Voices against the war in Kosovo [1999]
  Voci contro la guerra in Kosovo [1999]

 
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18/6/99:

MA E' STATA UNA VITTORIA ?

Noam Chomsky condanna il comportamento dei paesi occidentali e dei mezzi di informazione. Un bilancio della guerra appena finita.

Noam Chomsky, Znet, Usa

Tratto dal settimanale "Internazionale" del 18/24 giugno 1999 numero 288 anno 6

Il 24 marzo le forze aeree della Nato comandate dagli Stati uniti cominciano a fare a pezzi la Repubblica Federale Yugoslava (RFY, Serbia e Montenegro), compreso il Kosovo, che la Nato considera una provincia della Serbia. Il 3 giugno la Nato e la Serbia raggiungono un accordo di pace. Gli Stati uniti parlano di vittoria, dicono di aver posto fine con successo alla loro "battaglia durata dieci settimane per convincere Milosevich ad arrendersi", come riferisce Blaine Hardeb sul New York Times.

In questo senso diventerebe superfluo l'uso di forze di terra per "ripulire la Serbia", come aveva raccomandato lo stesso Harden in un editoriale intitolato "COME RIPULIRE LA SERBIA". Una raccomndazione del tutto naturale alla luce della storia americana, da sempre dominata dal tema della pulizia etnica. Si impone tuttavia una precisazione. In questo caso l'espressione "pulizia etnica" non e` del tutto appropriata: le operazioni condotte dagli americani sono sempre ecumeniche. Gli avvenimenti in Indocina ed in America Centrale ne sono le piu' recenti dimostrazioni.
Pur avendo dichiarato vittoria, Washington ha aspettato a dichiarare la pace: i bombardamenti sono continuati finche' i vincitori sono stati certi che la loro interpretazione degli accordi sul Kosovo si fosse imposta.

GLI STATI ILLUMINATI

Fin dall'inizio, i bombardamenti sono stati pubblicizzati come una questione cosmica, una sorta di test per un Nuovo Umanesimo, in cui gli "Stati Illuminati" (Foreign Affairs) inaugurano una nuova era della storia dell'uomo guidata da "un nuovo internazionalismo, dove la repressione brutale di interi gruppi etnici non sara` piu` tollerata" (Tony Blair). Gli Stati illuminati sono gli Stati uniti ed il loro socio britannico, e forse anche altri che vengono ammessi alle loro crociate per la giustizia.

A quanto pare, il rango di Stato illuminato viene conferito per definizione. Non si riesce a trovare alcun tentativo di dimostrare o argomentare questo rango, certamente non su basi storiche. La storia viene comunque liquidata come irrilevante in base alla nota teoria del "cambiamento di rotta", regolarmente invocata nelle istituzioni ideologiche per relegare il passato nelle zone piu` remote della memoria, evitando quindi di dover rispondere alle domande piu` ovvie: dal momento che le strutture istituzionali e la distribuzione del potere sono praticamente le stesse, perche' ci dovremmmo aspettare una svolta politica radicale, o un cambiamento di qualche tipo, che non sia mero aggiustamento tattico?

Ma questo tipo di domande non sono all'ordine del giorno. "Fin dall'inizio, il Kosovo ha posto il problema di come dovremmo reagire noi americani quando succedono cose brutte in posti poco importanti", ha spiegato l'analista globale Thomas Friedman sul New York Times quando e` stato annunciato l'accordo. Friedmann ha continuato lodando gli Stati illuminati per aver perseguito il principio morale secondo cui "una volta cominciate le deportazioni dei profughi, ignorare il Kosovo sarebbe stato un errore... e pertanto l'unica cosa sensata era usare una colossale operazione aerea per un obiettivo limitato".

Un piccolo problema e` che la preoccupazione per le "deportazioni di profughi" non puo` essere stata la causa della "grande guerra aerea". L'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur) ha dato notizia dei primi profughi recensiti fuori dal Kosovo (quattromila) il 27 marzo, tre giorni dopo l'inizio dei bombardamenti. Il loro numero non ha fatto che crescere fino al 4 giugno, raggiungendo un totale valutato intorno alle 670 mila unita` nei paesi confinanti (Albania e Macedonia), a cui si aggiungono 70 mila profughi nel Montenegro (all'interno della RFY) e 75 mila rifugiati in altri paesi. Queste cifre, purtroppo ben note, non tengono conto delle migliaia di persone disperse all'interno del Kosovo: due o trecento mila secondo la Nato prima dei bombardamenti, molte di piu' dopo.

