[Source: "Il Manifesto"]
I mezzi e i fini Kosovo, una
guerra cattiva per una causa giusta
- JEAN DANIEL -
Riprendiamo per gentile concessione del
"Nouvel Observateur" e di "Repubblica" l'editoriale di Jean Daniel del
21 luglio 1999, ancora sulla polemica a proposito della guerra del Kosovo. In Francia la
grandissima maggioranza del mondo intellettuale, oltre che politico, si è schierata per
l'intervento della Nato, accusando chi nutriva dei dubbi sulla sua necessità di un
cedimento simile a quello delle democrazie a Monaco davanti al nazismo. Jean Daniel
risponde alla tesi di Jacques Julliard, che sostiene come la guerra del Kosovo sia stata
una esigenza morale, come non morale sia stato l'opporvisi, e come essa costituisca la
legittimazione storica del diritto di ingerenza contro la barbarie, costituita oggi dallo
sciovinismo.
Questa guerra sorpassa tutte le altre per il suo
significato. Per la prima volta una nazione democratica e sovrana si vede costretta a
sottostare alle condizioni di una coalizione di esecutori occidentali di giustizia in nome
di un principio che sta - come dice il filosofo tedesco Jürgen Habermas - fra un'antica
morale e un nuovo diritto. Questo è essenziale ed è per questo che vorrei aggiungere
qualche nota al bilancio di Jacques Julliard.
1. Julliard pone il problema: coloro che come nel mio caso
non hanno cessato di criticare la condotta della guerra e la sua impreparazione, avevano
un'altra soluzione da proporre?
Se la risposta è incerta, come nel caso mio, c'è il diritto di
chiedersi se la critica delle operazioni non dissimuli semplicemente un'ostilità di
principio alla guerra.
A questo argomento opporrò quanto segue: due fatti hanno preso di
contropiede gli statisti, gli alti comandi militari e i diplomatici.
Il primo è la resistenza di Milosevic, mentre si era dichiarato
se ne sarebbe venuti a capo in una settimana. Su questo punto militari, politici e tutti i
commentatori senza eccezione si sono sbagliati.
Il secondo fatto è la resa di Milosevic in capo a undici lunghe
settimane, che a un certo punto sono parse perfino poche tanto le previsioni erano
diventate pessimiste. Anche su questo punto tutti si sono sbagliati, compresi i
commentatori. Se la guerra fosse continuata, che avrebbero detto? Che avrebbero fatto?
2. Nel periodo trascorso fra la prima sorpresa e la
seconda, è parso realistico, politico e di più eminentemente morale porsi la domanda
della preparazione tecnica della guerra e per conseguenza della sua opportunità.
Ho trovato dunque del tutto normale che per ragioni talvolta
radicalmente opposte la discussione fosse grande.
Personalmente rassegnato alla guerra, mi sono fatto un dovere di
interessarmi alle posizioni del papa, di Solgenitsin, di Jimmy Carter, di Mario Vargas
Llosa, di Sergio Romano, di Danilo Zolo, che alla guerra sono stati ostili.
3. Deliberatamente non cito nessun francese. Mentre in
Francia si perdeva tempo a polemizzare solo per convincere persone stimabili ma acciecate
che le atrocità serbe non erano sopportabili e che gli Stati uniti non avevano in questa
guerra nessun interesse strategico, si eludeva il dibattito di fondo che si svolgeva
invece negli Stati uniti, in Italia e in Germania.
Non abbiamo avuto in Francia nulla che somigli a quello che
pubblicavano La Repubblica e l'Unità a Roma, El Pais a Madrid e la Suddeutsche
Zeitung in Germania. Solo un numero speciale della rivista Esprit si è posta a
questo livello.
4. Fra i personaggi esteri che ho citato nessuno è
filoserbo, nessuno nutre la minima indulgenza per Milosevic, nessuno è antiamericano. E
tuttavia essi sono partiti tutti, come Pierre Hassner, dalla convinzione che lo
scatenamento della guerra era "un passo falso nella direzione giusta" e, se mi
è consentito di citarmi, "una cattiva guerra per una causa giusta".
5. Perché? Prima di tutto perché non si potevano non
constatare gli errori di previsione sulla durata del conflitto.
In secondo luogo, perché bisognava pur rendersi conto che un
intervento che doveva proteggere i kosovari dalle deportazioni non ha fatto che
accelerarne il numero. Infine, perché il metodo scelto implicava il bombardamento dei
civili, risparmiando i militari. Queste tre cose avrebbero dovuto porre un enorme problema
di coscienza.
Per citare un celebre filosofo italiano, Norberto Bobbio, ecco
quello che scriveva due settimane prima che finisse una guerra a favore della quale aveva
preso risolutamente posizione: "Come andrà a finire questa guerra? Non lo so. So
soltanto che ogni giorno diventa più atroce rispetto alle prime previsioni. E anche
coloro che erano favorevoli all'intervento non possono non porsi il problema
dell'equilibrio fra mezzi e fini, equilibrio che manifestamente si sta perdendo".
