolo, ventiquattro ore prima della sua pubblicazione, e mettendo le ingiurie dell'ideologo in prima pagina e gli eccessi verbali dello "specialista" in pagina interna, Le Monde, fin dall'indomani, parava il colpo, riducendolo alla stregua di una classica partita di catch. Questa gerarchizzazione imposta permetteva ai politici di defilarsi ("lasciamoli ai loro giochetti"), inventando una polemica inesistente, visto che io non mi volevo assolutamente rivolgere a Bernard Henri Levy, Dio mi scampi, curandomi assai poco delle fantasmagorie della casa (Malraux, Drieu, etc.) I procuratori del Bene hanno l'abitudine di appiattire la specificità delle situazioni storiche (di cui cercavo di mostrare l'originalità inedita) su moduli passe-partout mutuati da un passato che non hanno vissuto: Monaco, guerra di Spagna, nazismo, Olocausto. Questo sfasamento iniziale verso il delirante e il magniloquente poteva solo folklorizzare (eterno vizio parigino), personalizzare ("Adieu, Régis Debray"), ideologizzare (fascismo, nazionalismo, totalitarismo, ecc.), un dibattito che voleva essere serio, pragmatico e soprattutto attuale. Riducendolo a un chiacchierio da salotto e allontanandolo dalle stanze del potere. Eccellente operazione di marketing, utile anche al governo, che viene così sollevato dalle sue responsabilità.
Vediamo che la scelta dei primi interventi, in una polemica, e la loro articolazione, costituiscono un esempio efficace di "violenza simbolica". La virulenza e l'immediatezza di questi attacchi ad hominem, gonfiati ad arte (in seguito al mio articolo sereno e privo di invettive) fissavano il tono e il registro. Malgrado una parvenza di equilibrio ristabilita in extremis, il senso dell'operazione sembrava del tipo "affondiamo prima la nave, poi manderemo qualche scialuppa di salvataggio, tanto per avere la coscienza tranquilla".
2. - La macchina è autoreferenziale e autogiustificatrice.
Riporta una sfilza di parole-prova (pizzeria, panetterie, negozi per l'infanzia). Inutile interromperla. Ha l'ascolto selettivo, una sorta di quasi-sordità, conseguenza di un funzionamento a circuito chiuso. La stampa buona si autocita, rafforzandosi. Non che l'altra sia cattiva, semplicemente non conta. L'Humanité (14 maggio) mi aveva offerto ospitalità senza limiti di spazio, per definire con chiarezza il fondo politico della questione, le responsabilità degli uomini e l'inaccettabilità dei crimini, ma la condanna nei miei confronti continuava, come se nulla fosse.
Perché "loro" non leggono l'Humanité. Tintin reporter nel paese dei massacri vi pubblica il suo servizio? Verrà ignorato. "Loro" non leggono Marianne. Ma "loro" chi? Il vociare informato e informante. I dominati leggono i dominanti, non viceversa. Non mescoliamo le carte 3. - La gerarchizzazione implicita delle fonti favorisce l'auto-intossicazione dei centri di legittimità, effetto perverso del loro dominio unilaterale. Alla segregazione degli estremi, nel microcosmo editoriale, corrisponde, su scala mondiale, l'ignoranza se non la denigrazione delle cosiddette fonti periferiche Con mio sommo stupore, appena giunto in Kosovo descritto dai nostri grandi media come "terra proibita", "inferno senza testimoni", "notte e nebbia" -, ho trovato una decina di giornalisti che, dall'inizio dei bombardamenti o anche da prima, non avevano smesso di lavorare. Ma poiché le loro testimonianze e le loro analisi, non coincidono con le nostre, sono state cancellate. E' stato deciso che non sono liberi, nei loro movimenti e nei loro scritti. Il che, come si può facilmente verificare, è falso.