E' indiscutibile che la "grande guerra aerea" ha fatto precipitare la situazione in una drammatica escalation di pulizia etnica e altre atrocita`. Lo sostengono coerentemente i corrispondenti sul posto e le analisi retrospettive apparse sulla stampa. Lo stesso quadro emerge persino dai due documenti piu` importanti che tentano di giustificare i bombardamenti come una reazione alla crisi umanitaria in Kosovo. Il piu` esteso, pubblicato dal Dipartimento di Stato a maggio, e` giustamente intitolato "Cancellare la storia: la pulizia etnica in Kosovo"; l'altro e' l'incriminazione di Milosevich e dei suoi compagni da parte del Tribunale Internazionale sui crimini di guerra in Jugoslavia dopo che Stati uniti e Gran Bretagna "hanno aperto la strada ad un incriminazione decisamente veloce fornendo al procuratore Louis Arbour accesso alle informazioni dell'intelligence e ad altri dati che le erano stati a lungo negati dai governi occidentali".

Questo e` quanto riferisce il New York Times in due pagine dedicate all'incriminazione. I due documenti sostengono che le atrocita` sono cominciate "il primo gennaio o intorno a quella data". In entrambi i documenti, tuttavia, la cronologia dettagliata dei fatti rivela che le atrocita` sono continuate all'incirca come prima, finche' i bombardamenti non hanno portato ad una forte escalation. Non puo' certo sorprendere. Il comndante generale Wesley Clark ha descritto queste conseguenze come "del tutto prevedibili", una chiara esagerazione: niente, nelle cose degli uomini, e` mai del tutto prevedibile.

E' vero pero` che e` ormai chiaro che le conseguenze dei bombardamenti erano state previste, per motivi facilmente comprensibili, anche senza avere accesso alle informazioni dei servizi segreti.

DUE CASI A CONFRONTO

Un breve elenco degli effetti della "grande guerra aerea" ci viene dato da Robert Hayden, direttore del centro per gli studi russi ed est europei dell'universita` di Pittsburgh: "Le morti di civili serbi nelle prime tre settimane di guerra sono state piu` numerose delle morti avvenute da entrambi le parti in Kosovo nei tre mesi che hanno preceduto il conflitto. Eppure ci avevano detto che quei tre mesi erano da considerarsi una catastrofe umanitaria".

Certo, questo tipo di conseguenze non contano nell'isteria sciovinista scatenata per demonizzare i serbi, che ha raggiunto vette insospettabili quando i bombardamenti prendevano apertamente di mira la societa` civile e richiedevano quindi una difesa piu` appassionata. Per puro caso, almeno un embrione di risposta credibile alla domanda retorica di Friedman e` comparsa lo stesso giorno sul New York Times, in una corrispondenza da Ankara di Stephen Kinzer. Il giornalista scrive che "il piu` noto difensore dei diritti umani in Turchia e` stato incarcerato" per scontare la condanna inflitta "per aver esortato lo Stato a raggiungere un accordo pacifico con i ribelli kurdi". Pochi giorni prima Kinzer aveva suggerito indirettamente che la faccenda era piu` complessa: "Alcuni (kurdi) denunciano di essere stati oppressi dal regime turco, ma il governo sostiene che hanno gli stessi diritti degli altri cittadini".

Ci si potrebbe chiedere se questo renda davvero giustizia ad una delle operazioni di pulizia etnica piu` radicali della meta` degli anni Novanta, con decine dimigliaia di morti, 3500 villaggi distrutti, tra i 2,5 ed 3 milioni di profughi, e orribili atrocita` facilmente paragonabili a quelle che vengono riferite quotidianamente sulle prime pagine riguardo ai nemici ufficiali del giorno, atrocita` denunciate in dettaglio dalle maggiori organizzazioni umanitarie ma sempre ignorate. Nel caso turco, questi bei risultati sono stati ottenuti con il massiccio sostegno militare degli Usa, ulteriormente cresciuto sotto l'amministrazione Clinton, quando le atrocita` si sono accentuate al masssimo.

