Voices against the war in Kosovo [1999]
  Voci contro la guerra in Kosovo [1999]

 
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07/25/99:

 

[Source: "Il Manifesto"]

I mezzi e i fini Kosovo, una guerra cattiva per una causa giusta

- JEAN DANIEL -

Riprendiamo per gentile concessione del "Nouvel Observateur" e di "Repubblica" l'editoriale di Jean Daniel del 21 luglio 1999, ancora sulla polemica a proposito della guerra del Kosovo. In Francia la grandissima maggioranza del mondo intellettuale, oltre che politico, si è schierata per l'intervento della Nato, accusando chi nutriva dei dubbi sulla sua necessità di un cedimento simile a quello delle democrazie a Monaco davanti al nazismo. Jean Daniel risponde alla tesi di Jacques Julliard, che sostiene come la guerra del Kosovo sia stata una esigenza morale, come non morale sia stato l'opporvisi, e come essa costituisca la legittimazione storica del diritto di ingerenza contro la barbarie, costituita oggi dallo sciovinismo.

 

Questa guerra sorpassa tutte le altre per il suo significato. Per la prima volta una nazione democratica e sovrana si vede costretta a sottostare alle condizioni di una coalizione di esecutori occidentali di giustizia in nome di un principio che sta - come dice il filosofo tedesco Jürgen Habermas - fra un'antica morale e un nuovo diritto. Questo è essenziale ed è per questo che vorrei aggiungere qualche nota al bilancio di Jacques Julliard.

 

1. Julliard pone il problema: coloro che come nel mio caso non hanno cessato di criticare la condotta della guerra e la sua impreparazione, avevano un'altra soluzione da proporre?

Se la risposta è incerta, come nel caso mio, c'è il diritto di chiedersi se la critica delle operazioni non dissimuli semplicemente un'ostilità di principio alla guerra.

A questo argomento opporrò quanto segue: due fatti hanno preso di contropiede gli statisti, gli alti comandi militari e i diplomatici.

Il primo è la resistenza di Milosevic, mentre si era dichiarato se ne sarebbe venuti a capo in una settimana. Su questo punto militari, politici e tutti i commentatori senza eccezione si sono sbagliati.

Il secondo fatto è la resa di Milosevic in capo a undici lunghe settimane, che a un certo punto sono parse perfino poche tanto le previsioni erano diventate pessimiste. Anche su questo punto tutti si sono sbagliati, compresi i commentatori. Se la guerra fosse continuata, che avrebbero detto? Che avrebbero fatto?

 

2. Nel periodo trascorso fra la prima sorpresa e la seconda, è parso realistico, politico e di più eminentemente morale porsi la domanda della preparazione tecnica della guerra e per conseguenza della sua opportunità.

Ho trovato dunque del tutto normale che per ragioni talvolta radicalmente opposte la discussione fosse grande.

Personalmente rassegnato alla guerra, mi sono fatto un dovere di interessarmi alle posizioni del papa, di Solgenitsin, di Jimmy Carter, di Mario Vargas Llosa, di Sergio Romano, di Danilo Zolo, che alla guerra sono stati ostili.

 

3. Deliberatamente non cito nessun francese. Mentre in Francia si perdeva tempo a polemizzare solo per convincere persone stimabili ma acciecate che le atrocità serbe non erano sopportabili e che gli Stati uniti non avevano in questa guerra nessun interesse strategico, si eludeva il dibattito di fondo che si svolgeva invece negli Stati uniti, in Italia e in Germania.

Non abbiamo avuto in Francia nulla che somigli a quello che pubblicavano La Repubblica e l'Unità a Roma, El Pais a Madrid e la Suddeutsche Zeitung in Germania. Solo un numero speciale della rivista Esprit si è posta a questo livello.

 

4. Fra i personaggi esteri che ho citato nessuno è filoserbo, nessuno nutre la minima indulgenza per Milosevic, nessuno è antiamericano. E tuttavia essi sono partiti tutti, come Pierre Hassner, dalla convinzione che lo scatenamento della guerra era "un passo falso nella direzione giusta" e, se mi è consentito di citarmi, "una cattiva guerra per una causa giusta".

 

5. Perché? Prima di tutto perché non si potevano non constatare gli errori di previsione sulla durata del conflitto.

In secondo luogo, perché bisognava pur rendersi conto che un intervento che doveva proteggere i kosovari dalle deportazioni non ha fatto che accelerarne il numero. Infine, perché il metodo scelto implicava il bombardamento dei civili, risparmiando i militari. Queste tre cose avrebbero dovuto porre un enorme problema di coscienza.

Per citare un celebre filosofo italiano, Norberto Bobbio, ecco quello che scriveva due settimane prima che finisse una guerra a favore della quale aveva preso risolutamente posizione: "Come andrà a finire questa guerra? Non lo so. So soltanto che ogni giorno diventa più atroce rispetto alle prime previsioni. E anche coloro che erano favorevoli all'intervento non possono non porsi il problema dell'equilibrio fra mezzi e fini, equilibrio che manifestamente si sta perdendo".