Tra loro, diversi greci. atei o liberi pensatori, comunque sono di cultura ortodossa, quindi, a quanto pare, non affidabili. Non si tratterebbe di persone, ma di filo-slavi irriducibili. Un ateniese non è altro che un membro della sua tribù? La testimonianza, da me menzionata, di un medico franco-greco di passaggio a Pristina, Odysséas Boudouris, ammirevole per la sua imparzialità, viene brutalmente smontata da Libération (14 maggio). La sua lettera di protesta ai nostri giornali rimane lettera morta.
Sembra che per tutto, compreso "l'errore" di Koritza, le nostre televisioni si accontentino della versione di Bruxelles senza tentare di equilibrare le valutazioni di fonti diverse. I briefing e i testimoni. La carta stampata citerà al massimo le interminabili polemiche Nato-Tanjug, senza preoccuparsi di stabilire le ragioni e i torti, come se a Pristina non ci fosse un corrispondente dell'Afp, e altri due o tre di diverse nazionalità, raggiungibili in tempo reale, in grado di recarsi sul posto, interrogare le vittime e stabilire la veridicità dei fatti. Questi ultimi hanno giudicato sconcertante la scusa degli "scudi umani" nel caso di Koritza. Forse preferiamo, anche sulla base di dati di fatto, schierarci con la Nato dalla parte del torto anziché con i greci, i turchi, i francesi e i canadesi dalla parte della ragione? Quelli che fanno la guerra a tavolino sono forse più credibili dei corrispondenti di guerra "locali"?
4. - Risposte sviate. Il riutilizzo da parte della Macchina delle ricusazioni dell'imputato, sollecitate e diffuse attraverso i suoi canali, la rimette allegramente in moto. La smentita diventa parte integrante della conferma. Davanti a voi, viene aperta, periodicamente, una sorta di finestra-ghigliottina, sulla quale siete garbatamente invitati a poggiare il capo.
Esempio. Ascoltando Laurent Joffrin a France-Inter (15 maggio) tuonare contro ciò che definiva il mio reportage su Le Monde (quando l'unico reportage che ho scritto, quello per Marianne, non era ancora uscito), replico punto per punto alle sue argomentazioni, per iscritto, con un pezzo intitolato: Precisazioni a Laurent Joffrin, inviato alla sua trasmissione radiofonica. Risultato: il mio testo esce sul numero successivo di Nouvel Observateur, con un altro titolo e i riferimenti a France-Inter cancellati. Trasformato, a mia insaputa, in una risposta al suo editoriale scritto, che io non conoscevo né potevo conoscere, essendo in realtà una risposta alla mia risposta (classico tiro mancino). Reputando di dover fornire dei chiarimenti a voce a fronte di interpretazioni malevole, e anche a possibili ambiguità o imprecisioni da parte mia, mi sono volentieri prestato a fornire tali chiarimenti. Marcel Trillat, su France 2, in differita, ha dato una versione ridotta ma imparziale e fedele della nostra intervista (alle 20:00 del 15 maggio), senza trucchi, abusi o "montaggio tendenzioso". Tenuto conto dell'inutilità delle risposte e delle rettifiche, mi è sembrato alla fine impossibile bloccare la marcia inesorabile della macchina ingannatrice affrontandola sul suo stesso terreno.
Tanto valeva lasciar perdere.
5. - La distorsione chiamata taglio. I vincoli di tempo (dibattito televisivo con Arlette Chabot e Alain Duhamel, interventi interrotti dopo due minuti, nonostante le assicurazioni) e di spazio (nella carta stampata), che i giornalisti professionisti gestiscono alla perfezione, mettono l'universitario, abituato ai tempi lunghi dell'argomentazione, in una situazione precaria: preso tra due fuochi deve attenersi a una doppia ingiunzione: "Sia breve e ci dica tutto". Bel trucco. Il taglio diventa allora uno sport pericoloso, rispetto al quale bisogna agire con la massima prudenza. Se avessi rifiutato, nella mia apostrofe a Le Monde, di tagliare all'ultimo momento alcuni passaggi che la redazione riteneva astratti, già noti o fuori contesto, conservandone la scansione originale, il lettore si sarebbe accorto che si trattava di un'"opinione" basata su alcune osservazioni, e non di un reportage, né tanto meno di un'inchiesta (che Le Monde normalmente pubblica su due pagine o a puntate). Questo dettaglio fondamentale non è un alibi ma un avvertimento. Sullo schermo come sulla stampa, taglio avvisato mezzo salvato.