Ricordiamoci che questi crimini sono proseguiti per tutti gli anni Novanta all'interno della stessa Nato e sotto la giurisdizione del Consiglio d'Europa e della Corte europea per i diritti dell'uomo, che continua a indire processi contro la Turchia per le sue atrocita` appoggiate dagli Usa. C'e` voluto un vero sforzo da parte dei protagonisti e dei commentatori per "non notare" niente di tutto cio` durante le celebrazioni del cinquantesimo anniversario della Nato ad aprile.

Il fatto e` particolarmente impressionante se si pensa che i festeggiamenti erano turbati da gravi preoccupazioni per la pulizia etnica - condotta dai nemici ufficiali, non dagli Stati illuminati tornati alla loro tradizionale missione di portare giustizia e pace ai popoli sofferenti di tutto il mondo, e di difendere i diritti umani, con la forza (se necessario) e secondo i principi del Nuovo Umanesimo. Questi crimini, senza dubbio, sono solo un esempio della risposta fornita dagli Stati illuminati alla domanda su "come dovremmo reagire quando succedono cose brutte in posti poco importanti". Dovremmo intervenire per peggiorare le atrocita` e non "distogliere lo sguardo" in base al principio dei due pesi e due misure - la giustificazione comune quando questi fatti marginali vengono maleducatamente posti all'attenzione. E' un fatto che questa sia anche la missione che e' stata svolta in Kosovo. Lo dimostrano chiaramente gli avvenimenti, ma non la loro versione distorta dal prisma dell'ideologia e della dottrina, che non tollera volentieri l'osservazione che una conseguenza della "grande guerra aerea" e` stata di portare una situazione di atrocita` simile a quelle perpetrate ogni anno in Colombia (con il sostegno degli Usa) per tutti gli anni Novanta, a un livello paragonabile alle stragi compiute all'interno della stessa Nato/Europa (cioe' in Turchia) nello stesso periodo.

COME SI ARRIVA ALLE BOMBE

L'ordine di marcia di Washington, comunque, e` il solito: concentrarsi sui crimini del nemico ufficiale del momento, e non farsi distrarre da crimini paragonabili o addirittura peggiori che si potrebero facilmente mitigare o far cessare grazie al ruolo centrale svolto dai paesi illuminati nel perpetrarli, o aggravarli, quando gli interessi di potere lo richiedono.

Un analisi minimamente seria dell'accordo sul Kosovo deve prendere in considerazione le opzioni diplomatiche del 23 marzo - il giorno prima che fosse scatenata la "grande guerra aerea" - e paragonarli con gli accordi raggiunti tra la Nato e la Serbia il 3 giugno. Qui si devono distinguere due versioni: 1) i fatti, e 2) la propaganda, cioe' la versione Usa/Nato di cui sono permeati resoconti e commenti negli Stati illuminati.

Basta un occhiata superficiale per osservare che i fatti e la propaganda differiscono nettamente. Il New York Times presenta per esempio il testo dell'accordo con un inserto intitolato: " Due piani di pace: ecco le differenze". I due piani di pace sono l'accordo di Rambouillet presentato il 23 marzo ai serbi come un ultimatum, prendere-o-essere-bombardati, e l'accordo di pace per il Kosovo del 3 giugno. Ma nel mondo reale ci sono in effetti tre "piani di pace", due dei quali erano sul tavolo delle trattative il 23 marzo: gli accordi di Rambouillet e le risoluzioni del Parlamento serbo che a essi rispondevano.

Cominciamo con i due piani di pace del 23 marzo, e chiediamoci in cosa differiscono e come si pongono rispetto all'Accordo per il Kosovo del 3 giugno. Ci concentreremo poi brevemente su cosa ci si puo` ragionevolmente attendere se violiamo le regole e rivolgiamo l'attenzione ai (numerosi) precedenti.

L'accordo di Rambouillet prevedeva l'occupazione militare totale ed il controllo politico del Kosovo da parte della Nato, e un occupazione militare di fatto del resto della Yugoslavia, a discrezione della Nato. La Nato doveva "formare e giudare una forza militare (KFOR)" da "insediare e dispiegare in Kosovo ed attorno ad esso" operando sotto l'autorita` e "soggetta alla direzione ed al controllo politico del North Atlantic Council (Nac) attraverso la gerarchia militare della Nato". "Il comandante della KFOR e` l'autorita` ultima sul campo riguardo all'interpretazione di questa sezione [Implementazione dell'Accordo] e le sue decisioni sono vincolanti per tutte le parti e persone". Entro breve tempo, tutte le forze armate yugoslave e la polizia del ministero degli Interni dovevano rischierarsi in "siti di acquartieramento approvati" e poi ritirarsi in Serbia, a eccezione di "piccole unita` con compiti di controllo delle frontiere da eventuali attacchi e sconfinamenti illeciti", e non erano autorizzate a spostarsi in Kosovo al di fuori di queste funzioni.