 

6. Jacques Julliard afferma con ragione che gli errori di previsione sulla durata delle guerre non sono un fenomeno nuovo. Nel 1914 si credeva che sarebbero bastati pochi mesi per finirla con i "crucchi". Più tardi la Germania di Hitler è stata sconcertata dalla resistenza della Gran Bretagna del 1941. Non si può dunque prendere a pretesto un errore di previsione per mettere sotto processo tutto un intervento. In secondo luogo, Jacques Julliard si domanda se si sarebbe dovuto esitare a far la guerra al nazismo, con il pretesto che essa avrebbe accelerato lo sterminio di sei milioni di ebrei. Sono due obiezioni degne di esame, ma ai miei occhi per nulla convincenti.

 

7. La guerra del 1914 non è stata soltanto una vergogna dell'umanità, una macchia indelebile e la radice di quasi tutti i grandi mali del secolo. Essa ha inaugurato un grado di devastazione che impone un esame fin ossessivo del rapporto fra fini e mezzi. Anche a supporre che francesi e tedeschi avessero una ragione valida per farsi la guerra, il costo di essa per la prima volta nella storia, avrebbe mandato questa ragione in pezzi.

Ma la guerra contro il nazismo non è stata fatta per proteggere gli ebrei. Anzi, quando si proposero a Roosevelt alcune azioni destinate a proteggerli, egli vi si rifiutò per timore - ha detto - di aver l'aria di qualcuno che faceva "la guerra degli ebrei". Soltanto a supporre che la guerra contro Hitler abbia avuto per fine, e fine unico, di impedire lo sterminio degli ebrei, si sarebbe posto il problema se bisognava correre il rischio di precipitare lo sterminio di sei milioni di loro.

 

8. In altre parole, non soltanto avevamo il diritto ma abbiamo il dovere di criticare l'impreparazione della guerra nel Kosovo, la condotta delle operazioni e la strategia di previsione. Non dovevamo essere esigenti nei confronti di uomini in guerra per una causa giusta e per una rivoluzione del diritto? E' qui soprattutto che mi sento lontano da Julliard. La mobilitazione internazionale contro Milosevic non mi è mai sembrata derivare dallo stesso imperativo che aveva guidato il nostro impegno contro i nazisti. L'orchestratore del "populismo democratico" di Belgrado non mi è mai parso costituire un pericolo fascista che minacciasse l'Europa, l'occidente e il mondo. E non solo perché non ne aveva i mezzi, ma perché la follia di quest'uomo consiste nell'essere passato dalla difesa giusta delle minoranze serbe, a una vera e propria spedizione di tipo coloniale con mezzi atroci e insopportabili.

Come i francesi in Algeria, i serbi erano minoritari nel Kosovo. Come i francesi in Algeria, si sono trovati di fronte a un'insurrezione perché avevano rifiutato agli algerini delle riforme pacifiche. Come i francesi in Algeria, i serbi hanno proceduto in Kosovo a spostamenti massicci di popolazione, a razzie dei villaggi e all'uso della tortura. Chi osò allora affrontare un personaggio leggendario come de Gaulle prendendo l'iniziativa di aiutare militarmente l'Fln?

I principali suoi fornitori di armi sono stati gli jugoslavi, e de Gaulle ruppe con il maresciallo Tito. Ma siccome la Francia era potente, la guerra d'Algeria non minacciava di fascismo né gli stati vicini, né l'Europa, né nessuno, nessuno si è immischiato nei nostri affari interni, salvo le Nazioni Unite.

Di più, il concetto di dovere di assistenza e di diritto di ingerenza urtava contro l'idea gelosa di sovranità che purtroppo era ancora dominante.

 

9. Resta da sapere se la capitolazione di Milosevic in capo a undici settimane non costituisce in sé una risposta alle obiezioni espresse dalle persone che ho citato. Non so dire quanto essa mi sia stata di sollievo. Ma ho trovato indecente che si gridasse vittoria: non c'è nulla di glorioso nel trionfare di un piccolo paese al quale si sono fatti subire più di trentatremila bombardamenti aerei. Finalmente essi cessavano e c'era una probabilità che i kosovari tornassero nelle loro case.

 

10. Detto questo, bisogna sapere quali sono oggi le previsioni a medio termine. L'entità jugoslava non esiste più. Il Montenegro esige l'indipendenza. Il Kosovo la otterrà e sembra destinato a riunirsi all'Albania. Quanto alla Macedonia, sulla quale hanno messo gli occhi la Croazia, la Bulgaria e l'Albania, la sua sopravvivenza non è sicura. Come in Bosnia, ma anche come a Cipro e altrove, le truppe della Nato e poi dell'Onu dovranno scegliere fra qualche anno se restare indefinitamente sul posto o abbandonare sia i musulmani sia i cristiani alle loro querele linguistiche e ai loro conflitti nazionali.

Bernard Kouchner è ottimista, ma avrà bisogno dell'aiuto della provvidenza. E' vero soltanto che la resa di Milosevic è giunta in tempo per impedire la divisione dei paesi della Nato, dando all'Europa il senso di un'unità dinamica e il dovere di costruirsi una difesa comune. Problema grosso da meditare per l'estate.

 

(traduzione di R. Rossanda)

 

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