6 - "L'effetto paravento" (Ignacio Ramonet). Cioè la sostituzione della sostanza con la forma, o del grande con il piccolo. Noi bombardiamo un paese. Quante scuole sono state danneggiate? Trecento, lei dice? Come fa a saperlo? E se fossero duecento ventidue o centotrentatre? Non ha verificato. Non se ne vergogna? Certo. Posso essermi sbagliato, si sbagliano anche le bombe. Ma, in definitiva vogliamo discutere del numero, d'altronde in continua crescita, o piuttosto del fatto che le scuole e le università jugoslave sono chiuse? Vogliamo cancellare i sintomi per ignorare l'entità del male: la paralisi degli studi e l'abbandono a se stessi dei giovani jugoslavi quel genere di cose che è difficile immaginarsi da lontano. Il riferimento ad un dato, o ad una parola fuori contesto (per esigenza di concisione) permette quindi di focalizzare un punto particolare che, da esemplificativo, diventa emblematico.
Appiattimento della prospettiva, che sfocerà, nei commenti, dai toni grotteschi o odiosi. Ad esempio come osiamo fare un'analisi della situazione attuale degli albanesi del Kosovo attraverso l'immagine di una pizzeria in città? Ma perché bisogna tacerne l'esistenza? Il visitatore, con la testa piena di immagini di caccia all'uomo, rimane piuttosto stupito. Deve nascondere il suo stupore? Voler concludere che un dettaglio insolito, ma non privo di senso, possa rappresentare il quadro nella sua totalità e magari spiegarcelo è indice di malafede.
7. - Un'arma divertente e sempre efficace: la posta dei lettori o le redazioni ventriloque. Ciascun giornale si caratterizza per le lettere che riceve. Chi fa la scelta? E con quali criteri? Le lettere pubblicate rispecchiano le tendenze del giornale? O viceversa? Mistero. Una cosa è certa: chi approva una certa presa di posizione scrive volentieri all'autore, chi la condanna scrive normalmente alla redazione. Nessun legame tra le lettere che io ricevo e quelle pubblicate dalla "buona stampa".
II. IL PERCHE' Numerosi giornalisti francesi della carta stampata di tendenze molto diverse per non parlare degli stranieri hanno visitato di recente il Kosovo. Jacques Marie Bourget, (Paris Match), Bernard Guetta (Repubblica), Elisabeth Lévy (Marianne), Victor Loupan (Le Figaro), Paul-Marie de La Gorce, ed altri. Non vengono messi sotto accusa per aver visto e riferito quello che ho visto e riferito io stesso; delle acque che si confondono, dove ristagna il passato; una feroce guerra civile, un esodo dalle cause molteplici; né buoni né cattivi; "Il cuore della città si può leggere su Paris-Match (27 maggio), se ci limitiamo ad esso, ha un aspetto normale: c'è un fioraio che vende tulipani, e le panetterie, gestite tutte da albanesi, sono aperte".
Allora, come la mettiamo, ero io ad avere le traveggole e Bourget no? Certo, un capro espiatorio non s'improvvisa. E' necessario che siano presenti determinate condizioni. Non parliamo poi dell'equazione politica. Non si rinuncia al piacere di regolare, attraverso la mia persona, un conto in sospeso con una famiglia, con una corrente di pensiero tenace e irritante come un sassolino nella scarpa. Da molto tempo i repubblicani sono fonte d'irritazione per i nostri media. Prima, seconda sinistra.