6. Jacques Julliard afferma con ragione che gli errori di
previsione sulla durata delle guerre non sono un fenomeno nuovo. Nel 1914 si credeva che
sarebbero bastati pochi mesi per finirla con i "crucchi". Più tardi la Germania
di Hitler è stata sconcertata dalla resistenza della Gran Bretagna del 1941. Non si può
dunque prendere a pretesto un errore di previsione per mettere sotto processo tutto un
intervento. In secondo luogo, Jacques Julliard si domanda se si sarebbe dovuto esitare a
far la guerra al nazismo, con il pretesto che essa avrebbe accelerato lo sterminio di sei
milioni di ebrei. Sono due obiezioni degne di esame, ma ai miei occhi per nulla
convincenti.
7. La guerra del 1914 non è stata soltanto una vergogna
dell'umanità, una macchia indelebile e la radice di quasi tutti i grandi mali del secolo.
Essa ha inaugurato un grado di devastazione che impone un esame fin ossessivo del rapporto
fra fini e mezzi. Anche a supporre che francesi e tedeschi avessero una ragione valida per
farsi la guerra, il costo di essa per la prima volta nella storia, avrebbe mandato questa
ragione in pezzi.
Ma la guerra contro il nazismo non è stata fatta per proteggere
gli ebrei. Anzi, quando si proposero a Roosevelt alcune azioni destinate a proteggerli,
egli vi si rifiutò per timore - ha detto - di aver l'aria di qualcuno che faceva "la
guerra degli ebrei". Soltanto a supporre che la guerra contro Hitler abbia avuto per
fine, e fine unico, di impedire lo sterminio degli ebrei, si sarebbe posto il problema se
bisognava correre il rischio di precipitare lo sterminio di sei milioni di loro.
8. In altre parole, non soltanto avevamo il diritto ma
abbiamo il dovere di criticare l'impreparazione della guerra nel Kosovo, la condotta delle
operazioni e la strategia di previsione. Non dovevamo essere esigenti nei confronti di
uomini in guerra per una causa giusta e per una rivoluzione del diritto? E' qui
soprattutto che mi sento lontano da Julliard. La mobilitazione internazionale contro
Milosevic non mi è mai sembrata derivare dallo stesso imperativo che aveva guidato il
nostro impegno contro i nazisti. L'orchestratore del "populismo democratico" di
Belgrado non mi è mai parso costituire un pericolo fascista che minacciasse l'Europa,
l'occidente e il mondo. E non solo perché non ne aveva i mezzi, ma perché la follia di
quest'uomo consiste nell'essere passato dalla difesa giusta delle minoranze serbe, a una
vera e propria spedizione di tipo coloniale con mezzi atroci e insopportabili.
Come i francesi in Algeria, i serbi erano minoritari nel Kosovo.
Come i francesi in Algeria, si sono trovati di fronte a un'insurrezione perché avevano
rifiutato agli algerini delle riforme pacifiche. Come i francesi in Algeria, i serbi hanno
proceduto in Kosovo a spostamenti massicci di popolazione, a razzie dei villaggi e all'uso
della tortura. Chi osò allora affrontare un personaggio leggendario come de Gaulle
prendendo l'iniziativa di aiutare militarmente l'Fln?
I principali suoi fornitori di armi sono stati gli jugoslavi, e de
Gaulle ruppe con il maresciallo Tito. Ma siccome la Francia era potente, la guerra
d'Algeria non minacciava di fascismo né gli stati vicini, né l'Europa, né nessuno,
nessuno si è immischiato nei nostri affari interni, salvo le Nazioni Unite.
Di più, il concetto di dovere di assistenza e di diritto di
ingerenza urtava contro l'idea gelosa di sovranità che purtroppo era ancora dominante.
9. Resta da sapere se la capitolazione di Milosevic in capo
a undici settimane non costituisce in sé una risposta alle obiezioni espresse dalle
persone che ho citato. Non so dire quanto essa mi sia stata di sollievo. Ma ho trovato
indecente che si gridasse vittoria: non c'è nulla di glorioso nel trionfare di un piccolo
paese al quale si sono fatti subire più di trentatremila bombardamenti aerei. Finalmente
essi cessavano e c'era una probabilità che i kosovari tornassero nelle loro case.
10. Detto questo, bisogna sapere quali sono oggi le
previsioni a medio termine. L'entità jugoslava non esiste più. Il Montenegro esige
l'indipendenza. Il Kosovo la otterrà e sembra destinato a riunirsi all'Albania. Quanto
alla Macedonia, sulla quale hanno messo gli occhi la Croazia, la Bulgaria e l'Albania, la
sua sopravvivenza non è sicura. Come in Bosnia, ma anche come a Cipro e altrove, le
truppe della Nato e poi dell'Onu dovranno scegliere fra qualche anno se restare
indefinitamente sul posto o abbandonare sia i musulmani sia i cristiani alle loro querele
linguistiche e ai loro conflitti nazionali.
Bernard Kouchner è ottimista, ma avrà bisogno dell'aiuto della
provvidenza. E' vero soltanto che la resa di Milosevic è giunta in tempo per impedire la
divisione dei paesi della Nato, dando all'Europa il senso di un'unità dinamica e il
dovere di costruirsi una difesa comune. Problema grosso da meditare per l'estate.
(traduzione di R. Rossanda) |