CHIEDERE LA CAPITOLAZIONE

"Tre anni dopo l'entrata in vigore di questo Accordo, si terra` una conferenza internazionale per determinare le forme di una sistemazione definitiva del Kosovo". Questo paragrafo e' stato spesso citato come un invito ad un referendum per l'indipendenza, di fatto mai menzionato. Per quanto riguarda il resto della Yugoslavia, i termini dell'occupazione sono stabiliti nell'Appendice B: Status della forza militare multinazionale di implementazione. Il paragrafo fondamentale dice: 8. "Il personale Nato, con i propri mezzi di trasporto, navi, aerei ed equipaggiamento, avra` accesso libero e incondizionato a tutta la Repubblica Federale Yugoslava, compresi lo spazio aereo e le acque territoriali. Questo dovra` comprendere, senza necessariamente limitarvisi, il diritto di bivacco, manovre, alloggio e utilizzo di qualunque area o infrastruttura secondo le esigenze dettate dal sostegno alle truppe,dal loro addestramento o dalle operazioni militari". Il resto del testo detta le condizioni in cui le forze Nato e le truppe impiegate sono autorizzate ad agire come credono in tutto il territorio della Repubblica Federale Yugoslava, senza obblighi o rispetto per le leggi del paese o la giurisdizione delle sue autorita`. Queste ultime, tuttavia, sono tenute a seguire gli ordini della Nato "su una base di priorita` e con tutti i mezzi del caso". Un articolo prevede che "tutto il personale Nato rispettera` le leggi applicabili nella RFY", ma con una precisazione che lo svuota di contenuto: "Senza pregiudicare i loro privilegi e immunita` previsti in questa Appendice".

E' stato detto che la scelta delle parole era dettata dalla volonta` di garantirsi un rifiuto. Forse e' proprio cosi`. Certo e` difficile pensare che qualunque paese possa prendere in considerazione questi termini, se non come una resa incondizionata. Nei tanti articoli sulla guerra si troveranno pochi riferimenti a Rambouillet che possano dirsi anche minimamente fedeli, in particolare all'articolo cruciale dell'Appendice B riportato sopra. Lo si e` citato solo quando ormai la cosa era divenuta irrilevante per la scelta democratica. Il 5 giugno, dopo gli accordi di pace del 3 giugno, il New York Times scrive che, secondo l'appendice agli accordi di Rambouillet, "una forza Nato riceve piena legittimita` a muoversi ovunque voglia sul territorio della Yugoslavia, immune da qualunque processo legale", citando le stesse parole dell'articolo dell'Appendice. Evidentemente, in mancanza di una chiara e ripetuta spiegazione dei termini degli accordi di Rambouillet - il "processo di pace" ufficiale - era impossibile per l'opinione pubblica farsi un idea di quello che stava succedendo o verificare la versione ufficiale dell'accordo sul Kosovo.

Il secondo piano di pace e' stato presentato in una serie di risoluzioni del Parlamento serbo il 23 marzo. L'Assemblea rifiutava l'imposizione dell'occupazione militare della Nato e chiedeva all'OSCE ed all'ONU di agevolare un accordo diplomatico di pace. Condannava il ritiro della Missione di verifica dell'Osce in Kosovo ordinato dagli Usa il 19 marzo, in vista dei bombardamenti del 24. Le risoluzioni chiedevano nuovi negoziati che portassero al "raggiungimento di un accordo politico su un ampia autonomia del Kosovo e Metohija (il nome ufficiale della provincia), con la garanzia di piena parita` per tutti i cittadini e comunita` etniche della Repubblica di Serbia e la Repubblica Federale Yugoslava".

Inoltre, sebbene "il Parlamento serbo non avesse accettato la presenza di forze militari straniere in Kosovo e Metohjia" era pronto a discutere le dimensioni ed il carattere della presenza internazionale in Kosmet (Kosovo/Metohjia) per contribuire a realizzare un accordo politico sull'autogoverno concordato e accettato dai rappresentanti di tutte le comunita` nazionali presenti nella regione.