Storia vecchia. Più interessante è l'equazione professionale. Io non sono un giornalista, e certe redazioni hanno creduto che volessi salire in cattedra. Comprendo che una professione destabilizzata, ferita dalle critiche, prenda cappello con una certa facilità, ma la mia lettera era indirizzata a un presidente e non ai direttori dei giornali. Il mio discorso era rigorosamente politico. Chi può confondere il giornalismo d'inchiesta rispettabile con la polizia del pensiero, meno rispettabile?
Vogliamo prendercela sempre e comunque con Serge Halimi o con Pierre Bourdieu? Strano spettacolo: c'è chi deride ogni giorno corporazioni, populismo e demagogia, aizzando in maniera demagogica la corporazione contro i teorici imbecilli colti sul fatto. "Il mediologo con le mani nel sacco" titola Pierre Georges su Le Monde. L'anti-intellettualismo frutta sempre.
Salvo che qui monetizza un'ignoranza crassa. E' un "bidone" intellettuale. La mediologia non è la critica dei media più di quanto la psicanalisi lo sia dei lapsus. Se i puristi dell'inchiesta e delle fonti si fossero degnati di rifarsi ai sette numeri dei Cahiers de médiologie (Gallimard) e ai cinque volumi della raccolta "Champ médiologique" (Odile Jacob), avrebbero constatato che nessuno di essi è dedicato al giornalismo o ai media. Giocando su una consonanza hanno ingannato i loro lettori sulla persona e sulla cosa. Da parte mia sono lieto di aver potuto rendere omaggio alla professione, con delle lunghe interviste ai corrispondenti del Los Angeles Times e dell'Agence France Presse a Pristina. Gente che ti fa venire voglia di salutare il Giornalista, come altri fanno venire voglia di salutare l'Artista. 1.- Daniel Bougnoux fa una distinzione fondamentale tra comunicazione e informazione. In tempo di guerra, la stampa d'informazione sceglie la comunicazione. Avvolge senza svelare.
Non prende le distanze ma si chiude a riccio. Non raffredda, ma riscalda. Blinda la sua chiusura, coesione e connivenza, rifuggendo da lacerazioni e rotture, per proteggere l'integrità del la sua bolla ( o delle sue bolle ad incastro come una matrioska: la redazione, i lettori, il pubblico, il paese l'Occidente). Diamo uno sguardo alla nostra stampa nazionale nel 1914-18, nel 39-40, nel 54-62: c'è un sistematico lavaggio dei cervelli. La comunicazione non è un'idea innocente. Non funziona senza disinformazione. Scomparsa di documenti importanti.