IL SILENZIO DEI MEDIA I punti essenziali di queste decisioni sono stati riportati dalle principali agenzie di stampa, e quindi erano certamente noti in tutte le redazioni. Diverse ricerche su banche dati, tuttavia, hanno rivelato pochi riferimenti a questa notizia, e nessuno sulla stampa nazionale o sui quotidiani principali.

I due piani di pace del 23 marzo rimangono sconosciuti al grande pubblico. Persino il fatto che fossero due, e non uno, e` passato pressoche' inosservato. La linea dominante e` che "il rifiuto di Milosevich di accettare o addirittura discutere un piano di pace internazionale (l'accordo di Rambouillet) e` il fattore che ha fatto scattare i bombardamenti Nato del 24 marzo" (Craig Whitney, New York Times): questa citazione e` tratta da uno dei molti articoli che denunciano la propaganda serba, a ragione indubbiamente, ma con qualche svista.

Riguardo al significato delle risoluzioni del Parlamento serbo, i fanatici non hanno dubbi sulla loro interpretazione. In realta` le interpretazioni differiscono secondo il tipo di fanatici che le forniscono. Tutti gli altri avrebbero avuto un unico modo per capire cosa significavano: esplorare le possibilita` che venivano lasciate aperte. Ma gli Stati illuminati hanno preferito non proseguire su questa strada e hanno scelto invece di bombardare, consapevoli delle conseguenze.

Altri passaggi del processo diplomatico meriterebbero attenzione, ma dovro` saltarli, per passare all'accordo sul Kosovo del tre giugno. Come c'era da aspettarsi, e` un compromesso tra i due piani di pace del 23 marzo. Almeno sulla carta, gli Usa/Nato hanno rinunciato alle loro richieste, che avevano condotto al rifiuto dell'ultimatum da parte dei serbi. La Serbia a sua volta ha accettato una "presenza di sicurezza internazionale con una consistente partecipazione della Nato da schierarsi sotto il controllo ed il comando unificati ...sotto l'egida delle Nazioni Unite".

Un aggiunta al testo sancisce la posizione della Russia, secondo cui "il contingente russo non dovra` essere sottoposto al comando della Nato e la sua relazione con la presenza internazionale sara` governata da intese addizionali". Non e` consentito alla Nato o alla "presenza di sicurezza internazionale" in generale l'accesso al resto della Rfj. Il controllo politico del Kosovo non e` affidato alla Nato ma al Consiglio di sicurezza dell'Onu, che stabilira` un amministrazione provvisoria del Kosovo". Il ritiro delle forze yugoslave non viene specificato in dettaglio come a Rambouillet, ma e` simile, anche se accellerato. Il resto rientra nell'ambito dei due piani del 23 marzo.

PROBLEMI ANGOSCIANTI

Questo risultato suggerisce che le iniziative diplomatiche avrebbero potuto continuare oltre il 23 marzo, evitando una terribile tragedia umanitaria le cui conseguenze, per molti versi sinistre, si faranno sentire in Jugoslavia e altrove.

Certo la situazione di oggi non e` quella del 23 marzo. Un titolo del New York Times il giorno dell'accordo lo dice bene : "I problemi del Kosovo sono appena cominciati."

Tra i "problemi angoscianti" piu` gravi, osserva Serge Schmemann, c'e` il rimpatrio dei profughi "nella terra di ceneri e tombe che un tempo era la loro casa", e la "sfida enormemente costosa di ricostruire le economie devastate del Kosovo, del resto della Serbia e dei paesi vicini".

Schmemann cita la storica dei Balcani Susan Woodward della Brookings Institution, che aggiunge: "La gente che vogliamo che contribuisca a fare del Kosovo una regione stabile e` stata distrutta dagli effetti dei bombardamenti", lasciando il controllo della situazione nelle mani dell'Uck (Esercito di liberazione del Kosovo). Gli Stati Uniti avevano condannato l'Uck - definito "gruppo chiaramente terroristico"- quando comincio` a organizzare attentati nel febbraio del 1998. La condanna di Washington ha probabilmente dato carta bianca a Milosevich per la dura repressione che ha portato alla violenza in stile colombiano prima che i bombardamenti provocassero l'escalation che sappiamo. Questi "problemi angoscianti" sono nuovi. Sono gli "effetti dei bombardamenti" e della crudele reazione della Serbia ad essi, anche se i problemi che hanno preceduto il ricorso alla violenza da parte degli Stati illuminati erano gia` sufficientemente scoraggianti.

Passando ora dai fatti alla propaganda, i titoloni dei giornali hanno salutato la grande vittoria degli Stati illuminati e dei loro leader, che avrebbero costretto Milosevich a "capitolare", ad "arrendersi", ad accettare la "forza guidata dalla Nato", e a piegarsi "in modo molto vicino alla resa incondizionata", sottomettendosi a "un accordo peggiore del piano di Rambouillet che aveva rifiutato".

Le cose non stanno esattamente cosi`, ma questa versione e` piu` comoda dei fatti veri. L'unica questione seria che viene dibattuta e` se questo dimostri che la forza aerea da sola puo` raggiungere obiettivi di grande valore morale o se, come hanno ammesso le voci critiche del presunto dibattito, questa conclusione sia ancora da dimostrare. Passando a questioni di portata piu` ampia, "l'eminente storico militare" britannico John Keegan "vede la guerra come una vittoria non solo della guerra aerea ma del Nuovo ordine mondiale" che il presidente Bush aveva inaugurato dopo la guerra del Golfo come riferisce l'esperto militare Fred Kaplan. Keegan ha scritto che "se Milosevich e` davvero un uomo sconfitto, tutti gli aspiranti Milosevich in giro per il mondo dovranno rivedere i loro piani".

La valutazione e` realistica, anche se non nei termini che Keegan pensa ma alla luce degli obiettivi reali e dell'importanza del Nuovo ordine mondiale - come rivela un importante documento degli anni Novanta - e di una serie di prove fattuali che ci aiutano a capire il vero significato dell'espressione "aspiranti Milosevich in giro per il mondo". Per attenerci alla regione dei Balcani, le critiche non valgono per operazioni di pulizia etnica e altre terribili atrocita` che avvengono nella stessa Nato, sotto la giurisdizione europea e con il sostegno decisivo e crescente degli Usa; che non vengono condotte in risposta ad un attacco da parte della forza militare piu` terribile del mondo e sotto la minaccia di un imminente invasione. Questi crimini sono legittimi secondo le regole del Nuovo ordine mondiale, forse persino meritori, come lo sono altre atrocita` compiute altrove che si adeguano agli interessi dei leader degli Stati illuminati e sono da loro regolarmente sostenute quando necessario.

Questi fatti, non particolarmente oscuri, rivelano che nel "nuovo internazionalismo... la brutale repressione di interi gruppi etnici" non sara` semplicemente "tollerata", ma attivamente favorita - esattamente come nel "vecchio internazionalismo" del Concerto delle potenze europee, degli stessi Usa e di molti altri autorevoli predecessori. Se e` vero che i fatti e la propaganda differiscono profondamente, si potrebbe obiettare che i media ed i commentatori sono realistici quando presentano la versione degli Usa/Nato come se questi fossero i fatti. Lo diventeranno effettivamente, come semplice conseguenza della distribuzione di potere e della volonta` di esprimere le opinioni in funzione dei suoi bisogni.

IL FAIR PLAY

E' un fenomeno comune. Ne sono un esempio gli accordi di Esquipulas dell'agosto 1987, quando i presidenti centro-americani giunsero all'accordo di Esquipulas (spesso chiamato "Piano Arias") nonostante la forte opposizione degli Usa. Washington all'improvviso avvio` una forte escalation bellica in violazione dell'unico "elemento imprescindibile" dell'accordo, quindi procedette a smantellare gli altri articoli con la forza. Ci riusci` nel giro di pochi mesi, continuando a minare ogni ulteriore sforzo diplomatico fino alla sua vittoria definitiva. La versione dell'accordo fornita da Washington, che differiva profondamente dal testo in alcuni aspetti cruciali, divenne la versione accettata. L'esito finale pote' quindi essere annunciato nei titoli dei giornali come una "Vittoria del fair play degli Stati Uniti, con gli americani "uniti nella gioia" oltre le devastazioni e lo spargimento di sangue, sopraffatti dall'estasi "in un epoca romantica" (Anthony Lewis, titoli del New York Times, che riflettono tutti l'euforia generale per la missione compiuta).

E' superfluo analizzare quali furono le conseguenze finali in questo e in molti casi simili. E non c'e` ragione di aspettarsi niente di diverso neanche adesso. Con la solita, cruciale avvertenza: se lasciamo che succeda.

 

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