Limitazione del campo di osservazione. Uccisione simbolica degli informatori in grado di farsi ascoltare. Rimozione post-moderna degli intrusi: il taglio sostituisce la censura, la caricatura sostituisce l'accusa, l'epiteto infamante il rinvio a giudizio. I vecchi riflessi restano, ma il nuovo consiste nella cura che mostra la "buona stampa" a spacciare la comunicazione per informazione. (Quando "la sinistra" è al governo e si inventa una guerra di "centro-sinistra", la buona stampa è quella allineata, quella di "centrosinistra", Libération, Le Monde, Le Nouvel Observateur. Un governo di destra avrebbe altri punti di riferimento). La si definirà, a giusto titolo, stampa farisaica- di un farisaismo che consiste nell'osservare i rituali dell'obiettività svuotandoli del loro significato: i segni della virtù senza la virtù. La messa senza la fede. I periodi di guerra hanno sempre una forte capacità di radiografia sociale. Fanno gettare la maschera a un'intera società (Marx ne era rimasto incantato già nel 1870, durante la guerra franco-prussiana). Quello che rivela questo "conflitto armato", a distanza e per procura, è forse un'invariante mascherata in tempo di pace: la subordinazione della deontologia all'ideologia (o alla linea editoriale del giornale, che, in definitiva, prevale sulla posizione dei giornalisti). Subordinazione tanto più perniciosa (o simbolicamente efficace), in quanto non dichiarata (né ai lettori né tanto meno a se stessa). Gli organi di stampa che vorrebbero apparire al di sopra delle parti (diamo un'informazione imparziale sulla guerra, venite da noi per farvi un'idea), sembrano più esposti di quelli che accettano di essere sopravanzati dalla situazione (siamo in guerra e ci schieriamo pro o contro). Il che genera una tranquilla ipocrisia: l'obiettività sui generis o la deontologia su misura. Noto una rigorosa coincidenza fra la bocciatura senza appello del mio articolo e l'impegno individuale di chi mi ha contestato. I professionisti che lanciano fulmini "rigorosamente tecnici" nei miei confronti, (benché sia scrittore e filosofo, non appartengo alla corporazione), sono stranamente quelli che si sono schierati a favore della "guerra umanitaria", con veemenza.: da l'Evénement a certi redattori di Charlie Hebdo, passando per Le Monde e Libération. Gli altri, da L'Humanité a Le Figaro non hanno trovato nulla da ridire sulle mie impressioni di viaggio. E non a caso: visto che i loro inviati si sono espressi più o meno negli stessi termini. Joffrin è spiacente ma categorico: con la mia "Lettera di un viaggiatore al Presidente su una guerra insensata" (titolo prima dei tagli), chiunque, anche un giovane praticante si sarebbe esposto a critiche. Joffrin ha diretto due redazioni militanti che hanno compiuto la spedizione punitiva.
Un caso forse? Pierre Georges condivide la sua indignazione e il suo rammarico: "una serie impressionante di errori elementari parliamo qui da un punto di vista strettamente professionale, del minimo che si richiede a una matricola di una scuola di giornalismo, della verifica e confronto delle informazioni , della molteplicità delle fonti, del rifiuto di riportare impressioni una vera e propria catastrofe". Mi è parso di capire che la sospensione degli attacchi contro la Jugoslavia la ritiene una catastrofe ancora più grave. Semplice coincidenza? Lo stesso giorno due professori di giornalismo, di orientamento diverso mi hanno fatto i complimenti per il mio articolo. Insomma, i nostri guerrafondai l' hanno bocciato e i non interventisti l'hanno giudicato passabile. A ciascuno la propria deontologia. I nostri quattro quotidiani nazionali hanno ricevuto via fax, il 20 maggio pomeriggio, il cosiddetto appello "dei 23" che invitava il primo ministro a un dibattito serio e sereno sulla fondatezza della guerra e ad "arginare il clima d'intolleranza diffuso nel nostro paese; un clima in cui si replica con l'ingiuria al minimo cenno di dissenso". Tra i firmatari, due generali, vari ex ambasciatori (di cui uno presso la Nato), e un ex ministro degli esteri. E anche, scusate se è poco, i vari Aubrac, Cartier- Bresson, Pascal Lainé e vi faccio grazia degli altri. Le Figaro (una mezza pagina) e L'Humanité (una pagina intera) hanno pubblicato l'appello integralmente, e lo hanno commentato il giorno dopo, oltre a pubblicare l'elenco completo dei firmatari. Non una parola su Le Monde, che ne avrebbe giudicata "inopportuna" la pubblicazione, e due righe su Liberation, fra le notizie brevi, il sabato di Pentecoste. Le scuole di giornalismo insegnano a distinguere tra fatto e commento. Poiché non si aveva voglia di commentare, in questo caso, si è deciso che l'appello a un primo ministro da parte di esponenti del clan ostile a questa guerra, non costituisce un fatto. "Mancanza di spazio". Spazio che non manca quando si tratta di criticare le tesi neo-negazioniste del sottoscritto.
In generale, nel caso di proclami scomodi, si raccomanda di smarrire i fogli in corridoio per un giorno o due e di rispondere il terzo giorno alle proteste dei firmatari; "siamo spiacenti, ma non è più di attualità".
Insomma, quando si è un giornale serio, si rispettano le regole del mestiere pubblicando in prima pagina le ingiurie ad hominem, e passando sotto silenzio gli interrogativi di fondo sulla nostra diplomazia e la nostra strategia garbatamente posti otto giorni dopo da diplomatici e strateghi. Comunicare in questo caso vuole dire : "la questione non sarà posta" L'imparzialità, privilegio di pochi o prassi quotidiana? Le lezioni di professionalità impegnerebbero solo chi le ascolta? 3. - Il Kosovo è diventato in Francia per quanto tempo ancora? una terra mitica, in cui la classe intellettuale (e l'opinione che essa ispira) proietta i suoi fantasmi e i suoi riferimenti; in cui l'esodo straziante e reale di una popolazione sembra, in definitiva, valere meno, ai nostri occhi, dei conti immaginari che ci permette di regolare con la nostra stessa storia. Un giorno qualcuno ricostruirà l'avventura interiore rappresentata per una generazione dalla processione di questi paesi martiri, il Biafra, l'Afghanistan, la Cambogia , e lo sfogo che essi hanno offerto ai nostri conflitti psichici. Il Kosovo è probabilmente il più vicino, per la geografia e anche per le risonanze. Tentare di restituirlo anche in minima parte alla sua realtà, complessa e frustrante, equivale inevitabilmente a spogliarlo del suo valore simbolico, a demistificarlo, e quindi a ferire la carne viva di certe sensibilità. Mi pare possibile analizzare l'entità degli investimenti affettivi di cui è stata oggetto in Francia questa guerra, tramite la sovrapposizione dei diversi strati cronologici della nostra memoria collettiva. Ogni generazione, ogni sensibilità, ogni francese medio, può ritrovarvi l'eco, osiamo dire, dei suoi rimorsi o delle sue nostalgie. I figli di Pétain e della vergogna proiettano sullo schermo jugoslavo gli anni 30 e 40: è necessario bombardare Pristina e Belgrado perché gli Alleati non hanno bombardato Auschwitz. I nostri genitori hanno fatto finta di non vedere, hanno lasciato partire i treni. Non ripeteremo lo stesso errore. E tanto peggio per il serbo medio (che, a quanto si dice, si è comportato assai meglio del suo omologo francese durante l'Occupazione). Da qui la forza delle immagini dei vagoni traboccanti di gente, dei kosovari ammassati sui binari delle stazioni, sotto l'occhio delle sentinelle. Con la differenza che un treno che porta all'esilio, in Macedonia, non è esattamente la stessa cosa di un treno che porta allo sterminio in Polonia (e fare un confronto non equivale ad assolvere).I figli di Robert Schuman e dell'Alleanza Atlantica e i nostri garbati centristi proiettano gli anni 50: il mondo libero suona la grancassa, l'America ci protegge, ringraziamola e stiamole vicini. Gli anti-totalitaristi del 1968 vedono in Milosevic il Marchais, il Breznev cui allora non hanno potuto fare la pelle. L'Occidente sembra a corto di sangue e di catarsi. Avendo vinto la guerra contro il comunismo con l'aiuto attivo dei comunisti Gorbaciov e Eltsin, ha bisogno di un nemico da immolare, nella debita forma, militare e penale, di un trofeo insanguinato per chiudere il secolo. La generazione dei diritti dell'uomo, dei boat-people, del dovere d'ingerenza proietta gli anni 70 e 80: la democrazia umanitaria deve regnare ovunque in Europa, la legalità internazionale non era altro in fondo, che il pretesto diplomatico per l'omissione di soccorso alle persone in pericolo o alibi per la viltà morale. Al che la generazione degli anni 90, quella di Sarajevo e del Ruanda, nauseata dalle scappatoie e dai trabocchetti del "puramente umanitario", aggiunge: "basta con le mozioni nero su bianco e con le infermiere piene di abnegazione, ora bisogna colpire, e farla finita con queste canaglie, una volta per tutte". Di fronte a opinioni così varie, non stupisce che l'opinione pubblica possa ancora dividersi. Tutte queste frustrazioni, queste aspirazioni accumulate, non solo nell'ambiente ma dentro ciascuno di noi, compreso il sottoscritto, sono comprensibili e legittime. Immergono il Kosovo in una soluzione chimica ultrasensibile. Si capisce come un articolo di circostanza che poneva un problema politico-militare in senso stretto, con le coordinate sue proprie, trasposto in un ambiente così saturo, abbia potuto "cristallizzare", in un batter d'occhio, come l'amore di Stendhal, ma in senso contrario. Ossia "l'operazione dello spirito pubblico che trae da tutto ciò che gli si presenta, la scoperta... che l'oggetto odiato ha nuove imperfezioni". L'ambiente slavo ha un'altra memoria, e quindi altre reazioni. La mia unica temerarietà: avere evocato come problema di politica estera quello che è divenuto qui un problema interno e nevralgico, con una valenza al tempo stesso simbolica e affettiva. Ma un eccesso di precauzioni (oratorie o no), può sbloccare un dibattito e superare dei tabù? A volte è necessario piegare il bastone in senso contrario per raddrizzarlo. 4. Con l'idealismo umanitario, il manicheismo morale, ma anche con le differenziazioni sessuale, culturale e comunitaria, assistiamo al ritorno in pompa magna dell'essenzialismo (corollario interno: l'odio di Sartre). Come le donne, i bretoni e i teen-agers, i serbi, i croati o i kosovari hanno un'essenza fissa, uno status, un destino.
Guardiamoci bene dal rapportarli a un contesto, a una storia , che potrebbero ribaltarsi. L'essenziale è acquisito: inutile andare a vedere sul posto, se non per verificare che tutto è conforme alla sua definizione ontologica. La Vittima kosovara, passiva, senza armi né strategia. Il Carnefice serbo, fascista irriducibile e integrale. Ciò che si vede laggiù deve coincidere con quello che si è pensato qui. Affermare che il fenomeno non necessariamente rispecchia l'essenza sarebbe un sotterfugio sospetto, o un'ingenuità desolante. Una rapida ricognizione sul posto, Macedonia e Jugoslavia, non mi ha ispirato nessuna verità inappellabile. Tuttavia la realtà non corrisponde all'idea ingenua che ce ne facciamo a casa nostra. Una certezza negativa. Non ho nessun'altra idea ben definita, l'ammetto, in grado di sostituire quelle che ritengo troppo comode. Una situazione imbarazzante, ne convengo, ma in fin dei conti il lavoro di un intellettuale non consiste in primis nello smontare i luoghi comuni, nell' infilare una pagliuzza nell'ingranaggio del sistema? Nel confrontare le parole con i fatti? Ad esempio, è proprio necessario continuare a parlare "della trattativa di Rambouillet", quando chiunque ricostruisca le due fasi di quella non-trattativa vi scoprirebbe piuttosto un'abile manovra per presentare un ultimatum già preparato? E' proprio necessario dire "la comunità internazionale" per designare le potenze occidentali? La Cina, la Russia, l'India, l'Africa non ne fanno anch'esse parte? La Nato ha già preso il posto dell'Onu? Infine, è lecito svendere le parole della Shoa e definire "genocidio" qualunque spostamento forzato di una popolazione? Non è proprio questo il vero revisionismo? la banalizzazione, per una propaganda di circostanza, dell'Olocausto, ridotto alla stregua di un marchio itinerante con cui bollare sistematicamente il nemico del momento, ovunque esso sia. L'uso indifferenziato delle parole non sfocerà un giorno nell'indifferenza di fronte alle sofferenze umane affogate in confusionismo utilitaristico e sprezzante? La mancanza di attenzione linguistica non porterà forse allo straniamento dalle violenze a distanza? A tale riguardo, è giunto il momento di dare il giusto peso agli avvertimenti di Claude Lanzmann, che, se mi è concesso, considero più attendibile di tanti paranoici. I miei killer della carta stampata si sono sbagliati su tutti i fronti, ruolo e bersaglio. In fin dei conti cosa ho da dirgli? A quanto pare voi incarnate la democrazia, lo spirito d'apertura, la civiltà contro i nuovi barbari. Non è così. Siete il volto attuale del fanatismo. I nostri nuovi farisei. Non mi sorprende affatto che il vento di questa crociata del forte contro il debole gonfi le vostre vele di inquisitori. Voi seminate il terrore con l'aggettivo, senza dimostrazione. Voi non andate a verificare, picchiate. Contro l'eretico e il peccatore, i San Benito del giorno ("nazional-repubblicano", "anti-americano", "rosso-bruno") vi servono come argomentazione, e credete di avere discusso una tesi o smentito un fatto quando vi siete limitati a screditare chi la presenta. Su questa guerra, sui Balcani, come su tutto il resto, voi avete la verità innata.
Giustizia garantita. In fondo, non dovete imparare niente da nessuno, né tanto meno dal reale, probabilmente troppo balcanico, troppo sanguemisto per la vostra purezza di angeli sterminatori.
Voi abolite la Storia, la critica e il libero giudizio. Voi sostituite l'idea con l'immagine, il complesso con il semplice, l'assenso con il sospetto. "Il metodo è la dottrina" diceva lo storico Cochin. Il vostro tono, i vostri tic e i vostri titoli parlano per voi: iperbolici, teatrali, fulminanti.
"l'Illuminismo contro l'oscurantismo": finché non vi ho visto all'opera il vecchio cliché scolastico mi sembrava desueto, se non addirittura pericoloso. Avevo torto. Ormai so che sarà necessario marcarvi stretti. Come Diderot con gli ignorantelli, Anatole France con i bacchettoni, Walter Benjamin con la peste bruna nazista e Victor Serge con gli stalinisti. Con minore efficacia, ma ripercorrendo il medesimo cammino. Si, ridete pure, la lotta continua. I vostri editti servivano da richiamo. Non ci molleremo più. E' una promessa.
Vi battete pubblicamente in venti contro uno, disarmato e con le spalle al muro. Coraggio. Dalla vostra parte avete lo stato, la Nato, il numero, la Tv, la satira e la grande stampa. La vostra force de frappe, incomparabile, incute soggezione a molti.
Poiché tenete gli altri a rispettosa distanza, vi illudete di suscitare rispetto. Errore. Araldi dell'Occidente, ne avete soltanto il corpo, gli apparati di coercizione e di persuasione, non lo spirito né il genio. Voi usurpate il posto del libero spirito; non riuscirete a confiscarlo. Vincerete, non convincerete. Anche se vi rimane il potere di chiamare bianco ciò che è nero e nero ciò che è bianco. Il potere di trasformare un interlocutore che in Serbia si è rifiutato di avere il minimo contatto con il regime in un fautore di Milosevic, un ricercatore della verità in un impostore; un viandante in un imboscato, il rifiuto di prendere posizione in un partito preso; e chi dubita e diffida delle verità troppo semplici in un credulone. Bella impresa, non c'è che dire. Effimera, ma voi andrete fino in fondo, ormai avete preso gusto alla velocità.
Ricordatevi bene: anche se li assassinerete sul piano fisico e morale, l'anima degli uomini che rifiutano di sottomettersi è immortale..

note:
* Filosofo e scrittore

 

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